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I cardinali dell’«opposizione controllata» di Leone. Mons. Viganò contro i conservatori cattolici dinanzi alle Consacrazioni FSSPX

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Renovatio 21 pubblica questo scritto dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

L’opposizione di Sua Maestà

Il conservatorismo cattolico dinanzi alle Consacrazioni episcopali della FSSPX

 

L’intervento di Müller

Lo scorso 21 Febbraio, su Kath.Net, il Cardinale Gerhard Ludwig Müller (1) ha commentato la decisione della Fraternità Sacerdotale San Pio X di procedere alle Consacrazioni episcopali senza Mandato pontificio, dopo che il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha ribadito al Superiore Generale, don Davide Pagliarani, il veto della Santa Sede alla concessione del Mandato e l’indisponibilità ad una revisione dei testi del Concilio Vaticano II che la Fraternità considera giustamente eterodossi.

 

Nel suo intervento, Die Piusbruderschaft und ihre Einheit mit der Kirche (2), il Porporato tedesco ritiene che procedere senza Mandato pontificio costituisca una «ferita oggettiva all’unità visibile della Chiesa»: non una mera disobbedienza amministrativa, ma un atto che mina l’autorità papale alle sue fondamenta. Egli sottolinea che «nessun Vescovo può consacrare contro il successore di Pietro». Müller insiste sul riconoscimento dell’autorità papale non solo in teoria, ma anche in pratica, senza condizioni, affermando che la FSSPX deve sottomettersi al magistero della Chiesa per esercitare un’influenza positiva sulla storia ecclesiale.

 

L’ex Prefetto dell’ex Sant’Uffizio è così intervenuto: 

 

«L’unica soluzione possibile in coscienza davanti a Dio consiste nel fatto che la Fraternità San Pio X, con i suoi vescovi, sacerdoti e laici, riconosca non solo in teoria, ma anche nella pratica, il nostro Santo Padre Papa Leone XIV come legittimo Papa e si sottometta senza precondizioni alla sua autorità dottrinale e al suo primato di giurisdizione. Allora si potrà trovare anche una soluzione giusta per il loro status canonico, ad esempio dotando il loro Prelato di una giurisdizione ordinaria per la Fraternità, che sia direttamente subordinato al Papa (forse senza la mediazione di un ufficio della Curia)».

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L’intervento di Sarah

Il giorno successivo, 22 Febbraio, in un intervento su Le Journal du Dimanche (3), il Cardinale Robert Sarah (4) ha ripetuto l’appello all’unità all’interno della Chiesa, esprimendo una profonda preoccupazione sul potenziale scisma che rischia di fratturare l’unità della Chiesa, sottolineando che la vera comunione ecclesiale deve radicarsi nell’obbedienza al Papa e nell’aderenza al Magistero. Le sue parole non danno adito a fraintendimenti: 

 

«Voglio quindi esprimere la mia viva inquietudine e la mia profonda tristezza nell’apprendere l’annuncio da parte della Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata da Mons. Lefebvre, di procedere a ordinazioni episcopali senza mandato pontificio. Ci dicono che questa decisione di disobbedire alla legge della Chiesa sarebbe motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum. Ma la salvezza è il Cristo, e si dona solo nella Chiesa. Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza per altre vie che quelle che Egli stesso ci ha indicato? È voler la salvezza delle anime quella di lacerare il Corpo Mistico di Cristo in modo forse irreversibile? Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova lacerazione? [] Non è forse tradire la Tradizione il rifugiarsi in mezzi umani per mantenere le nostre opere, per quanto buone esse siano?»

 

L’intervento di Burke

Anche il Card. Raymond Leo Burke (5), che sembra non volersi pronunciare sulle annunciate Consacrazioni, si era già espresso nel 2017 sullo stato di scisma in cui, a suo avviso, si trova la Fraternità San Pio X sin dal 1988 (6): 

«Nonostante i vari argomenti attinenti la questione, il fatto è che la Fraternità Sacerdotale San Pio X è nello scisma fin da quando il fu Arcivescovo Marcel Lefebvre ordinò quattro vescovi senza il mandato del Romano Pontefice. E perciò non è lecito assistere alla Messa o ricevere i sacramenti in una chiesa che è sotto la direzione della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Detto questo, per noi in questa questione, parte di questa sorta di confusione nella Chiesa si è anche prodotta perché il Santo Padre Francesco ha dato ai sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X la facoltà di celebrare validamente i matrimoni, lecitamente e validamente. Ma per questo non c’è una spiegazione canonica, si tratta semplicemente di un’anomalia».

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Un’opposizione controllata

Gli interventi dei Cardinali Müller, Sarah e Burke possono essere considerati un esempio paradigmatico di «His Majesty’s opposition» all’interno del contesto ecclesiale cattolico, mutuando il concetto dal sistema parlamentare britannico, dove l’opposizione critica le politiche del governo in carica pur mantenendo fedeltà assoluta alla Corona e alle sue istituzioni (7). Questa opposizione ha mostrato la sua assoluta inutilità con i Dubia per gli errori di Amoris Lætitia, che furono totalmente ignorati da Bergoglio, il quale non mancò di deridere e umiliare i Cardinali firmatari.

