Politica
America midterminale: brogli, blocco storico, guerra civile. Verso l’ondata rosso sangue?
Il risultato finale delle elezioni midterm USA ancora non c’è, perché il Paese più ricco del mondo, dove in molti casi si vota con un aggeggio elettronico piazzato al seggio, non riesce a contare i voti in poche ore come fa il resto del mondo. Qualcuno ha fatto notare che lo spoglio delle elezioni del 1872, tenute nel bel mezzo alla furia della (prima) Guerra Civile Americana, ci aveva messo meno.
E poi lo aveva detto, excusatio non petita del decennio, lo stesso Biden qualche giorno fa: il dovere di chi crede nella democrazia è aspettare giorni e giorni che finiscano lo spoglio, perché c’è questa cosa del voto per corrispondenza, quello che in genere è totalmente democratico, da tener presente.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che tutto fa pensare che l’America sia diretta verso il dirupo: la frantumazione della sua società, la polarizzazione più o meno indotta per via informatica (i social neotribalizzanti, i media mainstream di partigianeria assoluta), è oramai chiaramente irreparabile. La società americana è divisa in modo inconciliabile. Bisogna prendere atto di ciò che questo significa.
Significa, innanzitutto, che la convivenza non è più possibile. Da una parte, l’America delle due coste oceaniche, l’America di New York e della California, di New York e Los Angeles, della Pennsylvania e dell’Oregon: blu profondo, democratici che comandano come nemmeno la famiglia Saud, spettacoli di drag queen per i bambini di neanche dieci anni scuole elementari pubbliche, lockdown senza fine, sottomissione vaccinale totale – anche dei bambini –, armi a volontà per l’Ucraina.
Dall’altra, tutti i Flyover States, l’America citeriore degli Stati che nessuno ricorda mai, devastati dalla delocalizzazione della manifattura e dalla strage degli oppioidi inferta alla classe media e lavoratrice dal combinato disposto di Big Pharma e dei cartelli narcoterroristi messicani con forniture cinesi di fentanil. Più la Florida, espugnata una volta per tutte dal governatore Ron De Santis, che stacca di 20 punti l’avversario democratico e stravince perfino nei distretti dove nel 2016 Hillary Clinton dava 30 punti a Trump.
Nessuno dialogo fra le parti è possibile. Anche perché oramai i segni di irrazionalità dell’elettorato democratico sono incontestabili. E stupefacenti.
Pur di non votare un repubblicano, i democratici della Pennsylvania hanno votato un uomo con evidenti danni cerebrali, uno che nella vita precedente all’ictus non aveva mai avuto un lavoro, un’idea originale, nulla, se non puntare un fucile sul petto di jogger di colore in strada fuori da casa sua. Un candidato cyborg, che può capire quel che gli si dice solo tramite un computer, e che aveva dato prova TV pochi giorni fa di una situazione disperata, e imbarazzante per tutti, del suo deficit cognitivo. Vergognoso, inguardabile.
Ebbene, lo hanno votato. L’elettorato blu ha fatto finta di nulla: pur di non aver un repubblicano a Washington, votiamo il danno cerebrale.
Non che la cosa sorprenda: i democratici sono gli stessi che fischiettano davanti agli evidenti, tristi episodi pubblici di demenza senile di Joe Biden, l’uomo che ha sempre con sé il football, la valigetta con i codici di lancio per l’attacco termonucleare definitivo.
L’elettorato è estremizzato fino alla cecità, alla vera vergogna.
Peggio: dopo i problemi – annunciati, annunciatissimi – alle macchine di voto in Arizona (e sempre nella contea di Maricopa, ma che strano), il messaggio subliminale che sta passando, a destra e a sinistra, è quello che, una volta recepito e sedimentato nelle coscienze degli elettori, mette fine per sempre alla democrazia: accettate l’inevitabilità dei brogli elettorali. Rassegnatevi al fatto che le elezioni saranno opache, e i loro risultati questionabili. Abituatevi al fumo e alla nebbia.
Questo è quello che viene detto pubblicamente: se metti in discussione le elezioni, sei un criminale, ha detto Biden, come ripetuto ossessivamente dal novembre 2020 dai quasi tutti i media mainstream. Chi ha osato parlare di irregolarità – avvocati, politici, attivisti canali di frangia – si è trovato magari con querele per miliardi di dollari.
Tuttavia, tra malfunzionamenti elettoral-informatici e ballot drop di voti postali, il concetto che passa sottopelle è quello di abituarsi a elezioni che possono sembrare non sempre credibili, elezioni contestate, dove il dibattito viene messo a tacere tramite forze dell’ordine.
