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Protesta

Carenze di benzina e cibo, proteste in Sudamerica

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I lavoratori iberoamericani scioperano o partecipano a proteste per denunciare i prezzi elevati di carburante e cibo, la carenza di carburante e il deterioramento dei servizi sanitari e educativi.

 

In Argentina, i camionisti di merci sono alla seconda settimana di uno sciopero a tempo indeterminato iniziato nella provincia di Tucuman e diffusosi rapidamente in tutto il paese, per protestare contro la carenza e gli alti prezzi di benzina, diesel e cibo.

 

I camionisti stanno bloccando le strade principali, compresi i porti principali, Rosario e Buenos Aires, interrompendo il trasporto di merci agricole per l’esportazione.

 


 

 

Il sindacato dei lavoratori dell’amministrazione portuale ha anche annunciato la scorsa settimana che avrebbe bloccato l’ingresso all’importantissimo Dock Sud di Buenos Aires.

 

Il governo teme che se le esportazioni vengono bloccate, ciò influirà seriamente sui cambi in entrata. Anche la raccolta in diverse province è interrotta.

 

Accusando il governo di una risposta inadeguata, questa settimana i camionisti hanno bloccato più autostrade. Il ministero dei Trasporti afferma ora che la questione potrebbe essere risolta «in 15 o 20 giorni», quando dovrebbero arrivare nuove spedizioni di benzina e diesel. Ma non ha fornito alcuna indicazione su cosa dovrebbero fare i camionisti nel frattempo.

 

In Perù, a seguito dell’interruzione dei negoziati con il governo Pedro Castillo, i camionisti a lungo raggio sono nel secondo giorno di sciopero a tempo indeterminato, bloccando l’autostrada principale per Arequipa, consentendo il passaggio di veicoli privati.

 

Lo sciopero interessa Arequipa, la capitale di Lima, il porto di Callao e altre regioni. Gli scioperanti chiedono una riduzione del prezzo della benzina, che secondo loro è aumentato dell’80% negli ultimi mesi; eliminazione di una tassa sul carburante; regolazione dei pedaggi; e altre richieste che vogliono che vengano affrontate con decreto esecutivo prima di revocare lo sciopero, ha riferito la rete governativa venezuelana TeleSUR.

 

Circa 400.000 camionisti dell’Unione Nazionale dei Conducenti Trasporti Cargo stanno scioperando e potrebbero essere raggiunti da 100.000 conducenti di autobus interprovinciali, più 10.000 conducenti di autobus a Lima, dove risiede un terzo della popolazione del Perù.

 

Il ministro della Difesa ha dichiarato l’emergenza autostradale nazionale, per schierare truppe per aiutare la polizia a prevenire i blocchi autostradali.

 

Come riportato da Renovatio 21, in Perù erano già scattate veementi proteste tre mesi fa per gli insostenibili aumenti di cibo, carburantie e fertilizzanti, con rivolte che avevano fatto chiedere lo stato di emergenza.

 

Negli ultimi giorni sono entrati in agitazione anche i ferrovieri britannici. Come riportato, la Gran Bretagna si trova davanti alla prospettiva del primo sciopero generale in un secolo. L’ultimo General Strike in Albione risale al 1926.

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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Alimentazione

Tagli all’agrochimica, proteste degli agricoltori: il caos alimentare globale continua

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Nell’ultima settimana, ci sono stati annunci di forti tagli ai prodotti chimici per l’agricoltura da parte delle più grandi aziende del mondo, e anche più proteste degli agricoltori in Europa.

 

Il 26 luglio nei Paesi Bassi, gli agricoltori hanno bloccato le strade principali scaricando letame sul marciapiede e dando fuoco a balle di fieno. Il traffico è stato interrotto per ore e la pulizia in alcuni luoghi ha richiesto due giorni.

 


Il loro obiettivo di protesta è il nuovo pacchetto approvato dal parlamento olandese a giugno, che chiede riduzioni di raccolti, bestiame e altre misure in nome della riduzione dei composti di azoto e carbonio nelle emissioni e nel deflusso.

 

I nuovi editti dell’Aia fissano le scadenze per il 2023 ed entro il 2030 ci sarà una riduzione del 30% del bestiame.

 

LA tedesca BASF, la più grande azienda chimica del mondo, ha annunciato il 26 luglio che ridurrà significativamente la produzione di prodotti a base di gas naturale come materia prima. Ciò include l’ammoniaca, che è importante per i fertilizzanti, nonché per la plastica e altri beni, in particolare il diesel detto DEF, un altro prodotto necessario alle Nazioni (il trasporto merci avviene per lo più con questo tipo di combustibile) colpito in modo totale dalle sanzioni antirusse.

