Geopolitica
Il governo giapponese dispone un’indagine ufficiale riguardo al gruppo religioso del reverendo Moon
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Pressato dall’opinione pubblica il premier giapponese ha deciso di avviare un’inchiesta sulle ingenti donazioni al gruppo religioso finito nel ciclone dopo l’omicidio Abe. Ha raccontato in Parlamento che una linea telefonica aperta per le presunte vittime distrutte dai debiti ha ricevuto 1700 chiamate. L’istruttoria potrebbe portare alla revoca dello status di ente religioso e dei benefici fiscali derivanti.
Questa mattina il premier giapponese Kishida ha annunciato in parlamento che il governo intende mettere sotto indagine la Chiesa dell’Unificazione (chiamata oggi Federazione delle famiglie per la pace mondiale e l’unificazione), il gruppo religioso cristiano indicato come il movente dell’assassinio dell’ex premier Shinzo Abe lo scorso 8 luglio.
La notizia arriva dopo che per settimane l’esecutivo è stato era stato estremamente cauto davanti alle pressioni dell’opinione pubblica che aveva messo nel mirino le ingenti donazioni ricevute dal gruppo religioso; un atteggiamento giustificato col diritto alla libertà religiosa. Gli ultimi sondaggi, però, hanno mostrato un ulteriore calo di gradimento del governo che ora si attesterebbe attorno al 35%, il dato più basso dall’inizio del mandato di Kishida. Una perdita di consenso su cui pesa la scoperta dei molti legami tra esponenti dell’LDP (il partito del premier ndr) e la Chiesa dell’Unificazione. Così questa mattina Kishida ha chiesto al ministro dell’educazione e della cultura di iniziare l’indagine.
«Il governo ha preso seriamente il fatto che c’è un grande numero di vittime così come povertà e famiglie distrutte, a cui non è stato fornito un sostegno adeguato», ha detto Kishida. Da quando il governo ha aperto una linea telefonica per aiutare quanti si ritengono vittima del gruppo religioso, sono state ricevute almeno 1700 chiamate e la maggior parte di queste riguardano il problema delle donazioni.
Secondo l’agenzia governativa per la protezione dei consumatori, riunitasi recentemente, le pratiche discutibili sono un motivo sufficiente per raccomandare l’apertura di un’indagine. Nelle ultime settimane sono emerse persino testimonianze di persone che dicono di essere state indotte dal gruppo religioso a comprare «artefatti spirituali». L’agenzia parla di intere famiglie in rovina finanziaria.
Un’associazione di avvocati per la difesa delle vittime parla di una copiosa giurisprudenza di sentenze contro le attività della Chiesa dell’Unificazione. Il gruppo religioso però non ci sta e nelle ultime settimane ha ribattuto alle accuse, denunciando una campagna di odio e aggressione nei propri confronti,
A fine settembre ha anche presentato un documento di 22 pagine al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel quale viene argomentato che i diritti religiosi in Giappone sono stati «gravemente, sistematicamente e palesemente violati» dopo lo scorso luglio.
Che cosa potrebbe accadere ora alla Chiesa dell’Unificazione? Al termine dell’indagine il ministero dovrebbe aprire un fascicolo giudiziario e, se il tribunale concedesse l’ordine di dissoluzione, il gruppo religioso perderebbe il proprio status di ente religioso e i benefici fiscali derivanti. Ciò però non comporterebbe anche un obbligo di scioglimento e il gruppo religioso potrebbe comunque continuare a esistere.
Già due volte in passato i tribunali giapponesi hanno emesso degli ordini di dissoluzione, ma questa è la prima volta in assoluto che in Giappone il governo intraprende un’indagine. Segno che, nonostante il cambio di strategia di Kishida, permane una certa cautela.
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Immagine di Tokumeigakarinoaoshima via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Geopolitica
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer
La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina, e nessuna quantità di armamenti occidentali – compresi i sistemi di difesa aerea Patriot richiesti da Kiev – potrà cambiare questa realtà, ha affermato lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer.
L’Ucraina è «altamente vulnerabile» agli attacchi russi, che potrebbero paralizzare la sua economia e trasformarla in uno stato «disfunzionale», ha dichiarato giovedì il professore dell’Università di Chicago al podcast «Deep Dive» di Daniel Davis.
Nel corso del conflitto, giunto ormai al quinto anno, Kiev ha fatto molto affidamento sugli aiuti militari occidentali. Vladimir Zelensky ha ripetutamente sollecitato gli alleati a fornire più armamenti, in particolare i sistemi Patriot, attribuendo i ritardi nelle consegne alle battute d’arresto subite dall’Ucraina sul campo di battaglia.
