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Economia

Il Distributismo di Belloc, un antidoto alla crisi contemporanea

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Sono felice di annunziare che la casa editrice Fede&Cultura ha recentemente pubblicato la traduzione di un breve ma significativo libro, inedito nella nostra lingua, del distributista Hilaire Belloc (1870-1953), scritto nel 1938, originalmente denominato The Way Out ed intitolato nella versione italiana Distributismo. La Via d’Uscita dallo Stato Servile. La pubblicazione è nata da un’iniziativa degli amici del Movimento Distributismo Italiano, di cui mi onoro di essere presidente.

 

Che ci azzecca un libro scritto 83 anni fa, nell’Inghilterra di Chamberlain e Churchill, con l’Italia di Draghi, Salvini e Letta? Nulla, potrebbe pensare qualcuno! Ad uno sguardo più attento però ci si può facilmente accorgere che le cose non stanno così. The Way Out fu infatti elaborato da Hillaire Belloc in un frangente della storia molto simile a quello attuale.

 

La grande crisi del 1929, soprattutto nelle nazioni permeate dal liberal-capitalismo, aveva aperto ferite sociali ed economiche che erano ben lungi dall’essere state rimarginate, proprio come succede oggi dopo la crisi sistemica del 2007. Nei Paesi in cui la finanza internazionale svolgeva un ruolo centrale nella gestione degli affari e della politica, le diseguaglianze sociali si erano allargate e la ricchezza confluiva inesorabilmente nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone, proprio come avviene ora. La maggioranza della popolazione, soggetta a gravi privazioni economico-sociali, ad una costante instabilità lavorativa, ai continui scandali del sistema partitocratico, aveva ormai perso ogni reale fiducia nel sistema di rappresentanza politica allora dominante, proprio come oggi è universalmente diffuso il malcontento verso le principali istituzioni che regolano la nostra esistenza.

L’opposizione capitalismo-socialcomunismo è una falsa opposizione in quanto si tratta di due diverse modalità di manifestazione di una stessa realtà, due facce di una stessa medaglia che, dopo un periodo di falsa alternanza durata per decenni, sono destinate ad avviarsi verso una fase finale di sostanziale alleanza, costituendo lo Stato Servile

 

 

Senza scomodare le teorie stoiche e poi nietzschiane dell’eterno ritorno, è indubbio che la situazione in cui lo storico, giornalista, scrittore e politico cattolico Hilaire Belloc scriveva, presentava certamente elementi di analogia con quella attuale ma la ragione che rende il suo libro quanto mai attuale non sta solo in questo ma anche e soprattutto nello sguardo, nella prospettiva che Belloc suggerì circa un secolo fa, una prospettiva che, cogliendo alcune dimensioni atemporali, o meglio sovra-temporali, del vivere civile,  è in grado di offrire paradigmi interpretativi utilissimi a comprendere quanto sta succedendo oggi e soprattutto di indicare una possibile via di uscita -da cui il titolo- all’impasse della crisi generalizzata in cui ci troviamo.

 

Le pagine di Belloc non rappresentano infatti tanto un’analisi specifica e omnicomprensiva del quadro sociale di allora, sforzo che avrebbe richiesto una mole di dati ben superiore a quelli contenuti in questo volume, ma un’agile e ben organizzata mappa in grado di orientare il viaggiatore/lettore nel territorio delle problematiche di quei tempi che, guarda caso, sono gli stessi di oggi. La mappa non è uno strumento che in sé può esaurire tutta la complessità e il dinamismo della realtà/ territorio ma è in grado invece di offrire un orientamento, di chiarire quali siano i punti cardinali in base a cui muoversi, la direzione da intraprendere alla luce dei principali elementi presenti.

 

Senza mappa si rischia di girare a vuoto, di prendere strade sbagliate che non portano a nulla, di non raggiungere la meta voluta. Così, sembra suggerire Belloc, senza una visione chiara ed unitaria di quello che è il senso e la direzione di marcia dei vari avvenimenti economici, politici e sociali si rischia di essere sommersi e sopraffatti dal mero resoconto dei fatti e da un eccesso di informazioni, senza più la capacità di coglierne il significato profondo.