 

I componenti della «triade conservatrice» sono accumunati da alcuni elementi che dimostrano la loro assoluta incoerenza rispetto ai princìpi che ci si attenderebbe essi difendano. Tutti e tre accettano sine glossa gli atti del Concilio Vaticano II e il magistero post-conciliare. Tutti e tre celebrano indifferentemente il Vetus Ordo e il Novus Ordo, considerando entrambi legittimi e relegando le questioni liturgiche a meri aspetti di sensibilità personale.

 

Tutti e tre, pur criticandolo, si adeguano al cammino sinodale «per obbedienza al Papa» e Müller ha preso parte attiva alle riunioni del Sinodo sulla Sinodalità sia nel 2023 che nel 2024, in qualità di membro votante nominato direttamente da Bergoglio. Tutti e tre riconoscono la collegialità episcopale, l’ecumenismo, la libertà religiosa, la Dichiarazione di Abu Dhabi e in generale tutti gli atti – anche i più controversi – emanati dai Dicasteri Romani.

 

Tutti e tre hanno criticato Fiducia Supplicans senza esigerne la revoca. Tutti e tre hanno espresso disappunto dopo Traditionis Custodes, senza tuttavia impegnarsi per impedirne l’applicazione. Tutti e tre non hanno speso una sola parola di sostegno nei miei riguardi, né prima né tantomeno dopo la farsa del procedimento canonico che ha portato alla mia «scomunica» per scisma. Tutti e tre sono insomma convinti ratzingeriani e sostenitori di quella variante ecclesiale del processo dialettico hegeliano, secondo il quale sarebbe possibile far convivere la tesi dell’ortodossia cattolica e l’antitesi dell’eresia modernista nella sintesi conciliare. Tutti e tre riconoscono infine come legittimo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede Victor Manuel Fernández, nonostante la sua attività «letteraria» (…); né risulta che abbiano richiesto le sue dimissioni dopo lo scandalo di Besame con tu boca La pasión mística. 

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Le contraddizioni dei tre Cardinali

Non sembra insomma che i Cardinali della «triade conservatrice» – Müller, Sarah e Burke – possano ambire al ruolo di difensori dell’ortodossia cattolica, essendo essi stessi convinti sostenitori del Vaticano II, delle sue deviazioni e della sua liturgia favens hæresim. Semmai essi si sono ravveduti, non consta che abbiano pubblicamente ritrattato i propri errori, ma che piuttosto essi stiano semplicemente cercando di conciliare tesi opposte e inconciliabili per puro quieto vivere o in nome di una pseudo-unità della Chiesa che prescinde dalla professione ininterrotta della medesima Fede, ma che anzi dissimula le palesi divergenze per non dover trarre le necessarie conseguenze dalla loro evidenza.

 

Le loro affermazioni che non vi sarebbe alcuna rottura tra pre postconcilio sono mere petizioni di principio prive di alcun fondamento e che contraddicono la realtà di una crisi devastante, ma che si dimostrano tuttavia coerenti con l’ermeneutica della continuità di Benedetto XVI, influenzata dalla formazione hegeliana del teologo tedesco. 

 

Va rimarcato poi che questi Porporati dimenticano – o piuttosto fingono di dimenticare – che se oggi le Loro Eminenze possono pontificare solennemente in rito antico, è solo grazie all’opera del Venerato Arcivescovo Marcel Lefebvre, che essi considerano tuttavia un «ribelle», al quale ascrivono la responsabilità per lo «scisma» del 1988.

 

Eppure, senza le Consacrazioni di Ecône, Giovanni Paolo II non avrebbe mai emanato il Motu Proprio Ecclesia Dei adflicta che avrebbe dovuto ricondurre entro l’ovile conciliare i chierici della Fraternità San Pio X, in parte confluiti in società di vita apostolica riconosciute dalla Santa Sede, tra cui l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote di cui il Porporato americano è patrono e protettore. Né Benedetto XVI avrebbe mai promulgato nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum con il quale veniva liberalizzata la celebrazione della Liturgia tridentina e che, mai applicato fino in fondo, venne poi sostanzialmente annullato nel 2021 con Traditionis Custodes. 

 

Müller, Sarah e Burke costituiscono a tutti gli effetti un’opposizione controllata. Il loro ruolo è di contenere l’emorragia di Cattolici causata dalla rivoluzione conciliare, illudendoli che sia possibile far convivere nella medesima istituzione e sotto la stessa Gerarchia due entità opposte: la Chiesa Cattolica e la chiesa conciliare-sinodale. Lo riconosce lo stesso Burke: 

 

«So che sia a Lacrosse che a St. Louis, dove c’erano apostolati dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote per coloro che desideravano i riti della Chiesa secondo l’uso antico, moltissime persone che frequentavano la Fraternità Sacerdotale San Pio X si sono riconciliate e sono tornate alla Chiesa. E io dico che se invece andiamo semplicemente liberamente a quelle Messe [della FSSPX] che vengono celebrate, quale incoraggiamento hanno a riconciliarsi con la Chiesa?» (8)

 

La principale preoccupazione di questa «opposizione di Sua Maestà» sembra ridursi ad offrire un prodotto analogo a quello richiesto dalla clientela, al solo scopo di eliminare la concorrenza della FSSPX per costringere gli acquirenti ad accettare con quel prodotto contraffatto anche il veleno che esso nasconde. Non dimentichiamo che le comunità ex-Ecclesia Dei conciliano le celebrazioni tridentine con una predicazione che tace qualsiasi criticità non solo del Concilio e della riforma liturgica, ma anche dei «pontificati» di Bergoglio e di Prevost.

