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Geopolitica

Gheddafi sta stornando. Sul serio

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Gheddafi sta tornando, e la Libia è pronta ad accoglierlo a braccia aperte.

 

Non si tratta di Muhammar, che è difficile che torni dal Regno dei Morti (con buona pace di coloro che credono sia vivo, nascosto magari in un lussuoso sobborgo di Mosca con altri dittatori dalla pubblica morte simulata). Si tratta del figlio Saif al-Islam Gheddafi.

 

Il New York Times il mese scorso ha pubblicato un lungo e dettagliatissimo reportage che va ben oltre l’ardita intervista con il rampollo Gheddafi per offrire un quadro della Libia davvero importante per chiunque, come gli italiani, viva a poca distanza dalla polveriera libica. Inutile cercare analisi, o anche solo l’eco, di quello che viene detto nel pezzone del NYT sui media italiani.

 

Si tratta di un grande reportage, contente forse più di uno scoop.

 

In Italia e nei suoi giornali troppi sono gli interessi pubblici e privati (o meglio, semi-privati) in una situazione instabile dove il sistema Paese italiano certo non ha brillato per le sue scelte, scommettendo talvolta sul cavallo sbagliato, e creando una voragine di influenza un tempo impensabile, dove si sono posizionati la Turchia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati, e finanche il Qatar e Francia e Regno Unito. Del resto ogni tanto bisogna ricordare a noi stessi che il ministro degli Esteri è Luigi Di Maio.

 

Il pezzo del NYT è un esempio  di immenso giornalismo di inchiesta. Mesi e mesi di lavoro dell’inviato, su e giù per la Libia a parlare con capi tribali, ministri, miliziani e uomini della strada. Al giornalista Robert F. Worth, soprattutto, è consentito di incontrare Saif Gheddafi (che nessun giornalista occidentale vedeva da dieci anni) in una ricca villa che sembra appena arredata, dove il figlio del dittatore parla con franchezza del futuro suo e del Paese, due cose che sembrano destinate a divenire una sola.

 

Saif Gheddafi prima del 2011 agiva come volto internazionale del regime tripolino. Era accettato nelle cerchie mondialiste, specie londinesi – aveva acquisito un inglese impeccabile con gli studi alla London School of Economics. Aveva fatto dichiarazioni sorprendenti, come quando disse che in Libia non c’era democrazia, e non intendeva essere un complimento a suo padre. Non aveva ruoli precisi all’interno dello Stato libico, tuttavia il padre gli aveva dato incarichi delicatissimi come le riparazioni per la bomba che disintegrò il volo Pan Am 103 sopra Lockerbie. Si dice che egli possa aver avuto un ruolo nella decisione del padre di smantellare le armi di distruzione di massa (di fatto, la scelta più stupida possibile, che gli è costata con probabilità la morte e l’esplosione del suo Paese).

 

«Hanno violentato il paese, è in ginocchio. Non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia – stiamo illuminando mezza Italia – e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco».

Tuttavia, quando scoccò l’ora fatale della primavera araba in suolo libico, Saif partecipò alla repressione del regime, che fu certo violenta. Quando il ghedaffismo ebbe la peggio, Saif invece di essere giustiziato venne rapito da una milizia indipendente, che lo preservò dalle attenzioni di altre fazioni ribelli portandolo nella loro regione di origine, le montagne di Zintan. Fu prigioniero per lungo tempo, anche dopo le elezioni libiche del 2012.

 

Seguirono anni di caos e sangue. Milizie armate devastano città e villaggi, compare perfino un mini-califfato ISIS sulla costa.