 

Fortemente radicato nella tradizione del pensiero realista aristotelico-tomista e grande estimatore delle encicliche sociali Rerum Novarum (1891) e Quadragesimo Anno (1931) e del pensiero sociale cattolico in generale, Belloc, insieme a tutti gli autori distributisti suoi contemporanei, aveva infatti cercato di andare oltre le apparenze della fenomenologia del vivere sociale per coglierne invece le essenze che ne orientano gli scopi e le direzioni.

 

Nelle circa centossessanta pagine del suo libro, Belloc, con un linguaggio molto semplice ed immediato, ci dice che l’essenza del capitalismo e del social-comunismo, contrariamente alle apparenze, di fatto è la stessa e che essa coincide con la tendenza a concentrare potere politico e proprietà produttiva nelle mani di pochi, siano questi pochi gli esponenti di un’oligarchia economico-finanziaria, nel caso del capitalismo, o di una burocrazia statalista e partitocratica, nel caso del social-comunismo.

Belloc fu in grado di prevedere, quasi un secolo fa, quello che sta succedendo oggi davanti  ai nostri occhi, cioè la convergenza tra grande capitale e grande Stato in un sistema in cui il cittadino medio viene sempre più spossessato di ogni potere politico reale e di ogni proprietà produttiva, per finire col tornare ad essere quel servo e quello schiavo che era stato durante i lunghi secoli del mondo pagano.

 

L’opposizione capitalismo-socialcomunismo è quindi una falsa opposizione in quanto si tratta di due diverse modalità di manifestazione di una stessa realtà, due facce di una stessa medaglia che, dopo un periodo di falsa alternanza durata per decenni, sono destinate ad avviarsi verso una fase finale di sostanziale alleanza, costituendo lo Stato Servile.

 

Belloc fu cioè in grado di prevedere, quasi un secolo fa, quello che sta succedendo oggi davanti  ai nostri occhi, cioè la convergenza tra grande capitale e grande Stato in un sistema in cui il cittadino medio viene sempre più spossessato di ogni potere politico reale e di ogni proprietà produttiva, per finire col tornare ad essere quel servo e quello schiavo che era stato durante i lunghi secoli del mondo pagano.

 

Rimanendo in Italia, si chiariscono così eventi apparentemente inspiegabili quali la vicinanza del partito erede del PCI al mondo della finanza nazionale ed internazionale, il fatto che esponenti di spicco del PD – quali Prodi ed Enrico Letta –  partecipino a gruppi elitari come il Gruppo Bilderberg e collaborino con banche speculative internazionali quali Goldman Sachs, mentre sembra abbiano completamente abbandonato i progetti di riscatto del mondo del lavoro rispetto a quello del capitale, accettando come un bene supremo ed intangibile la prevalente separazione tra capitale e lavoro, tra lavoratori e proprietari.

 

Nel suo libro Belloc descrive già allora le figure del piccolo agricoltore, dell’artigiano, del piccolo imprenditore e del piccolo negoziante come vere e proprie specie in via d’estinzione, da tutelare e difendere in nome della libertà economica e della prosperità generale, contro le tendenze monopoliste del grande capitale e del grande Stato.

 

Descrive le gilde o corporazioni di arti e mestieri come l’unica soluzione plausibile e realistica alla gestione del potere da parte di istituzioni fortemente ideologizzate e lontane dalla gente, quali i partiti, nella maggior parte dei casi legate a doppio filo con gli interessi dell’oligarchia economica.

 

Descrive una moneta libero da debito ed interesse quale sensata alternativa al denaro-debito imposto dalla speculazione delle grandi banche, che con il loro potere di emissione e di credito di fatto controllano e gestiscono la maggioranza delle attività umane, politica, informazione ed educazione comprese.

