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Geopolitica

Europei e statunitensi non hanno «valori comuni»

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire

 

 

 

Il summit virtuale per la democrazia organizzato da Washington è un gigantesco malinteso. Molti commentatori hanno rilevato come lo scopo non sia promuovere un regime politico, ma consolidare l’alleanza militare al seguito degli Stati Uniti; un mutamento foriero di nuove guerre. Thierry Meyssan dimostra che, lungi dall’essere ipocrita, Washington è stata viceversa molto chiara sugli obiettivi. L’errore è dei partner, che fingono d’ignorare che le parole usate da Biden non hanno per lui lo stesso significato che per loro.

 

 

Il 9 e 10 dicembre 2021 il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha organizzato un summit virtuale per la democrazia (1).

 

Non è sfuggito ad alcuno che l’obiettivo fosse non solo migliorare le democrazie, ma soprattutto bipartire il mondo: da una parte le «democrazie», che vanno sostenute, dall’altra «i regimi autoritari», che devono essere combattuti.

 

I primi Paesi sotto tiro, Russia e Cina, hanno immediatamente chiamato in causa l’ipocrisia di Washington, nonché esposto la propria concezione di democrazia. (2)

 

Questo vertice è stato invece, anche nella forma, una manifestazione dell’«eccezionalismo americano», ossia della convinzione religiosa che gli Stati Uniti sono una potenza a parte, «uguale a nessun’altra», «benedetta da Dio perché illumini il mondo»

Non vogliamo riassumere le critiche russa e cinese, ma esaminare, da un punto di vista occidentale, la credibilità della pretesta statunitense di essere il «faro della democrazia»; o, in termini biblici, la «luce che brilla sulla collina». Il concetto russo di democrazia è identico a quello degli altri Stati dell’Europa continentale. Quello della Cina è molto diverso, ma qui non lo analizzeremo.

 

È nostra intenzione dimostrare che, nonostante la propaganda della NATO, non ci sono «valori comuni» tra Stati Uniti ed Europa continentale. Si tratta di culture fondamentalmente diverse, sebbene le élite dell’Unione Europea non siano più culturalmente europee, ma ampiamente “americanizzate”.

 

 

Osservazioni sulla forma

Innanzitutto, se lo scopo era «perfezionare le attuali democrazie», il summit non avrebbe dovuto essere presieduto dalla Casa Bianca, ma dalle Nazioni Unite. La partecipazione avrebbe dovuto essere consentita a tutte le Nazioni, anche a quelle che manifestamente non sono democrazie, ma che cercano di diventarlo.

 

Quando parliamo di «democrazia», nonché di «diritti dell’uomo», non intendiamo tutti la stessa cosa

Secondariamente, se gli Stati Uniti fossero davvero «faro della democrazia» non avrebbero presieduto il vertice, distribuendo buoni e cattivi voti, ma vi avrebbero partecipato su un piano di perfetta uguaglianza con gli altri.

 

Questo vertice è stato invece, anche nella forma, una manifestazione dell’«eccezionalismo americano»(3), ossia della convinzione religiosa che gli Stati Uniti sono una potenza a parte, «uguale a nessun’altra», «benedetta da Dio perché illumini il mondo».

 

 

Enormi fraintendimenti

All’inizio del vertice, il presidente Biden ha riconosciuto che nessun Paese è veramente democratico; che la democrazia è un ideale cui tendere. Ha affermato che tutti possiamo vedere come nella realtà ci siano arretramenti, quali l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, imputabili probabilmente all’ingresso di una nuova generazione. E che quindi bisognava rimettersi al lavoro di buona lena per riassorbire questi «arretramenti della democrazia».

 

Ebbene, questo bel discorso permette innanzitutto di dare un’impressione di consenso e così evitare di chiarire i termini del dibattito.

 

Tutti concordano che il presidente Abraham Lincoln ha dato un’eccellente definizione di democrazia: «Il governo del popolo, dal popolo, per il popolo». Lincoln però non ha mai avuto intenzione di riconoscere la «sovranità popolare». Gli Stati Uniti non hanno mai fatto il benché minimo sforzo verso questo ideale.

 

L’azione politica di Lincoln è consistita innanzitutto nel promuovere il diritto di fissare i dazi (causa della guerra di Secessione) come pertinenza esclusiva del presidente federale, poi l’abolizione della schiavitù (mezzo per vincere la guerra). Per questa ragione nella cultura statunitense oggi la parola «democrazia» viene intesa esclusivamente nel senso di «uguaglianza politica». Così come l’espressione «diritti civili» non designa affatto i «diritti dei cittadini» in sé, ma l’assenza di discriminazione razziale nell’accesso a questi diritti. Espressione che oggi si applica per estensione alle discriminazioni nei confronti di tutte le minoranze.

