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Bioetica

Come vengono utilizzati i bambini abortiti nella ricerca medica degli anni 2020

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«A un livello fondamentale, la ricerca che salva le vite dovrebbe preservare la dignità umana».

 

Stacy Trasancos, nuova anima del gruppo americano Children of God for Life, lo scorso dicembra ha pubblicato un importante articolo per la testata USA National Catholic Register.

 

Quando si parla di feti utilizzati per la ricerca la questione delle linee cellulari da feto abortito presenti nei vaccini è solo la punta dell’iceberg

Per la signora Trasancos non è necessario andare a fare video in incognito per seguire i dipendenti della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood per scoprire come i resti dei bambini abortiti vengono utilizzati nella ricerca. «Basta dare un’occhiata ai rapporti scientifici. I metodi sono descritti in dettaglio con le parole degli stessi scienziati che dipendono dagli aborti per progettare esperimenti».

 

Trasancos, che con il marito Jose ha preso il testimone dei COG for Life da Debi Vinnedge, è consapevole che quando si parla di feti utilizzati per la ricerca la questione delle linee cellulari da feto abortito presenti nei vaccini è solo la punta dell’iceberg.

 

«Negli ultimi decenni, la letteratura scientifica ha riportato nuove tecnologie come la trascrittomica unicellulare, topi umanizzati e organoidi, solo per citarne alcuni. Quello che segue è un riassunto di tre nuovi rapporti di ricerca pubblicati solo nell’ultima metà del 2020. Ce ne sono molti altri».

«Negli ultimi decenni, la letteratura scientifica ha riportato nuove tecnologie come la trascrittomica unicellulare, topi umanizzati e organoidi, solo per citarne alcuni. Quello che segue è un riassunto di tre nuovi rapporti di ricerca pubblicati solo nell’ultima metà del 2020. Ce ne sono molti altri»

 

 

Topi «umanizzati» con pelle di feto

Un esempio, di cui ha parlato poche settimane fa Renovatio 21, è quello dell’Università di Pittsburgh.  I ricercatori hanno pubblicato il loro lavoro sullo sviluppo di topi e ratti umanizzati con «pelle umana intera».

 

«La pelle umana protegge un individuo dalle infezioni, ma non c’è modo di studiare gli effetti dei patogeni sugli individui senza sottoporli a malattie. La pelle umana intera dei feti è stata innestata sui roditori, e contemporaneamente si co-innestavano i tessuti linfoidi dello stesso feto e le cellule staminali ematopoietiche dal fegato, in modo che i modelli di roditori fossero umanizzati con organi e pelle dello stesso bambino. Questi modelli di topo e ratto con “pelle umana e sistema immunitario (hSIS) umanizzati” hanno lo scopo di aiutare lo studio del sistema immunitario quando la pelle è infetta».

 

«Per realizzare i modelli di roditori umanizzati con hSIS, la pelle fetale intera viene prelevata da esseri umani abortiti all’età gestazionale di 18-20 settimane di gravidanza presso il Magee-Women’s Hospital e l’Università di Pittsburgh Health Sciences Tissue Bank. Le madri hanno fornito il consenso scritto all’uso dei feti nella ricerca». I feti, a quanto pare, no.

«Per realizzare i modelli di roditori umanizzati, la pelle fetale intera viene prelevata da esseri umani abortiti all’età gestazionale di 18-20 settimane di gravidanza» 

 

Dai feti abortiti, il timo, il fegato, la milza e la pelle intera sono stati trapiantati e innestati sui roditori e lasciati crescere. Quindi ai modelli di roditori è stata provocata un’infezione da stafilococco sulla pelle per studiare la risposta degli organi interni. 

 

«La pelle umana è stata prelevata dal cuoio capelluto e dalla parte posteriore dei feti in modo da poter confrontare gli innesti con e senza peli nel modello di roditore. I tessuti adiposi in eccesso, attaccati allo strato sottocutaneo della pelle, sono stati tagliati e quindi la pelle fetale è stata innestata sulla gabbia toracica del roditore, dove era già stata rimossa la sua stessa pelle. Gli innesti sono durati fino a 10 settimane dopo il trapianto. Negli innesti sono stati osservati più strati di cheratinociti e fibroblasti umani e la pelle umana ha fatto crescere i vasi sanguigni e le cellule immunitarie».