 

«Lentamente, i libici hanno iniziato a pensare in modo diverso a Saif al-Islam, che profetizzò la frammentazione della Libia nei primi giorni della rivolta del 2011. Ci sono state segnalazioni che era stato liberato dai suoi rapitori, e anche che stava progettando di candidarsi alla presidenza. Ma nessuno sapeva dove fosse». Era a Zintan, assieme ai suoi nemici ora alleati. Da prigioniero a principe in attesa. «Riesci a immaginare? Gli uomini che erano le mie guardie ora sono miei amici». R

 

All’epoca qualcuno parlava del fatto che Saif fosse ancora vivo forse perché sapeva dove era nascosto, e magari poteva disporre, del famoso «tesoro di Gheddafi». Renovatio 21 rammenta figure che erano alla febbrile ricerca di questa quantità infinita di danari, da riconsegnare alla Libia, alla banche o chissà a chi. Il tesoro, infine, parrebbe non essere stato trovato.

 

Il giornalista nota che a Saif mancano il pollice e l’indice destro, che sostiene essere stati amputati in un attacco aereo nel 2011. Dice inoltre di non essere più prigioniero, e di star preparando il suo ritorno sulla scena politica.

 

«Saif ha sfruttato la sua assenza dalla vita pubblica, osservando le correnti della politica mediorientale e riorganizzando silenziosamente la forza politica di suo padre, il Movimento Verde. È timido sul fatto che si candiderà alla presidenza, ma crede che il suo movimento possa ripristinare l’unità perduta del Paese». Qui il New York Times fa un implicito riferimento al populismo di Trump.

 

Può essere che si senta tradito dagli italiani, che in fine dei conti erano grandi alleati del padre?  Significa che se salisse al potere, Saif farà una politica anti-italiana, a partire dalla questione energetica?

Un messaggio contro i politici che, tra corruzione e incompetenza, hanno portato il Paese alla miseria e alla violenza, cioè l’esatto contrario di quello che era la Libia di Gheddafi senior.

 

«Hanno violentato il paese, è in ginocchio. Non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia – stiamo illuminando mezza Italia – e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco».

 

Già qui, ci sarebbe mezzo scoop per gli Italiani. A cosa si riferisce il rampollo? Può essere che si senta tradito dagli italiani, che in fine dei conti erano grandi alleati del padre (che arrivò a piazzare l’immagine di Berlusconi che stringe la mano al Rais come grafica di tutti passaporti libici)? Significa che se salisse al potere, Saif farà una politica anti-italiana, a partire dalla questione energetica?

 

«Nonostante lo status di fantasma di Saif , le sue aspirazioni presidenziali vengono prese molto sul serio

Non sono questioni di poco conto per il nostro Paese. Chi si occupa di combustibile, di economia, di tenuta del Paese, leggendo questa dichiarazione dovrebbe sobbalzare dalla sedia.

 

Anche perché l’analisi pare condivisa sia dal giornale di Nuova York che dal popolo libico: «Dieci anni dopo l’euforia della loro rivoluzione, la maggior parte dei libici probabilmente sarebbe d’accordo con la valutazione di Saif».

 

Non si tratta di un miraggio. Gheddafi junior ha delle concrete possibilità di arrivare al potere.

 

«Nonostante lo status di fantasma di Saif , le sue aspirazioni presidenziali vengono prese molto sul serio. Durante i colloqui che hanno formato l’attuale governo libico, i sostenitori di Saif sono stati autorizzati a partecipare e finora hanno manovrato abilmente per respingere le regole elettorali che gli avrebbero impedito di candidarsi».

 

Racconta il giornalista americano:

 

«Per molti libici, il ritorno di Saif al-Islam sarebbe un modo per chiudere la porta a un decennio perduto»

«Ero in Libia solo da pochi giorni quando sono entrato in un’area di servizio autostradale e mi sono ritrovato a guardare un discorso del colonnello Muammar el-Gheddafi degli anni ’80, trasmesso dal canale televisivo del Movimento dei Verdi con sede al Cairo. Una notte all’iftar del Ramadancena a Tripoli, ho chiesto a quattro libici poco più che ventenni chi avrebbero scelto come presidente. Tre di nome Saif al-Islam. Un avvocato libico mi ha detto che i suoi sforzi informali per valutare l’opinione pubblica suggeriscono che otto o nove libici su 10 voterebbero per Saif».

