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Mons. Strickland contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso

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Monsignor  Joseph Strickland, ex vescovo di Tyler, in Texas, rimosso da papa Francesco dopo essersi rifiutato di limitare la Messa tradizionale, ha avvertito che una nuova nota del Vaticano sul dialogo interreligioso, approvata da papa Leone XIV, «può generare grave confusione». Lo riporta LifeSite.

 

Il 16 settembre, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato «Un cammino di speranza», in occasione del 60° anniversario della Nostra Aetate.

 

«La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento», si legge nel testo vaticano, che poi citava direttamente papa Francesco: «credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire».

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Sottolineando il linguaggio ambiguo del documento, Strickland ha affermato:

 

«I fedeli possono ragionevolmente chiedersi se il dialogo sia stato posto al di sopra dell’evangelizzazione; se gli aderenti a religioni non cristiane debbano essere considerati come già in cammino su autentici percorsi verso Dio; se la Chiesa debba ancora cercare la loro conversione; e se il mandato missionario affidato da Cristo alla Sua Chiesa rimanga vincolante nella sua pienezza».

 

«In qualità di vescovo, incaricato davanti a Dio di custodire il deposito della fede e di confermare i fedeli nella verità», Strickland offre delle correzioni, notando che la salvezza non viene prodotta in modo indipendente dalle diverse religioni, che il fatto che il mondo sia diventato un «villaggio globale» interconnesso non rende obsoleto il mandato missionario, la salvezza non viene prodotta indipendentemente dalle diverse religioni, che non possiamo affermare che i sistemi religiosi che negano Cristo siano percorsi paralleli di verità rivelata.

 

Strickland ha respinto l’idea contenuta nel documento vaticano, affermando che il missionario, dopo aver testimoniato l’amore di Cristo, «semplicemente aspetta» che siano gli altri a informarsi su quell’amore. Piuttosto, ha detto, «gli Apostoli non aspettavano che le nazioni si avvicinassero a loro», prima di citare San Paolo: «Se io predico il Vangelo, non ne ho gloria, è per me una necessità il farlo; perchè guai a me se non predicassi!» (1Cor 9,16).

 

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Gender

La diocesi di San Gallo promuove spettacolo di drag queen

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L’ufficio pastorale cattolico di San Gallo, in Svizzera, sta avrebbe co-organizzato un evento drag gratuito in una sala pubblica, e un liturgista dipendente della Chiesa era in programma di moderarlo ieri sera. Lo riporta LifeSite.   Intitolato «Deep Drag – Memoria e Speranza», il programma vedrà la partecipazione di una «drag performer» di San Gallo conosciuta come «Lupa Nova» e della «drag queen Amélie Putain» che, secondo i media locali, «collaborano con la cappellania cittadina di Katholisch St.Gallen».   Il sito web della Chiesa cattolica di San Gallo mette in evidenza un annuncio relativo all’evento.   Su Instagram è apparso quello che sembra essere un promemoria dell’evento.  
 
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Secondo quanto riportato, format mescola «performance drag» con interviste e discussioni moderate da Ann-Katrin Gässlein, teologa impiegata negli uffici pastorali della Chiesa cattolica di San Gallo e assistente di ricerca presso la Cattedra di Studi Liturgistici dell’Università di Lucerna.   Secondo un articolo dello scrittore e commentatore cattolico tradizionalista Chris Jackson, Gässlein «trova persino un’analogia teologica tra il drag e il cristianesimo: la “trasformazione”, sostiene, è al centro della fede cattolica. Afferma che la collaborazione intende lanciare un segnale di diversità all’interno della società e della Chiesa cattolica».   Come riportato da Renovatio 21, Leone XIV l’anno scorso ha confermato l’elezione di Beat Grögli, un sacerdote eterodosso,  sostenitore dell’«ordinazione delle donne», come nuovo vescovo di San Gallo   In base al Concordato del 1845 tra la Santa Sede e l’autorità ecclesiastica cattolica svizzera, il vescovo di San Gallo viene scelto dal capitolo della cattedrale con il contributo del Collegio Cattolico locale, una sorta di parlamento ecclesiastico eletto dai cattolici della diocesi e composto anche da laici. La Santa Sede può quindi confermare o negare la nomina a vescovo dell’eletto.   Nei video che reperibili in rete è difficile distinguerlo come «prete», visto che sfoggia quando si presenta in pubblico alcune mises (completi, cravatte, etc.) che lo fanno assomigliare più ad un manager o ad un impiegato, talvolta ad un tramviere.   Durante diverse Sante Messe registrate in video nella Cattedrale di San Gallo, celebrate da Grögli, alcune donne leggevano il Vangelo e pronunciavano l’omelia, in contraddizione con il diritto canonico e le disposizioni liturgiche per la Messa. Durante l’omelia durante una Santa Messa nel periodo di Carnevale, Grögli indossò un colorato cappello da giullare di corte.   La diocesi di San Gallo è nota alla maggior parte dei cattolici come luogo di ritrovo della famigerata Mafia di San Gallo, un gruppo di ecclesiastici eterodossi di alto rango che si opposero all’elezione del cardinale Joseph Ratzinger al papato nel 2005 e, a quanto si dice, cospirarono per eleggere Jorge Mario Bergoglio papa. Il gruppo tenne diverse riunioni a San Gallo, in Svizzera, tra il 1995 e il 2006.   Tra i partecipanti degli incontri della Mafia di San Gallo (che taluni pudicamente chiamano «gruppo di San Gallo), sotto l’egida del cardinale gesuita arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, vi erano Paul Verschuren, vescovo di Helsinki; Jean-Félix-Albert-Marie Vilnet, vescovo di Lilla; Johann Weber, vescovo di Graz-Seckau; Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stoccarda (in seguito cardinale), e Karl Lehmann, vescovo di Magonza (in seguito cardinale); il cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles; Adrianus Herman van Luyn, vescovo di Rotterdam; Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster (in seguito cardinale); Joseph Doré, arcivescovo di Strasburgo; Alois Kothgasser, vescovo di Innsbruck, in seguito arcivescovo di Salisburgo; Achille Silvestrini, cardinale della Curia romana; Ljubomyr Huzar, arcivescovo maggiore di Leopoli degli Ucraini; José Policarpo, patriarca di Lisbona.