 

I capelli umani erano evidenti entro le 12 settimane, ma solo negli innesti prelevati dal cuoio capelluto fetale.

Dai feti abortiti, il timo, il fegato, la milza e la pelle intera sono stati trapiantati e innestati sui roditori e lasciati crescere. Quindi ai modelli di roditori è stata provocata un’infezione da stafilococco sulla pelle per studiare la risposta degli organi interni

 

«Negli innesti del cuoio capelluto si possono vedere sottili capelli umani crescere lunghi e scuri circondati dai corti peli bianchi del topo. Le immagini mostrano letteralmente una chiazza dei peli del bambino che cresce sulla schiena di un topo .Il lavoro è stato finanziato dal National Institute of Health (NIH) e supportato dal National Institutes of Health (NIH) -National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), lo stesso ramo con cui Moderna collabora per il vaccino COVID-19». 

 

 

 Feti utilizzati per studiare le differenze razziali nell’esposizione a sostanze chimiche

A luglio, anche sulla rivista Scientific Reports , un team negli Stati Uniti ha pubblicato le proprie scoperte sulle differenze razziali nell’esposizione fetale ai prodotti antifiamma.

 

Gli eteri di difenile polibromurato (PBDE) sono ritardanti alla fiamma e rappresentano un problema per la salute pubblica perché interferiscono con l’attività ormonale, con la funzione immunitaria e con lo sviluppo del cervello fetale durante la gravidanza. 

 

In Nord America gli standard di infiammabilità elevati sono correlati a un’elevata esposizione al PBDE, specialmente in California, dove le normative di sicurezza sono più elevate. Il feto viene esposto ai PBDE quando le sostanze chimiche si trasferiscono dalla madre attraverso la placenta, ma poiché il loro fegato non è in grado di metabolizzare prontamente le sostanze chimiche, i PBDE si accumulammo nel bambino in via di sviluppo e il processo continua nell’infanzia e nella fanciullezza, periodi critici per lo sviluppo del sistema endocrino, immunitario e neurale.

 

Per valutare l’esposizione nei bambini in gestazione, i ricercatori dell’Università della California e hanno condotto uno studio sugli eteri di difenile polibromurato (PBDE), dei ritardanti alla fiamma. Nelle quattro fasi dello studio hanno reclutato un totale di 249 donne  per effettuare aborti programmati nel secondo trimestre

Per valutare l’esposizione nei bambini in gestazione, i ricercatori dell’Università della California e della California Environmental Protection Agency hanno condotto uno studio dal 2008 al 2016. Nelle quattro fasi dello studio hanno reclutato un totale di 249 donne  per effettuare aborti programmati nel secondo trimestre.

 

«Le donne hanno dato il consenso scritto o verbale affinché il loro sangue, la placenta e il fegato dei feti venissero sezionati dal cadavere in modo che gli scienziati potessero fare confronti madre-figlio dei livelli di PBDE. Gli autori fanno notare che fino a questo studio, la raccolta dei campioni era stata “in gran parte limitata al travaglio e al parto piuttosto che prima e durante la gestazione”, quando le sostanze chimiche si trasferiscono e iniziano a formarsi durante le «”finestre prenatali critiche di vulnerabilità”». 

 

Il lavoro è stato finanziato dalla US Environmental Protection Agency e dal National Institute of Environmental Health Services. Tutti i protocolli di studio sono stati approvati dal comitato di revisione istituzionale dell’Università della California-San Francisco (UCSF) prima del reclutamento delle donne programmate per gli aborti. I feti abortiti sono stati prelevati dal personale clinico presso il San Francisco General Hospital Women’s Option Center. Questo è il più grande studio del suo genere fatto fino ad oggi. 

 

Come previsto, i livelli fetali di PBDE erano superiori a quelli delle madri. Le prove evidenziano anche che le donne di colore possono essere esposte in modo sproporzionato alle sostanze chimiche contenute nei ritardanti di fiamma. Il documento ha sottolineato la necessità di ulteriori studi sui feti in questo intervallo gestazionale.