Si chiariscono così eventi apparentemente inspiegabili quali la vicinanza del partito erede del PCI al mondo della finanza nazionale ed internazionale, il fatto che esponenti di spicco del PD – quali Prodi ed Enrico Letta –  partecipino a gruppi elitari come il Gruppo Bilderberg e collaborino con banche speculative internazionali quali Goldman Sachs, mentre sembra abbiano completamente abbandonato i progetti di riscatto del mondo del lavoro rispetto a quello del capitale, accettando come un bene supremo ed intangibile la prevalente separazione tra capitale e lavoro, tra lavoratori e proprietari

 

Come non pensare a quanto sta avvenendo oggi, al grido disperato dei ristoratori e delle partite IVA, dei piccoli commercianti, dei liberi professionisti ed in generale dei lavoratori autonomi, che si sentono abbandonati dai partiti nelle mani di un mercato gestito dai pochi monopolisti delle grandi multinazionali, che risultano sempre e comunque tutelati e supportati dall’apparato legislativo statale.

 

Si vuol far credere che l’estinzione della piccola proprietà sia il prodotto di una sorta di selezione naturale basata sulle ferree leggi naturali del mercato mentre in realtà si tratta del fatto che un’intera classe politica, cedendo alle pressioni dei signori del denaro, ha di fatto abbandonato ogni seria ed autentica progettualità, per ripetere pappagallescamente i mantra loro imposti dalle varie centrali di potere saldamente nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Così, parità di genere, svolta digitale e rivoluzione verde sono assurti a priorità incontestabili, prendendo il posto di principi basilari quali giustizia ed equità.

 

Quegli esponenti di partito che sporadicamente si battono per tutelare i residui interessi dei piccoli proprietari ingaggiano in realtà una battaglia già persa in partenza, all’insegna per lo più della conquista del consenso elettorale a breve termine ma priva di una chiara visione politica d’insieme in grado di condurre un’opposizione serrata, coerente e ferma all’avanzata dello Stato Servile.

 

Così i partiti scendono in piazza insieme ai ristoratori ma poi non fanno nulla per ridare dignità politica ai ristoratori stessi, organizzandoli in gilde o corporazioni e consentendogli di recuperare la capacità e la libertà di gestire e regolare al massimo grado, attraverso un’ampia partecipazione dal basso basata anche sulle competenze, il loro ambito socio-lavorativo.

 

Politicanti di vario colore si schierano accanto ai piccoli agricoltori della piana di Vittoria ma poi rimangono indifferenti di fronte alla legislazione nazionale ed europea che favorisce la grande distribuzione e le grandi multinazionali alimentari contro gli interessi delle aziende a conduzione famigliare. Mentre si cerca di tutelare il posto dei lavoratori delle grandi industrie, non si fa nulla per salvaguardarli strutturalmente dall’arbitrio del capitale speculativo, favorendone il passaggio da lavoratori a lavoratori-proprietari, ma si osanna inesorabilmente come salvatore della patria il grande capitale, estero o italiano che sia, in una sterile coazione a ripetere che non ha alcuna realistica via d’uscita. Gli esempi di questo tipo potrebbero essere infiniti.

 

Nel suo libro Belloc descrive già allora le figure del piccolo agricoltore, dell’artigiano, del piccolo imprenditore e del piccolo negoziante come vere e proprie specie in via d’estinzione, da tutelare e difendere in nome della libertà economica e della prosperità generale, contro le tendenze monopoliste del grande capitale e del grande Stato

Come non pensare all’attualità del concetto di capitalismo assistenziale, che per Belloc costituisce una delle forme più evolute, perfide e sotterranee di Stato Servile, quando si assiste un po’ da tutti i podi dei vari partiti al richiamo insistente e ripetuto alla necessità dell’intervento massiccio statale in tutte le sfere della vita sociale, famiglia inclusa.