 

Un voto di protesta che, come abbiamo visto in vari Paesi del mondo, potrebbe diventare una frana irresistibile.

 

È «peculiare che il figlio di Muammar el-Gheddafi – lo stesso uomo che ha promesso “fiumi di sangue” in un discorso del 2011 – è ora visto da molti come il candidato presidenziale con le mani più pulite».

 

«I limitati dati dei sondaggi in Libia suggeriscono che un gran numero di libici – fino al 57 percento in una regione – esprimono “fiducia” in lui. Un omaggio più tradizionale alla vitalità politica di Saif è arrivato due anni fa, quando si dice che un rivale abbia pagato 30 milioni di dollari per farlo uccidere. (Non era il primo attentato alla sua vita.)».

 

«Per molti libici, il ritorno di Saif al-Islam sarebbe un modo per chiudere la porta a un decennio perduto».

 

«Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il Paese, perché oggi tutti vorranno essere presidente, o emiro, e tutti vorranno governare il Paese»

Attorno a Saif, quindi, si sta agglutinando un gruppo di potere, oltre che al consenso popolare. Di più: un mito, una narrazione.

 

Non solo. Anche la geopolitica si sta muovendo attorno a lui.

 

«Una vittoria per Saif sarebbe certamente un trionfo simbolico per gli autocrati arabi, che condividono il suo odio per la primavera araba. Sarebbe accolto anche al Cremlino, che ha rafforzato uomini forti in tutto il Medio Oriente e rimane un importante attore militare in Libia, con i propri soldati e circa 2.000 mercenari ancora sul campo. “I russi pensano che Saif potrebbe vincere”, mi ha detto un diplomatico europeo con una lunga esperienza in Libia. Saif sembra avere altri sostenitori stranieri».

 

Questo nonostante egli sia ricercato per crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale per i fatti del 2011. Non che i processi lo spaventino: È stato processato in un procedimento separato a Tripoli nel 2015, facendo apparizioni tramite collegamento video da una gabbia a Zintan, ed è stato condannato a morte per fucilazione. Secondo la legge libica, ci sarà un ricorso.

 

I libici ricordano ancora un suo discorso televisivo del 20 febbraio 2011, a tre giorni dalla prima protesta della Primavera Araba libica, partita da Bengasi. Invece che fare concessioni e intavolare discorsi para-occidentali su democrazia e diritti umani, accusò la protesta, dicendo che era ordita dagli oppositori libici all’estero ed era portata avanti da tossicodipendenti e criminali. Poi fece una profezia che i libici ricordano tutti benissimo: a causa delle sue radici tribali, la Libia è diversa dall’Egitto e dalla Tunisia, quindi potrebbe facilmente frantumarsi in mini-stati ed emirati. Nel discorso preconizzava la guerra civile, i confini infranti, la migrazione di massa.

 

«Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il Paese, perché oggi tutti vorranno essere presidente, o emiro, e tutti vorranno governare il Paese».

 

«Quello che è successo in Libia non è stata una rivoluzione. Puoi chiamarla guerra civile o giorni di malvagità. Non è una rivoluzione»

Il discorso all’epoca peggiorò le cose. I  rivoltosi lo interpretarono come la caduta definitiva della maschera della famiglia Gheddafi. La Jamahiriya era irriformabile.

 

Oggi invece è difficile non vedere quanto le cose che disse si sono avverate. Così la pensano molti libici, dopo questo «decennio perduto» tra guerre civili e milizie islamiche sempre più prepotenti.

 

«Quello che è successo in Libia non è stata una rivoluzione. Puoi chiamarla guerra civile o giorni di malvagità. Non è una rivoluzione». Anche qui, il realismo non fa difetto al ragazzo.