 

Ai chierici di questi istituti è chiesto di prendere parte alle funzioni dell’Ordinario locale – ad esempio per la concelebrazione alla Messa Crismale del Giovedì Santo – e che lo stesso è richiesto ai loro fedeli, come avviene per il conferimento delle Cresime, amministrate secondo il nuovo rito montiniano. A titolo di esempio, non una critica si è udita né dai tre Cardinali né tantomeno dai sacerdoti che ad essi fanno riferimento, a proposito della scandalosa Nota dottrinale Mater populi fidelis, che dichiara «sempre inappropriato» l’uso dei titoli mariani di Mediatrice e Corredentrice. Risulta quindi difficile credere che una tale «opposizione» possa anche solo ipotizzare di sostituirsi al ruolo ben più prezioso della Fraternità San Pio X, che non si esaurisce negli aspetti coreografici della Liturgia.

 

Ribadisco anche qui, come già ho fatto in precedenza, che questo atteggiamento finisce col de-dogmatizzare la Liturgia e de-liturgizzare la dottrina, scardinando il fondamento che unisce indissolubilmente la lex orandi alla lex credendi. 

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L’errore fondamentale

Gli appelli all’unità di Müller, Sarah e Burke risentono di un errore fondamentale, che inficia in radice ogni loro appello. Essi riconoscono probabilmente la crisi presente, le deviazioni dottrinali, morali e liturgiche della chiesa sinodale, ma non vogliono vedere in esse un effetto logico e necessario del Vaticano II, che si ostinano a giudicare, contro ogni evidenza, come del tutto ortodosso e coerente con il perenne Magistero Cattolico.

 

Il motivo di questo errore è che essi non possono rinnegare se stessi né i loro mentori – Ratzinger in primis – protagonisti o sostenitori del Vaticano II, e per questa ragione devono trovare necessariamente un compromesso che non giova all’unità della Chiesa, ma che piuttosto narcotizza ogni dissenso in nome di una falsa obbedienza che non ha nulla di cattolico.

 

L’obbedienza alla Gerarchia diventa infatti fuorviante quando questa devia dalla Verità del Dogma e dalla Tradizione. L’unità non è primariamente istituzionale ma dottrinale, radicata nel deposito immutabile della Fede. È la disciplina della Chiesa ad essere ordinata alla conservazione e trasmissione del Depositum Fidei, e non viceversa.

 

Gli sforzi patetici di questi Cardinali rappresentano il tentativo del conservatorismo moderato di colmare le divisioni – che essi riconoscono, ma di cui negano le cause – attraverso un dialogo impossibile. E bene ha fatto don Davide Pagliarani a ricordare quanto gli incontri degli anni passati non abbiano condotto a nulla, proprio in ragione della divergenza insanabile su questioni dottrinali che non possono essere oggetto di alcuna negoziazione, né di accordi al ribasso – i «requisiti minimi» richiesti da Tucho Fernández che compromettano l’integrità della Professione della Fede Cattolica. 

 

Va aggiunto che quanto la Santa Sede chiede alla Fraternità San Pio X in tema di Vaticano II e Novus Ordo non vale per i veri eretici, scismatici e a-cattolici, ai quali Leone in un recente discorso ha rivolto parole estremamente concilianti: «Noi siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!» [9] Apprendiamo dunque che la chiesa conciliare e sinodale si considera in comunione con Ortodossi, Protestanti e Anglicani di ogni denominazione, ma non con chi rifiuta il Vaticano II. L’ecumenismo e il dialogo si mostrano ancora una volta strumentali alla demolizione della Chiesa Cattolica, e questo non pare costituire un problema per gli esponenti del conservatorismo moderato.

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Conclusione

Gli interventi dei tre Cardinali, pur presentati come appelli all’unità, rivelano profonde lacune e contraddizioni interne, che non possono essere ignorate da chi ha a cuore la preservazione integrale del Depositum Fidei. Mi pare sia ormai più che evidente che questa pseudo-opposizione non solo non ha alcuna possibilità di ottenere alcunché, ma anzi che essa è strumentale al compimento della rivoluzione conciliare mediante l’ultimo, sciagurato passo del «cammino sinodale».

 

«Prevost non è che un Bergoglio con un sarto migliore», ha commentato qualcuno. Se l’opposizione di Sua Maestà non vuole prenderne atto, dovrebbero farlo almeno i fedeli e i sacerdoti, cercando di fare fronte comune con la Fraternità San Pio X e con le altre comunità veramente tradizionali. È vero che la Fraternità continua a riconoscere la legittimità di Prevost pur disobbedendo ai suoi ordini illegittimi; ma è altrettanto vero che la frammentazione dei Cattolici fedeli alla Tradizione non fa che indebolire ogni forma di resistenza. Sarebbe quindi opportuno mettere da parte le divisioni interne – su cui si potrà a suo tempo fare chiarezza – in nome della sopravvivenza stessa della Chiesa Cattolica dinanzi alla imminente persecuzione. 

