Connettiti con Renovato 21

Bioetica

Aborto a New York, la parola al medico

Pubblicato

il

 

 

​Dopo aver spiegato, in termini giuridici, attraverso un avvocato, ciò che veramente è successo nello Stato di New York con la legalizzazione dell’aborto al nono mese, Renovatio 21 intervista la Dr.ssa Martina Collotta, medico, esperta in materia bioetica, per offrire ai lettori la possibilità di comprendere cosa voglia dire, da un punto di vista non solo medico, ma anche e soprattutto etico e morale, un aborto al nono mese e, più in generale, cosa sia veramente un aborto.

Con la Dr.ssa Collotta ripercorriamo il tema dell’aborto passando dall’America fino all’Italia.

 

Dr.ssa Collotta, nello Stato di New York il Governatore Andrew MCuomo ha firmato un documento che permetterà l’aborto fino al nono mese. Partiamo da un dato importante: si tratta di una novità?

La legge precedente già permetteva l’aborto anche oltre la 24esima settimana (la settimana a cui corrisponde la viabilità del feto, ovvero la possibilità di vita autonoma fuori dal grembo materno), ma solo in caso di pericolo di vita della madre.

 

Questa nuova legge, invece, permette l’aborto anche in caso di minaccia alla salute della madre, non solo alla sua vita. Il concetto di salute, come anche la 194/78 italiana tristemente insegna, finisce con l’includere non solo problematiche fisiche, ma anche psicologiche, il più delle volte addotte come scuse per giustificare il ricorso all’aborto.

Il concetto di salute, come anche la 194/78 italiana tristemente insegna, finisce con l’includere non solo problematiche fisiche, ma anche psicologiche, il più delle volte addotte come scuse per giustificare il ricorso all’aborto.

 

Ad esempio, se la madre sostenesse che alla nascita del figlio le conseguirebbe un grave trauma psicologico per via delle difficoltà familiari o economiche in cui si verrebbe a trovare, questo sarebbe sufficiente per giustificare l’uccisione del bambino.

 

La novità sta in questo: l’introduzione di quel «salute della madre» che è, di fatto, una categoria non  oggettiva ed oggettivabile.

 

Il documento firmato da Cuomo fa, forse per la prima volta nella storia, un esplicito riferimento alla «salute riproduttiva». Si chiama, infatti, Reproductive Health Act.  Consiste in questo la gravità del riferimento alla salute della madre?

Il riferimento alla salute materna è duplice: uno riguarda il testo di legge e l’altro la scelta di includere nel titolo l’espressione «salute riproduttiva».

 

Come dicevo, nel caso del termine salute contenuto nel testo di legge, ci troviamo di fronte alla gravissima apertura alle più svariate scuse «mediche» per giustificare l’aborto, incluse ipotetiche e non attuali (da notare bene!) problematiche psicologiche. Quest’idea allargata di salute, nasce dalla definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che vuole che il termine non includa solo il benessere fisico, ma quello «totale» dell’uomo, dal benessere psicologico a quello sociale… Una definizione che, come molto di quanto l’ONU ci elargisce, dice tutto e non dice niente, ma che lascia spazio ad ogni possibile strumentalizzazione abortista.

Quest’idea allargata di salute, nasce dalla definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che vuole che il termine non includa solo il benessere fisico, ma quello «totale» dell’uomo, dal benessere psicologico a quello sociale… Una definizione che, come molto di quanto l’ONU ci elargisce, dice tutto e non dice niente, ma che lascia spazio ad ogni possibile strumentalizzazione

 

Il secondo riferimento, quello alla salute riproduttiva, a mio parere, smaschera ancora di più il misericordismo dei pro-choiche USA (e di tutto il mondo): l’aborto è salute per la donna, non permetterglielo è negarle il diritto alla salute, dunque, i pro-life sarebbero crudeli attivisti che metterebbero in pericolo la salute delle donne.

 

Ovviamente, delle conseguenze traumatiche, tanto a livello fisico quanto psicologico, di un aborto, non si fa cenno. È ironico anche il fatto che si parli di salute riproduttiva, in un documento che parla di aborto, di uccisione del frutto del concepimento e che, dunque, la riproduzione la ostacola, distruggendo la nuova vita che chiede di venire alla luce.

 

Da un punto di vista pratico e medico, con quale tecnica saranno uccisi questi bambini?

Questo non sembra essere chiarito nel dettaglio dal testo di legge, ma sappiamo che negli Stati Uniti (e non solo) le metodiche utilizzate nel caso di aborti oltre il termine di inizio di viabilità fetale, variano dall’iniezione letale in utero, all’aborto a nascita parziale.

 

Nel caso poi il feto sopravviva a quanto operato per tentare di ucciderlo nel grembo materno e, al parto indotto consegua la nascita di un feto vivo, non vengono a lui prestate né cure assistenziali (nemmeno il calore di una coperta) nè cure mediche, privandolo, di fatto, della possibilità di vivere, trattandosi di un prematuro. Il bambino viene dunque lasciato morire (di fame, di sete e di freddo!), configurando un vero e proprio infanticidio.