 

Saif accusa Barack Obama di essere l’uomo che ha davvero distrutto la Libia, e il NYT amette che «potrebbe essere vero». Lo stesso Obama, nel 2016, dichiarò che l’attacco alla Libia, che di fatto equivaleva a permettere il suo crollo, fu il suo più grande errore. In Libia gli americano hanno fatto peggio che in Afghanistan, Hanno fatto collassare lo Stato, ma senza assumersi alcuna responsabilità: anzi, quando il gioco si è fatto davvero duro, con l’assassinio dell’ambasciatore J. Christopher Stevens a Bengasi (che, di racconta, fu trovato impalato) mollarono definitivamente i libici al caos che gli USA stessi avevano contribuito ad ingenerare.

 

Gheddafi jr ne ha anche per Recep Tayyip Erdogan: «Prima era con noi e contro l’intervento occidentale»., C’è nell’articolo anche un accenno a Nicolas Sarkozy, definito «attore straniero opportunista». Il giornale non lo dice, ma Sarkozy fu sospettato di aver spinto per la guerra in Libia anche a causa di imbarazzanti voci di finanziamenti di Gheddafi riguardo la campagna elettorale presidenziale del 2007: Saif nel 2018 dichiarò ad Euronews che «l’ex presidente Sarkozy è responsabile del caos, della diffusione del terrorismo e del traffico di esseri umani in Libia». Mentre Erdogan ora è da considerarsi il protettore militare del governo di Tripoli, dove ha scalzato il ruolo di Roma in vari settori, arrivando a far sgomberare un ospedale italiano per far posto ai suoi miliziani, che sono, si dice, tagliagole veterani del macello siriano.

 

In un Paese con lo Stato collassato, comando tribù e milizie – che chiamano meno spregiativamente kataib, brigate. E cioè clan familiari, alcuni dei quali in grado di compiere atrocità senza fine

L’intero appeal pollitico di Saif si riflette nella sua analisi veritiera della Libia come Stato in perenne collasso. «Non è nel loro interesse avere un governo forte»,  dice dei governi che si alternano. «Ecco perché hanno paura delle elezioni. Sono contrari all’idea di un presidente. Sono contro l’idea di uno Stato, un governo che ha la legittimità derivata dal popolo».

 

In un Paese con lo Stato collassato, comando tribù e milizie – che chiamano meno spregiativamente kataib, brigate. E cioè clan familiari, alcuni dei quali in grado di compiere atrocità senza fine.

 

Per esempio a Tarhuna, una cittadina agricola a circa un’ora di macchina a sud-est della capitale, comandava la milizia dei fratelli Kani. Alla fine, la loro kataib è stata cacciata. Dal  giugno dello scorso anno, quando i Kani se ne sono andati,  i residenti hanno iniziato a trovare resti umani vicino a un uliveto ai margini della città.

 

Le squadre di scavo hanno scoperto i corpi di 120 persone, ma vi sono anche altre fosse comuni. Più di 350 famiglie hanno denunciato la scomparsa di parenti. Le vittime includevano donne e bambini, ad alcuni dei quali hanno sparatoi fino a 16 volte.

«Per molti libici, Saif era diventato una specie di fantasia nazionale collettiva, un sogno di salvataggio»

 

«Quando le loro storie sono emerse, si è aperta una finestra su un bizzarro regno del terrore che è durato per quasi otto anni. Nessuno ha fatto nulla per fermare i Kani, perché si sono resi così utili a tutti nella classe politica libica, alleandosi prima con i capi politici di Tripoli e poi con Haftar. Il loro regno ha trasformato Tarhuna in uno stato di polizia con echi di Gheddafi: sei fratelli hanno messo il loro marchio su tutto e hanno terrorizzato la loro gente, tutto in nome della rivoluzione».

 

E in questa situazione che Saif è diventato un miraggio benevolo per tutta la popolazione della Libia.

 

«Per molti libici, Saif era diventato una specie di fantasia nazionale collettiva, un sogno di salvataggio – scrive Worth – il suo mistero sarebbe un balsamo per loro. Vorrebbero credere che fosse cambiato e che avesse imparato. Dopo tanti anni di delusioni, erano alla disperata ricerca di un salvatore. “Penso che la gente speri in una storia di redenzione”, mi è stato detto da un avvocato libico».