 

Come Vescovo e Successore degli Apostoli, esorto i miei Confratelli nell’Episcopato – a cominciare dagli stessi Cardinali Müller, Sarah e Burke – i sacerdoti, i religiosi e i fedeli a dare un chiaro segnale di unità, sostenendo la battaglia della Fraternità San Pio X con segni concreti, ad esempio prendendo parte alla cerimonia delle Consacrazioni del prossimo 1° Luglio, in modo che gli usurpatori che occupano Roma si rendano conto che le loro minacce e le loro scomuniche non spaventano più nessuno. Se battaglia dev’essere, che ci trovi schierati sotto le insegne di Cristo Re.

 

E che la Nostra Signora, la Regina delle Vittorie e Mediatrice di tutte le Grazie – alla Quale gli eretici della chiesa sinodale cercano di strappare i titoli che ornano come gemme preziose la Sua corona di gloria – ci conceda di mettere da parte le dispute contingenti, in nome della gloria di Dio, dell’onore di Santa Madre Chiesa, della salvezza delle anime redente dal preziosissimo Sangue di Cristo. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

1 Marzo 2026
Dominica II Quadragesimæ

 

NOTE

1) La prima nota stridente nel curriculum del Card. Müller risale agli anni Settanta, quando ebbe come maestro e amico il domenicano eretico Gustavo Gutiérrez, «padre» della Teologia della Liberazione. Il legame si concretizzò in una stretta collaborazione editoriale, ad esempio firmando con Gutiérrez il saggio Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa (Edito in Italia da EMI-Messaggero nel 2013; edizione inglese On the Side of the Poor: The Theology of Liberation, Orbis Books, 2015). Erede di due eretici ultra-modernisti come Karl Rahner e Karl Lehmann, nel 2002 Müller ha negato a più riprese il dogma della Transustanziazione secondo criteri di reinterpretazione fenomenologica della nozione di sostanza (cfr. Mit der Kirche denken, pag. 47; cf. Katholische Dogmatik, pag. 710.). Ha negato parimenti il dogma della Perpetua Verginità di Maria Santissima, ossia della Sua integrità fisica prima, durante e dopo il Parto di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Katholische Dogmatik, pag. 491). In un saggio del Maggio 2020 (cfr. https://www.vaticannews.va/de/vatikan/news/2020-05/dokument-abu-dhabi-interreligioes-papst-kardinal-mueller-islam.html), Müller ha espresso apprezzamento per il Documento di Abu Dhabi firmato da Bergoglio con il Grande Imam dell’Università al-Azhar del Cairo Ahmed al-Tayyeb. Il Porporato ha affermato che il documento – nel quale si teorizza che la «diversità delle religioni» sarebbe voluta da Dio – non esprime «una semplice opinione privata del Papa»; al contrario, pretenderebbe «dai fedeli delle due religioni un assenso che li obbliga in coscienza». Nel 2021, commentando Traditionis Custodes, Müller ha criticato le restrizioni alla Messa tridentina ma ha difeso il Novus Ordo come coerente con la Tradizione, allineandosi a Sacrosanctum Concilium che permette la concelebrazione e l’uso della lingua vernacolare. La sua difesa del Novus Ordo e della collegialità episcopale teorizzata da Lumen Gentium è in palese rottura con il Magistero tradizionale, che privilegia il primato papale assoluto e la liturgia tridentina. Come può Müller invocare l’unità quando, nei suoi scritti come Catholic Dogmatics (2025), accetta elementi conciliari che ho denunciato nel mio intervento Sinodalità e vigile attesa. Il Vaticano II «sicuro ed efficace» (cfr. https://exsurgedomine.it/260118-sinodalita-ita/), ovvero una strategia per adulterare la fede? Questa posizione non è opposizione leale, ma complicità con la rivoluzione conciliare, della quale il Cardinale dissimula la matrice eversiva e le conseguenze devastanti per il corpo ecclesiale. Fu sempre Müller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che nel 2017 – nell’ambito dei colloqui tra la Santa Sede e la FSSPX – anticipò Tucho Fernández nella formulazione unilaterale di «requisiti minimi» per la comunione ecclesiale, inclusi l’intero Concilio Vaticano II e il post-Concilio così come proposti nella cosiddetta Professio Fidei del 1988 (cfr. https://fsspx.org/en/news/letter-cardinal-muller-bishop-fellay-6-june-2017-57314). E ora il Cardinale ripropone lo stesso schema, accusando la FSSPX di scisma, mentre ignora il vero scisma causato dalle eresie moderniste che ha tollerato e promosso prima, durante e dopo il suo mandato all’ex Sant’Uffizio. Nel saggio True and false reform: what it means to be Catholic del 2023 e in interventi come quello dei giorni scorsi sulla FSSPX, il Porporato tedesco ha ribadito che il Vaticano II è in continuità con il Concilio di Trento e con il Vaticano I. Ha parimenti sostenuto la collegialità episcopale di Lumen Gentium e l’ecumenismo di Unitatis Redintegratio, in totale contraddizione con il Magistero tradizionale che enfatizza il Primato papale e condanna l’ecumenismo. Per aggiungere una nota personale vale la pena ricordare che verso la fine del mio mandato come Nunzio Apostolico a Washington il Card. Müller mi concesse un’udienza per sottoporgli i risultati di un’indagine informativa che avevo effettuato circa l’assoluta non idoneità morale di un candidato all’Episcopato: Müller procedette comunque alla sua promozione e presiedette egli stesso la cerimonia di Ordinazione episcopale.

