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Protesta

Grande manifestazione a Bruxelles. Scontri con le forze dell’ordine: le immagini

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La manifestazione nella capitale belga di domenica 23 gennaio contro  le restrizioni pandemiche ha registrato scontri e tensioni.

 

Le forze dell’ordine hanno sparato un abbondante numero di lacrimogeni.

 

Immancabili, anche qui, gli onnipresenti idranti, grande costante della repressione pandemica europea.

 

Secondo il quotidiano Belga Le Soir in piazza sarebbero scese circa 50 mila persone. È facile, guardando le immagini, pensare che i partecipanti fossero molti, molti di più.

 

Come testimoniano i video circolati in rete, la manifestazione era stata, in larga parte, totalmente pacifica. Tuttavia, pesanti scontri hanno fatto vedere scene di vera guerriglia urbana, con danni agli edifici UE.

 

Secondo alcuni organizzatori, i disordini sarebbero stati perpetrati da un gruppo di antifa, che dai video sembra molto ben organizzato e determinato. Tutti hanno il volto coperto.

 

 

Come visto ad Amsterdam a inizio mese, la presenza nella protesta di veterani ha aiutato a de-escalare situazioni di tensione.

 

 


Tensione dinanzi a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea.

 

 


Attaccato l’ingresso dell’Unione Europea.

 

 

Scene di guerriglia vera sulle strade. Cannoni ad acqua in azione. La polizia, munita come ad Amsterdam di cani di razza pastore olandese, ha usato lacrimogeni.

 

 

 

 


Agenti di polizia in tenuta antisommossa sono stati colpiti da lanci di oggetti e costretti a ripiegare

 

 

In una situazione, si è visto un furgone della polizia costretto a fuggire.

 

 

 

 

 

Uno degli organizzatori della manifestazione, Alexander Ehrlich, ha dichiarato che stavano coordinandosi con la polizia per evacuare centinaia di migliaia di manifestanti pacifici fuori dalla rivolta animata, a suo dire, dagli antifa.

 

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Politica

I cori del 25 aprile: «Letta servo della NATO». Macché servo: era in lizza per diventare segretario

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Alla manifestazione del 25 aprile a Milano si è consumata l’ennesima raffigurazione della schizofrenia della sinistra italiana, divisa tra una parte radicale, che ha mantenuto con lucidità le sue idee e le sue percezioni, e la parte istituzionale, schiava della «cosa del momento» (oggi, l’Ucraina) e incapace di risolvere le contraddizioni sempre più oscene della sua politica. Pacifista e nella NATO, antinazista ma amica del battaglione Azov, filoebraica ma filopalestinese…

 

Tripudi di bandiere palestinesi, bandiere europee ed ucraine, slogan in ebraico… la solita galleria, il solito circo. Dove, però, è impossibile non vedere le ragioni della sinistra radicale fedele a se stessa, che non si fa incartare dalle balle di regime su NATO, Ucraina etc.

 

 


Innanzitutto, c’è da vedere la contestazione al PD. Come mostrano le immagini di Local Team, il partito che si vuole figlio del PCI è stato accolto al grido «assassini»

 

 

Scintille anche contro i pro-ucraina: «fuori dal corteo» urla un manifestante, che si becca del nazista, ma risponde «tu sei un nazista, Azov del cazzo, Azov di merda!»

 

 

Segue poi la questione annosa: la Brigata ebraica, che scandisce slogan in lingua ivrit, contestata da manifestanti filopalestinesi, che inneggiano all’Intifada.

 

 

Infine, la contestazione diretta a Letta (che includeva spesso, per qualche motivo, anche Prodi).

 

«Letta, Prodi: servi della NATO».

 


E beh, qui c’è da eccepire. Il capo del Partito Democratico, secondo corpose indiscrezioni, era pienamente in lizza per sostituire come segretario della NATO Jens Stoltenberg. Si tratta, di fatto, di quello che è –n a livello visibile, chiaro – il massimo vertice del Patto Atlantico.

 

Insomma, qualcosa di diverso del semplice «servo», anche se poi, sì, non è che nemmeno a quell’altezza si faccia qualcosa di diverso dal prendere ordini – ordini che, come stiamo vedendo nell’Ucraina vellicata, armata ed addestrata dai Paesi NATO per quasi una decade, possono portare a morte e distruzione.

