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Angela, gli ebrei, i massoni, il mistero e Aurelio Peccei

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È morto Piero Angela. I coccodrilli su TV, siti e giornali vi avranno già inzuppato il fazzoletto.

 

Rammentiamo le sue fiammate durante la pandemia. «L’esercito in campo per far rispettare le norme di sicurezza sanitaria? Secondo me è utile. Questo è un virus mortale. Non si può dover chiedere per favore, mettete le mascherine. Quelli che non le usano sono degli untori, sono stati informati che è estremamente rischioso, soprattutto se sono quelli asintomatici» avrebbe dichiarato nel 2020.

 

Con la mascherina sul mento, la voce gli tremava, ma la convinzione c’era tutta.

 

«Facciamo l’esempio dell’AIDS. Sapete che c’è gente che è stata condannata in tribunale perché sapendo di essere contagioso comunque ha avuto rapporti con altre persone. È un reato, tu porti in giro la malattia».

 

E ancora. «Non c’è abbastanza pressione sul pubblico perché rispetti queste regole (…) in attesa del famoso vaccino».

 

Questo per il Piero Angela pandemico, che da scientista è ovviamente vaccinista, del tipo mistico-fideistico che abbiamo imparato a conoscere.

 

Tuttavia ci sono un paio di altre cosette che vorremmo ricordare qui del potente divulgatore scientifico RAI, principe di un feudo TV altamente «laico» anche in era democristiana. Sono due robette che probabilmente non leggerete altrove – soprattutto una, molto più significativa delle altre, che sta scritta in fondo all’articolo.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, «laico» è una parola che può voler dire tante cose. Nel caso della famiglia Angela, la parola può significare l’aderenza ad una tradizione, diciamo così, «illuminista».

 

Il padre di Piero era Carlo Angela, un medico piemontese che viene ricordato per il suo impegno antifascista: «la dittatura lo confinò praticamente a Villa Turina, una casa di cure per malattie mentali, ma ciò non gli impedì di continuare a mantenere rapporti con la rete antifascista» ricorda un vecchio articolo di Repubblica, che virgoletta un testimone che riconosce che «Angela era una persona riservata, che parlava poco. Aveva la sacralità del silenzio, era un laico rigoroso».

 

Durante gli anni della Repubblica Sociale, il dottor Carlo Angela «salvò ebrei spacciandoli per ariani», nascondendoli nella clinica che dirigeva. Ciò gli valse, nel 2001, l’onorificenza israeliana di Giusto fra le Nazioni; il suo nome fu quindi nel Giardino dei giusti di Yad Vashem di Gerusalemme, luogo poi visitato dal figlio Piero con abbondanza di foto e resoconti mediatici. Una stele dedicata a Carlo Angela vi è anche nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova, un parco a tema genocidi del XX secolo.

 

Non vi è mistero attorno all’appartenenza del Carlo Angela alla Massoneria. Fu iniziato nel 1905, raggiungendo il 33º grado del rito scozzese antico ed accettato. Nel secondo dopoguerra ottenne la carica di Maestro Venerabile della Loggia Propaganda all’Oriente di Torino Presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della stessa città.

 

Un rito massonico funebre fu celebrato nel tempo della Loggia Propaganda l’8 giugno 1949, a cinque giorni dalla sua morte.

 

Carlo Angela è stato celebrato dalla RAI – dove lavorano suo figlio e suo nipote – con un lungometraggio documentario del 2017 intitolato Carlo Angela:un medico stratega.

 

Ora non c’è prova alcuna che la discendenza del Carlo abbia seguito le medesime iniziazioni.

 

Tuttavia l’impegno illuminista da parte del Piero c’era tutto.

 

Non stiamo parlando solo del modo gentile di spiegare la scienza a gambe conserte (mirabilmente canzonato dal Gianfranco D’Angelo di Drive In) con le sue ipnagogiche trasmissioni per lo più fatte di spezzoni di documentari importati (dai veri professionisti dei filmati naturalisti BBC, etc.) e doppiato da Claudio Capone, cioè la compianta voce di Ridge di Beautiful e del primo Luke Skywalker.

 

Ci riferiamo al CICAP, il «Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale», che ora avrebbe cambiato nome, non sappiamo bene perché, in «Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze». Il CICAP fu creato dopo iniziative di Piero Angela, che nel 2016 ne divenne «Presidente Onorario».