Non è sbagliato che questi feti siano stati offerti come sacrificio umano all’idolo della Scienza e della Società

 

Non è sbagliato che questi feti siano stati offerti come sacrificio umano all’idolo della Scienza e della Società.

 

«Questi feti al secondo trimestre hanno essenzialmente vissuto la loro breve vita in utero come macchine di analisi e poi sono stati utilizzati per fornire informazioni per mantenere i bambini, che vivono nella società, al sicuro».

 

 

165 bambini morti per studiare i linfociti B

A luglio, un team del Dipartimento di Immunologia della Yale University ha riferito sulla rivista Science sullo sviluppo delle immunità nei neonati.

 

«Questi feti al secondo trimestre hanno essenzialmente vissuto la loro breve vita in utero come macchine di analisi e poi sono stati utilizzati per fornire informazioni per mantenere i bambini, che vivono nella società, al sicuro»

«Quando i batteri e i virus attaccano, il corpo reagisce producendo tre tipi di globuli bianchi: i macrofagi, i linfociti B e i linfociti T. Si è ipotizzato, a causa dei meccanismi biochimici in competizione tra i linfociti, che la produzione degli anticorpi sia limitata all’inizio dello sviluppo fetale, lasciando i neonati vulnerabili alle infezioni. Tuttavia i campioni di sangue dei neonati mostrano una abbondanza di autoanticorpi».

 

Per indagare su questa inaspettata immunità, il team di Yale ha sezionato i corpi dei feti abortiti per rimuovere il fegato, il midollo osseo e la milza.

 

Quindi hanno raccolto le cellule dei linfociti B e prodotto centinaia di anticorpi. I 15 feti, tutti abortiti nel secondo trimestre di gravidanza, sono stati prelevati dal Birth Defects Research Laboratory dell’Università di Washington. Campioni di sangue, di midollo osseo e delle feci di adulti sani sono stati confrontati per analizzare il microbiota intestinale e la produzione di anticorpi. 

 

Per indagare sul sistema immunitario dei bambini, il team di Yale ha sezionato i corpi dei feti abortiti per rimuovere il fegato, il midollo osseo e la milza. 

Lo studio ha scoperto che meccanismi incompleti di tolleranza ai linfociti B nei feti favoriscono l’accumulo di cellule simili che hanno anche la proprietà di legare i batteri e di promuovere la colonizzazione nell’intestino, incoraggiando così un percorso di sviluppo alternativo per gli anticorpi nei neonati.

 

Questo lavoro è stato finanziato, ancora una volta, dal NIH, una borsa di studio alla Yale and Pew Charitable Trusts.

 

 

La ricerca biomedica distrugge la dignità umana

 

I 15 feti, tutti abortiti nel secondo trimestre di gravidanza, sono stati prelevati dal Birth Defects Research Laboratory dell’Università di Washington

Nella sua enciclica Evangelium Vitae ,  Giovanni Paolo II ha dichiarato che «l’uso di embrioni o di feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un crimine contro la loro dignità di esseri umani ed hanno il diritto allo stesso rispetto dovuto a un bambino una volta nato , proprio come per ogni persona»(63).

 

Tuttavia, l’uso di embrioni e feti umani per la ricerca oggi non spaventa più nessuno, nemmeno i cattolici, nemmeno i tradizionalisti. L’utilitarismo, la filosofia sociale britannica per cui è giusto sacrificare una parte della popolazione per la maggiore felicità di un’altra, è oramai penetrato nel sistema operativo di tutto il consorzio umano.

 

Il COVID, del resto, è servito esattamente a questo: il Grande Reset della mente globale, inclusa – soprattutto – quella cattolica, dove il tema della «dignità umana» (cioè, l’impossibilità di trattare i figli di Dio come meri strumenti da sfruttare ed uccidere a piacimento) trovava fondamento negli insegnamenti di Cristo e nella stessa realtà dell’Incarnazione.