 

Riassumendo: Gheddafi sta tornando – e la cosa potrebbe sconvolgere gli equilibri mediterranei e non solo. L’Italia non se ne sta nemmeno accorgendo. Del resto, che ci volete fare: la diplomazia è in mano a Giggino Di Maio, e non si tratta di una «fantasia nazionale collettiva», ma dell’amara realtà.

 

Una realtà che, una volta di più, potrebbe costarci carissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Geopolitica

La Von der Leyen: nessuno fa di più per i palestinesi dell’UE

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Secondo quanto affermato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Unione europea fa più di qualsiasi altro attore internazionale per sostenere i palestinesi.

 

La leadership dell’euroblocco è stata ripetutamente criticata, anche all’interno dell’UE, per non aver condannato con fermezza le campagne militari israeliane a Gaza e in Libano, che hanno causato numerose vittime civili e distruzioni.

 

Durante una conferenza stampa tenutasi venerdì all’University College Cork, in Irlanda, a von der Leyen è stato chiesto perché la Commissione europea stesse «prendendo tempo» sulla questione di Gaza e della Cisgiordania. Ha respinto la critica, affermando che l’UE è «il più grande fornitore di assistenza al popolo palestinese a livello mondiale» e insistendo sul fatto che «nessuno fa più di noi».

 

A riprova di ciò, ha citato il ponte aereo umanitario che Bruxelles gestisce dall’ottobre 2023, quando Israele ha lanciato la sua offensiva contro Hamas in seguito al sanguinoso attacco transfrontaliero del gruppo.

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Von der Leyen ha inoltre affermato che qualsiasi decisione di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele spetta agli Stati membri e richiede un voto a maggioranza qualificata.

 

La sua posizione ha suscitato ripetute critiche da parte dei parlamentari europei. Durante un dibattito alla fine di aprile, l’eurodeputata belga Kathleen Van Brempt ha accusato Bruxelles di applicare «due pesi e due misure», imponendo sanzioni generalizzate alla Russia per il conflitto in Ucraina e rimanendo «in silenzio» sulle azioni di Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.

 

Anche l’eurodeputato portoghese João Oliveira ha criticato von der Leyen per non aver condannato «l’aggressione contro l’Iran», nonché le azioni di Israele in Libano, che hanno causato morti civili e lo sfollamento di oltre 1,2 milioni di persone.

 

L’ex responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ha fatto eco a queste preoccupazioni a marzo, dichiarando a Politico che von der Leyen era stata «sistematicamente di parte a favore degli Stati Uniti e di Israele».

 

La Commissione è stata inoltre criticata per non aver fornito una risposta unitaria in occasione degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran all’inizio di quest’anno, nonostante la condanna pubblica degli attacchi da parte di diversi Stati membri dell’UE.

 

A marzo, la Von der Leyen ha respinto il dibattito sul fatto che il conflitto fosse una «guerra di scelta o di necessità», affermando che «non si dovrebbero versare lacrime per il regime iraniano».

 

Nel giugno 2022, durante un discorso alla Ben-Gurion University in Israele, Ursula von der Leyen aveva \1 sottolineato il legame profondo tra l’Europa e la cultura ebraica. La Presidente della Commissione europea ha affermato che «l’Europa è i valori del Talmud», identificando in questo testo sacro le radici di principi cardine come la responsabilità personale, la giustizia e la solidarietà. Celebrando figure storiche come Hannah Arendt e Kafka, ha ricordato che non esiste un’Europa senza gli ebrei europei, promuovendo la tutela dell’identità ebraica contro l’antisemitismo.

