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Spirito

Il DDF sollecitato a correggere le «gravi carenze» di Mater Populi Fidelis

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Un’associazione internazionale di rinomati esperti di mariologia ha appena scritto una lettera aperta al Cardinale Victor Manuel Fernandez. In essa, denunciano una rottura con il Magistero tradizionale e chiedono chiarimenti sul controverso testo che limita i titoli della Vergine Maria.

 

Il malcontento continua a crescere negli ambienti fedeli alla tradizione mariana della Chiesa. Il 19 marzo 2026, Solennità di San Giuseppe, la Commissione Teologica dell’Associazione Mariana Internazionale (IMA) ha indirizzato una lettera aperta al Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF).

 

Questa lettera, resa pubblica nella festa dell’Annunciazione, esprime «profonda delusione» per il persistente silenzio del Vaticano di fronte alle diffuse critiche mosse alla nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata nel novembre 2025.

 

Una rottura con la continuità dottrinale

Al centro della controversia vi è la volontà del DDF di bandire o respingere con un tratto di penna sprezzante titoli tradizionali e consolidati come «Corredentrice» o «Mediatrice di tutte le grazie». Per i firmatari, questo documento non si limita a suggerire cautela pastorale; di fatto «minimizza» il ruolo unico della Vergine Maria nella salvezza delle anime.

 

Nel loro dettagliato commentario di 23 pagine, i teologi sottolineano che Mater Populi Fidelis sembra contraddire l’insegnamento coerente dei papi, da Pio XI a Giovanni Paolo II. Essi sottolineano che il titolo di «Corredentrice» è stato ripetutamente utilizzato dal Magistero per enfatizzare la subordinazione totale, ma attiva, di Maria al sacrificio di Cristo.

 

Rifiutando questi termini con il pretesto che siano «superflui» o richiedano troppe spiegazioni, il Dicastero sembra, secondo i critici, adottare un approccio «più vicino al protestantesimo che alla ricchezza del dogma cattolico».

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L’appello a un «autentico dialogo sinodale»

La lettera dell’IMA mette in luce un paradosso lampante: mentre l’attuale pontificato invoca la «sinodalità» e l’ascolto del «Popolo di Dio», le petizioni di milioni di fedeli e la competenza di eminenti mariologi sono state semplicemente ignorate durante la stesura del testo.

 

«Abbiamo agito in uno spirito di rispettoso dialogo sinodale, con l’obiettivo della migliore formazione teologica possibile per il bene della Chiesa», scrivono gli autori, rifacendosi all’istruzione Donum Veritatis, che definisce la responsabilità dei teologi.

 

Avvertono che l’ambiguità della nota dottrinale rischia di «minare ogni merito umano e ogni cooperazione nell’opera di redenzione», cancellando la specificità della missione materna di Maria.

 

Un’eredità dottrinale in pericolo?

Per molti osservatori, l’iniziativa dell’IMA ha il merito di evidenziare una rottura nella continuità dell’insegnamento attuale e di sollecitare una correzione: in passato, come ricorda la lettera, alcune note del Sant’Uffizio sono già state corrette dal Magistero.

 

La questione va oltre la mera semantica. Per i fedeli legati alla pietà mariana tradizionale, si tratta di difendere la verità su colei che è la «Nuova Eva». Mentre la Santa Sede rimane in silenzio in questo momento, si sta organizzando una resistenza teologica, che ricorda come la devozione mariana non sia un accessorio facoltativo, ma un baluardo contro l’indebolimento della fede.

 

Immagine: Annunciazione, vetrata originariamente collocata nella Cattedrale di Santa Vibiana, ora si trova nel Mausoleo della Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli a Los Angeles.