 

Quello che Belloc contesta non è certo l’attuazione del principio di solidarietà ma la tendenza a trasformare ogni attore sociale, in un modo o nell’altro, in un dipendente statale, dove la parola «dipendente» dice già tutto sulla perdita di quello che per Belloc stesso rimane uno dei massimi valori: la libertà, una libertà intesa non gnosticamente come liberazione da tutti i vincoli ma come pieno compimento della propria verità di uomini e donne.

 

Al capitalismo assistenziale, che lascia inalterato lo squilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e poi concede un’elemosina di sopravvivenza alla maggior parte della popolazione, Belloc oppone così la solidarietà concreta delle gilde o corporazioni di arti e mestieri, vicine ai territori e gestite dalla gente, in grado di venire incontro capillarmente ai bisogni reali dei singoli individui.

 

Belloc dipinge poi nel suo libro una serie di pennellate che ci avvicinano alla concretezza della vita socio-lavorativo, pennellate che richiamano ad una prospettiva basata su pochi ed elementari principi, i principi distributisti di equità e giustizia sociale.

 

Tali principi non rimangono sterili rimandi ad un mondo astratto di valori – secondo una certa logica che purtroppo ha permeato numerosi ambienti cattolici – ma si incarnano concretamente intorno a pochi paradigmi in grado di orientare fattivamente l’azione, quali appunto l’unità tra capitale e lavoro e la massima possibile diffusione della proprietà produttiva, la restituzione di poteri politici reali ai lavoratori attraverso le gilde o corporazioni di arti e mestieri, l’abolizione del denaro-debito bancario e l’introduzione di una moneta libera da debito ed interesse.

 

Si vuol far credere che l’estinzione della piccola proprietà sia il prodotto di una sorta di selezione naturale basata sulle ferree leggi naturali del mercato mentre in realtà si tratta del fatto che un’intera classe politica, cedendo alle pressioni dei signori del denaro, ha di fatto abbandonato ogni seria ed autentica progettualità, per ripetere pappagallescamente i mantra loro imposti dalle varie centrali di potere saldamente nelle mani dell’oligarchia finanziaria

La proposta di Belloc in fondo è semplicemente quella di prendere sul serio la realtà che ci circonda e cogliere in profondità l’ordine intrinseco e finalistico che da essa traspare, riscoprendo così, grazie alla retta ragione, che il mondo in cui viviamo può tornare ad essere un kosmos, un tutto ordinato intorno a sani principi, piuttosto che quella giungla della selezione naturale così ben descritta da Darwin.

 

Quest’ultimo infatti, nella metà del XIX secolo, uscito dagli ambienti visceralmente anticattolici della Royal Society londinese, traspose più o meno consapevolmente in chiave naturalistica quella filosofia della legge del più forte che si era già imposta da secoli sul piano socio-economico e politico con il capitalismo e che mancava ancora di ogni forma di riconosciuta autorevolezza.

 

Non è un caso quindi che il fondatore del distributismo e grande amico di Belloc, G.K.Chesterton, fu definito, in alternativa a questa deviazione della ragione, il profeta del senso comune.

 

Il Distributismo. La Via di Uscita dallo Stato Servile rappresenta quindi un antidoto quanto mai necessario ai mali del mondo moderno, in grado di risvegliare le coscienze sopite dei nostri contemporanei a quei valori di sempre che da molto tempo sembrano eclissati ma che non aspettano altro che di essere riscoperti per riplasmare ancora la vita delle nostre comunità.

 

 

Mattteo Mazzariol

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

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Economia

Inflazione, guerra dei numeri: la Turchia vieta l’accesso all’ufficio di statistica

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews.

 

 

La sicurezza vieta l’ingresso nella sede del Tuik a Kemal Kilicdaroglu, fra i principali leader dell’opposizione. I critici accusano l’istituto di scarsa trasparenza e credibilità. A Istanbul l’aumento dei prezzi su base annua è del 50%, l’inflazione colpisce soprattutto beni di prima necessità e carburante. 

 

 

 

I dati forniti dal governo turco sull’inflazione – che assieme al crollo della lira hanno innescato proteste di piazza – sono diventati elemento di tensione, con le opposizioni sugli scudi a lamentare scarsa trasparenza nei numeri ufficiali che definiscono «poco credibili».

