Geopolitica
Birmania, il filo-Pechino Esercito Wa chiede negoziati di pace tra generali e opposizione
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
L’UWSA è la più potente milizia etnica presente in Myanmar: uno Stato nello Stato come Hezbollah in Libano. I guerriglieri Wa non si sono uniti agli altri gruppi armati che combattono la giunta golpista. Sono spesso usati dalla Cina come strumenti di pressione per trattare con i militari birmani.
L’Esercito dello Stato unito Wa (UWSA) ha chiesto ieri ai generali golpisti di aprire trattative con l’opposizione armata al golpe militare del febbraio 2021.
L’invito al dialogo della potente milizia etnica filo-Pechino è arrivato al termine di discussioni con il governo del generale Min Aung Hlaing, tenutesi nella capitale Naypyidaw.
L’appello è rivolto anche a tutti i gruppi armati etnici e alle Forze popolari di difesa anti-golpe che combattano contro il Tatmadaw, l’esercito birmano.
L’UWSA è un vero e proprio Stato nello Stato, sul modello del partito sciita Hezbollah in Libano. Controlla una enclave territoriale al confine settentrionale con la Cina e un’altra lungo quello con la Thailandia.
Tra le circa 20 formazioni militari etniche che combattano per l’autonomia dei propri territori alle frontiere del Myanmar, quella Wa è la più temuta dai militari governativi. Può vantare 25mila effettivi, che recluta uno per ogni famiglia nelle aree sotto il suo controllo, ed è armato con equipaggiamento cinese e con sistemi di produzione propria.
Gli Wa hanno un ruolo chiave nel commercio della droga e nello sfruttamento delle risorse naturali del Myanmar.
Diversi osservatori li considerano un ingranaggio fondamentale per la fornitura alla Cina delle terre rare, minerali pregiati usati nello sviluppo dei sistemi elettronici più avanzati.
L’Esercito Wa non si è unito ad altre milizie etniche nel fronteggiare la giunta golpista. Dopo che la leader democratica Aung San Suu Kyi è stata estromessa dal potere, alcune di queste hanno offerto aiuto e armi alle Forze popolari di difesa. A differenza dell’UWSA, dopo il golpe, un altro gruppo armato di etnia cinese ha lanciato attacchi contro il Tatmadaw.
L’esercito Kokang rivendica di aver ucciso in dicembre 100 soldati birmani che assediavano la loro base a Mongko, nello Stato frontaliero Shan.
La scelta «neutrale» dell’UWSA è suggerita con ogni probabilità dalla Cina, che vuole preservare i suoi interessi economici in Myanmar e spesso ricorre agli Wa come strumento di pressione nei confronti dei militari di Naypyidaw.
Pechino rimane uno dei pochi partner della giunta militare, al punto che le autorità cinesi non hanno mai etichettato come colpo di Stato la presa di potere dei generali birmani.
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Geopolitica
Visita segreta di Netanyahu negli Emirati
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha compiuto una visita riservata negli Emirati Arabi Uniti (EAU) nel pieno del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, come reso noto mercoledì dal suo ufficio. Il viaggio si è svolto in concomitanza con la consegna, da parte di Israele, di batterie di difesa aerea Iron Dome agli Emirati Arabi Uniti.
Netanyahu ha incontrato il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed, durante la trasferta avvenuta in un momento non precisato del conflitto, ha riferito l’ufficio del premier in un comunicato, precisando che il viaggio «ha portato a una svolta storica nelle relazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti».
Sebbene l’ufficio di Netanyahu non abbia fornito ulteriori particolari su questa «svolta», è verosimile che si sia discusso di forme di cooperazione militare, considerato che l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha confermato in questi giorni che Israele ha di recente inviato «batterie e personale dell’Iron Dome» negli Emirati.
Il ministero EAU ha tuttavia smentito che il Netanyahu abbia effettuato una visita non annunciata nel Paese. Le relazioni con Israele «non si basano sulla segretezza o su accordi occulti», ha aggiunto il ministero.
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L’entità di questa cooperazione è stata rivelata questa settimana dal Wall Street Journal. Secondo il quotidiano, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto in segreto diversi attacchi contro infrastrutture e siti militari iraniani nel corso della guerra, tra cui un raid a una raffineria sull’isola iraniana di Lavan all’inizio di aprile, più o meno nello stesso periodo in cui il presidente statunitense Donald Trump annunciava un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati con l’Iran.
L’attacco sarebbe stato coordinato con Israele e sarebbe avvenuto dopo numerose visite riservate negli Emirati Arabi Uniti da parte del direttore del Mossad, David Barnea.