 

Il COVID è servito esattamente a questo: il Grande Reset della mente globale, inclusa – soprattutto – quella cattolica, dove il tema della «dignità umana» (cioè, l’impossibilità di trattare i figli di Dio come meri strumenti da sfruttare ed uccidere a piacimento) trovava fondamento negli insegnamenti di Cristo e nella stessa realtà dell’Incarnazione

 «I campioni fetali descritti in questi articoli scientifici (i bambini che sono stati uccisi e sezionati come i migliori ratti da laboratorio) meritavano tutti di essere nominati e enumerati nella famiglia umana» scrive Stacy Trasancos.

 

Noi aggiungiamo: meritano di non essere morti in vano, meritano quella che in polemologia (lo studio della guerra) si dice per i soldati morte fertile: fertile non perché hanno trasmesso dati alla biofarmaceutica mengeliana che procede verso l’orrore più puro, ma perché devono spronare ad una battaglia per salvare migliaia di altri bambini dai sacrifici umani.

 

 

 

 

 

 

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Bioetica

Bioetica della vita: forme, origine, senso

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Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato il fondatore in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.

 

Prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare sul vivente, la bioetica deve chiedersi che cosa sia la vita. È una domanda che precede tutte le altre, dall’inizio e dalla fine dell’esistenza fino ai limiti dell’intervento genetico, e la risposta che se ne dà finisce per condizionare ogni conclusione successiva.

 

La vita come movimento che viene da dentro

Nella tradizione filosofica classica la vita è definita come un movimento spontaneo che tende a un fine. Il suo carattere centrale è l’automovimento: il vivente non riceve l’impulso dall’esterno, come il sasso che rotola lungo un pendio, ma si muove da sé, e in sé trova tanto il principio quanto il termine del proprio agire. Il soggetto dotato di vita si presenta perciò come un’individualità, con un proprio centro e un confine essenziale tra interno ed esterno.

 

Quel confine, tuttavia, non è un muro. Il vivente appare come un «sistema aperto», un equilibrio complesso di flussi capace di scambio continuo con l’ambiente. La sua fenomenologia presenta tratti di continuità con l’ordine fisico-chimico, ma anche un salto qualitativo, e su questo punto si è giocato il dibattito classico tra i «meccanicisti», che tentano di ricondurre le proprietà della vita a semplici scambi chimici e fisici, e i «vitalisti», che invece rivendicano la positiva irriducibilità dei fenomeni vitali.

 

Ne discende una conseguenza decisiva: la vita non è un oggetto tra gli altri su cui indagare, ma la base di ogni attività e l’orizzonte in cui collochiamo ogni problema, e per questo è portatrice di senso. La sua forma più alta è quella che si dà nella coscienza dell’uomo, dove vita e coscienza non si contrappongono come oggetto e soggetto: la coscienza è anzi il livello più perfetto del vivere.

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Dal cosmo vivente al meccanicismo moderno

Gli antichi avevano della vita una visione che investiva l’intero universo. Nel Timeo Platone (428/427-348/347 a.C.) presenta il cosmo come un animale vivente e intelligente, generato dalla provvidenza divina perché l’opera del demiurgo risultasse la più bella possibile. La materia non era dunque interpretata soltanto come res extensa, ma come res vitalis.

 

La modernità ha invertito questa prospettiva. Con il dualismo di Cartesio (1596-1650) tra res extensa e res cogitans il fenomeno vita non trova più collocazione: non si riduce a estensione né a pensiero, e il problema è stato quindi ridotto a elemento meccanico, spiegabile con cause efficienti e non finali. Insieme a esso è stato cancellato il concetto di natura come principio interno di movimento e di vita.

 

Il risultato è una situazione paradossale per la biologia, scienza marginale da un lato, perché la biosfera rappresenta una parte minima dell’universo, e centrale dall’altro, perché riguarda ciò che più conta, la vita, compresa quella umana.

 

Il finalismo

La scienza moderna si è costruita contro l’aristotelismo e la teleologia. Questo le ha permesso di studiare matematicamente la vasta zona della res extensa, ma ha lasciato fuori la finalità, relegata al solo ambito dello spirito e della coscienza.