 

Ad alimentare lo scontro, la decisione delle autorità di impedire l’accesso nella sede dell’Ufficio nazionale di statistica (TUIK) al parlamentare Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito repubblicano (CHP) e fra i più autorevoli esponenti dell’opposizione.

 

La vicenda si è verificata il 3 dicembre scorso, ma in queste ultime ore ha innescato nuove proteste con il fronte anti-governativo che attacca la leadership di Ankara, accusandola di manipolazione e scarsa credibilità.

 

Ad alimentare lo scontro, la decisione delle autorità di impedire l’accesso nella sede dell’Ufficio nazionale di statistica (TUIK) al parlamentare Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito repubblicano (CHP) e fra i più autorevoli esponenti dell’opposizione

Secondo alcuni testimoni, le guardie di sicurezza da dietro le sbarre dell’edificio hanno invitato l’esponente dell’opposizione ad allontanarsi, aggiungendo che il divieto di accesso era stato emanato dal capo dell’istituto il quale risponde al presidente Recep Tayyip Erdogan.

 

Il crollo drammatico della lira turca (meno 45% rispetto al dollaro) ha determinato una rapida impennata dei prezzi e alimentato i sospetti di manipolazioni dei numeri da parte del TUIK, per coprire i dati reali. Erdogan ostenta sicurezza nonostante i numeri e difende una politica economica tutt’altro che ortodossa, che vuole mantenere bassi i tassi di interesse per stimolare crescita ed esportazioni grazie a una valuta competitiva.

 

Per gli economisti il controllo dell’inflazione viene attuato mediante aumento dei tassi di interesse, una politica che il presidente turco considera «un male che rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri».

 

Nel frattempo, un gruppo di economisti indipendenti, uniti nell’Inflation Research Group (denunciati in sede penale nei mesi scorsi proprio dal Tuik per le critiche espresse), ha elencato dati che smentiscono – di molto – quelli ufficiali.

 

Una questione controversa e non di poco conto, perché sul dato relativo all’inflazione si giocano gli aumenti salariali, le pensioni, oltre agli affitti e alle tasse.

 

L’aumento dell’inflazione ha eroso il potere di acquisto di una larga parte dei lavoratori: circa 20,5 milioni di persone vivono grazie a uno stipendio fisso, mentre altri 10 milioni fra i quali vedove, anziani e orfani si affidano alle pensioni o ai sussidi forniti dallo Stato

L’aumento dell’inflazione ha eroso il potere di acquisto di una larga parte dei lavoratori: circa 20,5 milioni di persone vivono grazie a uno stipendio fisso, mentre altri 10 milioni fra i quali vedove, anziani e orfani si affidano alle pensioni o ai sussidi forniti dallo Stato.

 

Commentando il divieto di ingresso alla sede dell’ufficio di statistica, Kilicdaroglu ha definito del tutto «inaffidabili» i dati forniti e denunciato l’istituto per un episodio «senza precedenti nella storia repubblicana».

 

Immediata, e furiosa, la replica del governo per bocca del ministro degli Interni Suleyman Soylu che accusa il leader dell’opposizione di «emulare» terroristi e teppisti con la mancata «irruzione» nella sede del TUIK, difeso dallo stesso Erdogan secondo cui i vertici dell’istituto devono rendere conto solo «al presidente e ai ministri competenti».

 

Intanto non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi, come emerge dai numeri forniti in queste ore e relativi a Istanbul, capitale economica e commerciale del Paese: il costo della vita è cresciuto del 50,18% su base annua, con il solo dato relativo agli affitti che fa registrare un più 71,43%.

 

I dati IPA (İstanbul Planning Agency) si basano su un paniere di 321 prodotti analizzati in 3mila diversi punti della metropoli: l’olio di semi di girasole registra una crescita del 137,59%, la farina di grano +109,14%, il carburante +102,72%, lo zucchero 90,71% e le uova del 40,21%.

