Predazione degli organi
Neonata morta consegnata all’agenzia di pompe funebri senza i suoi organi
Renovatio 21 ripubblica questo articolo della dottoressa Klessig apparso su LifeSiteNews.
Una famiglia del Texas è in cerca di risposte dopo che il corpo della loro bambina è stato trasferito in un’agenzia di pompe funebri senza gli organi, in seguito alla morte improvvisa della bambina in un ospedale di Fort Worth.
Samaria Bates e il suo fidanzato, Kenneth Sauls, hanno dato alla luce due gemelle premature il 23 ottobre 2025, alla ventinovesima settimana di gravidanza, presso il Texas Health Harris Methodist Hospital. Fortunatamente, le bambine non hanno avuto gravi problemi di salute, ma sono state trattenute nel reparto di terapia intensiva neonatale per crescere e rafforzarsi prima di essere dimesse.
Per sei settimane le bambine sono cresciute bene. Tuttavia, quando il padre è arrivato il 5 dicembre per una visita di routine, gli è stato impedito di entrare perché era in corso una «procedura sterile». La famiglia non era stata informata di alcuna emergenza medica. Purtroppo, la piccola Samaria è morta più tardi quello stesso giorno. Ma la situazione è peggiorata. Anche se i genitori di Samaria affermano di non aver acconsentito all’espianto degli organi, quando la loro bambina è arrivata all’agenzia di pompe funebri, gli organi erano mancanti.
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Questa orribile esperienza, purtroppo, non è unica. Proprio questo mese, durante un’audizione della sottocommissione «Ways and Means» della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti dal titolo “Vite in gioco: responsabilizzare le organizzazioni per l’approvvigionamento di organi esenti da imposte», la deputata dell’Alabama Terri Sewell ha dichiarato pubblicamente che gli organi di prigionieri deceduti in Alabama sono scomparsi.
Nel 2023, il detenuto deceduto Brandon Clay Dotson è stato portato all’impresa di pompe funebri senza cuore. Il corpo di un altro detenuto, Charles Edward Singleton, è stato consegnato all’impresa di pompe funebri senza organi interni.
Sorprendentemente, non si è trattato di episodi isolati: cinque anni prima, gli studenti di medicina dell’Alabama avevano notato che un numero sproporzionato di campioni di laboratorio proveniva da detenuti e avevano presentato un reclamo etico. Una causa intentata dalle famiglie dei detenuti aveva rivelato che i moduli di consenso standardizzati consentivano al sistema carcerario dell’Alabama di dirottare gli organi dalle autopsie dei detenuti deceduti verso la facoltà di medicina.
Sulla base di questo esempio, sembra probabile che i genitori della piccola Samaria siano caduti vittima di un modulo standard di «consenso al trattamento» presso il loro ospedale, molti dei quali includono effettivamente un consenso per il prelievo e lo smaltimento di organi o tessuti.
La suddetta indagine della Sottocommissione «Ways and Means» della Camera ha anche rivelato come le Organizzazioni per l’Approvvigionamento di Organi (OPO) stiano commettendo apparenti frodi ai danni del programma di assistenza medica USA Medicare appropriandosi indebitamente di organi umani.
Il deputato della Florida Aaron Bean ha mostrato una fotografia che mostrava scatole di organi umani su scaffali e si è chiesto perché non venissero utilizzate per i trapianti. Jennifer Erickson, senior fellow della Federation of American Scientists, ha spiegato che le OPO stanno sfruttando una scappatoia legale in cui ricevono pagamenti per organi che non verranno mai trapiantati.
Mentre le persone donano gli organi nella convinzione di aiutare qualcuno in difficoltà, questa scappatoia consente agli OPO di ricevere pagamenti per organi non destinati al trapianto, ma alla «ricerca». La signora Erickson ha affermato che, nel caso del pancreas, questa scappatoia ha portato a un drammatico aumento dei prelievi di pancreas.