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Slics of Light via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Economia

Lo IOR registra i migliori risultati degli ultimi dieci anni

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L’Istituto per le Opere di Religione (IOR), comunemente noto come «Banca Vaticana», ha pubblicato il suo bilancio annuale per l’esercizio 2025 l’11 maggio 2026, rivelando risultati finanziari senza precedenti nell’ultimo decennio. Con un utile netto di 51 milioni di euro, in aumento del 55% rispetto ai 32 milioni di euro registrati l’anno precedente, l’istituto finanziario della Santa Sede è tornato a livelli che non si vedevano dal 2015.   In quanto istituzione appartenente alla Santa Sede , lo IOR ha versato al papa un dividendo annuo di 24,3 milioni di euro, con un incremento di oltre il 76% rispetto all’anno precedente, destinando inoltre ulteriori 600.000 euro a donazioni caritatevoli dirette. Unico istituto finanziario vaticano soggetto a vigilanza esterna e a regolamentazione finanziaria internazionale , lo IOR gestisce quasi 6 miliardi di euro di attività per conto dei suoi circa 12.000 clienti e i suoi bilanci sono sottoposti a revisione da parte di Deloitte & Touche.   Al di là dell’ingente volume degli utili, fonti vicine alla banca sottolineano la qualità di tali entrate. «Nei decenni passati, l’Istituto ha dovuto ricorrere a metodi più aggressivi per generare reddito», confida un funzionario che ha parlato a condizione di anonimato. «Oggi, dopo anni di riforme, i flussi di entrate sono più affidabili e meno volatili, il che ci consente non solo di aumentare i dividendi, ma soprattutto di rafforzare le riserve».

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La pubblicazione di questi ottimi risultati giunge al momento giusto per coronare oltre un decennio di lavoro svolto da Jean-Baptiste de Franssu, presidente del Consiglio della Soprintendenza dal 2014, il cui mandato – prorogato su richiesta di papa Francesco – si è concluso il mese scorso.   Sotto la sua guida, lo IOR è diventato redditizio e trasparente, recuperando in particolare oltre 17 milioni di euro sottratti illecitamente prima del 2014 e resistendo alle pressioni della Segreteria di Stato nel contesto dello scandalo immobiliare londinese, la cui segnalazione alla procura ha innescato il processo che ha portato alla condanna del cardinale Angelo Becciu e di altri otto imputati.   Jean-Baptiste de Franssu può quindi consegnare con serenità le chiavi dei caveau vaticani a François Pauly, cittadino lussemburghese, ex presidente della Banca Internazionale di Lussemburgo e membro del consiglio dello IOR dal 2024.   Eletto lo scorso dicembre e approvato dalla Commissione dei Cardinali a gennaio, assume la guida di un’istituzione riformata, in un contesto in cui Papa Leone XIV ha anche autorizzato i dicasteri vaticani a scegliere liberamente i propri gestori di investimenti.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Joy Ito via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Spirito

Monsignor Viganò: noi, «pellegrini in terra straniera e nemica, in cammino verso la Patria celeste»

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Renovatio 21 pubblica questa omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

 

«Sic veniet»

Omelia nell’Ascensione del Signore

 

 

Tu, Christe, nostra redemptio,

Tu nostra gloria, tu salus,

Tu nostra spes, tu nostra vita,

Tu nostra pax, tu nostra virtus.

Tu, o Cristo, sei la nostra redenzione,

Tu sei la nostra gloria, la nostra salvezza,

Tu la nostra speranza, la nostra vita,

Tu la nostra pace, tu la nostra forza.

Hymn. Æterne Rex altissime ad Mat.

 

Quaranta giorni dopo la gloriosa Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, la Santa Madre Chiesa contempla il Mistero dell’Ascensione del Verbo Incarnato che, dopo aver preso la nostra umanità mortale per redimerla, sale al cielo con la medesima carne glorificata, aprendo a noi le porte del Paradiso.

 

I grandi misteri della Rivelazione cristiana si compiono sempre con una solennità rituale, quasi che il Cielo stesso esiga un ingresso regale, un passaggio maestoso che segni il compimento dell’opera divina nella storia della Redenzione. Così è stato nell’Incarnazione, quando il Figlio di Dio entrò nel seno purissimo della Vergine Maria; così nella Nascita del Salvatore: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te (Ps 2, 7); così nell’Epifania quando il Salvatore riceve l’omaggio regale dei Magi provenienti dall’Oriente: Ecce advenit dominator Dominus: et regnum in manu ejus, et potestas, et imperium; così nella Passione, quando Cristo Re e Messia fece il suo ingresso solenne in Gerusalemme, acclamato dalle turbe con rami di palma e osanna; così nella Resurrezione: Resurrexi, et adhuc tecum sum. Così oggi nell’Ascensione, e infine nella venuta gloriosa del Giudice universale alla fine dei tempi, quando Egli tornerà per giudicare i vivi e i morti: cujus regni non erit finis.