 

Il settore che ha fatto registrare la maggiore tendenza al rialzo è quello dello «svago e cultura» con il 21,11%; per Veysel Ulusoy, membro esecutivo dell’Inflation Research Group (ENAG), l’inflazione «sta raggiungendo dei livelli incontrollabili».

 

 

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Economia

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

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Facciamola breve: il Trattato del Quirinale, la poco spiegabile creazione di un direttorato franco-italiano per l’Europa, ci tenevano a non farvelo vedere.

 

Con la nobile eccezzione de La Verità, nelle settimane precedenti nessun giornale ve ne ha parlato. Hanno preferito farlo solo a fatto compiuto – anzi, usiamo l’espressione napoleonica, fait accompli.

 

Il Trattato non è passato per il Parlamento. Punto. A questo punto potremmo anche chiudere l’articolo, il lettore magari ha già capito molto. Ma vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare.

 

Vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare

Non solo è stata versata una lacrima d’inchiostro per raccontare come stesse avvenendo la firma epocale tra le due «potenze» latine – alcune storie che paiono aleggiare attorno a questo storico Trattato non sono neanche ora chiare. Anzi, non è chiaro nulla: l’unica cosa limpida è la presenza, da Gentiloni in giù, di sciami di papaveri piddini muniti di Légion d’Honneur. Non sono pochi, i politici nostrani finiti in qualche modo fra le braccia dei francesi.

 

Ricordate Letta depresso quando, con un colpo di palazzo non ancora spiegato, Renzi gli soffiò il posto di primo ministro. Se lo accollarono i francesi, gli diedero un ruolo prestigioso all’Institut d’Etudes politiques de Paris, lui si riebbe, lo fotografarono che faceva balletti coreografati, è tornato in patria magrissimo e intriso di idealismo zelotesco (transessuali, ius soli, etc.).

 

Poi vi è il caso di Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi e Gentiloni, poi consulente agli Affari Europei ma nel governo francese (!), infine eurodeputato eletto in una lista sostenuta da Macron. La Meloni arrivò a parlare di tradimento e di revoca di cittadinanza. Il problema è però più vasto di così.

 

Ricordiamo bene il Trattato di Caen, anche quello non esattamente trasparentissimo, con il quale il governo Gentiloni sembrava cedere acque territoriali italiane alla Francia. Ricordiamo anche la missione italiana in Mali, un pantano tutto francese, sul quale – pure lì – c’è una bella spirale del silenzio.

 

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti.

 

Il balletto a cui stiamo assistendo in questo momento è senza precedenti. Tutto si muove, nella finanza e nell’industria, in chiave di questo momento francese. Un mega-fondo americano, dove lavora l’ex numero 1 della CIA generale David H. Petraeus, vuole rilevare tutta TIM, mettendo fuori gioco per sempre i francesi presenti in CDA, cioè Bolloré.

 

La cosa potrebbe far parte di una manovra più grande: Bolloré è il primo sostenitore del candidato presidenziale, non si sa ancora quanto serio o quanto pagliaccio, della destra-destra più a destra della Le Pen, Eric Zemmour (che in un’intervista ha inneggiato ad una nuova conquista francese del Nord Italia), di cui il network di Bolloré Cnews non fa che parlare tutto il giorno. Al contempo, Vivendi-Bolloré, che ha litigato con la famiglia di Berlusconi in Mediaset – è socio anche lì – ora pare andare d”accordissimo con Silvio.

 

E poi ancora: ci sono pezzi di Fimeccanica-Leonardo che vanno ai francesi, in modo apparentemente indolore per gli italiani. Ballano lo storico produttore di cannoni Oto Melara e il produttore di siluri Wass. Qualcuno parla di una complicata partita di equilibri per il nuovo caccia europeo.

 

C’è la questione, quella sì in teoria ancora dolorosa, dell’acquisto da parte di Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique per fare sommergibili; l’affare è sfumato catastroficamente (per gli italiani) anni fa, con lo Stato francese a mettersi di mezzo. La consulenza era dei Rothschild, gli antichi datori di lavoro del presidente Macron. Advisor dei Rothschild, fedelissimi del giovane presidente con moglie anziana, sono in circolazione anche in queste ore.