E così, una parte del popolo americano, riconosce lo stato semi-terminale della sua democrazia, e si chiede: devo proprio vivere con chi mi disprezza, con chi mi ha bloccato in casa per due anni facendo fallire la mia attività, con chi mi sta inondando di immigrati facendo finta di niente, con chi provoca chi impedisce a mio figlio di andare a scuola (e quando ci va, lo fa assistere a spettacoli di transessuali), con chi scherza con il fuoco atomico in Ucraina?
Più ancora, parte dell’elettorato, vedendo che nonostante i fallimenti e i pericoli della demente amministrazione Biden e dei suoi epigoni al Senato, al Congresso e nei campidogli degli Stati blu la polarizzazione zelota non consente alcun passo indietro – non c’è stata nessuna Red Wave, l’ondata repubblica, tantomeno un Red Tsunami come alcuni predicevano – stanno elaborando la sconcertante conclusione che da questo blocco storico (Gramsci lo chiamerebbe così) non è possibile trovare una soluzione democratica. Non se la democrazia passa attraverso un voto non credibile, inguardabile, impossibile.
Da qui, facile tornare a pensare, ancora una volta, che l’output di tutto questo processo storico, innestatosi nei nostri anni, sarà la guerra civile. Non lo dicono più solo le Cassandre o i nazionalisti. Lo scrive il Guardian, giornale londinese della sinistra globale (che prende qualche soldino da Bill Gates, vabbè), che manda in stampa il giorno prima delle elezioni un articolo intitolato «Queste sono le condizioni mature per la violenza politica: quanto sono vicini gli Stati Uniti alla guerra civile?»
Insomma, la Guerra Civile, quasi quasi, la dichiara non la parte che vuole secedere, ma la sinistra al potere, la sinistra fusa con l’establishment, il Deep State, lo Stato-partito.
Quindi, sì, la situazione è a dir poco esplosiva.
Resta da vedere cosa accadrà: De Santis è ora di fatto il candidato repubblicano numero uno per le presidenziali 2024. Trump, che aveva mostrato il tocco di Mida per i «suoi» candidati praticamente tutti promossi alle primarie, ne esce distrutto: i suoi candidati più importanti, come Mehmet Oz, hanno perso.
Quindi, De Santis, l’omino perfetto (Harvard, Yale, veterano d’Iraq, origini etniche – italiane – ma look da ragazzotto con occhio ceruleo, più lotta dura al lockdown, all’obbligo vaccinale e pure al gender a scuola e alla Disney), riuscirà a ricomporre l’animo di chi, oggi, sta perdendo completamente fiducia nel sistema americano. Perché, se non ce la farà, sappiamo bene dove potrebbero confluire le energie rivoluzionarie: prima verso Trump, poi verso la Guerra Civile.
Sì, tra la realtà di oggi e un conflitto fratricida potrebbe esserci di mezzo, a far da barriera, solo il biondo costruttore del Queens.
Nel frattempo, qualcuno ancora spera, aggrappato a Kari Lake, la fotogenica candidata supertrumpiana al governatorato dell’Arizona, che ha promesso non solo di sigillare il confine col Messico e dichiarare guerra ai cartelli narcos, ma anche di ritirare fuori le carte delle elezioni 2020 nel suo Stato, in particolare proprio nella Contea di Maricopa, che, guarda un po’, anche quest’anno dà qualche problemino.
Che dire, era data per vincente: mentre scriviamo, a 48 ore dalla chiusura dei seggi, dopo disfunzioni ai computer e lettere con polverina che assomiglia all’antrace inviate al suo Comitato elettorale, siamo al 70% delle sezioni scrutinate, una cosa che nemmeno certe circoscrizioni siciliane, anzi, ci scusiamo per il paragone, perché di fatto un paragone per una cosa così oscena – e sospetta – non può esserci.
La sfidante della Lake, l’attuale segretario di Stato dell’Arizona Katie Hobbs, ha rifiutato ogni dibattito pubblico con la Lake, ha fatto campagna elettorale, secondo l’espressione americana «from the basement», cioè chiusa in cantina: nessuno la ha vita, nessun bagno di folla, nessun discorso pubblico degno di nota.
Ebbene, secondo i dati parziali, la Hobbs sarebbe avanti di una decina di migliaia di voti, 50,3% contro il 49,7 della Lake in questo momento. Può vincere un candidato che fa campagna elettorale dalla taverna?