Gli Emirati Arabi Uniti non hanno riconosciuto gli attacchi, né il loro governo ha commentato le visite di Barnea o di Netanyahu.
A gennaio, il Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti aveva dichiarato che non avrebbe consentito agli Stati Uniti o a Israele di utilizzare il proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Teheran ha sostenuto che i jet americani responsabili dell’attacco a una scuola elementare a Minab il primo giorno di guerra, che ha causato la morte di oltre 160 studentesse, erano partiti dalla base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi. Le forze iraniane hanno replicato colpendo Al Dhafra, oltre alle infrastrutture statunitensi nel porto di Jebel Ali a Dubai.
Nelle settimane successive, l’Iran ha bombardato obiettivi negli Emirati Arabi Uniti con oltre 2.000 missili e droni, mentre Teheran ha accusato gli Emirati di collaborare con «parti ostili» nella guerra.
Nel contesto del fragile cessate il fuoco, la scorsa settimana gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver colpito il loro territorio, incendiando un impianto petrolifero a Fujairah e ferendo tre persone. Gli Stati Uniti non hanno condannato l’attacco, probabilmente per favorire il rispetto della tregua.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
L’Arabia Saudita ha condotto attacchi segreti contro l’Iran
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Geopolitica
Trenin: l’Europa è il principale avversario della Russia. Il sogno di Soros avverato
Dmitri Trenin, presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali (RIAC), ha dichiarato ad una trasmissione del canale governativo russo RT che per la prima volta dalla sconfitta della Germania nazista nel 1945 l’Europa è diventata il «principale avversario» della Russia.
Il Trenin, rinomato esperto di affari internazionali, ha affermato che «oggi la Russia è di nuovo in guerra, e non si tratta semplicemente di una guerra tra Russia e Ucraina», bensì di una guerra per procura contro Mosca condotta dall’Occidente.
Secondo Trenin, mentre gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump si sono progressivamente allontanati dal conflitto in Ucraina, il coinvolgimento europeo è diventato sempre più rilevante negli ultimi tempi, dichiarando che le élite delle capitali europee stanno sfruttando la presunta minaccia russa in un apparente tentativo di consolidare l’Unione Europea «in disfacimento» e di «rilanciare le proprie economie attraverso la militarizzazione».
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«Stanno cercando, soprattutto, di rimanere al potere» diffondendo narrazioni allarmistiche sulla Russia, ha aggiunto.
Trenin ha poi descritto gli ucraini come «parte della più ampia nazione russa» che viene «sviata» e «utilizzata dall’Occidente nella sua lunghissima guerra contro la Russia», che risale addirittura al XVI secolo.
L’esperto di affari internazionali si è detto fiducioso che la Russia alla fine raggiungerà i suoi obiettivi nel conflitto, sebbene ci vorrà molto tempo. Ha definito la visione russa di vittoria come la sconfitta degli elementi neonazisti in Ucraina, così come di «quelle forze in Europa, principalmente tra le élite, che hanno trasformato nuovamente la Russia in uno spauracchio».
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Commentando i tentativi di mediazione di Trump, Trenin ha affermato che il presidente statunitense è «sostanzialmente impotente nell’insistere su qualcosa di fondamentale importanza per porre fine a questo conflitto», e quindi il suo ruolo nel definirne il corso è piuttosto limitato.
Secondo il presidente del RIAC, Trump non sarebbe riuscito a convincere i guerrafondai dell’UE e la leadership ucraina ad agire in base all’intesa raggiunta con il presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, lo scorso agosto.
Renovatio 21 rileva come il pensiero dell’analista russo finisca per coincidere con quello di Giorgio Soros, che in un articolo apparso nel 2014 sulla New York Review of Books aveva definito la Russia come l’«aggressore geopolitico dell’Europa». Si trattava, abbiamo pensato all’epoca, di puro ringhiare da parte del miliardario i cui progetti russi erano stati fermati dall’arrivo al potere di Putin e dei siloviki nel 2000.
Il 2014 era stato l’anno di Maidan e della Crimea, tuttavia erano ancora sensibili gli anni di disgelo tra Mosca e gli europei, fatti delle relazioni di Putin con Berlusconi, Schroeder e tante altre figure apicali degli Stati UE – ed erano ancora attive le forniture di gas moscovito che alimentano l’industria e le famiglie d’Europa.
Dopo un decennio di molestia globale, guerra, attenati, freddo, devastazione e morte, ecco che il sogno di Soros pare essersi avverato. Perfino nel cuore dei russi…
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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