 

Tutto è piuttosto insensato, ma non gliene frega niente a nessuno. Il COPASIR, l’organo di controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – cioè il massimo ente di Intelligence della Nazione, è stato sentito a posteriori. Fait accompli.

 

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente

L’Eliseo ad una certa si era pure incazzato con quei pochissimi giornali (La Verità, pochissimi altri) che avevano osato pubblicare qualche indiscrezione e magari pure qualche domanda sul Trattato nelle settimane precedenti. Niente, ci hanno tenuto a rassicurarci: faremo come con Stellantis… Cioè, l’inghiottimento francese definitivo di FIAT da parte dei francesi. Ci prendono in giro? Non lo sappiamo: guardiamo Macron, sua moglie, il bodyguard, e non sappiamo se intorno ci siano persone con senso dell’umorismo.

 

Ma tutto questo, perché?

 

L’idea, sussurrata a denti stretti, è che si imporrebbe così una nuova centralità latina in Europa. La Germania, il vero nucleo di potere europeo, dovrebbe quindi essere messa fuori gioco: il Trattato del Quirinale sostituisce il Trattato dell’Eliseo, il patto tra Berlino e Parigi che ha dominato l’Europa sino ad oggi. (Fateci caso: anche lì, la stipula avviene nel palazzo presidenziale della parte più debole).

 

Perché fare fuori la Germania? Perché, uno pensa, forse il nuovo cancelliere, Olaf Scholz detto Scholzomat, non ha il peso politico e geopolitico della Merkel, o forse non ha – ancora – i fili giusti, i contatti, la fiducia di qualcuno, forse, ma ammettiamo di non sapere chi possa essere.

 

I sudditi del Dragone sono in solluchero: ora che sparisce l’Angelona, a comandare in Europa sarà, per tramite del Trattato del Quirinale, il prestigioso Mario ex BCE, il quale magari poi al Quirinale ci trasloca proprio.

 

Ma sarà proprio così?

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente. Un’altra presa per il culo? Il parait. Sembra.

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi. Sono quegli stessi francesi i cui poliziotti, ogni tanto, sconfinano in Italia – inaudito e un po’ grave, molto eloquente in fatto di rispetto – per riportare nel nostro territorio africani che non vogliono o per fare irruzioni vere e proprie su suolo italiano.

 

Cosa vi aspettavate? Simmetria e rispetto da parte di un Paese che è potenza nucleare?

 

Di fare affari con qualcuno che ha una parola dispregiativa per voi – Rital – mentre noi per i francesi non ne abbiamo? («Mangiarane» non è un peggiorativo serio)

 

Pensavate di essere riamati da coloro che, secondo una diffusa battuta europea, sono «italiani di cattivo umore»?

 

Quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

Ma quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

 

Non sappiamo. Guardiamo la foto della sera dell’elezione di Macron all’Eliseo, davanti alla piramide del Louvre, le braccia alzate come a produrre un grande compasso. La squadra ora si allarga a tanti elementi italiani.

 

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

 

Mah. Boh. Je ne sais pas.

 

 

 

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Civiltà

Giorgetti parla di Blackout

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Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha apertamente parlato di possibili interruzioni della corrente elettrica nei prossimi tempi.

 

«Anche nei prossimi giorni lo sforzo che dobbiamo fare è come cercare di sterilizzare nel modo più equo possibile questo tipo di impatto sulle nostre famiglie, al netto dellʼesigenza che a livello europeo si definisca un piano per evitare cose anche peggiori, e cioè la possibilità di andare in black-out, cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico».

 

Il ministro lo ha dichiarato nel corso dell’assemblea di Confartigianato, dove ha parlato apertamente «dei settori che scompariranno letteralmente dal dato economico, altri che ne beneficeranno». Si tratta della vera «transizione» a cui andiamo incontro, ossia l’olocausto di attività economiche (soprattutto quelle piccole e medie) entrato nella fase di soluzione finale grazie alla pandemia.