Beh, sì. Potreste avere un déjà vu, ricordando quel 2020 in cui Biden non si vide da nessuna parte, mentre Trump arringava masse infinite in ogni città del Paese.
E la questione è proprio questa: il voto, espresso o no che sia, corretto o brogliato che sia, non conta più nulla, non cambia niente, può pensare l’americano medio.
E da lì, la democrazia midterminale diviene terminale. La fuga da questa condizione è ciò che potrebbe causare una vera Red Wave, un’ondata rossa, ma non nel senso del voto pro Partito Repubblicano: un’ondata rossa perché colorata di sangue.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
Politica
«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.
«Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».
«Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.
«Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».
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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.
Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.
Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.
- Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
- Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
- Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
- Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
- Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
- Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
- Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
- Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
- Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
- Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
- Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
- Franco Battiato — esoterico cantante etneo
- Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
- Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
- Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
- Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
- Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
- Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
- Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
- Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
- Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
- Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
- Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
- Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
- Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
- Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè
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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.
Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.
Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.
Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.
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Politica
Trump: l’Irlanda sarà riunificata
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Politica
Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino
Vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino, esattamente come ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.
Ci teniamo, perché deve essere significato un concetto di fondo: lo Stato moderno, basato sulla Necrocultura, non può che onorare eroi come Emma, 11 mila e passa aborti fatti con le sue proprie mani, più diversi milioni indirettamente cagionati dalla legge che aveva lottato per ottenere.
Lo sappiamo, non è solo l’aborto. C’è l’eutanasia, c’è un po’ di geopolitica oscura, c’è molto altro nella storia della cocca di Soros e Bergoglio. La sostanza rimane la stessa: sappiamo quali padroni, forse un livello ancora più su, i radicali italiani hanno servito in tante decadi.
Un po’ di storia.
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La giovane Bonino, si racconta, ad un certo punto va in cerca di qualcuno che le procuri un aborto illegale per un prezzo minore di quello che le hanno chiesto in precedenza. Si troverà in Toscana, dove in una bella villa sui colli un ginecologo, Giorgio Conciani esegue, contra legem, «innumeri interruzioni di gravidanza». È qui che la ragazza apprende i principi del Partito Radicale: ma, una volta aderito completamente alla cultura feticida, non si farà bastare la propaganda della dottrina del libero aborto: passa all’azione con i compagni radicali.
Così, in questa bella villa toscana si istituisce – per volere di Marco Pannella e di Adele Faccio -–il CISA, Centro Italiano Sterilizzazione e aborto.
In un articolo sul settimanale Oggi del 1976, la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Alle operazioni la Bonino provvede di persona. Come testimoniato da una famosa fotografia, per il feticidio delle carovane di madri che attira nella villa si serve della pompa di una bicicletta. Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata svuotato per la bisogna: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate» assicurò Bonino a Neera Fallaci, giornalista sorella di Oriana.
Per dare un’idea dell’ambientino delle mammane radicali a metà anni Settanta si può leggere un’intervista fatta da un’altra sorella Fallaci, Paola, a Eugenia Roccella, attuale ministro della Famiglia del governo Meloni: «la pompa di bicicletta è soltanto lo strumento che può utilizzare chi non ha I’aspiratore elettrico, difficile da procurarsi e molto costoso. Non c’è nulla di stregonesco in questo, né di anti-igienico, né di agghiacciante
Il dottor Conciani, dopo aver espanso le sue attività anche nel campo delle eutanasie illegali, finirà suicida, impiccato in cantina.
La Bonino invece, farà una carriera politica folgorante: le vengono dati incarichi di massimo prestigio, compreso quello di Commisario Europeo. Di lei si parlò varie volte come figura ideale per la presidenza della Repubblica, con campagne infinite che arrivarono a stampare immensi cartelli pubblicitari nelle città italiane e pure costosissimi spot TV («Una come Emma…»).
Il suo ruolo nella trasformazione dell’Italia in Stato abortista non può essere sottovalutato, perché non è fatto solo di propaganda e referendum.
Il programma di dissoluzione non poté che attrarre l’interesse del distruttore globale Giorgio Soros. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.
L’iniziativa di Suni Agnelli coniugata Rattazzi – che, volto e erremoscia copincollati geneticamente dal fratello inventore dell’orologio sopra il polsino, avrebbe poi dato il meglio di sé come ministro degli Esteri del governo Dini (1995-1996) – si univa, ovviamente ad una proposta lanciata dalla conterranea piemontese Bonino. Riteniamo profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la ciclo-abortista radicale e non contro la erremosciata infanta industrialista.