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L’Ascensione eleva il nostro sguardo dalle cose terrene alle eterne, al seguito del Re che varca le porte della Gerusalemme celeste: Levate, o porte, i vostri fronti, e sollevatevi, o porte eterne: ed entrerà il Re della gloria. Chi è questo Re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia… Il Signore degli eserciti, Egli è il Re della gloria (Sal 23, 7-10). Gli angeli stessi, stupiti dinanzi all’Uomo-Dio che ascende con la nostra carne redenta, si interrogano in quel dialogo celeste. Le porte del cielo, chiuse dal peccato di Adamo, si spalancano dinanzi a Colui che le ha vinte con la Croce e la Risurrezione: ut unde mors oriebatur, inde vita resurgeret, perché da dove veniva la morte, da lì rinascesse la vita.

 

È il Re della gloria che fa il Suo ingresso in Cielo, portando con Sé le primizie della nostra umanità santificata. Commenta dom Guéranger: Le angeliche gerarchie si preparano a ricevere il Capo già promesso, mentre i loro principi sono vigili alle porte, pronti ad aprirle, quando risuonerà il segnale del divino trionfatore. Le sante anime, liberate dal limbo già da quaranta giorni, attendono il felice momento in cui la via del cielo, chiusa per il peccato, si aprirà improvvisamente ed essi potranno percorrerla al seguito del loro Redentore.

 

Sant’Agostino nei suoi sermoni per l’Ascensione ci esorta a salire con Cristo: Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. (1) Gli fa eco San Leone Magno, che nel suo sermone proclama: L’Ascensione del Signore è la nostra stessa elevazione, e dove è preceduta la gloria del Capo, ivi è chiamata la speranza del corpo (2). San Gregorio Magno nella sua omelia sui Vangeli ci ammonisce: Dobbiamo con tutto il cuore seguire Gesù là dove sappiamo per fede che è salito con il suo corpo. Fuggiamo i desideri della terra. […] Anche se siete sballottati nel risucchio delle occupazioni, gettate fin da oggi nella patria eterna l’àncora della speranza. (3)

 

Fratelli dilettissimi, con l’Ascensione il Signore ci lascia una promessa, per bocca degli Angeli: Viri Galilæi, quid admiramini aspicientes in cælum? Hic Jesus, qui assumptus est a vobis in cælum, sic veniet quemadmodum vidistis eum euntem in cælum. Come lo avete visto salire, così tornerà: non più nell’umiltà della carne passibile, ma nella maestà del Giudice che discenderà cum gloria sulle nubi del cielo, per radunare gli eletti e condurli alla visione beatifica.

 

Noi ci troviamo in una situazione simile a quella delle anime sante del Limbo, liberate da Nostro Signore prima della Resurrezione ma che dovettero attendere la Sua Ascensione per entrare nella Gerusalemme celeste. Anche noi, come loro, sappiamo che Cristo è veramente risorto, e che il Suo ritorno al Padre e l’invio dello Spirito Santo sono la premessa per il trionfo finale. Anche noi viviamo in un mondo di mezzo, pellegrini in terra straniera e nemica, in cammino verso la Patria celeste che ci attende. Anche noi aneliamo di vedere il volto benedetto del Salvatore che ci dice: Intra in gaudium Domini tui (Mt 25, 23). Anche noi sappiamo dalla Sacra Scrittura di trovarci in tempi escatologici: Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina (Lc 21, 28).

