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Lettera aperta di un Congregazione tradizionalista: «ripudiare la Chiesa sinodale»

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I Figli del Santissimo Redentore, una congregazione cattolica tradizionalista con sede a Papa Stronsay in Scozia, hanno pubblicato una lettera aperta «ai vescovi cattolici, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli» in seguito al loro Capitolo generale. Lo riporta LifeSite.

 

La comunità, spesso chiamata «Redentoristi Transalpini», è stata fondata da padre Michael Mary Sim nel 1987 sotto gli auspici dell’arcivescovo Marcel Lefebvre e della Fraternità San Pio X, su incoraggiamento del Cardinale Édouard Gagnon. Si è riconciliata con il Vaticano nel 2012 e opera negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda.

 

Nel luglio 2024, il vescovo Michael Gielen ha ordinato ai Redentoristi di lasciare la diocesi di Christchurch entro 24 ore. La comunità ha negato le accuse di Gielen e intraprese azioni canoniche contro l’avviso di sfratto.

 

La lettera aperta non indica se intendono ora riprendere a collaborare con la Fraternità Sacerdotale San Pio X o intraprendere un’altra strada. La dichiarazione e la sua introduzione sono riportate di seguito.

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Lettera aperta ai vescovi cattolici, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli

Cara anima cattolica,

 

Abbiamo appena concluso il nostro Capitolo Generale, in cui abbiamo preso in esame la nostra Congregazione e la sua vocazione nella Chiesa e nella Diocesi di Christchurch, Nuova Zelanda, dove il Vescovo ne aveva decretato l’espulsione.

 

La lettera allegata esprime le convinzioni della nostra Congregazione.

 

Questo non è un compito che accettiamo alla leggera. Abbiamo considerato la gamma di possibili punizioni che la gerarchia potrebbe usare contro di noi – tutte mentalmente terrificanti, in realtà, ma rafforzate dalla consapevolezza che la gerarchia ha infranto la catena di comando, rendendola umana e spiritualmente nulla. Ma quando è in gioco l’onore di Nostro Signore, il silenzio diventa una forma di tradimento.

 

Intraprendiamo quindi quest’opera con cuore tremante ma con ferma convinzione, desiderando solo difendere il Santo Nome di Gesù Cristo e la purezza della Sua Sposa, la Chiesa.

 

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CONGREGAZIONE DEI FIGLI DEL SANTISSIMO REDENTORE
REDENTORISTI TRANSALPINI

Lettera aperta ai vescovi cattolici, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli del Capitolo generale della Congregazione dei Figli del Santissimo Redentore che si tiene a Papa Stronsay, Scozia, Santa Teresa di Gesù Bambino, 3 ottobre – San Gerardo Maiella 16 ottobre 2025

 

 

Cari fedeli,

 

Viva Gesù nostro amore e Maria nostra speranza!

 

È con il cuore pesante e con grande tristezza che vi scriviamo. Ciò che ci unisce è il nostro grande amore per la nostra Santa Madre, la Chiesa Cattolica e Sposa di Gesù Cristo, per la quale i martiri hanno versato il loro sangue e i santi hanno dato la loro vita. È questo amore che ci spinge a esprimere una verità difficile, seppur essenziale. (Lc 12, 4-9)

 

Proprio come voi, anche noi abbiamo nutrito una grande speranza per molti anni. Credevamo che fosse possibile vivere come figli fedeli della Tradizione all’interno delle strutture della Chiesa moderna. Credevamo che le antiche e meravigliose tradizioni della nostra fede, in particolare la Messa latina di sempre, ci sarebbero state legittimamente restituite. Questo ci ha dato speranza, soprattutto durante il periodo di Benedetto XVI. Ci aspettavamo con fiducia di poter praticare liberamente la fede dei nostri Padri nella Chiesa. Non sapevamo quanto ci sbagliassimo!

 

Dopo anni di prove ed esperienze siamo giunti alla triste conclusione che la fede cattolica tradizionale, la fede di tutti i tempi e dei santi, è incompatibile con la nuova Chiesa moderna, frutto del Concilio Vaticano II. Semplicemente non possono coesistere in un unico corpo.

 

Poiché nutriamo e onoriamo profondamente la Messa latina tradizionale e non possiamo rinunciare alla Santa Messa dei secoli e dei santi, questa nuova Chiesa non ci vuole. A causa della nostra fedeltà, siamo stati considerati ostinati, difficili e ribelli; siamo stati incastrati e calunniati in un’acrimonia senza fine.

 

Questa lettera si rivolge a tutti coloro che avvertono che qualcosa non va nella Chiesa o che pensano che la nuova Chiesa e la Fede immutabile possano coesistere pacificamente. Ahimè! Permetteteci di affermare la triste verità: la nostra esperienza dimostra chiaramente che ciò è impossibile. Sicuramente questa nuova Chiesa sconvolgerebbe tutti i santi Papi che hanno ripetutamente dichiarato che l’indifferentismo religioso è un male gravissimo, assolutamente incompatibile con la fede cattolica.

 

Vi diciamo che non saremo complici del silenzio in questa continua distruzione della Chiesa. Dobbiamo parlare prima o poi, e quale momento migliore di questo? Dopo 17 anni come comunità all’interno delle strutture della Chiesa, siamo stati continuamente isolati e vessati. Soprattutto in questi ultimi anni il Vescovo di Christchurch ci ha ridotto a spazzatura o feccia della terra.

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Con i suoi numerosi Decreti e il ricorso a Roma ha cercato di espellere i nostri monaci dalla diocesi. Vuole che quindici vocazioni locali siano esiliate per sempre dalle loro famiglie e dalla loro patria. Vi diciamo ora che un dovere superiore lo proibisce. Finché ci sarà una sola anima che ci chiede il Santo Sacrificio della Messa, i Sacramenti o l’aiuto spirituale, con la grazia di Dio non la abbandoneremo. Il Buon Pastore ci esorta a dare la vita per le Sue pecore e a tenere a bada il lupo affamato. È nostro dovere nella carità, nella teologia e nel Diritto Canonico.

 

Perché? Perché la catena di comando è stata spezzata. L’autorità nella Chiesa è ministeriale (servire Nostro Signore), non assoluta (fare ciò che vuole): ci vincola perché è essa stessa vincolata a Cristo, al deposito della Fede, al Magistero costante. Quando un superiore si allontana dalla propria obbedienza a Cristo Re, il suo comando non è più il braccio di Cristo, ma il gesto di un uomo. (ST, IIa IIæ, q. 104, a. 5)

 

Questi ecclesiastici disobbediscono a Dio. E poi, avendo spezzato la catena del comando di Dio, tentano di invocare l’obbedienza religiosa per questioni che impoveriscono la Chiesa, e aboliscono la Santa Messa. Tolle Missam, Tolle Ecclesiam – Togliete la Messa, distruggete la Chiesa (Lutero). No! Dobbiamo obbedire a Dio prima che all’Uomo.