 

2) Cfr. https://kath.net/news/89675, tradotto in italiano da Il Timone con il titolo La Fraternità San Pio X e la sua unità con la Chiesa, cfr. https://www.iltimone.org/news/news/201495/la-fraternita-san-pio-x-e-la-sua-unita-con-la-chiesa.html 

 

3) Le Journal du Dimanche, 22 Febbraio 2026, pag. 35, Avant qu’il ne soit trop tard !Appel à l’unité du cardinal Robert Sarah. Cfr. https://www.lejdd.fr/Societe/avant-quil-ne-soit-trop-tard-lappel-a-lunite-du-cardinal-robert-sarah-167095

 

4) Il Card. Sarah si è fatto promotore della cosiddetta «Riforma della riforma», secondo la quale sarebbe possibile un “reciproco arricchimento” di Vetus e Novus Ordo. Penso ad esempio alla conferenza tenutasi a Londra nell’estate del 2016 dal titolo Towards an authentic implementation of Sacrosanctum Concilium (cfr. https://www.catholicculture.org/culture/library/view.cfm?recnum=11311), nella quale il Cardinale dimostra di voler applicare i medesimi criteri di ingegneria liturgica adottati dal Consilium ad exsequendam, ma nella direzione opposta, ad esempio celebrando il rito riformato coram Deo e non più coram populo. Questi maldestri tentativi di travestire la Messa montiniana da Messa tridentina sono miseramente naufragati dopo la stroncatura di Bergoglio, finendo nel nulla con un imbarazzante comunicato di padre Federico Lombardi (cfr. https://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/07/robert-sarah-ancora-un-cardinale-umiliato/ Vedi anche https://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351385.html e https://lanuovabq.it/it/liturgia-con-sarah-il-vaticano-corregge-ratzinger). Sempre nel 2016 l’allora Prefetto della Congregazione del Culto Divino ha ratificato, apponendovi la propria firma, il decreto con il quale Bergoglio estendeva alle donne la partecipazione al rito della Lavanda dei piedi del Giovedì Santo (cfr. https://it.aleteia.org/2016/03/16/card-sarah-i-sacerdoti-non-sono-tenuti-a-lavare-i-piedi-alle-donne-il-giovedi-santo/), salvo poi affermare che le nuove disposizioni non erano vincolanti. In un intervento del 2017 dal titolo True liturgy is a reflection of heaven (Cfr. https://www.catholicworldreport.com/2017/03/31/true-liturgy-is-a-reflection-of-heaven-cardinal-sarah-says/), Sarah ha criticato le innovazioni arbitrarie in campo liturgico, ma ha elogiato la visione di rinnovamento del Vaticano II, allineandosi con la deviazione conciliare di una Liturgia più accessibile e partecipativa, in contrasto con la «rigidità» pre-conciliare. Nei suoi scritti, come nel libro Catechism of the Spiritual Life (2025), Sarah non solo riconosce il Vaticano II e il Novus Ordo, ma sostiene anche l’ecumenismo e la collegialità, che deviano dal Magistero cattolico focalizzato sull’unità esclusiva nella Chiesa Cattolica. Nel 2019 Sarah, come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino ha esteso alla Chiesa universale la memoria della Traslazione della Santa Casa di Loreto, modificandone però la denominazione in Beata Vergine di Loreto, sopprimendo così la menzione del miracolo che i modernisti negano anche contro le evidenze scientifiche (cfr. https://www.marcotosatti.com/2019/11/09/casa-di-loreto-una-lettera-aperta-al-card-robert-sarah/). Nello stesso anno il Cardinale ha preso parte alla cerimonia di intronizzazione dell’infernale idolo della Pachamama in San Pietro, rendendosi complice di un atto di idolatria e della profanazione della Basilica Vaticana.

 

5) Il Card. Burke ha esplicitamente abbracciato l’insegnamento di Lumen Gentium, che enfatizza il ruolo dei laici e una visione più collegiale della Chiesa, in contrasto con la prospettiva gerarchica del Magistero preconciliare, che privilegia una distinzione netta tra clero e laici, ma coerente con l’idea conciliare di una Chiesa come «popolo di Dio». Nel suo discorso alla States’ dinner dei Cavalieri di Colombo a Denver il 2 agosto 2011 intitolato Religion “purifies” politics, Burke ha sostenuto che la religione deve purificare la politica senza esclusione o fondamentalismo, contro la Regalità sociale di Nostro Signore e allineandosi con il decreto conciliare Dignitatis Humanæ che promuove la libertà religiosa come diritto umano, in opposizione al Magistero tradizionale – quello di Pio IX in Quanta Cura o di Pio XI in Mortalium Animos. In varie interviste e presentazioni, come quella tenuta a Nairobi nell’Agosto del 2012 sul Codice di Diritto Canonico post-conciliare (Cfr. https://www.catholicculture.org/news/headlines/index.cfm?storyid=15426), Burke ha criticato la perdita di disciplina dopo il Concilio ma ha difeso il Vaticano II come non costituente alcuna rottura, sostenendo riforme come l’ecumenismo e la collegialità. Appare evidente la contraddizione tra la pretesa fedeltà del Card. Burke al Magistero immutabile della Chiesa Cattolica e la contestuale adesione alle dottrine ad esso contrarie espresse nei testi conciliari che egli pubblicamente difende; una contraddizione che trova conferma anche nella celebrazione del rito riformato accanto a quello tradizionale, che sappiamo antitetici e inconciliabili.