 

Secondo l’analista William F. Engdahl, le sanzioni NATO provocheranno a breve un disastro mondiale del diesel dalle conseguenze drammatiche.

 

I funzionari di BASF hanno altresì avvertito specificamente che i prezzi dei fertilizzanti aumenteranno. Come riportato da Renovatio 21, la BASF aveva annunciato poche settimane fa che senza una fornitura sufficiente di gas naturale, i centri di produzione potrebbero essere costretti a rimanere inattivi o chiudere completamente e potrebbero anche subire danni tecnici.

 

Yara International, l’enorme azienda globale di prodotti chimici e fertilizzanti con sede in Norvegia, ha annunciato la scorsa settimana che la sua produzione in Europa è inferiore del 27% alla capacità a causa dell’aumento dei prezzi del gas.

 

Come riporta da Renovatio 21 già lo scorso anno, quello alle forniture globali di fertilizzanti sembra un attacco premeditato mesi e mesi prima della guerra ucraina.

 

La mancanza di fertilizzanti non può che portare al crollo della produzione agricola globale – quindi ad una crisi alimentare che sfocerà per  molti Paesi in una vera e propria «carestia di massa»: è il ritorno della fame, anche per i Paesi sviluppati. Con contorno di conseguenze devastanti, come l’immigrazione massiva ipotizzata da Putin.

 

La Russia a marzo ha sospeso le esportazioni di fertilizzanti; come conseguenza molte nazioni sospendono le esportazioni alimentari, tra cui l’Ungheria, che riforniva all’Italia il 23% del grano duro.

 

La più grande cooperativa agricola USA ha avvertito che le sanzioni a Mosca causeranno pericolose mancanze di fertilizzanti.

 

Proteste per i fertilizzanti si sono viste a inizio anno in Perù.

 

In Canada vi è stato lo strano caso del deragliamento di un treno pieno di fertilizzanti.

 

Il bizzarro disastro ferroviario va ad aggiungersi alla stramba sequela di incendi e incidenti che stanno coinvolgendo le industrie di produzione alimentare americana.

 

 

 

 

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Protesta

Repressione in Sri Lanka, la polizia entra in chiesa

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Irruzione a Ratnapura nella parrocchia di padre Jeewantha Peiris, che ha sostenuto il movimento di protesta a Colombo. Contro il sacerdote decretato il divieto di espatrio per «assembramenti illegali e danni alla proprietà pubblica». Arresti e intimidazioni contro attivisti e giornalisti. Il Christian Solidarity Movement: «Il rispetto del dissenso pacifico ingrediente essenziale per uscire dalla crisi».

Nonostante la diffusa condanna degli arresti e delle intimidazioni, attivisti e giornalisti continuano a subire rappresaglie nello Sri Lanka.

 

Il 27 luglio la polizia ha fatto irruzione nella chiesa di Ratnapura, nella provincia di Sabaragamuwa, nel centro-sud dello Sri Lanka: cercava padre Amila Jeewantha Peiris, una delle figure di spicco nelle proteste anti-governative nel Paese colpito dalla crisi.

 

Le norme di emergenza repressiva che danno alla polizia il diritto di trattenere una persona fino a 72 ore, non hanno precedenti e sono tuttora operative nello Sri Lanka.

 

I difensori dei diritti umani ed esponenti della Chiesa dello Sri Lanka hanno deplorato l’irruzione della polizia a Ratnapura.

 

Il raid è avvenuto due giorni dopo che un tribunale dello Sri Lanka aveva imposto il divieto di uscire dal Paese a padre Peiris e ad altre cinque persone per la loro presunta partecipazione a «assembramenti illegali e danni alla proprietà pubblica» durante una manifestazione di protesta a giugno.

 

Il 26 luglio luglio, poi, Dhaniz Ali – un altro attivista coinvolto nelle proteste alla Galle Face – è stato trascinato fuori da un aereo che stava per partire da agenti di polizia dopo aver superato il controllo dell’immigrazione.

 

Il 27 luglio, Veranga Pushpika, manifestante e giornalista, è stato portato via da un autobus in pieno giorno da uomini in abiti civili. Sono stati poi arrestati quattro manifestanti che avevano consegnato alla polizia ingenti somme di denaro trovate nella residenza del presidente.

 

E lo stesso giorno, persone in abiti civili che sostenevano di essere poliziotti hanno visitato gli uffici di Xposure News – un sito di informazione che ha fornito un’ampia copertura delle proteste–  chiedendo di identificare le persone nelle fotografie e di vedere i filmati delle telecamere a circuito chiuso.