 

Non si può non riconoscere che la Costituzione degli Stati Uniti non è assolutamente democratica, nonché che gli Stati Uniti non sono mai stati una democrazia. La Costituzione accorda infatti sovranità ai governatori degli Stati federali e unicamente a loro

Un malinteso che ha una lunga storia. Il giornalista Thomas Paine, il cui pamphlet Senso comune, 1776, causò la guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti, si entusiasmò per la Rivoluzione francese. Scrisse un violento pamphlet per spiegare la differenza tra le inconciliabili concezioni di Stati Uniti, Regno Unito e Francia dei diritti dell’uomo (I diritti dell’uomo, 1792). Fu l’opera più letta in Francia durante la Rivoluzione. Gli valse la cittadinanza onoraria francese e l’elezione alla Convenzione. Per gli anglosassoni, l’espressione «diritti dell’uomo», significa diritto delle persone a non subire la Ragione di Stato e, per estensione, ogni forma di violenza dello Stato. La Francia invece ha adottato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che fa di ogni cittadino un protagonista della vita politica nazionale e, di conseguenza, lo protegge dagli abusi del potere.

 

Quando parliamo di «democrazia», nonché di «diritti dell’uomo», non intendiamo tutti la stessa cosa.

 

La definizione di «libertà di espressione» degli Stati Uniti è, riconosciamolo, superiore alla nostra: deve essere totale per consentire alle idee di esprimersi affinché dal dibattito emerga la migliore. Nei Paesi latini invece non si riconosce libertà di espressione ai vinti. Si criminalizza l’espressione delle idee soggiacenti al razzismo nazista. E dal 1990 si vieta per estensione anche la manifestazione di tutte le idee naziste condannate dal processo di Norimberga. Passo dopo passo si è arrivati al divieto odierno non solo di uccidere in massa i nemici usando le camere a gas come gli Einsatzgruppen delle SS, ma anche di contestare che questo sia stato il mezzo utilizzato in alcuni campi di concentramento.

 

Anche la libertà di religione è un tema sul quale ci si scontra. Gli Stati Uniti la ritengono un valore assoluto e non riconoscono il diritto di rifiutare qualsiasi religione. Gli europei invece parlano di libertà di coscienza, inclusa ogni forma di spiritualità, anche l’ateismo.

 

Negli Stati Uniti i partiti politici non sono associazioni di cittadini come in Russia, bensì istituzioni degli Stati federati, com’era il partito unico in Unione Sovietica

Si tratta di una differenza dalle enormi conseguenze pratiche: alcuni Paesi non europei continentali riconoscono diritti individuali solo attraverso l’appartenenza a una comunità confessionale. Gli Stati Uniti, fondati da una setta puritana, sono diventati il paradiso delle sette. Di fatto, un adepto non può ribellarsi alla propria Chiesa che lo manipoli o abusi di lui. In Europa invece ci sono mezzi legali per combattere gli abusi di autorità commessi in contesto religioso.

 

Si noti bene che la diversa concezione dei diritti dell’uomo implica un corollario. Negli Stati Uniti, in ragione dell’esperienza della dittatura britannica di re Giorgio III e della Costituzione USA, che istituisce una monarchia senza re né nobiltà, il Popolo deve poter disporre di una forza armata per difendersi da possibili abusi del Potere.

 

Per questa ragione il commercio delle armi da guerra negli Stati Uniti è libero, mentre è considerato sedizioso in Europa continentale.

 

 

Osservazioni sulla sostanza

Veniamo al cuore della questione. Pur ammettendo di essere imperfetti, gli Stati Uniti pretendono essere il «faro della democrazia». Ma sono davvero una democrazia?

 

Se intendiamo democrazia nel senso statunitense di «uguaglianza politica», non si può non constatare che non è affatto così. Esistono enormi disparità politiche, soprattutto fra Bianchi e Neri, che la stampa non manca di rilevare. Il presidente Biden ha intrapreso un immenso cantiere. Abbiamo già spiegato che il suo modo di affrontare il problema, invece che risolverlo, non fa che aggravarlo. (4)

 

Se intendiamo democrazia nel significato che assume altrove di «sovranità popolare», non si può non riconoscere che la Costituzione degli Stati Uniti non è assolutamente democratica, nonché che gli Stati Uniti non sono mai stati una democrazia. La Costituzione accorda infatti sovranità ai governatori degli Stati federali e unicamente a loro. Elezioni a suffragio universale possono esistere a livello di Stati federati, ma sono facoltative sul piano federale. Ricordiamo tutti l’elezione del presidente George W. Bush nel 2000: la Corte suprema degli Stati Uniti giustificò il rifiuto di ricontare le schede in Florida perché la volontà degli elettori della Florida non contava, dal momento che il governatore di quello Stato (fratello del sedicente vincitore) aveva deciso.