 

Il finalismo sostiene invece che il fine non sia un concetto proiettato dall’uomo sulle cose, né uno strumento valido solo nella sfera della coscienza: esistono finalità in tutto il mondo della vita. Nelle cose inanimate lo scopo è esterno, risiede nella mente di chi le ha progettate (il coltello è fatto per tagliare, ma quella teleologia proviene dall’artefice e non è immanente allo strumento), mentre negli «oggetti animati» lo scopo è immanente. Il modello è lo sviluppo di un organismo, che procede dal meno al più perfetto.

 

Va sottolineato che la finalità appare o scompare a seconda del metodo adottato. L’approccio filosofico-ontologico la riconosce; quello scientifico-matematizzato, completamente disontologizzato, la esclude perché considera solo la causa efficiente e non il nesso intrinseco tra potenza e atto. Può essere un metodo utile sul suo piano, quello delle spiegazioni puramente scientifiche, ma non esaurisce la realtà.

 

Creazione e divenire

Sul piano dell’origine, secondo monsignor Sgreccia creazione e divenire non sono in antitesi. La teologia cristiana afferma creatio non est mutatio: c’è un’invalicabile differenza tra la creazione, totale e assoluta posizione di ogni cosa nell’essere (creatio ex nihilo), e il mutamento o trasformazione (mutatio), che presuppone l’esistenza di ciò che è soggetto al divenire.

 

La causalità divina opera diversamente nei due ambiti: nella creazione Dio è causa prima e unica di tutto l’essere; nel divenire opera ancora come causa prima, trasformante e dirigente, ma non unica, perché entrano in campo le cause seconde finite, anch’esse dotate di capacità di azione e di causalità.

 

La filosofia della natura è l’ambito della mutatio di ogni ordine, tipo e grado: durante l’evoluzione, rispetto a quanto è stato creato, non si verifica più alcuna forma di creatio ex nihilo, ma processi di trasformazione accidentali e sostanziali.

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Le teorie dell’evoluzione e il riduzionismo

Al concetto di evoluzione si possono assegnare due significati. Per alcuni l’evoluzionismo è la dottrina che si propone di spiegare scientificamente tutti i fenomeni dello spirito e della materia riportandoli a leggi fisiche e biologiche: in quest’ottica la variazione all’origine dell’evoluzione è casuale e perciò imprevedibile, e l’evoluzione si riduce a un semplice svolgimento di trasformazioni sostanziali, senza un punto d’arrivo.

 

Per altri, invece, evoluzione significa non semplice mutamento, ma «mutamento orientato», ossia «mutamento verso» secondo l’espressione di Tommaso d’Aquino (1225-1274): il processo generativo prevede, attraverso trasformazioni sostanziali, la perfezione ascendente delle forme.

 

Alla prima lettura è legato il riduzionismo, secondo cui un sistema complesso non è nient’altro che la somma delle sue parti e se ne può dare ragione «riducendone» la considerazione a quella dei singoli costituenti. Occorre ammettere che questo approccio ha permesso alla scienza di identificare meglio le parti fondamentali di una realtà come il corpo umano e le leggi che ne governano il funzionamento.

 

Tuttavia la prospettiva riduzionistica va abbandonata quando pretende di cogliere il fenomeno nel suo insieme: è impossibile comprendere la funzione di un gene senza collocarla nel contesto della cellula, le cui dinamiche vanno a loro volta studiate nel ruolo che gruppi di cellule hanno in un organo, il quale va infine considerato nell’intero organismo.

 

Esistono anche forme di riduzionismo non antropocentrico. La più classica è il darwinismo radicale, un naturalismo che afferma una continuità evolutiva tra l’uomo e il resto del mondo naturale: il filosofo James Rachels (1941-2003), nel suo Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, sostiene che dopo Darwin l’uomo non possa più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione, essendo un prodotto delle stesse forze evolutive che hanno modellato il resto del regno animale.

 

Sulla stessa linea si colloca l’ecologismo radicale (la cosiddetta Deep Ecology), che afferma una sostanziale continuità e dunque uguaglianza tra le forme di vita umane e non umane: la natura avrebbe valore in sé e l’essere umano non avrebbe un ruolo centrale, essendo semplicemente biologia, homo natura, alla stregua degli altri viventi.