6) Cfr. https://akacatholic.com/breaking-cardinal-burke-slams-fsspx/

7) Per comprendere questa analogia, è utile richiamare il significato originario del termine: coniato da John Cam Hobhouse nel 1826, His Majesty’s opposition descrive un’opposizione fedele alla Corona britannica che esercita un ruolo di formale vigilanza e correzione senza minacciare la stabilità del sistema costituzionale. Trasferito al piano ecclesiale, esso evoca figure autorevoli che, pur esprimendo riserve su determinati orientamenti dottrinali, pastorali o disciplinari dell’attuale magistero pontificio, rimangono saldamente ancorate al Sistema anche dinanzi alla gravissima crisi istituzionale che coinvolge direttamente i vertici della Gerarchia.

 

8) Cfr. https://akacatholic.com/breaking-cardinal-burke-slams-fsspx/

9) Celebrazione dei Secondi Vespri nella LIX Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani, 25 Gennaio 2026. Cfr. https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20260125-vespri-unita-cristiani.html 

 

Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Spirito

Breve storia recente degli scontri tra Stati Uniti e Vaticano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è di nuovo in disaccordo con il Vaticano, questa volta scagliando attacchi personali e insulti feroci contro Papa Leone XIV.   I conflitti tra la Casa Bianca e il Vaticano, tuttavia, non sono una novità. Dalla palese opposizione di Giovanni Paolo II a George W. Bush sulla guerra in Iraq, agli accesi scambi di battute tra papa Francesco e Trump sull’immigrazione, i pontefici raramente si sono sottratti agli scontri pubblici con l’uomo che occupa lo Studio Ovale.   Con oltre 60 milioni di fedeli solo negli Stati Uniti, la Chiesa cattolica romana rappresenta la più grande confessione religiosa americana, con circa il 20% della popolazione adulta. Papa Leone XIV, il primo pontefice nato negli Stati Uniti, gode del favore dell’84% dei cattolici del Paese.

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2026

Papa Leone XIV ha criticato pubblicamente la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, definendo la minaccia di Trump di distruggere la civiltà iraniana «veramente inaccettabile» e affermando che Dio «non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra».   Trump, che si definisce un cristiano protestante non confessionale, ha risposto lanciando un attacco insolitamente personale contro il pontefice, definendolo «DEBOLE sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». Ha anche affermato che la Chiesa cattolica aveva scelto deliberatamente Leo per «occuparsi» del presidente degli Stati Uniti.   «Non credo che stia facendo un buon lavoro», ha detto Trump ai giornalisti, aggiungendo di non volere «un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti».   La faida si è ulteriormente intensificata quando Trump ha pubblicato un’immagine generata dall’Intelligenza Artificiale (poi cancellata) che lo ritraeva come una figura simile a Gesù, vestito di bianco, mentre guariva un malato, circondato da aerei da combattimento e bandiere americane. Il post ha suscitato accuse di blasfemia, e persino alcuni alleati conservatori lo hanno condannato. L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene lo ha definito «uno spirito anticristiano».     La premier italiana Giorgia Meloni, solitamente una stretta alleata di Trump, ha espresso una rara condanna, definendo «inaccettabile» l’attacco di Trump a papa Leone. Anche la Conferenza Episcopale Statunitense si è detta «scoraggiata» dalle «parole denigratorie del presidente nei confronti del Santo Padre».   Lo scandalo ha anche portato i critici a sottolineare il fatto che Trump non abbia posto la mano sulla Bibbia mentre prestava giuramento per il suo secondo mandato. Questa tradizione è da tempo seguita dai leader statunitensi, incluso Trump durante il suo primo insediamento nel 2017.

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2016

Prima di Leone, Trump aveva avuto anche un acceso scontro pubblico con Papa Francesco, l’argentino appassionato di calcio noto per lavare i piedi ai fedeli. Durante la campagna presidenziale statunitense, Francesco commentò la promessa di Trump di costruire un muro al confine tra Stati Uniti e Messico affermando che «una persona che pensa solo a costruire muri… e non a costruire ponti, non è cristiana».  

Immagine Shealeah Craighead CC BY 3.0 via Wikimedia

  Trump replicò che era «vergognoso» che un leader religioso mettesse in discussione la fede di una persona. Lo scontro continuò anche durante la prima presidenza di Trump, con Francesco che criticò i piani di deportazione di massa dell’amministrazione.

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2009

Barack Obama, protestante, ebbe fin dall’inizio un rapporto difficile con il Vaticano, in particolare su aborto e libertà religiosa. Secondo alcune fonti, la Santa Sede respinse le sue scelte per la carica di ambasciatore, ritenendole «insufficientemente a favore della vita».   La rescissione, nel 2011, di un contratto multimilionario con i vescovi statunitensi in merito alle segnalazioni di servizi di contraccezione ha ulteriormente deteriorato i rapporti.  