 

Acquisito che gli Stati Uniti non sono una democrazia nel senso corrente del termine, ma un’oligarchia, nonché che la loro lotta si limita ai «diritti civili», è naturale che all’estero combattano la sovranità popolare attraverso colpi di Stato, «rivoluzioni colorate» e guerre

Ricordiamo inoltre che negli Stati Uniti i partiti politici non sono associazioni di cittadini come in Russia, bensì istituzioni degli Stati federati, com’era il partito unico in Unione Sovietica.

 

Infatti le elezioni primarie per selezionare il candidato di un partito non sono organizzate dai partiti politici, ma dagli Stati federati, che le finanziano.

 

Acquisito che gli Stati Uniti non sono una democrazia nel senso corrente del termine, ma un’oligarchia, nonché che la loro lotta si limita ai «diritti civili», è naturale che all’estero combattano la sovranità popolare attraverso colpi di Stato, «rivoluzioni colorate» e guerre.

 

I loro valori sono perciò diametralmente opposti a quelli degli europei continentali, Russia compresa.

 

La posizione statunitense ha tuttavia una conseguenza positiva. Lottare per i diritti civili presuppone lottare contro certe forme di corruzione.

 

I loro valori sono perciò diametralmente opposti a quelli degli europei continentali, Russia compresa

Washington ritiene del tutto normale versare in segreto compensi a politici stranieri e finanziarne le campagne elettorali. Con la coscienza a posto, il dipartimento di Stato stila liste di esponenti stranieri da sostenere e non capisce come questi leader possano essere considerati corrotti nei loro Paesi.

 

Viceversa, gli Stati Uniti combattono la cleptocrazia, ossia la sottrazione di denaro pubblico da parte dei dirigenti stranieri (ma non da parte dei dirigenti USA, dispensati in virtù dell’«eccezionalismo americano»).

 

In questo modo aiutano talvolta la «democrazia» intesa in senso europeo continentale.

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1)«Allocution d’ouverture de Joe Biden au Sommet pour la démocratie», di Joseph R. Biden Jr., Réseau Voltaire, 9 dicembre 2021.

3) «L’ONU fatto a pezzi dall’“eccezionalismo” statunitense», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 aprile 2019. Per approfondire si leggano gli Atti del colloquio organizzato dal Carr Center for Human Rights Policy: American Exceptionalism and Human Rights, Michael Ignatieff, Princeton University Press (2005).

4) «Joe Biden reinventa il razzismo», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 11 maggio 2021.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine di PortraitOfaLife via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

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Geopolitica

L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali

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L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.

 

Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.

 

Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.

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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.

 

Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».

 

Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».

 

«Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.

 

L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.

 

Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».

 

«Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.

 

Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.

 

Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.

 

I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.

 

L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.

 

Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.

 

Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.

 

Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.

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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.

 

Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.

 

Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».

 

Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.

 

La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.

 

La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.

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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.

 

In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.

 

Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.

 

Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.

 

Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.

 

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Geopolitica

La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer

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La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina, e nessuna quantità di armamenti occidentali – compresi i sistemi di difesa aerea Patriot richiesti da Kiev – potrà cambiare questa realtà, ha affermato lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer.   L’Ucraina è «altamente vulnerabile» agli attacchi russi, che potrebbero paralizzare la sua economia e trasformarla in uno stato «disfunzionale», ha dichiarato giovedì il professore dell’Università di Chicago al podcast «Deep Dive» di Daniel Davis.   Nel corso del conflitto, giunto ormai al quinto anno, Kiev ha fatto molto affidamento sugli aiuti militari occidentali. Vladimir Zelensky ha ripetutamente sollecitato gli alleati a fornire più armamenti, in particolare i sistemi Patriot, attribuendo i ritardi nelle consegne alle battute d’arresto subite dall’Ucraina sul campo di battaglia.