 

Il paradigma della complessità

L’alternativa a queste semplificazioni passa per la nozione di complessità, oggi al centro della riflessione in ambito biologico e trasformata in un vero paradigma, cioè in un modello di visione della realtà e di ragionamento. Il complesso è caratterizzato da ordine, coerenza, unità, struttura e organizzazione.

 

Il filosofo Edgar Morin (1921-) ha espresso la complessità in tre principi. Secondo il principio dialogico la dualità è presente all’interno dell’unità: un esempio è il DNA in rapporto agli aminoacidi, dove si dà una memoria ereditaria stabile e contemporaneamente l’azione di una proteina che si degrada e si ricostituisce. Il principio di ricorsività riconosce che tra causa ed effetto non vi è solo un rapporto lineare, perché i prodotti e gli effetti divergono spesso causa e produttori di ciò che li produce: così la membrana cellulare è insieme prodotto del metabolismo della cellula e parte integrante dei suoi stessi componenti.

 

In base al principio ologrammatico, infine, il tutto è presente nella parte, tanto che l’uno non si può concepire senza l’altro: ogni cellula contiene la totalità dell’informazione genetica dell’intero organismo.

 

Quale bioetica per quale vita

Se la vita è automovimento, individualità aperta e orientata a un fine, e se per comprenderla occorre uno sguardo che tenga insieme le parti e il tutto, ne consegue che la bioetica non può trattare il vivente come materiale neutro da gestire.

 

Deve partire dal suo senso, come fa la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia. Ridurre l’uomo a somma di meccanismi, o a una specie indistinta tra le altre, non è un semplice errore teorico: è il presupposto da cui discendono molte delle derive che la bioetica dovrebbe invece contrastare.

 

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Bioetica

Ciclisti mascherati attaccano la marcia antiabortista svizzera

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Oltre 2.200 attivisti pro-vita si sono riuniti sabato per la Marcia per la Vita in Svizzera, affrontando l’ostilità delle autorità locali e di circa 200 ciclisti mascherati che hanno cercato di interrompere e intimidire l’evento.   Secondo il canale televisivo cattolico statunitense EWTN News, circa 2.200 attivisti pro-vita, scortati da un presidio di polizia per motivi di sicurezza, si sono radunati con lo slogan «Insieme per la vita», chiedendo la tutela legale dei nascituri privi di voce e invitando i padri ad assumersi le proprie responsabilità verso i figli e le madri.   Deplorando i 200.000 aborti di bambini non nati dal 2002, la presidente della Marcia per la Vita svizzera, Beatrice Gall, ha detto che la marcia vuole contrastare il fatto che «non vi è alcun dibattito pubblico né un esame obiettivo dei fatti; al contrario, le persone rimangono in silenzio sugli alti tassi di aborto, sulla sofferenza che questo causa a molte persone e sulle relative conseguenze».   «Difendere la vita umana non è un atteggiamento retrogrado, ma lungimirante!», ha aggiunto, interpretando la «nuova ondata di interesse e il forte impegno» dei giovani come un segnale di speranza per il futuro.