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Attenzione, però: le parole degli Angeli possono suonare non solo come una consolazione per i giusti, ma anche come un terribile ammonimento per i malvagi: Sic veniet, come Lo avete visto ascendere, così scenderà, a riprendere, in virga ferrea, la Signoria sulla Chiesa oggi occupata da una Gerarchia apostata e ribelle. E sicut in cælo il Capo oggi trionfante nella Sua maestà si riverbera nella gloria dei Santi, così et in terra la Chiesa Militante si prepara, come le vergini prudenti, al ritorno dello Sposo, con l’olio nelle lampade e rivestita la veste nuziale, certa di raggiungere l’Agnello per il banchetto delle nozze.

 

Mentre celebriamo questo Mistero, chiediamo a Colui che ci ha preceduti nella gloria eterna del Padre di far abitare sin d’ora il nostro cuore in cœlestibus, come implora la Colletta: Concede, quæsumus, omnipotens Deus: ut, qui hodierna die Unigenitum tuum Redemptorem nostrum ad cælos ascendisse credimus; ipsi quoque mente in cælestibus habitemus. Concedi, o Dio onnipotente, te ne preghiamo, che mentre crediamo che il tuo Unigenito, nostro Redentore, è oggi asceso al cielo, possiamo già abitarvi con il pensiero.

 

Ci aiuti in questo Maria Santissima, Assunta in anima e corpo, Lei che è Janua cæli Paradisi porta.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

arcivescovo

 

Viterbo, 14 maggio MMXXVI

In Ascensione Domini

 

NOTE

1) Sant’Agostino d’Ippona, Sermo 263 de Ascensione Domini (PL 38, 1245): Hodie enim, sicut audistis, fratres, Dominus noster Jesus Christus ascendit in caelum: ascendat cum illo et cor nostrum.

2) San Leone Magno, Sermo 73 de Ascensione Domini (CCSL 138A, 453): Quia igitur Christi ascensio nostra provectio est, et quo præcessit gloria capitis, eo spes vocatur et corporis.

3) San Gregorio Magno, Homiliæ in Evangelia, Liber II, Homilia 29 (PL 76, 1218-1219): Sequamur ergo toto corde Jesum, quo scimus fide ascendisse corpore. Terrena desideria fugiamus […] Etiamsi in fluctibus occupationum circumferimur, jam nunc in patriam spem anchoram figamus.

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Immagine: Benvenuto Tisi detto il Garofalo (1476-1559), Ascensione (1525 circa), Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Galleria di Palazzo Barberini, Roma.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

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Spirito

«L’Europa è cristianesimo»: il card. Müller afferma che l’Occidente deve tornare alla fede per sconfiggere l’Islam e il globalismo

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Il cardinale Gerhard Müller ha avvertito che l’Occidente è minacciato dalla migrazione islamica e dalle élite globaliste «orwelliane» e non sopravvivrà senza un ritorno al cristianesimo. Lo riporta LifeSite.   In un saggio pubblicato da kath.net, il cardinale tedesco ha descritto in dettaglio i problemi politici e religiosi che l’Occidente si trova ad affrontare, rintracciandone le radici filosofiche nell’Illuminismo anticristiano.   Egli affermò che il mondo occidentale non può sopravvivere senza la fede cristiana perché «l’Occidente non è altro che la comunità culturale delle tribù e nazioni germaniche e slave, emerse dall’eredità dell’Impero romano d’Occidente e unite nella fede in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore universale dell’umanità».   «Pertanto, l’Europa è il Cristianesimo nella sua sintesi con la metafisica greca e la volontà romana di ordine secondo il principio di giustizia, ovvero la volontà di dare a ciascuno il suo: suum cuique (ulpiano) o, per dirla in termini teologici, l’inviolabile dignità di ogni essere umano in quanto immagine e somiglianza di Dio».