 

Su esempio di un ente di scettici USA, Angela voleva creare un comitato per la verifica dei presunti fenomeni paranormali – in pratica un fact-checking ante litteram, che però poteva sconfinare nella sfera del mistico: astromanzia, rabdomanzia, taumaturgia, ufologia, spiritismo… Niente sfugge alle verifiche degli in genere baffuti agenti del CICAP.

 

Essi finirono giocoforza per sconfinare nell’ambito religioso, occupandosi del sangue di San Gennaro e di Medjugorje.

 

Il riduzionismo scientista degli uomini CICAP è per alcuni davvero snervante. Chi scrive ricorda un’affollatissima conferenza di ufologia a San Marino, più di tre lustri fa, dove l’organizzatore al microfono sbottò tutta la sua rabbia contro un’apparizione TV di un tizio CICAP che, invitato ad esprimersi su video di UFO rilasciati dall’esercito messicano, dichiarò che quelle luci filmate dai piloti di caccia erano in realtà riflessi dei pozzi petroliferi di Cuba…

 

La superstizione, come la Fede (che è ritenuta superstizione), sono da sempre oggetto degli strali del noto club cui apparteneva il papà del Piero, dove si predica la superiorità della ragione sopra ogni cosa, soprattutto verso le credenze popolari e ciò che esce da una visione precisa (bianca o nera, a scacchi, come quel famoso pavimento).

 

Il mistero, insomma, non esiste: esiste solo la «ragione», qui intesa come la possibilità di spiegare, con le sole conoscenze della scienza attuale, qualsiasi cosa.

 

Rivoli di questo razionalismo, che per forza di cose va a scontrarsi con il sentire religioso e talvolta la religione organizzata, si possono trovare nei movimenti scettici che vi sono in ogni Paese, dagli USA all’India.

 

Vi è una ulteriore storia che da anni faceva impazzire il sottobosco della rete: quella che passa per il videografo israeliano Ofer Eshed, già marito di Fiamma Nirenstein, ardente sionista già deputata berlusconiana poi proposta da Netanyahu in era Renzi come ambasciatrice d’Israele a Roma – ma della cosa non se ne fece nulla. La Nirenstein è stata la prima cittadina-parlamentare italiana residente nella colonia ebraica di Gilo, territorio annesso con la guerra dal 1967 e, secondo la comunità internazionale, occupato illegalmente. La cosa fu notata in un articolo del 2008 del quotidiano israeliano Haaretz intitolato «Il “colono” israeliano al servizio del parlamento italiano».

 

Ora, parrebbe da alcune clip su un canale YouTube che un Ofer Eshed potrebbe aver lavorato per Ulisse e Superquark, due programmi del Piero Angela. Sul perché vi possa essere stata questa collaborazione, non abbiamo idea alcuna. Come potrebbe essere vero il fatto che si tratti semplicemente di filmati venduti.

 

Niente di che, non sappiamo nemmeno se si tratti di un caso di omonimia. Comunque non lo reputiamo un segno importante, è una coincidenza da nulla.

 

Non è invece, una coincidenza da nulla l’intreccio tra Piero Angela e Aurelio Peccei, un personaggio di cui talvolta Renovatio 21 vi ha parlato.

 

Peccei, un altro torinese forse di tradizione «illuminista» che aveva fatto la resistenza antifascista, è uno dei personaggi più oscuri del Novecento. Non esitiamo a conferirgli il titolo di «signore della Necrocultura».

 

L’idea dei limiti dello sviluppo la dobbiamo a Peccei e alla sua creatura, il Club di Roma, un consesso di potentissimi uniti solo dall’agenda magica di Peccei, che per qualche motivo aveva buoni rapporti con i vertici di qualsiasi realtà globale – pensate ad un Kissinger, o ad uno Klaus Schwab, ma più tetro e più concentrato.

 

Il concetto che muoveva Peccei di fatto era uno solo: la riduzione della popolazione terrestre.

 

Fu Peccei a costruire la cultura della decrescita, del controsviluppo, della contrazione industriale, economica, necessaria per salvare il pianeta dalla supposta implosione demografica, che avrebbe portato devastazione, guerra e malattie, nonché la fame su tutto il globo terracqueo.