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Gli incontri sono stati ospitati dal vescovo Ivo Fürer, colui che ha ordinato sacerdote Grögli. Il Fürer era un ecclesiastico eterodosso, accusato di aver ignorato casi di abusi sessuali nella sua diocesi. Il suo successore e ora ancora amministratore della diocesi, il vescovo Markus Büchel, è noto per le sue posizioni eterodosse sul comportamento omosessuale.   In uno scritto pubblicato sul sito della diocesi, nel 2015 il vescovo aveva scritto che per il benessere di una persona non è tanto l’inclinazione eterosessuale o omosessuale, quanto piuttosto la gestione responsabile della sessualità: «Rallegriamoci in ogni relazione!». Già nel 2013, il Büchel aveva invitato i sacerdoti omosessuali a «fare coming out» e a non nascondere la propria omosessualità. All’epoca era presidente della Conferenza episcopale svizzera.   Fu anche sotto la guida di Büchel che la Conferenza Episcopale Svizzera chiese al dottor Arnd Bünker, attivista LGBT e promotore di «liturgie omosessuali», di redigere un rapporto per il Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia a Roma. Tale rapporto chiedeva l’ammissione dei divorziati «risposati» alla Santa Comunione.  

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Immagine di Jakub Hałun via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
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I gesuiti lasciano Liegi 450 anni dopo il loro arrivo

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La comunità gesuita di Liegi ha lasciato la città nel giugno del 2026, dopo oltre quattro secoli di presenza. Il numero esiguo e l’età avanzata dei suoi membri hanno reso la decisione inevitabile, drammatica conseguenza del declino delle vocazioni.

 

Padre André Moreau SJ, ultimo superiore della comunità di Liegi, ricordava che i gesuiti fondarono due collegi a Liegi già nel XVI secolo: il Collège en Isle (o Collège des Jésuites Wallons) e il Collège des Anglais. Nel 1828, dopo la restaurazione della Compagnia di Gesù, il Collège Saint-Servais fu fondato clandestinamente da un sacerdote diocesano.

 

Divenuto gesuita, questo sacerdote affidò Saint-Servais alla Compagnia di Gesù. Analogamente, il Collège Saint-Louis (intitolato a San Luigi Maria Grignion de Gonzague) fu fondato dai gesuiti sull’altra sponda della Mosa alla fine del XIX secolo, prima di essere affidato alla diocesi di Liegi nel 1949. E nei locali di Saint-Louis, i gesuiti aprirono, all’inizio del XX secolo , l’Institut Gramme, una scuola di ingegneria industriale, ora integrata nell’HELMo (Haute École Libre Mosane).

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Il 13 giugno 2026, durante la messa di ringraziamento, padre Thierry Dobbelstein SJ, Superiore Provinciale dei Gesuiti della Provincia francofona dell’Europa occidentale (EOF), ha parlato delle vocazioni nella sua omelia. «Non basta pregare (…) le vocazioni non cadono dal cielo, ma crescono dal basso».

 

Per padre André Moreau, SJ, ora spetta ai giovani «inventare nuove forme di vocazione» . La tradizione educativa gesuita, tuttavia, continuerà con il gruppo scolastico di Saint-Benoît-Saint-Servais, che accoglie oltre 2.000 studenti, come specificato nella dichiarazione dei gesuiti.