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Secondo Mearsheimer, la convinzione che un maggior numero di Patriot o di altre armi occidentali possa invertire il corso del conflitto è un’illusione.   «I russi sono praticamente liberi di attaccare qualsiasi obiettivo in Ucraina e non devono preoccuparsi minimamente che un missile Patriot o qualsiasi altro tipo di missile possa abbattere i missili o i droni in arrivo», ha affermato.   Considerato il «notevole vantaggio in termini di potenza aerea» della Russia e la carenza di manodopera che affligge l’Ucraina, «i russi vinceranno questa guerra» e «l’Ucraina emergerà come uno stato residuo disfunzionale», ha sostenuto. Mearsheimer ha indicato i recenti attacchi russi contro il porto ucraino di Odessa come prova della strategia di Mosca. «A mio parere, i russi hanno di fatto tagliato fuori Odessa come porto di uscita per l’Ucraina», ha affermato.   All’inizio di questa settimana, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante e infrastrutture portuali a Odessa, Nikolaev, Izmail e Chernomorsk, utilizzate per ricevere e immagazzinare materiale militare, affermando che quasi 30 navi al servizio dell’esercito ucraino sono state colpite.   Giovedì, l’emittente ucraina Strana ha riferito che il traffico marittimo si era di fatto bloccato, con nessuna nave entrata nei porti ucraini del Mar Nero il giorno precedente. Secondo Strana, gli attacchi russi sarebbero stati una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro i porti russi sul Mar Nero.   Gli attacchi hanno reso le spedizioni verso l’Ucraina sempre più rischiose, ha aggiunto Strana, sottolineando che il colosso delle spedizioni Maersk ha recentemente sospeso le operazioni nel porto di Chernomorsk.

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Mearsheimer sostenne inoltre che il conflitto tra Stati Uniti e Iran avrebbe ulteriormente ridotto il sostegno militare e finanziario europeo a Kiev.   «Credo che gli eventi in Iran e l’andamento della guerra tra Ucraina e Russia stiano creando una situazione in cui il futuro dell’Ucraina appare estremamente fosco», ha affermato il politologo chicagoano.   Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.   Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.   Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».   Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.   Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».  

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Geopolitica

Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi

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Sabato la coalizione a guida saudita ha colpito obiettivi nel porto yemenita di Hodeidah, controllato dagli Houthi, in seguito agli attacchi contro navi saudite nel Mar Rosso.

 

Gli Houthi, un gruppo sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie zone dello Yemen, dilaniato dalla guerra civile, hanno annunciato la scorsa settimana un blocco navale dell’Arabia Saudita in risposta a quello che hanno definito l’ingiusto «assedio» del Paese.

 

Il portavoce della coalizione, il maggiore generale Turki Al-Maliki, ha dichiarato in un comunicato che gli attacchi hanno preso di mira siti militari utilizzati per «minacciare navi mercantili».

 

Secondo l’emittente televisiva Al Masirah, allineata con gli Houthi, alcune infrastrutture di telecomunicazione sono state colpite. L’emittente ha aggiunto che una donna è rimasta ferita in un attacco sull’isola di Kamaran, al largo della costa yemenita del Mar Rosso.

 

Secondo l’agenzia turca Anadolu, l’ala politica del gruppo ha condannato gli attacchi e ha promesso di rispondere a «un’escalation con un’escalation».

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Poco dopo l’attacco a Hodeidah, la città industriale saudita di Jazan sarebbe stata colpita da un apparente attacco di rappresaglia degli Houthi. Secondo le notizie, un vasto incendio sarebbe scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale del regno, la celebre Saudi ARAMCO.

 

Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira due petroliere di proprietà saudita questa settimana. Riyad ha ammesso che la Encelia ha preso fuoco e in seguito ha dichiarato che un’altra nave saudita, la NCC MASA, ha subito danni lievi allo scafo in un attacco separato avvenuto venerdì.

 

Nel 2014 gli Houthi hanno conquistato Sana’a, la capitale dello Yemen. Un anno dopo, l’Arabia Saudita ha guidato un intervento a sostegno del governo riconosciuto a livello internazionale. La campagna di bombardamenti non è riuscita a sottomettere gli Houthi, ma ha aggravato la già drammatica crisi umanitaria dello Yemen.

 

Dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, gli Houthi iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele e ad attaccare navi in quello che definirono un atto di solidarietà con i palestinesi. Gli attacchi cessarono dopo che gli Houthi raggiunsero un accordo con gli Stati Uniti nel maggio 2025.

 

Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di infliggere «pesanti punizioni militari» agli Houthi, descrivendo il gruppo come «un’organizzazione per procura dell’Iran». Gli Stati Uniti hanno bombardato lo Yemen insieme alla Gran Bretagna e a Israele nel 2025.

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa aerei sauditi avevano bombardato l’aeroporto di Sana’a per non fare atterrare un aereo passeggeri iraniano. Gli attacchi avevano il supporto della Casa Bianca.

 

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