 

E perciò, aderendo con tutte le nostre forze alla nostra profonda comunione con la nostra Santa Madre Chiesa, il nostro dovere davanti al Signore Gesù Cristo e verso le anime esige che:

 

  • Ripudiamo Amoris Laetitia che permette la Santa Comunione alle coppie che vivono nel peccato.
  • Ripudiamo la persecuzione della Messa e dei cattolici da parte di Traditionis Custodes
  • Ripudiamo Fiducia Supplicans che permette la benedizione delle coppie dello stesso sesso
  • Ripudiamo «Il Documento sulla Fratellanza Umana» che afferma che Dio vuole tutte le religioni
  • Ripudiamo la falsa teologia delle «Chiese sorelle» e della «comunione parziale»
  • Ripudiamo i falsi pastori che hanno trionfalmente portato in processione l’idolo della Pachamama in San Pietro.
  • Ripudiamo Francesco che si è scusato per l’eroico cattolico che ha gettato quell’idolo nel Tevere.
  • Ripudiamo il flagello dell’indifferenza religiosa in Nuova Zelanda e in tutta la Chiesa.
  • Ripudiamo gli atti dei vescovi neozelandesi di chiusura delle chiese e di negazione dei sacramenti in una codarda sottomissione all’oppressione del COVID-19.
  • Ripudiamo il vescovo di Christchurch che ha ricevuto le sue ceneri il Mercoledì delle Ceneri dal vescovo anglicano di Christchurch.
  • Ripudiamo la corruzione dei bambini e lo scandalo dato agli innocenti attraverso programmi catechetici malvagi.
  • Ripudiamo l’insegnamento di Francesco secondo cui tutte le religioni sono lingue diverse e la domanda: «il mio Dio è più importante del tuo?».
  • Ripudiamo il silenzio di quei vescovi che non si sono pronunciati contro quel tradimento della Fede.
  • Ripudiamo la Chiesa sinodale come distinta dalla Chiesa cattolica divinamente costituita.
  • Ripudiamo la continua distruzione e umiliazione della nostra Santa Madre Chiesa.
  • Ripudiamo coloro che attaccano o minano la Chiesa nei suoi dogmi, nella sua morale, nei suoi sacramenti o nella sua disciplina con un nuovo culto dell’uomo.

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A tutti coloro che leggono questo: per quanto tempo durerà tutta questa assurdità? Qualunque cosa ci costi, con l’Apostolo dobbiamo dire: Anatema!

 

«Ma anche se noi stessi o un angelo del Cielo venisse ad annunziarvi [un Vangelo] diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia egli anàtema». (Gal 1, 8-9)

 

Non tacete! Difendete la fede dei nostri Padri!

 

«Anche se tutte le genti obbedissero al re Antioco, e tutti s’allontanassero dalla legge de’ padri loro per fare secondo il comando di lui; io ed i miei figli ed i miei fratelli obbediremo alla legge dei padri nostri». (1 Maccabei 2, 19-20)

 

«Al contrario, è scritto (At 5, 29): Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Ora, talvolta le cose comandate da un superiore sono contro Dio. Pertanto, non si deve obbedire ai superiori in ogni cosa». — San Tommaso d’Aquino (ST, IIa IIæ, q. 104, a. 5)

 

Expecta Dominum, Viriliter Age et Confortetur cor tuum. Spera nel Signore: mostrati uomo e si conforti il tuo cuore, e confida nel Signore! (Sal, 26,14)

 

Gaude, Maria Virgo… Rallegrati, o Vergine Maria; tu sola hai schiacciato tutte le eresie nel mondo intero.

 

Firme:

Padre Michael Mary. F.SS.R.

Padre Anthony Mary, F.SS.R.

Fratel Nicodemo Maria, F.SS.R.

Fratel Paul Mary, F.SS.R.

Fratel Dominic Mary, F.SS.R.

Padre Magdala Maria, F.SS.R.

Padre Martin Mary, F.SS.R.

Fratel Xavier Maria, F.SS.R.

Fr. Alfonso Maria, F.SS.R.

Padre Seelos Maria, F.SS.R.

Padre Celestino Maria, F.SS.R.

Fratel Raffaele Maria, F.SS.R.

Fratel Maksymilian Maria, F.SS.R.

Fratel Charles-Marie, F.SS.R.

Fratel Damaso Maria, F.SS.R.

Fratel Bogumił Maria, F.SS.R.

Fratel Francisco Maria, F.SS.R.

Fratel Ernest Maria, F.SS.R.

Fratel Giacinto Maria, F.SS.R.

Fratel Gabriel Maria, F.SS.R.

Fratello Dysmas

Fratel George Marie

Fra Ignazio Maria

Fratel Aloysius Maria

Fratel Zaccheo Maria

Fratel Gerardo

Fratello William

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«Chi straccia la tunica di Cristo?» Intervista con il Superiore generale della Fraternità San Pio X

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«Chi straccia la tunica di Cristo?» «La rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.»   FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, l’annuncio di prossime consacrazioni episcopali, lo scorso 2 febbraio, ha suscitato una serie di reazioni particolarmente vivaci. Che cosa ne pensa? Don Davide Pagliarani: Ciò è comprensibile, poiché si tocca una questione estremamente sensibile nella vita della Chiesa. Le ragioni di questa decisione sono oggettivamente gravi: ciò che è in gioco – il bene delle anime – è una questione capitale. Il dibattito suscitato da questo annuncio ha quindi, logicamente, una grande rilevanza: in fondo, nessuno è rimasto indifferente. Questo è oggettivamente positivo e, provvidenzialmente, ritengo che ciò corrisponda a un bisogno molto attuale.   Negli ultimi anni, la sfera conservatrice e tradizionalista – nel senso più ampio del termine – ha talvolta dato l’impressione di ridursi a un ambiente di opinionisti, in cui si esprimono analisi, attese e frustrazioni, spesso legittime, ma che faticano a tradursi in prese di posizione realistiche e coerenti. Tra questi, alcuni attendono ancora una risposta della Santa Sede ai dubia formulati dieci anni fa da quattro cardinali – di cui due oggi sono deceduti – riguardo ad Amoris laetitia, oppure l’eventuale pubblicazione di un nuovo motu proprio sulla Messa tridentina.   In questo contesto, la decisione delle consacrazioni episcopali interpella. Non si tratta di un’ennesima dichiarazione: è un gesto significativo che obbliga a riflettere, a cogliere la reale portata dei problemi attuali e a prendere posizione concretamente. Nulla è oggi più urgente. Senza averlo cercato, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad essere lo strumento di una scossa salutare – scossa di cui, in definitiva, solo la Provvidenza è l’artefice. Provvidenzialmente, le è dato di contribuire a qualcosa di cui la Chiesa ha certamente bisogno oggi più che mai, per il suo bene e per la sua rigenerazione.   Perché ritiene che una tale scossa sia oggi particolarmente necessaria? Quando si parla e si discute senza sosta, spesso in modo frustrante, di problemi estremamente gravi che toccano la fede, gli stessi temi oggetto di dibattito o di dialogo finiscono, col tempo, per essere percepiti come opinabili, nel rispetto sistematico delle idee altrui e delle diverse sensibilità. Poco a poco, tutto si relativizza.   La peste del pluralismo dottrinale, al quale l’uomo moderno è naturalmente incline, finisce per contaminare anche le anime più sane: si scivola gradualmente nell’indifferentismo; un’anestesia lenta e inesorabile fa perdere il senso del reale; ci si installa in una zona di conforto, ci si attacca a equilibri e privilegi che non si vuole assolutamente compromettere; lo zelo e lo spirito di sacrificio si attenuano. In una parola, il pericolo è quello di abituarsi alla crisi e di viverla come fosse una situazione normale. Tutto questo avviene progressivamente, senza che ce ne si renda conto. Coloro che hanno una responsabilità sulle anime hanno il dovere di analizzare in profondità questi meccanismi e di cercare di bloccarli prima che diventino irreversibili.   Ora, ciò che oggi è in gioco non è un’opinione, né una sensibilità, né un’opzione preferenziale, né una particolare sfumatura nell’interpretazione di un testo: sono la fede e la morale che un cattolico deve conoscere, professare e praticare per salvare la propria anima e andare in Paradiso.   In altre parole, di fronte all’Eternità e al pericolo di perdere il Cielo, le chiacchiere, le dissertazioni e il dialogo devono cedere il posto alla realtà.