 

I sacerdoti si sono trasferiti gradualmente tra la fine di giugno e la metà di luglio 2026. Padre André Moreau, SJ, e padre Marc Chodoire, SJ, sono entrati a far parte della Maison Saint-Claude La Colombière a Bruxelles. Padre Etienne Triaille, SJ, e padre Etienne de Ghellinck, SJ, si sono stabiliti rispettivamente nelle comunità di Lille Station e Lille Marché. Fratel François-Xavier Evrard si trova a La Diglette.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

Il cardinale Fernandez chiede ai cattolici di «avere stima» delle altre fedi

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Il Vaticano ha chiesto ai cattolici di «stimare» le altre fedi nel suo ultimo documento sul dialogo interreligioso e sulla «fraternità».   Il documento, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF); dal cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; e dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, è apparso questa mattina.   Intitolato «Un cammino di speranza: sessant’anni di dialogo interreligioso e fraternità alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate», il testo scoraggia il «proselitismo», ovvero i tentativi di convertire persone di altre religioni. Nostrae Aetate è uno dei più noti documenti usciti  Concilio Vaticano II. Esso tratta fri rapporti tra la Chiesa e i non-cristiani. Chiamata in bozza Decretum de Judaeis, la Nostrae Aetate fu finita  nel novembre 1961 da Giovanni XXIII.   «La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento», si legge nel testo vaticano.

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Il documento sostiene il «dialogo interreligioso» e la «fraternità» con le altre religioni come ideali, ma li inquadra come mezzi per raggiungere la «pace» e la «comprensione», anziché l’evangelizzazione.   «Dialogare, nello spirito di Nostra aetate, presuppone dunque uno sguardo contemplativo rivolto all’“altro diverso”: “Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare””». In questa concezione di dialogo non vengono citati l’evangelizzazione, la conversione e il condurre a Cristo.   Il documento distingue inoltre esplicitamente il «dialogo» dall’evangelizzazione cristiana, sottintendendo più chiaramente che l’idea vaticana di dialogo interreligioso non implica l’evangelizzazione.   «A coloro che sarebbero tentati di insistere esclusivamente sull’obbligo di annunciare Cristo, si ricorda che la Dichiarazione Nostra aetate include la necessità del dialogo con le altre tradizioni religiose, considerato che ormai esso “fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa”», afferma il testo.   Il testo cita l’affermazione di papa Francesco secondo cui tale dialogo è «condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose».   La cosiddetta «fraternità»  – parola che come «dialogo» potrebbe far sorridere qualche massone – è di per sé un obiettivo dichiarato, indipendente da qualsiasi tentativo di convertire altri al cristianesimo. Il documento incoraggia un «ialogo costante con le culture, le religioni e le coscienze, in vista di uno sviluppo solidale, aperto alla trascendenza e orientato alla fraternità universale».   «Da qui l’importanza di un criterio di discernimento universale che può trovarsi nei testi sacri delle diverse religioni: l’accoglienza o il rifiuto della persona ferita ai bordi della strada. L’attenzione concreta ai più vulnerabili è l’indicatore essenziale per valutare la correttezza di ogni progetto, che sia politico, economico, sociale, accademico, religioso o culturale. Il povero – in tutte le sue forme di precarietà – è la bussola che ci permette di sapere se stiamo procedendo nella giusta direzione».   «Non si tratta, in verità, di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite» dichiara il documento vaticano. «Questa intenzione rimane al cuore del dialogo interreligioso, come già lo era nella Dichiarazione Nostra aetate e negli sforzi in tal senso che hanno caratterizzato i decenni successivi alla sua promulgazione».   «Il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo, che permettono di superare atteggiamenti di esclusione, disprezzo o indifferenza che a lungo avevano prevalso» continua il documento, mostrando un particolare favore verso gli ebrei.   Il documento fernandeziano suggerisce addirittura che aderire a un dogma implichi una «visione chiusa della realtà» che diventa fonte di «sofferenza».   «Per giungere a tale traguardo, è necessario operare una vera trasformazione delle mentalità: abbandonare le logiche di difesa, di ostilità o di conquista, per adottare un atteggiamento aperto, benevolo, coraggioso. I modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e in ultima analisi fonte di violenza e di sofferenza per i più deboli».   Il testo della DDF arriva addirittura ad affermare, citando Bergoglio che le diverse religioni, anche quelle erronee, possiedono doni speciali di cui non sono obbligate a rinunciare: «credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire».

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Il documento, come gli ultimi anni del papato, avallano il cosiddetto indifferentismo religioso, che fu condannato da papa Gregorio XVI, da papa Pio IX nel suo Sillabo degli errori e da altri papi.   Il paragrafo tre di Con quanta cura (1864), intitolato «Indifferentismo, Latitudinarismo», condanna le proposizioni:   «XV. È libero a ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione, che colla scorta del lume della ragione avrà riputato essere vera».   «XVI. Gli uomini nell’esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via della eterna salute, e conseguire l’eterna salute».   A questo proposito, ancora una volta il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio, cardinale «Tucho» Fernandezzo va palesemente contro l’insegnamento del magistero della Chiesa.  

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