Tanto per concludere la storia della psy-op abortista di Seveso, furono poi fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione. Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.
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La Bonino, mandata da Berlusconi a fare il Commissario Europeo negli anni Novanta – con i suoi coraggiosi viaggi nell’Afghanistan dei Talebani sparati in copertina dai settimanali – dovette sembrare a Soros anche l’interlocutore ideale per entrare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles e Strasburgo. In quegli anni si segnalarono numerosi viaggi dell’Emma a Nuova York per incontrare il magnate.
Al matrimonio di Soros del 2013 (il terzo), senza che lo si dicesse a nessuno (se lo lasciò scappare Pannella in una diretta di Radio Radicale da Nuova York), tra gli invitati vi erano Giacinto detto Marco ed Emma. La Bonino in particolare era ministro degli esteri: ogni suo spostamento produce un lancio stampa, per il voletto su Nuova York a mangiare la torta nuziale dell’amico miliardario palindromo neanche un rigo. E sì che con Emma c’era un bel parterre: il premier albanese Edi Rama (vecchia conoscenza di Soros, nuova amicizia della Meloni), la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, il Presidente dell’Estonia Hendrik Toomas Ilves, la leader democratica Nancy Pelosi, l’allora governatore di Nuova York Andrew Cuomo (poi malamente spodestato, e non per le stragi COVID), il governatore della California Gavin Newsom (che molti ora vedono come futuro candidato presidente per il Partito Democratico USA), la direttrice del FMI Christine Lagarde, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, i finanzieri Paul Tudor Jones e Julian Robertson, e il cantante degli U2 Bono.
Di più Soros prese addirittura la tessera della Rosa nel Pugno, e sostenne il Partito Radicale Transnazionale. È lecito interrogarsi sulla possibilità che la mano di Soros vi sia anche negli affari che nel dopo-muro i radicali intrattenevano nei paesi orientali: lo speculatore vi investiva miliardi di euro in affari filantropici, i radicali aprivano uffici nelle capitali slave, e gli toccherà persino di vedere la triste morte di uno dei loro missionari, probabilmente assassinato dagli eredi del KGB.
Se nella sua storia di pasionaria dello strano partito radicale italiano – attivistico come un partito di sinistra, ma filoamericano, filoisraeliano, anticinese, antisindacale, antistatalista – è possibile vedere con chiarezza che il suo nemico è sempre stato l’autorità cattolica e la morale cristiana in generale («No Vat», «Vatican Taliban», «decidi tu o il Vaticano»?) solo fino ad un certo punto.
Ad un certo punto, cominciò a vedersi la foga dei vertici della DC, e della Chiesa stessa, per associarsi ai radicali. Il segnale che molti sottovalutarono probabilmente è la laurea honoris causa che fu assegnata dall’Università di Bologna di Romano Prodi a George Soros nel 1995. Appena due anni prima, Soros aveva effettuato una manovra di gargantuesca speculazione internazionale che aveva messo in ginocchio l’Italia (e la Gran Bretagna, e la Malesia, etc.) svalutandone la moneta, la lira. Ministro degli Esteri era all’epoca Beniamino Andreatta, figura democristiana la cui oscurità è misconosciuta, che nel governo precedente, l’Amato I, aveva ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica.
Un retropensiero sugli alleati democristiani di Soros – o peggio, wannabe alleati – confesso che mi è venuto anche quando ho visto la Bonino invitata a presentare il meeting di CL nel 2013. Forse che il movimento di Don Giussani, che le mani in pasta in diversi paesi (Sud America compreso) le ha, immagini di bussare alla porta di George?
A questo punto un ricordo personale: accadde a quel tempo che dovetti andare al Meeting ciellino di Rimini, perché era stato dato appuntamento in una saletta appartata per un ritrovo di un’iniziativa pro-life che finì, come tutte, nel nulla rivoltante contornato da salamelecchi a qualche stronzo politico di passaggio. C’erano due amiche da accompagnare, e allora dissi che sì, sarei andato, ad una condizione: epperò avrei, un po’ stile radicale, lo ammetto, solcato la Woodstock del Ciellistan con al collo la copertina di Tempi (rivista cielloide che non sappiamo se esista ancora) che aveva pensato bene di mettere la Bonino in prima pagina.