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Qual è questa realtà di cui parla, e che il gesto della Fraternità può aiutare a cogliere? Questa realtà è che oggi, più che mai, è necessario riaffermare, proclamare e professare i diritti di Cristo Re sulle anime e sulle nazioni: bisogna avere il coraggio di predicare che la Chiesa cattolica è l’unica arca di salvezza per ogni uomo, senza distinzione; bisogna credere nella Redenzione, nei sacramenti, nella distruzione del peccato; bisogna ricordare all’umanità che la Chiesa è stata fondata per strappare le anime all’errore, al mondo, a Satana e all’inferno.   Bisogna smettere di far credere a coloro che vivono abitualmente nel peccato, a coloro che si vantano persino del vizio contro natura, che Dio perdona tutto, sempre e in ogni circostanza, senza vera conversione, senza contrizione, senza penitenza, senza l’esigenza di un cambiamento radicale; bisogna avere la semplicità di riconoscere che la partecipazione di un papa a un rituale in onore della Pachamama, nei giardini vaticani, è una follia e uno scandalo inqualificabile; infine e soprattutto, bisogna smettere di ingannare le anime e l’umanità facendo credere loro che tutte le religioni adorino lo stesso Dio sotto nomi diversi. In una parola: bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.   In questo contesto tragico, qualcuno deve poter dire: «Basta!». Non soltanto a parole, ma soprattutto con gesti concreti.   «Bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.»   Se, nell’attuale confusione, la Provvidenza fornisce alla Fraternità San Pio X i mezzi per proclamare chiaramente i diritti eterni di Nostro Signore, sarebbe da parte nostra un peccato gravissimo sottrarci a questo obbligo che la fede e la carità ci impongono. Queste sono le premesse che permettono di comprendere perché la Fraternità San Pio X esiste, e perché oggi procede a delle consacrazioni episcopali.   Senza tali premesse, la decisione della Fraternità, come pure il suo stesso discorso, sarebbero privi di senso. Se non si riconosce che in gioco vi è la fede stessa, allora inevitabilmente l’attualità della Fraternità San Pio X viene percepita unicamente come un problema di disciplina, di ribellione o di disobbedienza. È il fraintendimento in cui cadono, purtroppo, coloro che affermano che la Fraternità San Pio X consacra vescovi soltanto per conservare la propria autonomia.   Ora, non si tratta di questo. Le prossime consacrazioni sono un atto di fedeltà che mira a conservare i mezzi per salvare la propria anima e quella degli altri. La ricerca di un’autonomia egoistica non è la stessa cosa della salvaguardia della libertà indispensabile per professare la fede e trasmetterla alle anime.   Tra le personalità che si sono espresse contro le consacrazioni del 1° luglio figurano cardinali conservatori molto critici nei confronti di papa Francesco, come il cardinal Gerhard Ludwig Müller o il cardinal Robert Sarah. Come spiega il loro atteggiamento? Bisogna anzitutto riconoscere che un conservatore critico nei confronti di papa Francesco potrebbe provare un certo timore di essere assimilato alla Fraternità San Pio X e di essere criminalizzato insieme ad essa. Da ciò può derivare il bisogno di manifestare chiaramente che non ha nulla a che fare con noi.   Tuttavia, al di là di questo aspetto, questi cardinali o vescovi soffrono di un disagio più profondo, tipicamente moderno: quello di non riuscire a conciliare le esigenze della fede con quelle del diritto canonico. La fede esige che si faccia tutto il possibile per professarla, conservarla e trasmetterla; nello stesso tempo, se si interpreta il diritto alla lettera, facendo astrazione dalle circostanze attuali, una consacrazione di vescovi senza l’assenso del papa sembra impossibile. Allora che fare? Questi cardinali, come altri, vivono in una sorta di dicotomia permanente che rischia di annientare le loro buone intenzioni: pongono queste due esigenze l’una accanto all’altra, in modo cartesiano, e si trovano come schiacciati o sommersi dall’apparente contraddizione.   «Il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare».   La Fraternità San Pio X, invece, ritiene che questi due postulati non debbano essere giustapposti, ma vadano semplicemente messi in ordine, essendo l’uno subordinato all’altro. Infatti, nella Chiesa, la purezza e la professione della fede precedono ogni altra considerazione, poiché tutti gli altri elementi che compongono la vita della Chiesa dipendono dalla fede stessa: il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare. (1)   Questa priorità deriva dal fatto che Nostro Signore stesso, incarnandosi, manifesta al mondo, prima di tutto, la Verità eterna; e che, in quanto Legislatore, indica nel Vangelo i mezzi per conoscere questa medesima Verità e restarle fedele. Esiste una priorità logica tra il primo e il secondo elemento.   Di conseguenza, la divina Provvidenza non ha stabilito la Chiesa come un insieme parlamentare di ministeri giustapposti e indipendenti gli uni dagli altri. Al contrario, ha stabilito una gerarchia di priorità con il fine specifico e primario di custodire il deposito della fede, di confermare i fedeli nella fede e di organizzare tutto il resto in funzione di questa esigenza prioritaria e fondamentale. Il diritto, in particolare, serve a questo e non a ostacolare o a condannare coloro che vogliono rimanere cattolici, cioè coloro che vogliono vivere della fede.   Perché considera questo atteggiamento tipicamente moderno? L’uomo moderno fatica a organizzare in modo armonioso i diversi elementi della realtà nella quale vive, e del sapere che li analizza. Per usare un linguaggio un poco tecnico, l’uomo moderno tende a classificare in modo nominalista gli elementi della realtà che lo circonda: appone su ciascuno di essi etichette superficiali, senza compiere lo sforzo di andare al fondo dei problemi, e dunque senza poterli cogliere in tutta la loro complessità, nelle loro implicazioni o nella loro interdipendenza.   Nel caso che ci occupa, l’applicazione della legge viene completamente dissociata dalla realtà che la legge stessa è chiamata a proteggere. È precisamente da questa dissociazione tra la legge e la realtà che nascono gli approcci ideologici, tipicamente moderni, tanto in ambito religioso quanto civile. Questo atteggiamento ha due conseguenze distinte e complementari.   In coloro che soffrono di questa dicotomia e si trovano dinanzi a questo dilemma, come può avvenire negli ambienti conservatori, esso conduce al fatalismo e allo scoraggiamento, poiché ci si sente intrappolati, paralizzati, incapaci di agire in modo adeguato e conforme alle esigenze oggettive della Verità e del Bene. Chi vive costantemente in questa contraddizione esistenziale finisce per esserne vittima e per confondere il fatalismo con la fiducia nella divina Provvidenza.   In coloro che detengono l’autorità, invece, questo atteggiamento rischia di condurre a un accecamento irreversibile e alla durezza di cuore, conseguenze inevitabili dell’approccio ideologico: «la legge è la legge», indipendentemente dalle circostanze, dalle esigenze concrete o dalle buone intenzioni.   È per questa ragione che Nostro Signore condanna questo atteggiamento con parole molto forti: «Allora Gesù disse: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”» (Gv 9, 39-41).   Pensa che l’insegnamento del Vangelo possa, in qualche modo, illuminare la situazione presente? Nostro Signore è l’esempio perfetto dell’obbedienza alla legge di Mosè: con la Santissima Vergine Maria adempie alla lettera tutte le prescrizioni legali fin dai primi giorni della sua esistenza. E ne mantiene l’osservanza rigorosa fi no all’ultimo giorno della sua vita: durante l’Ultima Cena, Gesù segue alla lettera il rituale giudaico del suo tempo. Tuttavia, Nostro Signore compie miracoli anche nel giorno di sabato, provocando la reazione legalista e cieca dei farisei. Gesù, Legislatore più grande di Mosè stesso, è il primo a rispettare la legge e il primo a riconoscere l’esistenza di un bene superiore che può dispensare dall’osservanza della lettera della legge. Le sue parole, come sempre, valgono più di mille trattati:    «Un sabato Gesù entrò in casa di uno dei capi dei farisei per prendere cibo, ed essi lo osservavano. Ed ecco, davanti a lui vi era un idropico. Prendendo la parola, Gesù disse ai dottori della legge e ai farisei: “È lecito o no guarire di sabato?”. Ma essi tacevano. Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade in un pozzo, non lo tirerà fuori subito, anche in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a questo» (Lc 14, 1-6).   Queste parole divine non necessitano di alcun commento. La Fraternità San Pio X le fa proprie senza riserva. Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile. Nostro Signore non era né legalista, né nominalista, né cartesiano: era il Buon Pastore.   In questi ultimi mesi, anche al di fuori della Fraternità, si sono levate voci in suo sostegno. In particolare, mons. Athanasius Schneider è intervenuto più volte a proposito delle consacrazioni. Come spiega la sua determinazione? Confesso che questo sostegno alla Fraternità mi ha profondamente toccato. Diversi sacerdoti diocesani ci hanno manifestato la loro riconoscenza e il loro incoraggiamento, e anche diversi vescovi. Tengo a ringraziarli tutti.   Non potendoli nominare qui tutti, vorrei ringraziare in modo particolare mons. Strickland per il suo messaggio pieno di forza, chiarezza e coraggio. E naturalmente mons. Schneider: questo vescovo ha dato prova di grande coraggio e di una libertà di parola che mostrano che ci troviamo dinanzi a un vero uomo di Dio, disinteressato, realmente preoccupato del bene delle anime. Credo che il suo sostegno, e tutto ciò che ha potuto dire in questi ultimi mesi, passerà alla Storia.   ono convinto che ciò non sia importante soltanto per la Fraternità, ma ancor più per tutti i vescovi del mondo. È un segno oggettivo di speranza: la sua parola mostra che la Provvidenza può in ogni tempo suscitare voci autorevoli che dicano la verità con coraggio e fermezza, senza temere eventuali conseguenze personali.    Già prima di lui, mons. Huonder, scomparso due anni fa, ci incoraggiava apertamente a procedere alle consacrazioni. Sia lui che mons. Schneider erano stati incaricati dal Vaticano di intrattenere il dialogo con la Fraternità: a differenza di altri interlocutori, hanno saputo ascoltare e comprendere.