Negli Stati Uniti sono stati prelevati oltre 7.000 pancreas dal 2020, senza un corrispondente aumento dei trapianti di pancreas e senza alcuna prova che questi organi extra venissero effettivamente utilizzati per la ricerca. Di fatto, un OPO del New Jersey ha buttato via un centinaio di pancreas in un solo giorno, dopo che le agenzie federali hanno iniziato a indagare su questa pratica.
Quando la deputata Bean ha chiesto cosa questo significhi per i pazienti, la signora Erickson ha risposto: «significa che un centinaio di famiglie nel New Jersey, nel giorno peggiore della loro vita, perché hanno perso una persona cara, una moglie o un figlio a causa di un incidente stradale o di qualche altro infortunio, hanno detto sì alla donazione di organi. Sono state ingannate e gli organi dei loro cari sono stati espiantati e lasciati sugli scaffali per sfruttare una scappatoia del CMS».
LaErickson ha anche dichiarato alla sottocommissione «Ways and Means» che gli OPO stanno prelevando reni che non saranno mai utilizzati per il trapianto. Ha raccontato di come un addetto ai lavori del settore abbia tenuto una presentazione ad altri OPO su come distinguere il conteggio finanziario dei reni da quello clinico, mostrando loro sostanzialmente come commettere frodi ai danni di Medicare. Ha riportato la testimonianza di un altro informatore del Congresso, il quale ha affermato che quando i congelatori dei loro OPO erano troppo pieni di reni, portavano l’eccesso in un ospedale vicino e li incenerivano.
Il deputato Bean ha trovato questo fatto scioccante, soprattutto perché il principale finanziatore delle OPO è Medicare, il che significa che sono i contribuenti a finanziare questo spreco e questo abuso. «Il nostro rapporto mostra che il nostro ispettore generale ha trovato esempi di OPO che hanno utilizzato impropriamente i fondi Medicaid per qualsiasi cosa, da eventi sportivi, limousine, ritiri, ritiri a cinque stelle, infrangendo la legge sul loro status di organizzazione non-profit… questo dovrebbe essere in prima pagina su ogni giornale e in ogni telegiornale, dove si parla di sprechi, frodi e abusi. Ed è scioccante e malvagio».
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Dato l’abuso di fiducia pubblica da parte di coloro che sono coinvolti nel prelievo di organi, è tempo di agire. Quando entrate in un ospedale, in una clinica o persino in un carcere, leggete attentamente tutti i moduli di consenso e modificateli se contengono dichiarazioni preoccupanti prima di apporre la vostra firma. Istruzioni dettagliate per gli operatori sanitari sono disponibili online. È necessario presentare una procura medica che attesti la vita del paziente al vostro medico e all’ospedale.
Poiché diverse agenzie federali (come l’Health Resources and Services Administration, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani e due commissioni della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti) stanno attualmente indagando sul settore del prelievo di organi, revocare il consenso a essere un donatore registrato sembra al momento prudente. È possibile farlo facilmente modificando la designazione del donatore sulla patente di guida e rimuovendo il proprio nome dal Registro Nazionale dei Donatori degli Stati Uniti
Per una maggiore protezione, è consigliabile registrare la propria scelta di non donare nella cartella clinica elettronica e portare con sé una tessera «Mi rifiuto di essere un donatore di organi».
Dott.ssa Heidi Klessig
La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.
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Predazione degli organi
Trapianto di organi, prima la persuasione e poi l’obbligo?
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Morte cerebrale
Budget sanitario e morte cerebrale: la predazione degli organi come obiettivo del sistema
Il 26 agosto, il Corriere delle Alpi ha riportato i dati sull’attività di donazione della ULSS 1 Dolomiti, resi pubblici dai vertici dell’azienda sanitaria e dal coordinamento trapianti: nel 2024 dieci accertamenti di morte con criterio neurologico; nel 2025 sedici; nei primi otto mesi del 2026 sei.