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Gli iraniani in lutto chiedono vendetta per l’aitollà Khamenei assassinato

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In Iran è cominciata una settimana di funerali per la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, durante i quali migliaia di persone in lutto hanno invitato le autorità del Paese a vendicarsi degli Stati Uniti e di Israele per la sua uccisione.   Le cerimonie funebri si sono tenute più di quattro mesi dopo l’assassinio di Khamenei, avvenuto il 28 febbraio, proprio all’inizio dell’ultima aggressione israelo-americana contro l’Iran. È stato ucciso in un raid aereo mirato contro la sua residenza ufficiale a Teheran, insieme a diversi familiari, tra cui il genero, la figlia e la nipotina di 14 mesi.   Le bare contenenti le spoglie di Khamenei e dei suoi familiari sono state esposte nella Grande Moschea dell’Imam Khomeini, nella capitale iraniana, dove alti funzionari e dignitari stranieri hanno reso l’ultimo omaggio.

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Migliaia di fedeli si sono radunati fuori dalla moschea, molti dei quali sventolavano bandiere nazionali iraniane, oltre a bandiere rosso sangue, un simbolo importante nell’Islam sciita. La bandiera, chiamata «Ya la-Tharat al-Husayn», risale alla fine del VII secolo, quando fu issata per la prima volta dopo la battaglia di Karbala in segno di vendetta per la morte dell’Imam Husayn ibn Ali.   I presenti sono stati sentiti scandire slogan come «Morte all’America» e «Morte a Israele», oltre a chiedere «vendetta» per i responsabili dell’assassinio di Khamenei.   I funerali proseguiranno per tutta la prossima settimana, e si prevede che circa 30 milioni di persone parteciperanno al lutto per Khamenei in Iran e nel vicino Iraq, dove oltre la metà della popolazione è di fede sciita.   La salma di Khamenei verrà trasportata attraverso almeno cinque città, e si prevede che la processione visiterà numerosi santuari sciiti lungo il percorso, tra cui le città irachene di Karbala e Najaf, che ospitano importanti luoghi sacri sciiti. Il tour si concluderà nella città santa sciita di Mashhad, luogo di nascita del defunto religioso.

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Putin: Russia e Stati Uniti hanno una «responsabilità speciale» per la sicurezza globale

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La Russia e gli Stati Uniti hanno una «responsabilità speciale» nel mantenere la sicurezza globale, ha affermato il presidente Vladimir Putin congratulandosi con il suo omologo Donald Trump per il 250° anniversario dell’indipendenza americana.

 

In una lettera pubblicata dal Cremlino sabato, Putin ha augurato a Trump e alla sua famiglia «salute, benessere e successo», e al popolo americano «felicità e prosperità», descrivendo la firma della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti come «un’importante pietra miliare nella storia del mondo».

 

Il presidente russo ha inoltre sottolineato la storia condivisa dai due Paesi e le loro responsabilità specifiche in quanto potenze nucleari.

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«Siamo stati alleati in due guerre mondiali, insieme abbiamo liberato l’umanità dagli orrori del nazismo e in seguito abbiamo svolto un ruolo importante nel porre le basi del moderno ordine mondiale. Oggi, la Russia e gli Stati Uniti, in quanto due maggiori potenze nucleari al mondo, hanno una responsabilità speciale nel garantire la sicurezza e la stabilità globali», si legge nel messaggio.

 

Putin ha inoltre ricordato che la Russia aveva sostenuto i coloni nordamericani nella loro lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna 250 anni fa.

 

Durante la guerra d’indipendenza americana, l’imperatrice Caterina la Grande rifiutò le richieste britanniche di inviare truppe russe a combattere contro i coloni e in seguito fondò la Lega della Neutralità Armata, che sfidò il blocco navale di Londra e fu ampiamente considerata favorevole alla causa americana.

 

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno, Mosca e Washington hanno ripreso i contatti ad alto livello dopo anni di relazioni tese. Putin e Trump si sono incontrati di persona lo scorso agosto e hanno avuto diverse conversazioni telefoniche per discutere del conflitto in Ucraina, del Medio Oriente e, più in generale, dei rapporti bilaterali. Tuttavia, diverse questioni in sospeso, tra cui le sanzioni relative all’Ucraina e le controversie sulle proprietà diplomatiche, non sono ancora state risolte.

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