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Spera ancora di vedere il papa prima delle consacrazioni? Certamente, questo corrisponde al mio desiderio più sincero. Sono tuttavia stupito che da parte del Santo Padre, fino a questo momento, non vi sia stata alcuna risposta né reazione personale.   Prima di dichiarare scismatica una società che conta più di mille membri e che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli nel mondo, potrebbe essere opportuno conoscere personalmente coloro che devono essere giudicati. La sanzione prospettata non tocca soltanto un’istituzione – che, del resto, non esiste agli occhi della Santa Sede –, ma tocca delle persone, e delle persone profondamente legate al papa e alla Chiesa.   Confesso di avere difficoltà a comprendere questo silenzio, proprio mentre ci viene spesso ricordata la necessità di ascoltare il grido dei poveri, quello delle periferie e persino quello della Terra…   «Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile».   Lei ha potuto incontrare papa Francesco. Quale ricordo conserva di lui? Il programma che P papa Francesco ha imposto alla Chiesa universale è sufficientemente noto ed è stato ampiamente commentato dalla Fraternità San Pio X. Credo che, purtroppo, la parola «disastro» sia la più appropriata per riassumere l’eredità che egli ha lasciato.   Nonostante ciò, papa Francesco ha saputo riconoscere, a suo modo, il bene che la Fraternità San Pio X fa alle anime. Da questa constatazione è nato nei nostri confronti un atteggiamento apparentemente equivoco, una forma di tolleranza che ha sorpreso gli osservatori più superficiali e che talvolta ha profondamente irritato gli ambienti conservatori.   Molte scelte di papa Francesco hanno suscitato una vera tristezza in ampi settori della Chiesa, ma sarebbe ingiusto accusarlo di essere stato una persona rigida e schematica nel giudizio sulle persone che aveva di fronte o nell’applicazione del diritto. Il suo atteggiamento lo ha spesso dimostrato. È senza dubbio un dettaglio, ma quando ho chiesto di incontrarlo in Vaticano, ho ottenuto un’udienza con lui nello spazio di ventiquattr’ore, e si è mostrato particolarmente affabile.   In questi ultimi anni, in nome di una tolleranza eretta a principio, il Vaticano ha mostrato una grande apertura di fronte a certe situazioni complesse. Pensa che la Fraternità San Pio X possa beneficiarne? L’applicazione di ogni legge, buona o cattiva che sia, dipende in definitiva dalla volontà del legislatore. Spetta a lui determinare il modo in cui intende trattare la Fraternità San Pio X.   Detto questo, l’apertura mostrata dal Vaticano non può essere desiderata come tale, poiché giunge fino a giustificare l’assurdo, benedicendo coppie che praticano il vizio contro natura, o impegnandosi solennemente a non convertire gli adepti di altre religioni, per citare soltanto due esempi. Ci troviamo di fronte a una dittatura ideologica e totalitaria della tolleranza.   Ora, la Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza. Se si analizza bene la situazione, le sanzioni, passate o future, che colpiscono la Fraternità San Pio X non si oppongono tanto a un atto di disobbedienza, quanto alla condanna vivente che essa rappresenta nei confronti dell’attuale linea ecclesiale.   Il ruolo che la Provvidenza sembra riservare alla Fraternità San Pio X è quello, singolare, di essere un segno di contraddizione: il che significa, concretamente, una spina nel fianco per i riformatori. E la peculiarità di questa spina è che, più uno cerca di togliersela, più essa penetra in profondità: non è essa a determinare questo effetto terapeutico, ma i duemila anni di Tradizione che essa incarna e rappresenta.   La Fraternità San Pio X può essere sanzionata, la Messa tridentina può essere proibita… ma questi duemila anni non potranno mai essere soppressi. Questa è la vera ragione per cui, malgrado le condanne passate, la Fraternità non ha mai cessato di essere una voce che interpella la Chiesa: per questo non è così semplice essere tolleranti con essa.   Verrà un giorno in cui un papa deciderà di togliersi questa spina dal fianco: potrà allora usarla come uno strumento docile per contribuire – tale è il nostro desiderio più profondo – a restaurare ogni cosa in Nostro Signore Gesù Cristo.