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«Al di fuori di questa definizione, l’Europa perde la sua anima fondativa e diventa un corpo senza vita che, come un territorio senza proprietario, cade nelle mani del vicino più vicino e più forte», ha sostenuto.   Citando il defunto Papa Francesco, Müller ha affermato che «siamo già nel mezzo di una Terza Guerra Mondiale, a pezzi».   «Se consideriamo il contesto globale, vediamo guerre civili, il crollo dello stato di diritto in molti Stati, lo stato di sorveglianza orwelliano immaginato da Bruxelles (il Digital Services Act, la cancellazione burocratica delle identità nazionali), la migrazione di milioni di persone che non possono più essere integrate in Europa ma che invece creano società islamiche concorrenti, fame e povertà che colpiscono metà dell’umanità, terrorismo globale perpetrato da bande criminali e stati canaglia insieme alla criminalità organizzata, condizioni politiche instabili nelle democrazie tradizionali che cadono nelle mani delle élite globaliste con il loro progetto di un mondo unico interamente sotto il loro controllo – un mondo nuovo alla Aldous Huxley (1922)».   «Rimane in vita solo la presunzione di superiorità occidentale», scrive il cardinale Müller. «Dovremmo forse imporre il nostro secolarismo e materialismo – come ai tempi del colonialismo – come panacea al presunto arretrato Oriente e Sud, con il motto: aiuti allo sviluppo solo a condizione che vengano legalizzati i matrimoni tra persone dello stesso sesso e l’uccisione dei bambini nel grembo materno, l’eutanasia e il suicidio assistito – e tutto questo per ridurre drasticamente la popolazione a causa della protezione del clima e della scarsità di risorse materiali?»   Commentando i conflitti globali, Müller ha affermato che molti «vedono solo la lotta superficiale per le risorse e il potere».   «Ciò che conta davvero, però, è la lotta per l’anima umana», ha affermato il porporato germanico. «Solo quando riscopriremo nei nostri cuori e nelle nostre coscienze che veniamo tutti da un unico Padre celeste – e che siamo quindi fratelli e sorelle gli uni degli altri – potremo realizzare una convivenza prospera».   Ripercorrendo le radici dei problemi politici odierni e della perdita di fede in Dio, Müller ha commentato la filosofia dell’Illuminismo, che promuoveva il relativismo.   «Nella visione del mondo del secolarismo post-cristiano in Europa e Nord America, esiste l’utopia di un “umanesimo senza Dio” (Henri de Lubac). Tutte le questioni che le religioni non sono riuscite a risolvere verrebbero ora risolte dalla scienza e dalla tecnologia, nello spirito della ragione e dell’Illuminismo. E così emergerebbe un mondo senza violenza e sofferenza: un paradiso di tolleranza», ha affermato.

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«Le figure chiave dell’Illuminismo consideravano la “religione” – e con questo intendevano ovviamente il cristianesimo – con la sua inequivocabile pretesa di verità, come la fonte del fanatismo e della superstizione», ha continuato Müller. «Nella migliore delle ipotesi, un cristianesimo limitato alla morale e alla cultura, privo di una pretesa dogmatica di verità, poteva resistere alla ragione illuminista e alla scienza moderna».   «Questo quadro interpretativo si ritrova ancora oggi nella valutazione del terrorismo da parte dei cosiddetti islamisti. Questa religione deve, attraverso il potere della ragione illuminata, liberarsi dal potenziale di violenza insito nella natura di ogni religione rivelata e nella fede nell’unico Dio della verità. Solo un relativismo coerente riguardo alla questione della verità può domare e tenere sotto controllo la latente propensione alla violenza insita nel monoteismo presente nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam».   «Il prezzo del relativismo, tuttavia, è molto alto», ha sottolineato monsignor Müller. «Ciò conduce inevitabilmente a una dittatura del pensiero. Se tutti gli esseri umani non fossero più uniti nella ricerca della verità e nell’amore per essa, l’ideologia di una visione totalitaria del mondo e l’ordine sociale del “Nuovo Uomo” dovrebbero prendere il posto lasciato libero dalla coscienza della verità».   «Ma come può la ragione finita di Hegel e Marx, mortali – per non parlare dei minori “salvatori del mondo”, dallo gnosticismo al New Age – giungere a verità assolute alle quali costringono i loro simili mortali a sottomettersi attraverso il lavaggio del cervello e la violenza?», si chiede il cardinale Mullero, concludendo che «la mente umana, per sua natura finita, non riuscirà mai a unire verità e libertà senza ricorrere alla violenza».

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