Nello stesso periodo del 2026 si contano cinque donatori multiorgano. Il direttore generale dell’ULSS auspica inoltre che il 20% di mancati consensi alla donazione registrato nel territorio possa essere ulteriormente ridotto, fino «magari» ad essere azzerato.
Fin qui, la consueta promozione della cosiddetta donazione. Ma nei dati diffusi dall’azienda sanitaria c’è molto di più: il coordinatore aziendale spiega che i coordinamenti ospedalieri sono operativi ventiquattr’ore su ventiquattro, individuano i potenziali donatori e mettono in atto i processi necessari affinché si possa arrivare alla donazione. Tra le attività svolte, figura il monitoraggio quotidiano dei cerebrolesi ricoverati in terapia intensiva, oltre al controllo dei decessi ospedalieri e territoriali.
Inoltre, quando viene avviato un accertamento di morte con criteri neurologici, spiega ancora il responsabile, la rete dei trapianti è già stata attivata in modo da essere pronta al successivo prelievo e al trapianto.
Quest’ultimo dato, in particolare, mostra che l’accertamento neurologico della morte, pur avendo una funzione autonoma rispetto alla donazione, può svolgersi mentre la macchina trapiantologica è già stata messa in movimento. L’autonomia dell’accertamento, dunque, non comporta una separazione temporale e organizzativa dei due processi.
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È certamente vero che la legge italiana distingue le responsabilità: i medici che effettuano prelievi e trapianti devono essere diversi da quelli incaricati dell’accertamento della morte. Ma la questione decisiva riguarda il processo. Esiste anche una separazione del processo?
La legge n. 91 del 1999 stabilisce che già «all’inizio del periodo di osservazione», previsto per l’accertamento della morte, vengano fornite ai familiari tutte le informazioni relative anche al prelievo e alle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto.
Il Centro Nazionale Trapianti spiega inoltre che, quando il soggetto sottoposto ad accertamento presenta le condizioni cliniche per diventare un potenziale donatore, il coordinatore del prelievo verifica la sua volontà registrata nel Sistema Informativo Trapianti. La cronaca bellunese rende così visibile ciò che norme e procedure già mostrano: accertamento neurologico e processo donativo possono sovrapporsi temporalmente e organizzativamente.
Ma c’è un documento ufficiale che porta la questione ancora oltre: l’accertamento neurologico della morte entra addirittura fra gli indicatori utilizzati per valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario.
Tra gli indicatori utilizzati dal ministero della Salute, nel Nuovo Sistema di Garanzia per valutare l’assistenza sanitaria, compare l’indicatore H09Zb, che misura il rapporto tra il numero degli accertamenti e la popolazione residente. Ma è soprattutto il modo in cui il ministero spiega la funzione di questo indicatore a risultare illuminante.
Gli accertamenti vengono inseriti nel gruppo degli indicatori che misurano la capacità organizzativa degli ospedali di assicurare «il processo di donazione di organi». Lo stesso documento definisce i soggetti sui quali vengono effettuati tali accertamenti come potenziali donatori di organi a cuore battente e afferma che l’accertamento costituisce il punto di partenza del processo donativo.
Il documento arriva a individuare come uno dei principali fattori di perdita di potenziali donatori proprio il mancato accertamento della morte neurologica. Per descrivere il fenomeno utilizza addirittura l’espressione tecnica «missing brain deaths», «morti cerebrali mancanti».
Come abbiamo visto, l’accertamento della morte con criteri neurologici viene attivato quando ricorrono le condizioni cliniche previste, indipendentemente dal fatto che il paziente possa o meno diventare donatore. Ma proprio per questo appare ancora più significativo che il medesimo accertamento venga poi assunto dal sistema trapiantologico come indicatore della capacità di procurement.