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Si sente dire che le prossime consacrazioni potrebbero creare uno scisma. Tuttavia alcuni, all’interno della Chiesa, ritengono che la Fraternità San Pio X sia già scismatica. Come spiegare questa contraddizione? La contraddizione è reale e mette in luce una giurisprudenza che si potrebbe definire «fluida» da parte del Vaticano. Cerchiamo di fare chiarezza.   Dal punto di vista canonico, dopo essere stata dichiarata scismatica nel 1988, la Fraternità San Pio X non è mai stata liberata da questa censura: nel 2009 papa Benedetto XVI ha revocato le scomuniche che gravavano sui suoi vescovi, ma senza tornare sulla precedente dichiarazione di scisma. Nello stesso tempo, la Fraternità San Pio X non ha modificato le sue posizioni dottrinali e ha conservato esattamente la medesima giustificazione delle consacrazioni episcopali, passate o future. In altri termini, coerentemente con il fatto di considerare nulle le censure che l’hanno colpita, non si è mai ritrattata.   Per queste ragioni, dei canonisti «rigorosi» la considerano tuttora scismatica. In questo senso devono essere comprese esplicite dichiarazioni del cardinal Raymond Burke, già prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, o di mons. Camille Perl, già segretario della Commissione Ecclesia Dei – soppressa nel 2019. In questa stessa prospettiva va compreso anche il modo in cui venivano trattati i sacerdoti che lasciavano la Fraternità San Pio X per entrare nelle strutture ufficiali: si revocava per essi la scomunica per scisma e la sospensione, e si chiedeva loro di confessarsi per essere assolti anche nel foro interno.   «La Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza». Contro questa interpretazione si erge la figura del cardinal Dario castrillón Hoyos (2), molto più flessibile, e soprattutto quella di papa Francesco, che non ha mai trattato la Fraternità San Pio X come scismatica e che ci ha esplicitamente detto che non l’avrebbe mai condannata. In realtà, si potrebbero includere in questo elenco anche il cardinal Fernández e lo stesso papa Leone XIV: infatti, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, significa che non ci considerano già scismatici. Lo stesso vale per i cardinali e i vescovi che attualmente cercano di scoraggiare le consacrazioni per scongiurare uno scisma.   A questo punto, però, sorgono due domande: anzitutto, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, non si comprende quando, come e perché avremmo cessato di essere scismatici ai loro occhi. In secondo luogo: se la Santa Sede stessa, nella pratica, non considera valida la dichiarazione di scisma del 1988, quale valore potrebbe avere una nuova dichiarazione di scisma, pronunciata per ragioni e in circostanze del tutto equivalenti?   Ciò che è certo è che, nel 1988, il Vaticano prevedeva che la Fraternità San Pio X, dopo essere stata dichiarata scismatica, si sarebbe dissolta nel giro di pochi anni. Ora, non soltanto essa non si è dissolta, ma ha continuato a crescere. E soprattutto, malgrado una dichiarazione di scisma manifestamente ingiusta, non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: questo dato oggettivo si impone con tale forza che, malgrado la condanna del 1988, la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica.   Una possibile causa di queste incoerenze canoniche risiede nel concetto «fluido» e modernista di «comunione non piena», secondo il quale un medesimo soggetto può essere considerato al tempo stesso cattolico e non cattolico, membro e non membro della Chiesa. Evidentemente, se qualcuno è «parzialmente» figlio della Chiesa, la legge della Chiesa potrà applicarsi a lui soltanto in modo parziale, secondo valutazioni e criteri arbitrari e mutevoli…   Questo mostra come un errore ecclesiologico conduca inevitabilmente a errori giuridici o, in ogni caso, a giudizi confusi, incoerenti e «fluidi».   Per suffragare l’accusa di scisma, si afferma che una consacrazione episcopale implicherebbe sempre e comunque la trasmissione al nuovo vescovo del potere di giurisdizione, con la conseguenza inevitabile, in assenza del consenso del papa, della creazione di una gerarchia parallela – e quindi di una Chiesa parallela. La Fraternità San Pio X ha già risposto a questa obiezione (3). Trattandosi di un punto estremamente sensibile, desidera aggiungere qualche considerazione? Questo punto è assolutamente centrale. In realtà, l’accusa si fonda su un postulato modernista. Penso che sia interessante cercare di comprendere perché l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II insegni che un nuovo vescovo riceve sempre, in ogni circostanza, insieme con il potere d’ordine, anche quello di giurisdizione.   Ricordiamo brevemente che il potere d’ordine consiste nella capacità di amministrare i sacramenti, mentre la giurisdizione designa il potere di governare, cum Petro et sub Petro, una parte del gregge, abitualmente una diocesi. Nella teologia classica, confermata dal diritto canonico tradizionale e soprattutto dalla pratica costante della Chiesa – possiamo dire: secondo la Tradizione –, il potere di governare è conferito al vescovo direttamente dal papa, indipendentemente dalla consacrazione. Per questo possono esistere vescovi regolarmente consacrati ai quali non è affidata alcuna giurisdizione propria, come i vescovi ausiliari o coloro che sono incaricati di specifiche missioni diplomatiche.   «La Fraternità San Pio X non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica». Al tempo del Concilio, questa visione era considerata troppo tradizionale, troppo medievale, troppo romana: l’intervento diretto ed esclusivo del Vicario di Cristo nell’attribuzione della giurisdizione riduceva i vescovi diocesani a semplici delegati o rappresentanti del papa. Al contrario, l’idea che ogni vescovo riceva immediatamente da Dio, nella sua consacrazione, una giurisdizione universale, permetteva di farne, in qualche modo, un eguale del papa, riducendo il posto del Vicario di Cristo a quello di un semplice presidente del collegio, «primo tra pari». Questa nuova prospettiva era funzionale alla teoria modernista della collegialità (4), fondamento della democratizzazione della Chiesa.   Nello stesso tempo, questa ridefinizione favoriva l’ecumenismo. Infatti, per poter riconoscere una certa «ecclesialità» alle comunità scismatiche orientali (vale a dire a quelle che sono realmente scismatiche) e considerarle come «Chiese sorelle», stabilendo così una base solida per il dialogo ecumenico, era necessario valorizzare la loro successione apostolica al punto da riconoscere loro una reale giurisdizione sui propri fedeli – malgrado la loro completa separazione da Roma e dal papa.   La loro qualità di «Chiesa» deriverebbe dunque dal fatto di avere vescovi non soltanto validamente consacrati, ma anche dotati di una reale autorità sulle anime che deriva dalla consacrazione stessa, indipendentemente da qualsiasi intervento del papa. Questo artificio permetteva di concepire più facilmente, in tali comunità, l’esistenza di una vera gerarchia ecclesiastica, nel senso pieno del termine. Senza questa previa manipolazione ecclesiologica, sarebbe stato impossibile riconoscere loro una vera «ecclesialità».   «Non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione».   A questa stessa prospettiva ecumenica si collega un’altra manipolazione ecclesiologica, il concetto elastico di «comunione non piena», evocato nella risposta precedente: concretamente, tutte le «Chiese» cristiane farebbero parte di una «super-Chiesa» – la Chiesa di Cristo, più vasta della Chiesa cattolica –, e intratterrebbero con essa una comunione più o meno completa, secondo le lacune della loro dottrina.   Anche questo concetto, pure esso modernista, mira a valorizzare una presunta unità incipiente con le altre «Chiese». Ma è ingannevole. Infatti, o si è in comunione con la Chiesa cattolica sotto ogni aspetto, oppure se ne è separati: non esiste una posizione intermedia. Paradossalmente, questa nozione concepita come uno strumento al servizio del dialogo ecumenico, destinato a giustificare un cammino comune tra «Chiese» che si riconoscono come «sorelle», viene usata anche nei confronti della Fraternità San Pio X, che la considera assurda.   Ciò che è particolarmente deplorevole nel rimprovero rivolto alla Fraternità è che questa specifica accusa di scisma o di «comunione non piena», che si fonda su postulati modernisti, collegiali ed ecumenici, venga formulata non soltanto dal Vaticano, ma anche da alcuni responsabili degli ambienti e degli istituti detti «Ecclesia Dei» (5). Paradossalmente, essi attaccano la Fraternità San Pio X citando e difendendo gli errori ecclesiologici del Concilio Vaticano II… Invece di mettere in luce tali errori in modo costruttivo – come teoricamente potrebbero fare –, li usano per lapidare la Fraternità San Pio X. Si tratta tuttavia di pietre di gomma.   A proposito di giurisdizione e di autorità nella Chiesa, come analizza la Fraternità San Pio X la possibilità di nominare religiose o laici a posti di responsabilità? La questione è del tutto pertinente, soprattutto se si considera che attualmente un dicastero romano, quello incaricato degli istituti di vita consacrata, invece di avere rispettivamente un cardinale e un vescovo come prefetto e segretario, è affidato a due suore.   Non voglio fare dell’ironia, perché questo rappresenterebbe una caduta di stile. Mi limito a sottolineare che il Vaticano, a suo modo, prova di essere ancora perfettamente capace di fare la differenza tra il potere d’ordine e l’attribuzione del potere di giurisdizione: infatti, per quanto ne so, suor Simona Brambilla, l’attuale prefetta, non è mai stata ordinata né diaconessa, né sacerdotessa, né vescova; non ha neppure ricevuto la tonsura clericale… Lo stesso vale per la suora segretaria.   Al di fuori della Fraternità San Pio X, molti oggi riconoscono sinceramente che esiste una crisi all’interno della Chiesa, in particolare nell’ambito della fede. Tuttavia, alcuni rimproverano alla Fraternità San Pio X di isolarsi nella propria linea di condotta, senza tenere sufficientemente conto dell’esistenza di altre diagnosi. Questa critica le sembra fondata? Penso che la Fraternità San Pio X, proprio su questo punto preciso, metta il dito nella piaga. Siamo in molti a convenire che nella Chiesa esiste una crisi e che questa crisi tocca la fede: la Fraternità San Pio X ne prende atto e lo conferma.   Ma non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione. Concretamente, bisogna rendersi conto che la crisi attuale ha di specifico il fatto di toccare la gerarchia della Chiesa nell’insegnamento che essa propone.   Ora, in una situazione del genere, non si può non dire come stanno le cose: gli errori devono essere chiaramente riconosciuti e denunciati da coloro che sono in grado di farlo. Non basta fingere di non vederli o sperare che scompaiano col tempo. Testi come Amoris laetitia o Fiducia supplicans, per esempio, hanno provocato proteste piuttosto forti; poi tutto si è calmato, si è passati ad altro, e quasi nessuno ne parla più. Ma le decisioni e gli errori che essi contengono rimangono in vigore: non li si corregge sperando che vengano dimenticati.   La Fraternità San Pio X esiste per ricordarlo, ai fedeli come alla gerarchia. Essa ritiene che questo sia il suo dovere, non in uno spirito di sfida o di disobbedienza, ma come un servizio reso alla Chiesa. In questo senso, non è giusto dire che essa si isola: essa parla davanti a tutta la Chiesa e si rivolge a tutti i cattolici perplessi, senza distinzione.   Per chi affronta queste questioni senza pregiudizio ideologico, una constatazione si impone: la rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.