 

Nel caso poi il feto sopravviva a quanto operato per tentare di ucciderlo nel grembo materno e, al parto indotto consegua la nascita di un feto vivo, non vengono a lui prestate né cure assistenziali (nemmeno il calore di una coperta) nè cure mediche, privandolo, di fatto, della possibilità di vivere, trattandosi di un prematuro.

Un dato che rende bene l’idea di quanto in America si sia appena celebrata un’altra vittoria della necrocultura, è quello legato al fatto che non ci sarà più bisogno di un medico per praticare l’aborto, ma basterà un suo assistente, un infermiere e un’ostetrica. Questo la dice lunga sul disprezzo tracotante verso la vita umana, non crede?

Assolutamente sì. E non solo!  Questo rivela ancora di più l’ipocrisia nascosta dietro il solito pretesto che legalizzare l’aborto significhi salvare la vita di molte donne, tutelando la loro salute minacciata dagli aborti clandestini. Permettendo che a praticare l’aborto non sia un medico, ma un qualsiasi altro operatore sanitario, di fatto la qualità dell’assistenza professionale, cala. È inevitabile.

 

Ai non medici manca, professionalmente, la capacità di far fronte ad eventuali complicanze che potrebbero insorgere in seguito a quello che è un vero e proprio intervento chirurgico, tanto più invasivo, tanto più la gravidanza avanza.

 

La preoccupazione, dunque, si mostra essere non tanto quella di garantire alle donne un aborto in sicurezza (la ben nota scusa degli abortisti), quanto quella di aumentare il più possibile il numero di aborti, con buona pace della salute (!) delle donne.

 

Veniamo all’Italia: qualche bufalaro di turno ha detto che in America si è semplicemente legalizzato ciò che in Italia già era possibile con la L. 194/78. Le cose stanno veramente così?

No, in Italia la 194, nel caso di aborti oltre il limite in cui è possibile la vita autonoma del nascituro, tutela la vita dello stesso, ovvero il medico è tenuto a prestare tutte le cure che un nato prematuro necessita per garantirgli possibilità di vita. L’iniezione letale, ad esempio, non è certamente ammessa, così come il partial birth abortion.

 

Inoltre, come prima del Reproductive Health Act a New York, i casi in cui l’aborto può essere praticato ad un’età gestazionale così avanzata, sono limitati al grave pericolo per la vita della donna.

 

Il bambino viene dunque lasciato morire (di fame, di sete e di freddo!), configurando un vero e proprio infanticidio

Ci spieghi cosa è previsto, in Italia, dopo i 90 giorni di gravidanza. 

Possiamo individuare due periodi che vanno dal 90° giorno in poi, ricordando che, in pratica, prima del 90° giorno, la donna può abortire sempre e con qualsiasi pretesto.

 

Dal 90° giorno alla possibilità di vita autonoma del nascituro, si può abortire in caso di grave pericolo per la vita della donna, o di grave pericolo per la sua salute fisica o psichica determinata da accertati processi patologici. Se il caso del pericolo di vita è chiaro, per comprendere il caso del grave pericolo di salute, dobbiamo dire che questo, a differenza di quanto stabilisce la legge per i primi 90 giorni, deve essere di un’entità maggiore (il testo usa qui il termine grave) e accertato da medici competenti (non basta la parola della donna).

 

Tra gli «accertati processi patologici» rientrano anche le malformazioni del nascituro che, tuttavia, non rilevano in se stesse, ma solo in quanto in grado di causare una malattia psichica della madre.

 

Dal momento in cui sussiste possibilità di vita autonoma del nascituro (la 24esima settimana, anche se non mancano in letteratura casi di grandi prematuri, fino a 21 settimane, sopravvissuti nonostante gravi disabilità), l’aborto è limitato ai casi di grave pericolo per la vita della donna e, come detto, la vita del feto deve essere salvaguardata (parto indotto).

 

Questo, però, potrebbe portare qualche sprovveduto a pensare che in Italia si stia meglio che a New York per il principio del «male minore». Vuole ricordarci la criminalità di questa legge?

Non possiamo certamente parlare di male minore dato che l’oggetto dell’aberrante azione dell’aborto è sempre quello dell’uccisione di un essere umano innocente e indifeso, e sappiamo che non vi è differenza tra la persona dell’embrione, la persona del feto al 90°giorno, la persona del feto al nono mese di gravidanza e la persona del bambino prima e dell’adulto poi.

 

Si tratta sempre e comunque di omicidio. Non possiamo invocare il male minore, quando di male morale si parla.

 

 «Il bambino viene afferrato con il forcipe per una gamba ed estratto parzialmente attraverso il canale vaginale. La parte superiore del torace e la testa rimangono ancora all’interno del corpo della madre, quando viene praticato un foro nel cranio del bambino e, attraverso una pompa aspirante, ne viene risucchiato il contenuto».

So che è qualcosa di straziante, ma le chiedo di descriverci in cosa consiste l’aborto a nascita parziale.