 

«La possibilità di andare in black-out… cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico»

Tuttavia vogliamo concentrarci sulla notizia: anche noi abbiamo finalmente l’establishment che parla improvvisamente di possibile sospensione dell’elettricità nel Paese.

 

Il black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per l’Italia.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale.

 

A inizio stagione ha cominciato a girare in Germania (per poi divenire virale in tutta europa)uno spot realizzato dalla Bundesamt für Bevölkerungsschutz und Katastrophenhilfe (BBK – l’ufficio federale della protezione civile e dell’assistenza in caso di catastrofi, una sorta di Protezione Civile tedesca) che preparava i cittadini alla possibilità di un inverno senza riscaldamento.

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale

 

 

A metà ottobre il ministero della Difesa dell’Austria – Paese che ci ha anticipato nel nuovo lockdown  draconiano – ha lanciato la campagna di affissioni in tutta l’Austria («Blackout – Cosa fare quando tutto è a posto?»), dove si iniziava a parlare di interruzioni di corrente su larga scala.

 

Anche in Romania da giorni si respira l’aria di blackout.

 

Il canale TV nazionale Antena 3, un canale di notizie 24 ore che trasmette anche nella vicina Serbia, ha mandato in onda programmi con grafiche che guidavano lo spettatore nel fare scorte (batterie, radio, candele, acqua, cibo in scatoletta) in vista di «pană de curent de o săptămână în Europa»: un «blackout di una settimana in Europa».

 

 

La Cina sta già da mesi sperimentando blackout che stanno mettendo in dubbio la tenuta economica e produttiva del colosso asiatico. L’amministrazione del Partito Comunista Cinese sta già trasmettendo comunicazioni di tenore emergenziale per i cittadini, invitandoli per esempio a fare scorte per l’inverno.

 

Due parole anche sull’autorevole fonte dell’allarme.

 

Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

L’onorevole Giancarlo Giorgetti è da sempre percepito come l’uomo dell’establishment dentro alla Lega. È cugino del banchiere e grand commis di Stato Massimo Ponzellini , a sua volta figlio d’arte (il padre era membro del consiglio della Banca d’Italia e abbiente sostenitore della nascita dell’editore bolognese Il Mulino) e allievo di Romano Prodi, con cui fonda la società Nomisma e con il quale lavora all’IRI dal 1983 al 1990. Ponzellini è stato presidente della grande società di appalti Impregilo nonché, nel 2009, della Banca Popolare di Milano.

 

Nell’estate 2018, durante il governo gialloverde del Conte 1, i giornali parlarono di uno scontro tra Giorgetti e il collega deputato leghista Claudio Borghi, da sempre su posizioni anti-euro assai contrarie allo status quo.  Il tema era quello dei cosiddetti minibot.

 

«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» virgolettò Repubblica. Giorgetti e Borghi smentirono screzi, si disse che i giornalisti non avevano capito il tono.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad inizio autunno alcuni analisti si sono spinti a dire che con Draghi al colle la manovra potrebbe essere quella di portare Giorgetti al ruolo di primo ministro.

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato» scrisse La Stampa lo scorso 30 settembre.

 

Più che dei veleni nel Palazzo, l’onesto cittadino vorrebbe sapere della corrente elettrica a casa sua. Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

 

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

 

Dopo il lockdown, il blackout: il processo verso l’azzeramento di ogni attività umana sembra inarrestabile. Niente lavoro, niente consumi, fors’anche niente sostentamento biologico.

 

La Civiltà pare essere impegnata in una regressione verso la barbarie, o ancora meglio, in una corsa verso l’entropia, verso la morte termica.

 

Questo, il nostro lettore lo sa, altro non è se non il copione della Necrocultura: annientare l’essere umano e le sue attività, la sua prosperità, la sua vita.

 

 

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