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Come potrebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa contenere degli errori? La questione è estremamente delicata e complessa, e solo la Chiesa potrà un giorno fornire una spiegazione soddisfacente e definitiva di ciò che è accaduto e che accade tuttora. Ciò che è certo è che un errore non può essere insegnato dal Magistero della Chiesa propriamente detto.   Eppure i fatti sono lì: ci troviamo, ahimè, di fronte all’insegnamento di alcuni gravi errori. Ci possiamo trovare davanti a testi di un concilio anomalo e non dogmatico, a semplici esortazioni pastorali, omelie o dichiarazioni di circostanza, a dialoghi con il mondo, a discorsi improvvisati in aereo, a conversazioni con i giornalisti, a elementi non dogmatici presentati come tali… ma non a un Magistero autentico.   «La Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il deposito della fede, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli».   Per fare un esempio, un eminente prelato romano mi ha recentemente spiegato che la Dichiarazione di Abu Dhabi non deve essere considerata come appartenente al Magistero, poiché si tratta di un semplice testo di circostanza. Penso che un giorno, con un po’ di elasticità e di buon senso, un papa affermerà qualcosa di equivalente – e pubblicamente – a proposito di tutta una serie di testi problematici che non possono essere considerati magisteriali nel senso tecnico del termine. La Curia romana dispone di un’esperienza e di una finezza impareggiabili per stabilire le necessarie distinzioni: le manca soltanto la volontà di farlo.   Comunque sia, una chiarificazione definitiva spetta alla Chiesa stessa, e non alla Fraternità San Pio X. Il nostro ruolo si limita a rigettare fedelmente tutto ciò che è in rottura con la Tradizione e con il Magistero costante. Così facendo, la Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il depositum fidei, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli.   In numerosi ambiti della vita della Chiesa, come in quello liturgico, è evidente che vi sono abusi. Perché la Fraternità San Pio X parla sempre di errori e non di abusi? È evidente che esistono degli abusi, che oltrepassano i limiti delle riforme stesse. La Fraternità San Pio X lo riconosce senza difficoltà.   Ma la retorica costante dell’abuso, particolarmente in voga sotto il pontificato di papa Benedetto XVI, non basta a rendere conto della crisi. Essa crea piuttosto un alibi sistematico che impedisce di andare al fondo dei problemi. La riforma liturgica, per esempio, comporta problemi che attengono certamente ai suoi stessi princìpi, indipendentemente da eventuali abusi.   Le preghiere ecumeniche e interreligiose, per fare un altro esempio, sono espressione di un errore teologico, anche se si cerca di evitare atti espliciti di sincretismo, per evitare ciò che potrebbe apparire come un abuso.   Soprattutto, la retorica dell’abuso liturgico, o dell’abuso nell’interpretazione dei testi, tende a mettere in causa le persone coinvolte – considerate responsabili di tali abusi o incapaci di reprimerli – piuttosto che i princìpi erronei che sono all’origine della catastrofe attuale. Ora, sono precisamente questi princìpi che dovrebbero essere denunciati.   «Non si tratta di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità». Confesso di essere stato io stesso colpito in questi ultimi anni dalla reazione amara e sistematica di un certo ambiente conservatore un po’ miope, che si è scagliato in modo molto personale contro la figura di papa Francesco, piuttosto che contro il Concilio e contro la continuità dottrinale che lo applica fino ai nostri giorni.   Un tale atteggiamento fa sì che a ogni elezione di un nuovo papa si speri, almeno per qualche mese, in un risanamento della crisi – senza mettere in discussione i princìpi rivoluzionari, come se tutto dipendesse dalla volontà personale del nuovo pontefice, più o meno determinato a condannare o reprimere gli abusi. Si tratta di una retorica superficiale che non convince più un osservatore attento e onesto.   Non le sembra esagerato, come la Fraternità San Pio X ha già sottolineato in altre occasioni, ritenere che una vita cristiana autentica sia oggi impossibile in una parrocchia ordinaria? Lo stato di «necessità» che corrisponde a questa affermazione è davvero così evidente? Non si tratta di un concetto «utile», elaborato per giustificare le consacrazioni di cui l’istituzione ha bisogno? La Fraternità San Pio X è pienamente consapevole del carattere tragico e doloroso di questa affermazione. Si tratta di una considerazione estremamente grave, che richiede di essere ben compresa.   Anzitutto, non si tratta di contestare che, malgrado tutti i problemi e le carenze cui sono confrontate le parrocchie ordinarie, buoni sacerdoti e buoni fedeli possano riuscire ugualmente a santificarsi e a salvare la propria anima. Nonostante circostanze radicalmente sfavorevoli, la grazia di Dio può toccare le anime, e noi ne conosciamo. Per molti, del resto, la sofferenza reale della loro situazione diventa una vera fonte di santificazione, che spesso li spinge verso la ricerca della Tradizione.   Detto questo, ciò che la Fraternità San Pio X afferma dev’essere compreso sul piano oggettivo, e non soggettivo. Per valutare nella verità la situazione di queste parrocchie, spetta a ogni anima di buona volontà porsi domande precise davanti a Dio, nella preghiera, cercando una risposta soprannaturale dettata non da impressioni positive o negative, né da un pregiudizio ideologico, ma dalla ragione illuminata dalla fede.   La Messa di Paolo VI può esprimere e nutrire integralmente la fede cattolica? Trasmette in modo sufficiente il senso del sacro, del trascendente, del soprannaturale, del divino? Questo rito permette di cogliere il vero senso del sacerdozio cattolico?   In una parrocchia o in un centro pastorale ordinario, cioè là dove si predica conformemente agli orientamenti dottrinali attuali, si insegna ancora la fede cattolica in tutta la sua integrità? Il catechismo impartito ai fanciulli è ancora cattolico e capace di formarli per tutta la vita?   Le questioni molto delicate e molto attuali della morale coniugale o dell’accesso all’Eucaristia in situazioni irregolari vengono ancora affrontate conformemente alla legge della Chiesa? Il sacramento della penitenza viene ancora amministrato con un senso reale della Redenzione e del peccato, della sua gravità e delle sue conseguenze?   Più in generale, quali frutti hanno prodotto universalmente le riforme nella vita concreta dei fedeli?   A tutte queste domande – e ad altre simili –, la Fraternità San Pio X risponde in modo chiaro e coerente; poi, a partire da questa analisi – poiché la realtà s’impone – giunge a constatare lo «stato di necessità».   L’affermazione della Fraternità San Pio X è dunque il frutto di un sano realismo, non di un a priori ideologico. Il carattere tragico di questa constatazione è semplicemente coestensivo alla tragicità della realtà.