 

«Chiediamo con forza al governo di rispettare le libertà del popolo sancite dalla Costituzione del Paese – scrive in un comunicato il Christian Solidarity Movement – e ricordiamo che lo Sri Lanka è firmatario delle convenzioni delle Nazioni Unite sui diritti umani. Di fronte alla violenza non provocata e ai tentativi illegali di arrestare questi manifestanti, useremo ogni mezzo legittimo a nostra disposizione per rendere il Paese e gli amici dello Sri Lanka all’estero consapevoli di queste violazioni. Il dissenso pacifico è essenziale per sostenere la democrazia e, nel contesto dell’attuale crisi, la credibilità internazionale. Lo Stato dello Sri Lanka e il presidente Wickremesinghe devono cessare immediatamente gli attacchi contro i manifestanti e quanti perpetrano violenze devono essere chiamati a risponderne».

 

Anche la Conferenza episcopale cattolica dello Sri Lanka, in una dichiarazione del 23 luglio, aveva già condannato fermamente l’attacco avvenuto il giorno prima contro manifestanti civili disarmati e giornalisti, affermando che la soppressione dei diritti umani «esacerberà ulteriormente i disordini di massa e danneggerà l’immagine del Paese nella comunità internazionale».

 

Diverse organizzazioni della società civile hanno inscenato il 29 luglio una protesta pacifica alla Galle Face  contro la caccia ai manifestanti pacifici e ai media, alla quale si sono uniti anche alcune personalità religiose.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni

 

 

 

Immagine da AsiaNews

 

 

 

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Protesta

Possibili rivolte in Austria per la crisi energetica: parla il capo della sicurezza di Vienna

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Il capo dell’agenzia di sicurezza e intelligence austriaca (DSN) Omar Haijawi-Pirchner ha dichiarato lo scorso giovedì di non escludere la possibilità di rivolte nel Paese durante la probabile crisi energetica di questo autunno.

 

«Non abbiamo ancora visto alcuna rivolta nelle strade. Ma l’odio su Internet è chiaramente aumentato. Ogni crisi significa che la disperazione per alcune persone può trasformarsi prima in azioni verbali e poi anche in violenza», ha detto Haijawi-Pirchner al quotidiano austriaco Kronen Zeitung, rispondendo alla domanda se i servizi di sicurezza si aspettano rivolte in autunno sullo sfondo di un possibile crisi energetica.

 

Il servizio di controspionaggio austriaco afferma che il numero di cittadini che partecipano al conflitto in Ucraina è a due cifre, secondo il capo del DSN.

 

«Il controspionaggio è a conoscenza di un piccolo numero a due cifre», ha detto rispondendo alla domanda su quanti austriaci sono coinvolti in azioni militari in Ucraina.

 

Il nuovo servizio speciale austriaco, una divisione del ministero dell’Interno, è entrato in funzione lo scorso dicembre a seguito della riforma della precedente struttura dopo l’attentato terroristico di Vienna nel novembre 2020.

 

Come riportato da Renovatio 21, anche la vicina Germania si attende rivolte civili per l’impoverimento economico ed energetico in arrivo questo autunno: il vicecancelliere verde Robert Habeck lo ha ripetuto diverse volte, senza fare nulla però per prevenire la sciagura, anzi: ha appena dichiarato che in caso di grandi razionamenti del gas saranno servite prima le aziende e poi le famiglie, mentre il Paese prepara «zone di riscaldamento» per i cittadini che non avranno di che scaldarsi.

 

L’Austria ha già fatto sperimentazione di misure repressive drastiche durante la pandemia, con una vera apartheid biotica contro i non vaccinati, una lotteria vaccinale (sic) e la proposta di carcere speciale (cioè, un campo di concentramento?) per chi rifiuta l’iniezione mRNA, divenendo per un periodo l’epicentro planetario delle restrizione pandemiche.

 

Anche Kristalina Georgieva, il capo del Fondo Monetario Internazionale, ha dichiarato di aspettarsi a breve rivolte massive a causa della situazione economica precipitata con le sanzioni alla Russia.

 

Un ricercatore tedesco, Andreas Zick, ha previsto in uno studio circolato ampiamente che anche l’inflazione potrebbe portare a «enormi conflitti sociali».

 

Le rivolte per il costo del gas, se ricordate, erano partite in Kazakistan a inizio gennaio, molto prima dell’inizio dell’Operazione militare speciale russa in Ucraina.

 

Lo Sri Lanka è al momento il miglior esempio di Stato al collasso energetico, finanziario e alimentare con annesse rivolte della popolazione.

 

 

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