La questione riguarda dunque proprio questa sovrapposizione: un accertamento che risponde alla necessità di stabilire la morte del paziente viene contemporaneamente conteggiato e valutato in funzione della capacità del sistema di procurare organi.
Eppure, la morte dovrebbe essere un evento che la medicina constata, non un parametro attraverso il quale valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario nel produrre donazione di organi.
La stessa logica ricorre nell’indicatore PROC2, utilizzato da anni dal sistema trapiantologico, che mette in rapporto gli accertamenti di morte encefalica con i decessi per lesione cerebrale acuta in terapia intensiva.
Il Centro Nazionale Trapianti lo utilizza per monitorare l’«efficienza» dell’accertamento e, più in generale, del processo di identificazione del potenziale donatore. Anche nei programmi nazionali il numero degli accertamenti neurologici compare accanto al numero dei donatori procurati. La diagnosi di morte encefalica, pur avendo una funzione autonoma, viene dunque incorporata organizzativamente nel sistema di valutazione del sistema organizzativo dei trapianti.
Ma dal quadro generale emerge un altro paradosso, quello economico: l’organo viene donato; il cittadino non riceve nulla; la famiglia non riceve nulla.
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Ma appena l’organo diventa disponibile si attiva una struttura estremamente complessa: personale sanitario, équipe chirurgiche, laboratori, trasporti, sale operatorie, sistemi di perfusione e conservazione, dispositivi medici e centri trapianto. E la filiera non termina con l’intervento, ma prosegue con la degenza, i controlli periodici, gli esami diagnostici, le visite specialistiche e soprattutto con le terapie farmacologiche antirigetto che accompagneranno il trapiantato nel tempo.
Il dato documentabile è l’esistenza di un rilevante flusso economico attivato dalla filiera e i numeri non mentono: solo per il piano di attività 2025 del Coordinamento Regionale Trapianti, il Veneto ha stanziato 665.100 euro; la programmazione sanitaria lombarda per il 2026 prevede l’adeguamento fino a 3,5 milioni di euro del finanziamento massimo destinato alle attività di trapianti e dichiara esplicitamente come risultato atteso «l’ulteriore incremento del procurement di organi».
A livello nazionale, inoltre, la legge di bilancio ha autorizzato 10 milioni di euro all’anno, a partire dal 2025, per la riduzione delle liste d’attesa per i trapianti e per l’acquisto di dispositivi destinati alla perfusione, conservazione, trasporto e gestione degli organi e dei tessuti. Nell’aprile 2026 la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’intesa sulle modalità di riparto di queste risorse.
Tuttavia queste cifre riguardano soltanto alcuni capitoli della macchina dei trapianti. Se si guarda alla filiera trapiantologica vera e propria, emergono altri ordini di grandezza: uno studio economico italiano stima in circa 61.000 euro il costo a carico del Servizio sanitario di un trapianto renale e della gestione del paziente nel primo anno; per il trapianto di fegato legato all’epatite B, un recente studio ha stimato invece un costo sanitario diretto medio nell’arco della vita di circa 396.000 euro per paziente, di cui oltre 80.000 euro riconducibili alla sola immunosoppressione.
Infine, uno studio condotto sul sistema trapiantologico del Lazio ha calcolato, tra il 2015 e il 2019, oltre 97 milioni di euro di finanziamenti tariffari per l’attività di trapianto di organi solidi, ai quali si aggiungevano oltre 29 milioni di euro destinati, nello stesso quinquennio, ai servizi di donazione.
La materia prima biologica senza la quale l’intera filiera non potrebbe esistere viene ceduta gratuitamente. Tutto ciò che accade dopo ha invece un costo, un finanziamento, una tariffa, un fornitore, un dispositivo, un professionista e spesso un mercato. E quel flusso economico non si esaurisce con il trapianto: continua negli anni attraverso farmaci, controlli, esami, visite e assistenza specialistica.
L’organo non viene comprato, ma intorno all’organo circola denaro, molto denaro.