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Non pensa che, malgrado le migliori intenzioni, la Fraternità San Pio X rischi di lacerare nuovamente le famiglie, il mondo della Tradizione e la Chiesa stessa? Forse mai come oggi la Chiesa ha conosciuto la divisione, e nessuno può rallegrarsene.   Tuttavia, questa divisione non è provocata dalla fedeltà alla Tradizione, ma piuttosto dall’allontanamento da essa: la crisi del Magistero, le ambiguità, gli errori, l’inculturazione spingono a interpretare e reinterpretare tutto, aumentano i molteplici modi di giudicare che, alla lunga, provocano divisioni inevitabili.   Per usare un’immagine nota, è proprio tutto questo che straccia la tunica di Cristo. La Fraternità San Pio X, mediante la fedeltà alla Tradizione, cerca semplicemente di contribuire a ricucirla incessantemente.   Quanto alla possibilità per tutti i tradizionalisti di lavorare e di combattere insieme, la Fraternità San Pio X lo desidera con tutto il cuore. Ma ciò non deve realizzarsi mediante una sorta di ecumenismo in miniatura: può avvenire soltanto in una fedeltà piena alla Tradizione integrale, se si vuole che questo combattimento a tutto campo giovi a tutti, compresi a coloro che non sono d’accordo con noi.   «La vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa».   Infine, per quanto riguarda le possibili divisioni all’interno di una stessa famiglia, bisogna ricordare coraggiosamente le parole di Nostro Signore, senza scandalizzarsi, senza cadere nell’amarezza, sostenendo coloro che soffrono:   «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 34-37).   Una domanda retrospettiva. Il particolare periodo che la Fraternità San Pio X sta attualmente attraversando riaccende nei più anziani i ricordi e le emozioni del 1988. Questa data segna senza alcun dubbio una svolta decisiva nell’opera di mons. Lefebvre. Quale dichiarazione del fondatore della Fraternità San Pio X le viene in mente prima di ogni altra? Nel corso di una conversazione privata, mons. Lefebvre aveva confidato che avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi in opposizione con il Vaticano. Questo mostra con quale spirito egli abbia preparato le consacrazioni del 1988. Allora, come oggi, non si trattava di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità: una decisione necessaria e inevitabile, ma presa a malincuore.   In un’altra occasione, mons. Lefebvre dichiarò, serenamente e in maniera profondamente soprannaturale, che se la Fraternità San Pio X non fosse stata opera di Dio, non sarebbe andata avanti e non gli sarebbe sopravvissuta. Non spetta a noi dare una risposta a questa domanda. Ma la Storia, già, ha cominciato a pronunciarsi.   Secondo lei, quando e come la crisi della Chiesa potrà finire, e con essa questo senso di dissoluzione generale, tanto all’interno quanto all’esterno della Chiesa stessa? Solo la Provvidenza possiede la risposta precisa a questa domanda. Quanto a me, suppongo che, dopo aver cercato invano e disperatamente la pace e l’unità nella collegialità, nel sinodo, nell’ecumenismo, nel dialogo, nell’ascolto, nell’inclusione, nella preoccupazione ecologica condivisa, nella fraternità umana, nella proclamazione incessante dei diritti dell’uomo, etc., le autorità finiranno per rendersi conto – troppo tardi – che la vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa.   Quando la crisi avrà manifestato tutte le sue conseguenze, quando l’apostasia sarà ancora più generalizzata e le chiese saranno vuote, queste autorità comprenderanno finalmente che non vi era nulla da inventare: bisognava semplicemente essere fedeli a Cristo Re e proclamare, sull’esempio dei primi martiri, i suoi diritti intangibili di fronte a un mondo neopagano.   Una cosa è certa: siccome è da Roma che si è originato il processo di autodemolizione della Chiesa, è solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi. Tuttavia, i germi della rigenerazione della Chiesa sono già all’opera: fruttificano umilmente nelle anime vivificate dallo spirito di Nostro Signore, e nelle quali si prepara silenziosamente l’avvento di coloro che, un giorno, ristabiliranno nel suo splendore la regalità di Gesù Cristo.   «È solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi».   Indubbiamente, la crisi perdura più di quanto si potesse immaginare. Ciò è dovuto, a mio umile parere, alla difficoltà intrinseca che la Chiesa incontra oggi nel reagire. Un corpo sano riesce abbastanza facilmente a reagire agli agenti patogeni che lo attaccano; ma più un corpo è indebolito, più fatica. Allo stesso modo, la crisi che viviamo è stata determinata dall’attacco di princìpi perniciosi su spiriti già indeboliti – indebolimento che era iniziato ben prima delle riforme.   Tuttavia, come in ogni prova, bisogna vedere la Provvidenza all’opera e armarsi di pazienza. Più la crisi è lunga, più Satana si scatena, più allora il trionfo della Tradizione sarà splendente e, soprattutto, più sarà manifestato al mondo che la Chiesa è indefettibile e divina.   Mai come oggi la promessa di Nostro Signore ci riempie di gioia e di speranza: «le porte degli inferi non prevarranno contro di Essa» (Mt 16, 18).   E ancora una volta, la certezza di questo trionfo è assicurata da Colei che schiaccia tutte le eresie: «Alla fine, il mio Cuore immacolato trionferà.»     Intervista rilasciata a Menzingen il 19 aprile 2026, domenica del Buon Pastore   NOTE 1) Questo ordine fondato sulla trasmissione della fede è una nozione classica del diritto canonico. Citiamo un autore fra altri: «Ut patet fundamentum vitæ supernaturalis Ecclesiæ curæ et potestati concreditæ est fides»; è chiaro che la fede è il fondamento della vita soprannaturale affidata alla cura e all’autorità della Chiesa. Il diritto dovrà dunque determinare in modo organico tutto ciò che riguarda la fede: «quæ respiciunt fidei prædicationem, explicationem, susceptionem, exercitium, professionem externam, defensionem et vindicationem»; tutto ciò che riguarda la predicazione della fede, la sua spiegazione, la sua ricezione, il suo esercizio, la sua professione esterna, la sua difesa e la confutazione degli errori», in Gommarus Michiels OFM Cap., Normæ generales juris canonici, Parigi, 1949, vol. 1, p. 258. 2) Il cardinal Castrillón Hoyos ha affermato più volte, negli anni 2000, che la Fraternità San Pio X «non è in scisma», ma si trova in una «situazione canonica irregolare», da regolarizzare all’interno della Chiesa. 3) Lettera di don Davide Pagliarani al cardinal Víctor Manuel Fernández del 18 febbraio 2026, allegato 2. 4) Questa dottrina considera il collegio episcopale in quanto tale come un secondo soggetto dell’autorità suprema nella Chiesa, accanto al papa: di conseguenza, tende a trasformare la Chiesa in una sorta di concilio permanente, giustificando l’onnipotenza delle conferenze episcopali e la riforma sinodale in corso. 5) Si distinguono in particolare gli studi del Padre Josef Bisig, fondatore della Fraternità San Pietro, e del Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità San Vincenzo Ferreri.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News
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Spirito