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Secondo Mearsheimer, la convinzione che un maggior numero di Patriot o di altre armi occidentali possa invertire il corso del conflitto è un’illusione.
«I russi sono praticamente liberi di attaccare qualsiasi obiettivo in Ucraina e non devono preoccuparsi minimamente che un missile Patriot o qualsiasi altro tipo di missile possa abbattere i missili o i droni in arrivo», ha affermato.
Considerato il «notevole vantaggio in termini di potenza aerea» della Russia e la carenza di manodopera che affligge l’Ucraina, «i russi vinceranno questa guerra» e «l’Ucraina emergerà come uno stato residuo disfunzionale», ha sostenuto.
Mearsheimer ha indicato i recenti attacchi russi contro il porto ucraino di Odessa come prova della strategia di Mosca. «A mio parere, i russi hanno di fatto tagliato fuori Odessa come porto di uscita per l’Ucraina», ha affermato.
All’inizio di questa settimana, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante e infrastrutture portuali a Odessa, Nikolaev, Izmail e Chernomorsk, utilizzate per ricevere e immagazzinare materiale militare, affermando che quasi 30 navi al servizio dell’esercito ucraino sono state colpite.
Giovedì, l’emittente ucraina Strana ha riferito che il traffico marittimo si era di fatto bloccato, con nessuna nave entrata nei porti ucraini del Mar Nero il giorno precedente. Secondo Strana, gli attacchi russi sarebbero stati una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro i porti russi sul Mar Nero.
Gli attacchi hanno reso le spedizioni verso l’Ucraina sempre più rischiose, ha aggiunto Strana, sottolineando che il colosso delle spedizioni Maersk ha recentemente sospeso le operazioni nel porto di Chernomorsk.
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Mearsheimer sostenne inoltre che il conflitto tra Stati Uniti e Iran avrebbe ulteriormente ridotto il sostegno militare e finanziario europeo a Kiev.
«Credo che gli eventi in Iran e l’andamento della guerra tra Ucraina e Russia stiano creando una situazione in cui il futuro dell’Ucraina appare estremamente fosco», ha affermato il politologo chicagoano.
Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.
Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.
Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».
Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.
Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».
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Immagine screenshot da YouTube
Geopolitica
Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi
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Geopolitica
Trump minaccia di sequestrare i beni iraniani
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di sequestrare i beni iraniani congelati per coprire «ogni tipo di danno» a navi e merci danneggiate a causa del conflitto in Medio Oriente. L’Iran ha reagito con forza, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito che tale mossa crea un «precedente incendiario» che potrebbe avere ripercussioni a livello globale.
Giovedì Trump ha usato il social network Truth Social per avvertire che «da questo momento in poi, qualsiasi danno arrecato a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad essi correlata, sarà risarcito con denaro iraniano in possesso e sotto il controllo degli Stati Uniti».
Il presidente americano ha aggiunto che «questi danni potrebbero essere molto ingenti», definendola «la cosa giusta ed equa da fare».
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Le dichiarazioni sono giunte poche ore dopo che i ribelli Houthi dello Yemen, un gruppo con forti legami con l’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso. Gli Stati Uniti hanno anche accusato l’Iran di aver preso di mira navi nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha insistito sul fatto che tutte le navi di passaggio debbano rispettare le normative imposte.
In un precedente post, Trump aveva avvertito Teheran che avrebbe subito «gravi punizioni militari» per gli attacchi degli Houthi, definendo il gruppo yemenita un «surrogato e/o un agente dell’Iran». Aveva affermato che l’America aveva agito «con grande fermezza» contro gli Houthi un anno prima e aveva espresso delusione per il fatto che il gruppo stesse «ricominciando le ostilità» dopo aver agito «professionalmente» durante il conflitto con l’Iran.
L’Araghchi ha respinto l’ultimatum di Trump, definendolo una pericolosa deviazione dalle norme internazionali. «Confiscare i beni di un’altra nazione per pagare future rivendicazioni non correlate è un precedente incendiario», ha scritto su X, aggiungendo che «una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro» e che «il caos che ne consegue non sarà né piacevole né pacifico».
Trump non ha specificato quali fondi congelati sarebbero stati sbloccati né in base a quale autorità legale. Gli Stati Uniti detengono circa 2 miliardi di dollari in beni iraniani congelati, con altri miliardi sospesi in paesi come Iraq, Qatar, Giappone e Lussemburgo. Il destino di alcuni di questi fondi, congelati principalmente dagli Stati Uniti, è stato discusso durante i colloqui tra Washington e Teheran, interrotti all’inizio di questo mese.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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