A questo punto viene naturale porsi la domanda provocatoria che la retorica della «cultura del dono» lascia normalmente senza risposta: se io metto gratuitamente a disposizione qualcosa senza cui una filiera sanitaria, tecnologica, farmaceutica e logistica dal valore considerevole non potrebbe esistere, perché soltanto il mio contributo deve necessariamente rimanere estraneo a qualsiasi valutazione economica?
Il sistema considera moralmente inaccettabile attribuire un prezzo all’organo, mentre considera del tutto normale attribuire costi, finanziamenti e remunerazioni a praticamente ogni attività che quell’organo rende possibile.
Al limite, il cittadino potrebbe legittimamente dire: «se ciò che ti dono gratuitamente mette in moto tutto questo valore economico, allora l’organo me lo paghi». Ma la gratuità, ahinoi, riguarda il donatore, non la filiera.
Ma torniamo ai dati di Belluno. Dieci accertamenti, poi sedici, poi altri sei; cinque donatori multiorgano nei primi otto mesi dell’anno; la rete che monitora quotidianamente i cerebrolesi; il sistema dei trapianti già mobilitato durante il periodo di accertamento. Il tutto presentato nel contesto dei risultati dell’attività di donazione.
Adesso sappiamo che esiste un indicatore ministeriale che misura gli accertamenti neurologici all’interno della capacità organizzativa del processo di donazione; sappiamo che il mancato accertamento viene considerato una perdita di potenziali donatori; sappiamo che esiste un indice PROC2 che ne misura l’efficienza; sappiamo che programmi regionali dichiarano esplicitamente l’incremento del procurement come risultato atteso.
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La domanda, a questo punto, si impone: che cosa succede quando un accertamento di morte che prescinde formalmente dalla donazione diventa, nello stesso tempo, un indicatore attraverso il quale si misura l’efficienza del sistema che procura gli organi?
Una cosa è accertare la morte encefalica, un’altra è costruire un sistema che misura quanti accertamenti vengono effettuati, che parla di accertamenti «mancanti», che considera quegli accertamenti indicatori dell’efficienza dell’attività di donazione e investe in programmi destinati ad aumentare la disponibilità di organi.
È forse questo il dato più inquietante che emerge dal resoconto della ULSS 1 Dolomiti: la morte cerebrale non viene soltanto accertata, ma cercata, conteggiata e trasformata in indicatore di efficienza del sistema trapiantologico.
E proprio mentre scriviamo, una drammatica notizia di cronaca sembra riportare l’intera questione dalla dimensione dei numeri a quella della realtà. Due sorelline, di undici e quattro anni, sono rimaste coinvolte nello stesso incidente stradale sulla Pontebbana.
La maggiore è morta durante il trasporto in ospedale e, riferisce Sky Tg24, per lei «la donazione non era stata possibile perché era morta durante il trasporto». La sorellina di quattro anni, invece, era stata rianimata e ricoverata: dopo alcuni giorni è stato avviato l’accertamento della morte con criteri neurologici e, concluso il periodo previsto, i genitori hanno acconsentito al prelievo degli organi.
La realtà, pertanto, è sotto gli occhi di tutti e sono le stesse cronache, forse involontariamente, a mostrarcela: la morte cardiocircolatoria della prima bambina ha reso impossibile la donazione, mentre l’accertamento della morte neurologica della seconda l’ha resa possibile. È precisamente questa differenza a mostrare perché, per il sistema dei trapianti, la morte con criteri neurologici possieda un’importanza del tutto particolare.
È alla luce di questa realtà che la questione diventa inevitabile: quando una morte «mancante» diventa, nel linguaggio tecnico, un potenziale donatore perduto, stiamo ancora semplicemente constatando la morte, o stiamo anche misurando quanto efficacemente il sistema riesce a trovarla?
Alfredo De Matteo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Morte cerebrale
Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto
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