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Sabotatori di estrema sinistra hanno tentato di ostacolare la manifestazione con petardi, rovesciando cassonetti e bloccando il percorso in più punti. «La polizia ha ripetutamente chiesto loro di andarsene prima di ricorrere ai cannoni ad acqua», riferisce SWI. «Tuttavia, i contro-manifestanti sono ricomparsi in diversi punti lungo il percorso».   Per anni le autorità di Zurigo hanno tenuto la manifestazione fuori dal centro, confinando l’evento nel quartiere residenziale e commerciale periferico di Oerlikon. Le autorità sostengono che sia necessario per ridurre i disordini, ma i sostenitori del movimento pro-vita ritengono che si tratti di un doppio standard che di fatto lascia agli agitatori violenti il potere di decidere chi può stare nella piazza pubblica. Gli antiabortisti hanno osservato che la capacità delle autorità di gestire i contro-manifestanti indebolisce la giustificazione di tenere la marcia fuori dal centro città.   «L’aborto è una questione seria e merita di essere affrontata a viso aperto, con amore», ha detto alla folla Jonas Streule, direttore regionale di ProLife Europe per la Svizzera. «Raramente concludiamo una conversazione senza aver indotto qualcuno a riflettere su un’opinione che aveva semplicemente adottato dalla cultura dominante».   Non è il primo anno in cui gli attivisti pro-vita svizzeri devono temere violenze da parte dei sostenitori dell’aborto solo per aver espresso la propria posizione, scrive LifeSite. La Marcia per la Vita del 2020 fu annullata dopo che la polizia avvertì che fino a 1.000 contro-manifestanti avevano in programma di bloccarla.   All’inizio di quell’anno un’organizzazione partner aveva trovato una carcassa di animale e dei vermi nella cassetta della posta, e l’anno precedente i contro-manifestanti erano arrivati a dare fuoco a dei barili.   Qualche tensione tra i partecipanti alla manifestazione antiabortista e contestatori goscisti si era avuta anche alla Marcia per la Vita di Londra.  

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L’aborto correlato a una «grave morbilità materna»: studio

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Le donne che interrompono la gravidanza corrono un rischio maggiore di «grave morbilità materna», secondo un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria. Lo riporta LifeSite.

 

Alcuni ricercatori del Charlotte Lozier Institute hanno esaminato i dati Medicaid di quasi 1,8 milioni di donne, concentrandosi su chi ha perso il primo figlio per aborto spontaneo o interruzione volontaria di gravidanza.

 

«Una precedente perdita di gravidanza è associata a un aumento modesto ma costante della morbilità materna grave durante un parto successivo», ha rilevato lo studio. «L’associazione potrebbe riflettere un rischio materno di base condiviso, effetti correlati alla precedente perdita o entrambi».

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L’aborto, in particolare, può creare problemi alle donne al momento del primo parto di un figlio vivo. L’uccisione dei bambini non ancora nati non promuove la salute della madre, come sostengono gli attivisti, ma potrebbe anzi esporla a rischi maggiori.

 

«Una storia di aborti ha aumentato il rischio di [grave morbilità materna] di circa il 20% e ha aumentato il rischio di parto cesareo in un successivo primo parto del 12%», hanno scritto i ricercatori in un comunicato.

 

Il coautore David Reardon ha inoltre sottolineato che esistono altre conseguenze note per le donne che uccidono i propri bambini non ancora nati. «Si tratta di un fattore di rischio evitabile, e le donne che prendono in considerazione l’aborto dovrebbero essere avvertite di questo rischio, oltre che dell’elevato rischio di morte prematura e di danni alla salute mentale», ha dichiarato in un comunicato.

 

L’aborto è stato collegato anche a problemi di salute mentale, come accennato da Reardon. Sebbene nessun aborto possa mai essere giustificato, questi studi accademici e le testimonianze di donne che hanno abortito smentiscono le affermazioni pro-aborto secondo cui le donne trarrebbero benefici emotivi dall’uccidere i propri figli.

 

Uno studio del 2013 ha riscontrato «un chiaro legame tra l’aborto e successive malattie mentali come depressione, abuso di sostanze e disturbo da stress post-traumatico (PTSD)».

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La sindrome post-abortiva (PAS) è documentata anche dalle testimonianze di donne che hanno subito un aborto e di consulenti.

 

Uno studio della Catholic University of America e del Ruth Institute ha rilevato che quasi la metà delle donne che hanno abortito ha riferito un disagio post-aborto (PAD) da moderato (20,7%) ad elevato (24,1%) legato al proprio aborto (o agli aborti), tra cui «frequenti sensazioni di perdita, dolore o tristezza» (31,2%) e «frequenti pensieri, sogni o flashback» (24,6%).

 

Un altro studio accademico, pubblicato nel 2025 da Reardon, ha trovato che quasi il 40% delle donne che hanno subito una perdita di gravidanza, per aborto o interruzione volontaria, dicono di continuare a provare un dolore intenso anche 20 anni dopo.

 

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Immagine di myllissa via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0; immagine modificata

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