I gesuiti accusati di aver trasformato la Bolivia in una «discarica per pedofili»

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Un istituto indipendente nominato dal Parlamento catalano in Spagna ha avviato all’inizio di questo mese un’indagine sulla provincia catalana della Compagnia di Gesù (Gesuiti) per aver presumibilmente inviato in Bolivia sacerdoti colpevoli di abusi sessuali, dove avrebbero continuato a perpetrare tali abusi. lo riporta LifeSite.

 

L’inchiesta è stata avviata in seguito a una richiesta della Comunità boliviana dei sopravvissuti, che ha accusato i gesuiti catalani di aver inviato in Bolivia numerosi sacerdoti noti per aver commesso abusi, trasformando il Paese sudamericano in una «discarica per pedofili», secondo quanto riportato da Crux Now. L’inchiesta si aggiungerà a un’indagine sulle accuse di abusi denunciate da ex studenti della scuola Casp-Sagrat Cor de Jesús di Barcellona, avviata nel 2023.

 

Edwin Alvarado, portavoce della Comunità dei sopravvissuti boliviani, ha espresso la speranza che le accuse vengano finalmente oggetto di indagine.

 

«Siamo ottimisti perché comprendiamo che l’indagine del difensore civico e del parlamento catalano contribuirà a consolidare la verità storica che stiamo costruendo in Bolivia riguardo agli abusi sessuali nel clero, ponendo le basi per proseguire nel perseguimento di una giustizia completa», ha affermato.

 

Alvarado ha inoltre sottolineato che considerano questa indagine con vergogna. «Perché in Bolivia non siamo stati in grado di istituire una commissione parlamentare per la verità, bicamerale e multipartitica, autonoma, finanziata e indipendente», ha affermato.

 

I sopravvissuti hanno accusato i gesuiti di aver trasferito in Bolivia diversi sacerdoti che avevano abusato di persone in Catalogna, dove avrebbero continuato a commettere gravissimi abusi.

 

In un caso, padre Francesc Peris, i cui presunti abusi risalenti agli anni Sessanta erano stati denunciati dagli studenti della scuola Casp-Sagrat Cor de Jesús, fu trasferito nel 1983 al Colegio Juan XXIII di Cochabamba, in Bolivia, dove avrebbe abusato di ragazze nel loro dormitorio durante la notte. Sebbene Peris prendesse di mira principalmente ragazze giovani, almeno un ragazzo ha denunciato di essere stato abusato da lui alla comunità dei sopravvissuti.

 

Un altro sacerdote, padre Lluís Tó González, aveva lavorato per anni in un’altra scuola gesuita in Catalogna e nel 1992 fu condannato per aver abusato sessualmente di una bambina di otto anni. Dopo aver scontato una breve pena detentiva di due anni, i gesuiti catalani lo mandarono in Bolivia, dove avrebbe continuato ad abusare di giovani ragazze vulnerabili, ma poco dopo fu nuovamente trasferito in Bolivia dalla provincia catalana.

 

Alcune lettere degli anni Novanta scambiate tra i gesuiti in Catalogna e la provincia boliviana, e scoperte dal quotidiano spagnolo El Periódico, dimostrano che l’ordine era a conoscenza delle accuse contro il sacerdote. Nel 2024, i gesuiti catalani hanno rivelato che dal 1948 erano state presentate ben 145 denunce di abusi sessuali contro membri della provincia, di cui 25 contro padre Tó, deceduto nel 2017 senza essere mai stato processato per i presunti abusi.

 

In effetti, diversi gesuiti sono stati accusati di abusi sessuali nel corso dei decenni. Uno dei casi più noti è quello di padre Marko Rupnik, accusato di aver abusato sessualmente, spiritualmente, psicologicamente e fisicamente di suore, nonché di vittime di sesso maschile.

 

Nel 2023, papa Francesco delegò il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero). Nell’ottobre del 2025, la DDF annunciò di aver nominato un collegio di cinque giudici per decidere il processo canonico di Rupnik.

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Spirito

Mons Strickland risponde alle osservazioni di papa Leone sulle «benedizioni» omosessuali

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Renovatio 21 traduce e pubblica il messaggio del vescovo Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas, riguardo alle recenti parole di papa Prevost sulle «benedizioni» alle coppie omofile.    Chiedo di nuovo: stiamo pensando con la mente di Cristo… o con la mente del mondo?   In risposta alle recenti osservazioni riguardanti le priorità morali e la benedizione di coloro che sono in unioni irregolari, offro questo chiarimento per il bene dei fedeli.   La Chiesa, custode della verità del Vangelo, non può benedire il peccato. È chiamata sempre a benedire le persone – a chiamare ogni anima al pentimento, alla guarigione e alla santità – ma non deve mai agire in modo da suggerire un’approvazione di azioni o relazioni contrarie alla legge di Dio.    

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La recente enfasi sulla distinzione tra benedizioni «formali» e «informali», come si evince dalla Fiducia Supplicans , ha generato molta confusione tra i fedeli. Una benedizione non è un semplice gesto casuale; è un atto sacro che implica il favore di Dio. Se una tale benedizione viene impartita in modo da sembrare che affermi una relazione non conforme al disegno di Dio, si rischia di causare scandalo e di indurre le anime in errore.   Allo stesso modo, l’affermazione secondo cui esisterebbero questioni morali «più grandi e più importanti» della morale sessuale va compresa con grande cautela. La Chiesa non ha mai insegnato che i peccati contro la castità siano di scarsa importanza. Al contrario, la Sacra Scrittura e il costante insegnamento della Chiesa affermano che la morale sessuale tocca profondamente la dignità della persona umana, la sacralità del matrimonio e il giusto ordine dell’amore.   È vero che la giustizia, la libertà religiosa e la dignità di ogni persona umana sono questioni morali di fondamentale importanza. Ma la legge morale non è divisa in categorie contrapposte in cui una verità può essere accantonata a favore di un’altra. Tutta la verità proviene da Dio, e ogni peccato – sia esso contro la giustizia, la carità o la castità – separa l’anima da Lui.   La vera unità nella Chiesa non può essere costruita sull’ambiguità o sull’attenuazione delle verità difficili. Essa si fonda su Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La carità esige che annunciamo la verità con chiarezza, anche quando è difficile, affinché le anime non siano sviate, ma condotte alla conversione e alla vita eterna.
Come successore degli Apostoli, resto impegnato ad annunciare la pienezza della fede cattolica, senza compromessi, senza ambiguità e sempre con carità verso ogni persona, chiamando tutti alla libertà che deriva dal vivere nella verità di Cristo.

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