 

Quando sentite qualcuno dire «siamo troppi», dovete sapere che la sua lingua è stata caricata decenni fa dal lavoro di Aurelio Peccei.

 

La potenza del suo Club di Roma fu tale che si sostiene che la politica cinese del figlio unico sia stata indotta da lì: approcciarono un esperto aerospaziale del governo Deng, tale Song Jian, ad una conferenza missilistica a Helsinki, e gli dissero che avevano simulazioni che mostravano il collasso della Repubblica Popolare Cinese se la popolazione non sarebbe stata fermata… Deng, che forse con l’Europa aveva altre aderenze di club avendo studiato a Parigi, attivò la politica autogenocida costata la morte di centinaia di milioni di bambini, facendo diventare Pechino un mega-laboratorio della Cultura della Morte realizzata.

 

Il documento con cui iniziò tutto fu lo studio che il Club di Roma di Peccei commissionò nel 1972 al politecnico bostoniano MIT, The Limits to Growth («I limiti dello sviluppo»), una primitiva simulazione al computer che ripeteva con gergo scientifico coevo quanto già espresso dal reverendo Malthus, teorico delle atrocità dell’Impero britannico (lavorava per il Collegio della Compagnia delle Indie), secoli prima: fermate la crescita della popolazione e il consumo di risorse o sarà il disastro.

 

È una delle maschere della Necrocultura che abbiamo imparato a conoscere: quella ecologista.

 

Peccei non aveva paura di scrivere quello che pensava dell’umanità nei suoi libri, uno dei quali, Campanello d’allarme per il XX secolo, scritto con il vertice del potente gruppo buddista Soka Gakkai (quello di Baggio e della Sabina Guzzanti) Daisaku Ikeda.

 

È tuttavia in Cento pagine per l’avvenire, un libro che hanno sentito il bisogno di ristampare pochi anni fa, che il Peccei tocca vette di trasparenza antiumana:

 

«Ci siamo chiesti se tutto sommato, rispetto al maestoso fluire dell’evoluzione l’homo sapiens non rappresenti un fenomeno deviante. Se non sia un tentativo ambizioso andato male, un errore di fabbricazione che gli aggiustamenti che assicurano il rinnovarsi della vita si incaricheranno a tempo debito di eliminare o rettificare in qualche modo».

 

Avete capito da dove vengono quindi Greta Thunberg («la prima Greta Thunberg aveva i baffi e si chiamava Aurelio Peccei» ebbe a dire Angela) e i discorsi apocalittici sul «pianeta Gaia» dei vostri amici eco-vegetariani: da uno strano ricco e potente, già uomo FIAT e Olivetti, inspiegabilmente inserito nel livello decisionale più alto del pianeta.

 

Quindi, eccovi che nel 1973, ad un anno dall’uscita del rapporto I Limiti dello Sviluppo voluto dal Club di Roma, «Piero Angela prende spunto da questo testo fondamentale in materia di sostenibilità ambientale del progresso tecnologico per realizzare “Dove va il mondo?”». Stiamo copincollando da RaiPlay, il sito della RAI.

 

«Il programma in quattro puntate intendeva verificare l’attendibilità delle drammatiche previsioni del rapporto, vagliando le posizioni pro e contro di esperti e scienziati. Il primo intervistato è Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma”, l’ente non governativo che aveva commissionato lo studio del MIT».

 

«La nostra Terra che galleggia nello spazio con il suo sottilissimo strato di biosfera può accogliere uno sviluppo senza limiti? Oppure le sue stesse dimensioni creano inevitabilmente un limite fisico allo sviluppo» si chiede Angela nei primissimi secondi mentre scorrono immagini in bianco e nero del nostro pianeta. «E quanto siamo lontani, da questo limite? Queste domande se le sono poste in modo concreto un gruppo di scienziati, umanisti, dirigenti di organizzazioni internazionali preoccuparti sulle sorti del futuro riuniti in una associazione denominata Club di Roma».

 

Uno spottone.

 

Il lancio è straordinario. «La  prima seduta [del Club di Roma] si era svolta qui a Roma, su iniziativa del dottor Aurelio Peccei». Parte l’intervista.

 

Date un’occhiata voi stessi. In pratica, un’intera serie dedicata al manifesto della decrescita, con lunga intervista a Peccei già al primo episodio.