E quindi eccomi, con una fotocopia della prima del giornale, primissimo piano di Emma, cui forse, nello stile grafico che conoscete bene in Renovatio 21, avevo fatto gli occhi rossi: sì, ero divenuto un sandwich umano antiboninico. In mezzo ai ciellini. Il risultato fu quello atteso: gente che mi guardava imbarazzata, preoccupata, irritata, rassegnata… La dissonanza cognitiva era tanta anche per quanti, col giussanismo, avevano messo il cervello in gestione conto terzi (cit. Mario Palmaro).
Tuttavia un avventore, alto e con la pelle ambrata, mi si avvicinò durissimo: «è colpa sua il casino che sta succedendo a casa mia» disse. Era un egiziano cristiano copto, il popolo che colpevolmente – come in Libano, Siria, Iraq – l’Europa post-cristiana ha definitivamente abbandonato. Non ho mai capito cosa volesse dirmi, perché non riuscii a fermarmi a parlarci. Erano gli anni post-primavera araba, cioè rivoluzioni colorate parasorosiane indette dal potere profondo americano, che, apertis verbis, voleva provare a piazzare con Mohammed Morsi un movimento terrorista (i Fratelli Musulmani: il capostipite del jihadismo globale, come ammette perfino il manuale dell’ISIS La gestione della barbarie) a capo di un grande Stato Arabo – manovra che infine è recentemente riuscita, meglio che in Egitto dove l’islamista è stato spodestato dal «laico» al-Sisi, nella Siria del tagliagole ricercato al-Jolani.
Sì, la Bonino era conosciuta in Egitto, vi si era trasferita. Non è mai stato chiaro cosa abbia fatto al Cairo la Bonino, ma finì per essere nominata professore all’Università. Più di così non sappiamo.
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Questo per dire che la figura della Bonino è andata molto oltre il tema dell’aborto, dell’eutanasia, delle droghe, etc. E pure oltre l’Italia. Tipo anche, in Vaticano.
Sì perché il papato Bergoglio portò la Bonino nel Sacro Palazzo, col pontefice di origini piemontesi che la salutava con un bel «Cerea!» e si complimentava con lei come una «grande figura italiana dimenticata».
Chi ha fatto negli anni la battaglia contro l’aborto poteva anche rimanerne sconvolto, ma doveva farci l’abitudine. Il sottoscritto ricorda bene come, all’indomani di una Marcia per la Vita a Roma (tanto per dire quanto servivano…) il papa la ospitò in Vaticano in un’iniziativa a caso che riguardava, eccerto, i bambini. Via con la photo-opportunity, con la tizia che definiva il Vaticano «talebano» a stringere le mani grata, sorridentissima, al romano pontefice.
Il favore del vecchio si arricchì di un ulteriore episodio due anni fa, appena dopo la rielezione di Trump: il papa, in carrozzella, va a trovare l’Emma, in carrozzella. La foto, con i due che sorridono pacifici, è scattata sul terrazzo di Casa Bonino.
Niente di tutto questo ha tuttavia veramente importanza ora, se dobbiamo pensare ai funerali di Stato: esequie organizzate e finanziate dallo Stato italiano per onorare personalità che hanno ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo o che si sono distinte per meriti eccezionali nei confronti della Nazione.
Lo Stato premia la donna che ha avviato e avallato il genocidio di milioni di suoi cittadini. Se la Nazione è tale perché prevede, come dall’etimo latino, la nascita, la Bonino rappresenta la figura più antinazionale possibile.
E se pensate che il nazionalismo professato (a parole, mentre lascia che milioni di immigrati ci invadano, a spese del contribuente) dai partiti al potere possa capirlo, non sapete nulla: ricordate l’inchino a Moloch del 2022, la dichiarazione ripetuta, per interposta persona, della Meloni – che viene dall’MSI, partito che si oppose frontalmente all’aborto di Pannella e Bonino – che no, una volta al governo non avrebbe toccato il feticidio di Stato. Come se per prendere le redini dello Stato moderno, si dovesse fare prima questa professione di sudditanza all’autogenocidio, al sacrificio di massa, al Male: l’inchino a Moloch, appunto.
Niente di nuovo sotto il Sole: con le leggi abortiste, lo Stato moderno ha rivelato la sua natura intima, cioè la profonda, massiva ostilità assassina verso l’essere umano.
È giustissimo quindi che la Bonino entri nel Pantheon dell’Italia moderna. Non scandalizzatevi: è un segnale di chiarezza, di cui dovremmo essere grati.
Lo Stato moderno è lo Stato anticristiano. Comprendiamolo, una volte per tutte.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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