 

Renovatio 21 ne ha scritto qualcosa ieri. Il 25 aprile è la festa della denazificazione del Paese. Quando invece potremo celebrare la depiddificazione dell’Italia?

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube, modificata

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Economia

Il ministro delle finanze tedesco prevede rivolte se il gas russo verrà tagliato immediatamente

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Il vice cancelliere tedesco, il ministro federale dell’economia e dell’azione per il clima Robert Habeck, ha parlato contro l’introduzione di un embargo immediato sulle forniture di gas dalla Russia in un’intervista pubblicata sabato.

 

«Un embargo immediato sul gas minaccerebbe la pace sociale in Germania», ha affermato in un’intervista a Funke Mediengruppe, riferendosi ovviamente al gas russo.

 

«Pertanto, dobbiamo agire con cautela, preparare accuratamente le nostre mosse e attenerci ai nostri piani, se vogliamo danneggiare Putin».

 

Si tratta di una delle prime volte che un ministro europeo parla apertamente di rischi di rivoltò fra la popolazione.

 

Come riportato da Renovatio 21, in Germani sono già scattati aumenti sui prezzi alimentari tra il 20% e il 50%.

 

Il discorso sulle rivolte popolari è tanto più delicato in Germania, Paese che ha sottoposto a repressione violenta i Querdenker, ossia coloro che protestavano contro le restrizioni pandemiche. Casi di violenza della polizia in varie città sono al vaglio del relatore ONU per la tortura Nils Melzer.

 

Inoltre, la Germania da anni vive lo spauracchio del Tag X, il «giorno X», che sarebbe una vasto network di uomini, alcuni facenti parte pure delle forze armate e delle forze dell’ordine, che attende il giorno del collasso del sistema tedesco per attuare i suoi propositi. Nonostante i giornali di tutto il giorno abbiamo strombazzato questo grande complotto popolare tedesco, indagini e giudici non hanno trovato nulla.

 

Nonostante si riconosca il rischio implicito di collasso, il ministro Habeck non intende fare passi indietro sul programma a medio termine di decoupling totale dagli approvvigionamenti russi.

 

«Stiamo lavorando attivamente per diventare indipendenti dai combustibili fossili dalla Russia», ha affermato il ministro Habeck, aggiungendo che il governo tedesco «ha fatto ottimi progressi» nel ridurre la sua dipendenza dalle forniture di gas e carbone russi, riporta l’agenzia russa TASS.

 

Parlando della capacità della Germania di produrre gas da sola, Habeck ha affermato che la pianura della Germania settentrionale ha vasti giacimenti di gas di scisto, ma può essere estratto solo con l’aiuto della tecnologia di fratturazione idraulica, chiamata anche fracking.

 

«Sarà difficile dal punto di vista della legislazione sull’acqua, poiché potrebbe comportare conseguenze negative per la nostra natura. Per il momento, non ci sono state aziende disposte a farlo”, ha affermato il ministro.

 

A suo avviso, il rilascio delle licenze e la produzione edilizia richiederebbero anni.

 

Il vicecancelliere ha aggiunto che i giacimenti di gas della Germania, dove il carburante può essere estratto con le tecnologie tradizionali, «sono in gran parte esauriti».

 

La crisi energetica tedesca riguarda non solo il gas, ma anche il carbone e persino il petrolio, la cui rete di distribuzione è stata pure attaccata dagli hacker. Le pale eoliche lo scorso anno si sono ritrovaste senza vento.

 

Tre settimana fa, a causa della carenza energetica, il traffico ferroviario tedesco è stato temporaneamente paralizzato.

 

Come riportato da Renovatio 21, aziende tedesche (come la Bosch) e amministrazioni di alcuni laender (come la Baviera) sono fortemente contrari all’embargo al combustibile russo.

 

In precedenza, Habeck aveva annunciato un piano di emergenza nel caso in cui la Russia interrompesse le forniture di gas alla Germania.

 

Habeck, 52 anni, è dal 2018 presidente del partito ambientalista Alleanza 90/I Verdi, carica che ricopre assieme a Annalena Baerbock, ora ministro degli Esteri che ha lungamente tentennato con l’Ucraina per poi sdraiarsi sulla posizione NATO.