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  Nel 2012, il Dipartimento di Stato americano ha inserito per la prima volta il Vaticano nella sua lista di sorveglianza per il riciclaggio di denaro, classificando la Santa Sede come una «giurisdizione di interesse». Molti cattolici l’hanno interpretato come un attacco alla Chiesa.   Nel 2013, scoppiò un altro grave scandalo quando emersero notizie secondo cui la National Security Agency (NSA) aveva intercettato le telefonate di cardinali e vescovi che avevano contribuito all’elezione di Papa Francesco, un argentino, il che portò ad accuse di spionaggio ai danni della Santa Sede da parte di Washington.

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2003

Una delle più gravi censure religiose coinvolse il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, di fede metodista, e il papa polacco Giovanni Paolo II, che si oppose apertamente all’invasione dell’Iraq del 2003. Il pontefice descrisse la guerra come «una sconfitta per l’umanità» ed espresse profondo rammarico per non essere stato in grado di fermarla.  

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  Nel 2003, il papa aveva inviato alla Casa Bianca il cardinale Pio Laghi, amico della famiglia Bush, con una lettera in cui esortava il presidente a non invadere. Secondo una fonte, Bush mise da parte la lettera senza aprirla e disse al cardinale di essere «convinto che fosse volontà di Dio» entrare in guerra.   Quando Bush visitò il Vaticano nel 2004, Giovanni Paolo II colse l’occasione per ribadire la sua opposizione alla guerra, spingendo l’allora cosiddetto «leader del mondo libero» ad abbandonare l’incontro senza il consueto scambio di doni per la foto di rito.

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Anni Novanta

L’amministrazione dell’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, un southern baptist, si scontrò ripetutamente con Giovanni Paolo II su aborto e contraccezione.  

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  Nel 1993, durante un incontro a Denver, in Colorado, il Papa rimproverò pubblicamente Clinton per il suo sostegno al diritto all’aborto. Il dibattito raggiunse il culmine alla conferenza delle Nazioni Unite sulla popolazione del 1994 al Cairo, dove il Vaticano si adoperò per evitare l’uso di un linguaggio che potesse essere interpretato come un’approvazione dell’aborto.   Anche la visita del èapa a St. Louis nel 1999, dove fu accolto da Bill e Hillary Clinton, fu oscurata dalla sua eloquente difesa dei nascituri e dai suoi ripetuti appelli a favore di una «cultura della vita».  

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Immagine di John Soderman via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0
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Spirito

Mons. Viganò sullo scontro tra Trump e Leone

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

È comprensibile  che molti Cattolici si sentano offesi e scandalizzati dalle esternazioni del Presidente degli Stati Uniti nei riguardi di Leone (1) , anche se non si può certo dire che Jorge Bergoglio durante il suo «regno» abbia risparmiato attacchi e provocazioni nei confronti di Donald Trump. L’intervento di quest’ultimo è inoltre contestuale alle dichiarazioni orchestrate contro di lui nel programma di propaganda 60 Minutes della CBS (2) , da parte di tre corrottissimi cardinali: Cupich, McElroy e Tobin; tre porporati notoriamente ultra-bergogliani e ultra-progressisti, appartenenti alla filiera dell’abusatore seriale Theodore McCarrick, legati a doppio filo con la Sinistra radicale woke, grandi elettori di Robert Prevost e suoi più stretti collaboratori. 

 

Interpellato dai giornalisti sul post di Donald Trump, Leone ha risposto: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare con forza il messaggio del Vangelo, che è ciò che credo di essere chiamato a fare, ciò che la Chiesa è chiamata a fare» (3) . Queste parole, apparentemente incontestabili sulla bocca di Prevost, possono però cambiare nettamente di significato, a seconda di come le si interpreta. Esse possono voler dire semplicemente: «Non ho paura del potere civile», a indicare la superiorità dell’autorità spirituale della Chiesa Cattolica su ogni autorità terrena; oppure, in senso diametralmente opposto: «Non ho paura di questa amministrazione», mentre in altri casi egli considera che sia legittimo avere paura e astenersi dal «proclamare con forza il messaggio del Vangelo».

 

E subito ci vengono in mente tutte quelle volte che abbiamo visto il Vaticano «temere» altre amministrazioni, tanto a Washington — specialmente quando le interferenze di Hillary Clinton e di John Podesta giungevano a far bloccare in Vaticano le transazioni bancarie del circuito SWIFT — quanto a Pechino, dove la Santa Sede si è ufficialmente impegnata con la dittatura comunista, mediante un Accordo segreto, a non «proclamare con forza il messaggio del Vangelo», ratificando a piè di lista le nomine episcopali dell’Associazione Patriottica cinese, senza che questo — a differenza delle Consacrazioni di Ecône — sia ritenuto un atto scismatico. 

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In numerosi altri casi, Prevost e Bergoglio prima di lui, hanno pensato bene di tacere di propria iniziativa, forse perché la loro acquiescenza — quando non addirittura un’entusiastica cooperazione — era ciò che il Potere si attendeva dalla Chiesa conciliare e sinodale. Infatti, non appena proprio l’Amministrazione Trump ha interrotto il fiume di denaro che l’USAID versava alla USCCB e ai vari organismi della Chiesa Cattolica americana per favorire l’immigrazione, è iniziata la guerra aperta di tutti quei cardinali e vescovi che Clinton, Obama e Biden avevano sino a quel momento coperto di soldi.