Mi limito a descrivere la tecnica in linea generale, perché ogni commento è superfluo. Il bambino viene afferrato con il forcipe per una gamba ed estratto parzialmente attraverso il canale vaginale. La parte superiore del torace e la testa rimangono ancora all’interno del corpo della madre, quando viene praticato un foro nel cranio del bambino e, attraverso una pompa aspirante, ne viene risucchiato il contenuto.

 

Al termine viene estratta anche questa parte del corpo del bambino a cui di fatto è stato risucchiato il cervello, se mi permettete la franchezza.

 

Non viene effettuata anestesia alcuna al bimbo, che, anzi, spesso si dimena durante la procedura.

 

Una questione un po’ fumosa è quella che riguarda il cosiddetto «aborto a nascita parziale». Qualcuno si chiede se con questo atto appena emanato a New York sia ora possibile compierlo. Pensa sia possibile?

Di fatto, la legge USA ha vietato l’aborto a nascita parziale con il partial-birth abortion ban act, ma, come ci è facile capire in analogia all’operato della magistratura italiana, facendo ricorsi e appelli alle corti locali, l’aborto a nascita parziale viene praticato e resta impunito in alcuni casi (e Stati). Le giustificazioni addotte includono quanta parte del corpo del feto è stata estratta dal corpo della madre (se sopra o sotto l’ombelico), tanto per renderci conto dell’ipocrisia dei giudici…

Embrione, feto e feto a termine sono sempre e comunque persona, in perfetta continuità temporale, senza alcun cambio sostanziale

 

Cosa accadrà, nello specifico, a New York, è al momento difficile a dirsi. Certamente, la legge passata con Cuomo, non farà che fornire qualche scusa in più per giustificare un’eventuale pratica del partial-birth abortion.

 

L’aborto è stato reso in un certo senso invisibile. Forse che questo lo abbia fatto completamente digerire e, quindi, abbia depotenziato la percezione della gravità della barbarie? 

Purtroppo l’introduzione dell’aborto chimico con la pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo ha contribuito a rendere l’aborto, soprattutto quello che precoce, in un certo senso sì: invisibile.

 

Tristemente la mentalità liberale contribuisce a indebolire sempre di più la capacità di riconoscere l’embrione come persona e dunque la percezione della gravità di un atto uccisivo nei suoi confronti.

 

Quanto accaduto a NY può risvegliare qualche coscienza secondo lei?

Me lo auguro, ma temo che il valore che viene attribuito alla vita intrauterina da coloro che sostengono l’aborto, non sia molto diverso nel caso di un embrione o di un feto a termine. Chi non riconosce nel concepito una nuova ed unica vita, una persona umana, faticherà a riconoscerlo in un bambino non ancora venuto alla luce.

 

Il rischio, allo stesso tempo, è quello che qualcuno si scandalizzi troppo per quanto decretato in America: non crede però che per chi vuole difendere la Vita, la questione cambi in realtà di poco? Non è che si rischia di pensare che a nove mesi sia più grave che a 5 giorni dal concepimento?Per chi riconosce e difende la vita umana dal momento del concepimento, non cambia nulla infatti. Embrione, feto e feto a termine sono sempre e comunque persona, in perfetta continuità temporale, senza alcun cambio sostanziale. Così come, all’opposto, embrione, feto e feto a termine, non meritano tutela alcuna, ma possono essere uccisi, nell’opinione di chi l’aborto lo difende e promuove.

 

Non è un limite spostato a cambiare le coscienze, anzi, credo che atti come questo dovrebbero solo aiutarci a riconoscere l’ipocrisia nascosta in ogni altra legge che permette l’aborto, non importa quando e con quali «motivazioni» (ma chiamiamole scuse, perché, alla fine, non sono altro che pretesti).

I radicali-dem palesi e radicali-dem occulti nostalgici della DC confondono la libertà con la licenza e credono di poter legittimare l’illecito morale con la liceità legale

 

Detta fra noi: i democratici americani di oggi, sono i democristiani italiani di ieri (e, purtroppo, ancora presenti)?

Certamente democratici e democristiani sembrano condividere ambiguità di linguaggio (pensiamo al termine salute) e ipocrisia (con la solita sfruttata equivalenza «aborto legalizzato=salute della donna»). Tra i democratici americani, tuttavia, troviamo anche le frange più liberali tra quelle liberali e che si dichiarano manifestatamente tali (la nostra sinistra radicale).

 

Resta il fatto che tutte le categorie (radicali-dem palesi e radicali-dem occulti nostalgici della DC) confondono la libertà con la licenza e credono di poter legittimare l’illecito morale con la liceità legale.

 

Cristiano Lugli

 

 

Continua a leggere

Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

Pubblicato

il

Da

Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

Sostieni Renovatio 21

A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

Aiuta Renovatio 21

Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Continua a leggere

Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

Pubblicato

il

Da

Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

Sostieni Renovatio 21

Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

Iscriviti al canale Telegram

«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
Continua a leggere

Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

Pubblicato

il

Da

La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

Aiuta Renovatio 21

Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

Continua a leggere

Più popolari