 

I Verdi tedeschi, partito che fa parte della coalizione «Semaforo» che compone il governo Scholz, in passato hanno rifiutato la parola «Germania» nel manifesto del partito.

 

Come riportato da Renovatio 21, c’è il sospetto che istituzioni ecologiste tedesche, che chiedono lo stop immediato alle importazioni di gas russo, stiano usando le sanzioni alla Russia come scusa per imporre un regime di carestia.

 

 

 

 

Immagine d’archivio

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Protesta

Proteste in tutto il Perù per il costo di cibo, carburante, fertilizzanti: dichiarato lo stato di emergenza

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Il Perù è sconvolto da violente proteste sul territorio nazionale innescate la scorsa settimana quando agricoltori e camionisti hanno iniziato uno sciopero di sei giorni nel dipartimento agricolo  di Junin per i prezzi elevati di carburante, fertilizzanti e cibo.

 

I camionisti hanno bloccato le principali autostrade fuori dalla città di Huancayo, la capitale di Junin, sia a est che a ovest, impedendo al cibo di raggiungere la capitale della nazione, Lima, causando carenze e incidendo sulle esportazioni di cibo.

 

Ora le proteste si stanno verificando a livello nazionale, inclusi scontri con la polizia, atti vandalici e saccheggi di distributori di benzina e mercati alimentari. Diverse persone sono rimaste morte e ferite.

 

Nella tarda notte di ieri il presidente Pedro Castillo ha dichiarato lo stato di emergenza e il coprifuoco a Lima e nella vicina città portuale di Callao, vietando alle persone di lasciare le loro case a meno che non lavorino nei servizi essenziali. L’esercito è stato anche schierato in diverse parti del paese.

 

Come sta accadendo in moltissimi Paesi (sviluppati o meno che siano), l’inflazione dei prezzi di cibo, carburante e fertilizzanti è il risultato della crisi globale e dell’impatto delle sanzioni imposte alla Russia.

 

A marzo di quest’anno, i prezzi in Perù sono aumentati del 6,8% rispetto a marzo 2021 e l’inflazione, nel complesso, sta crescendo al ritmo più veloce degli ultimi 24 anni, secondo Bloomberg.

 

EIR sostiene che il Perù aveva già raggiunto i limiti della sua tolleranza ben prima che questa situazione attuale esplodesse. La sua popolazione è stata colpita dalla pandemia: «La povertà è diffusa; il 75% della popolazione lavora nel settore “informale”; “le persone non mangiano; non ce la fanno più. La situazione è appena esplosa», ha detto il corrispondente della rivista da Lima.

 

L’intero Paese è in crisi. Castillo, che ha un indice di approvazione di circa il 30%, è considerato inetto. Recentemente Castillo è riuscito a far infuriare gli scioperanti a Huancayo definendoli agenti pagati e provocatori per poi scusarsi inviando diversi membri del gabinetto a Huancayo per mediare la fine dello sciopero e ha annunciato una revoca «temporanea» delle tasse sul carburante e alcuni prodotti alimentari e un aumento del 10% del salario minimo.

 

Tuttavia, «con un’inflazione elevata, tutti i piccoli benefici che potrebbero derivare da questi risparmi scompariranno rapidamente» scrive EIR.

 

I conducenti di autobus hanno denunciato l’aumento dei salari come insufficiente e ieri hanno scioperato. Né ci sono fondi sufficienti nel Tesoro nazionale per pagare le obbligazioni speciali che Castillo ha promesso ai poveri per alleviare gli effetti della povertà, della fame e della disoccupazione.

 

Camionisti protestano in Italia, in Ispagna, in Perù, ovunque. La popolazione è impoverità, beni essenziali come cibo e benzina hanno costi proibitivi.

 

Tutto il mondo combatte una medesima battaglia, parrebbe: Paesi lontani e vicini, ricchi e poveri.

 

Impossibile non pensare che si tratti di un unico grande disegno.

 

Il collasso sistemico è a portata per ogni Stato-nazione finito macinato dai dogmi neoliberisti e dalle élite politiche ed economiche preparate ed iniettate dai potentati transnazionali.

 

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