 

La vicinanza tra Angela e Peccei è ricordata anche nel fresco necrologio del WWF: «Fu tra i primi infatti, già dagli anni 70, a dare risonanza agli allarmi sul futuro del Pianeta lanciati da Aurelio Peccei e dal Club di Roma fondato dallo stesso Peccei».  Ricordiamo, en passant, che tra i personaggi fondatori del WWF c’è il principe Filippo di Edimburgo, quello che voleva reincarnarsi in un patogeno pandemico per decimare la popolazione. Un altro fondatore, il principe neerlandese Bernhard van Lippe-Biesterfeld è stato presidente del Gruppo Bilderberg fino a quando si dovette dimettere per lo scandalo della tangente da 1,1 milioni di dollari avuta dalla Lockheed.

 

Ma restiamo su Angela e Peccei. Tra i due non vi era un rapporto superficiale.

 

Con Peccei, disse Angela in un’intervista con il filosofo ateo Telmo Plevani su MicroMega, «mi incontrai poi tantissime volte. Con lui andai, nel 1972-73, ad Algeri, per la conferenza “Reshaping the International Order“, e, nel 1975, a Salisburgo, dove Peccei riuscì a riunire attorno a queste problematiche undici capi di Stato e di governo. Realizzai allora una serie di programmi televisivi su questi temi: Dove va il mondo, in cinque puntate; poi Nel buio degli anni luce, in otto puntate; e un libro, La vasca di Archimede, in cui spiegavo proprio come non ci sia un’azione che non abbia ripercussioni da qualche altra parte».

 

Diecine di produzioni del servizio pubblico per spiegare i principi del Club di Roma.

 

Rimirate ancora una volta Angela che intervista Peccei nello spezzone delle Teche RAI.

 

Guardatelo, parlando di una non meglio precisata «frenata», chiedere all’intervistato di questi mirabolanti «studi di previsioni tecnici su questo sviluppo»

 

«Nel giro di qualche generazione si va incontro a catastrofi perché superiamo le capacità della Terra» risponde Peccei.

 

Sappiamo tutti cosa vuol dire. Di lì a pochi anni sarebbe arrivata la legge sull’aborto, vi sarebbero stati interi movimenti che suggerivano la contraccezione e la sterilizzazione. La pillola, flagello steroideo che trasforma e fa ammalare le donne negando la loro stessa natura, era arrivata pochi anni prima.

 

«Quest’uomo si accresce in peso e in dinamica, e il filo si può spezzare».

 

Ora immaginate che questo era il canale unico RAI. Immaginate che a quel tempo la TV era considerata verità. «Lo ha detto la televisione» era il riferimento che zittiva tutti.

 

Capiamo quindi quale possa essere stato l’effetto del lavoro di Angela.

 

Non ci interessano tutte le cose di ebrei e massoni di cui si è scritto su Piero Angela. A noi basta mandare in play questo breve video.

 

Non c’è nessun mistero qui. Tutto ci sembra alla luce del sole, scientificamente spiegabile.

 

Noi sappiamo perfettamente cosa esso significhi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine ritagliata e resa in bianco e nero.

 

 

 

Pensiero

Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea

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Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.

 

Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).

 

La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.

 

È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.

 

Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.

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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.

 

È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.

 

È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.

 

Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.

 

Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».

 

Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.

 

Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.

 

Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.

 

Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».

 

C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.

 

Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.

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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.

 

Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.

 

La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»

 

Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.

 

E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.

 

È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».

 

Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.

 

Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.

 

Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.

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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.

 

Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.

 

Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.

 

È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.

 

Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.

 

Roberto Dal Bosco

 

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 Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863),
Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata

 

 

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Pensiero

Cos’è lo Stato e chi lo controlla?

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.   Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.   

Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente. 

 

È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano. 

 

In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo. 

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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.

 

Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.

 

Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese. 

 

Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.

 

Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti. 

 

Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.

 

Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa. 

 

Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.

 

Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.

 

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.

 

A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale. 

 

Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright MillsPhilip H. BurchG. William Domhoff e Carroll Quigley.

 

Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.

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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie ​​della sovranità dei consumatori. 

 

Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo. 

 

Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti. 

 

Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene. 

 

Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe. 

 

Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato. 

 

Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile. 

 

Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi. 

 

«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».

 

Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale. 

  Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.  

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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