 

In quegli anni di vacche grasse, Bergoglio e l’intero Episcopato americano si guardavano bene dal rompere l’idillio con la Casa Bianca — grazie anche ai buoni uffici dell’allora cardinale McCarrick — e poco importava delle politiche abortiste, LGBTQ+ e gender promosse dai Democratici «cattolici». La sola idea di poter scomunicare i politici «pro-choice» era considerata un’intollerabile ingerenza della Gerarchia che essa stessa ha ben chiarito di non aver alcuna intenzione di adottare.

 

Ecco allora come una frase, estrapolata dal contesto – «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di proclamare con forza il messaggio del Vangelo» – possa risultare condivisibile; ma che, letta in un quadro più ampio e coerente, lascia interdetti, perché sconfessa le parole che Leone ha pronunciato in quella stessa circostanza: «Non siamo politici. […] Non credo che il messaggio del Vangelo debba essere strumentalizzato, come alcuni stanno facendo».

 

E se vi è indubbiamente chi strumentalizza «il messaggio del Vangelo» con deliri pseudo-messianici tipici dei telepredicatori d’Oltreoceano, di sicuro vi è Oltretevere chi non esita a strumentalizzare quello stesso Vangelo per dare parvenza di legittimità e moralità al piano di sostituzione etnica e di islamizzazione dell’Occidente pervicacemente portato avanti dall’élite globalista con l’Agenda 2030. Un’Agenda che a Trump non piace per nulla; mentre la Santa Sede, Leone, la USCCB e tutte le charities pseudocattoliche l’hanno eretta a nuovo totem globalista del proprio programma sinodale.

 

Non dimentichiamo la ratifica dottrinale che Bergoglio ha dato alla farsa pandemica e alla vaccinazione di massa, così come alla frode climatica e agli obiettivi sostenibili con la pseudo-enciclica Laudato si’, e la benedizione che Prevost ha impartito a un blocco di ghiaccio fatto appositamente arrivare dall’Antartide, durante una imbarazzante cerimonia a Castel Gandolfo. 

 

Nonostante insista nel dichiarare di non essere un politico, Leone non ha avuto alcuna remora nel ricevere in udienza privata lo scorso 9 Aprile David Axelrod, il principale stratega di Barack Obama e suo ex consigliere senior alla Casa Bianca. Una domanda è più che legittima: Axelrod è forse venuto in Vaticano per dettare a Leone una precisa strategia politica, come già avvenuto con le ingerenze di Hillary Clinton e John Podesta per spingere Benedetto XVI alla Rinuncia e favorire l’elezione di Bergoglio?

 

Il paradosso è reso manifesto dallo stesso Trump: «Leone dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» Il che è assolutamente vero, più di quanto il Presidente Trump possa immaginare…

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Se l’Amministrazione Dem ha più volte indebitamente interferito nel governo della Chiesa di Roma, non si può dire siano mancati anche interventi intempestivi del Vaticano nei riguardi di Washington. E se non stupivano le invettive del Gesuita di Buenos Aires contro Trump definito «non cristiano» perché dichiarava di voler rimpatriare le orde di clandestini, di certo hanno lasciato sconcertati le uscite dell’Agostiniano di Chicago a proposito dell’immigrazione, e più recentemente anche sulla guerra: «Dio non benedice alcun conflitto. Chi è discepolo di Cristo, Principe della Pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia bombe» (4) , ha detto Leone.

 

Certo, egli avrebbe potuto circostanziare, come fece Benedetto XVI: «Date le nuove armi che rendono possibile una distruzione che va ben oltre i gruppi di combattenti, oggi dobbiamo chiederci se sia ancora lecito ammettere l’esistenza stessa di una guerra giusta» (5) . O, ancor meglio, Leone avrebbe potuto ricordare le parole di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d’impassibile neutralità» (6). 

 

Ma Prevost — ed è qui che sta il vero problema — non parla con la voce della Chiesa: le sue parole di condanna per qualsiasi guerra finiscono con il legittimare anche le guerre ingiuste, privando l’aggredito del diritto di difendersi dal momento che anche la guerra di difesa sarebbe ingiusta. Questo errore è simile all’affermare che tutte le religioni si equivalgono; che i precetti della Morale si devono adattare alle circostanze contingenti (vedi Amoris Lætitia e Fiducia Supplicans); o che la pena capitale è contraria al Vangelo. Poiché anche in questi casi colui che dovrebbe essere un punto di riferimento nel discernere il Bene dal Male tradisce il proprio mandato riconoscendo pari diritti all’errore e alla Verità, piuttosto di assumersi la responsabilità morale di condannare l’uno e difendere l’altra.

 

Certo, se mai Leone osasse parlare con la voce autorevole della Chiesa Cattolica, si troverebbe contro non solo la Sinistra pacifista (in cui Prevost ha militato sin dagli anni Ottanta (7), aderendo al movimento dei Giovani Agostiniani(8), o Agostiniani per la pace sponsorizzato dal Partito Comunista Italiano), ma anche la destra teocon cui non pochi conservatori cattolici sono pericolosamente contigui.

 

La tolleranza di cui gode temporaneamente la gerarchia conciliare è infatti condizionata alla sua accettazione e promozione non solo dell’agenda globalista dell’ONU, del World Economic Forum di Davos, del Council for Inclusive Capitalism with the Vatican fondato da Bergoglio con Lynn Forester de Rothschild, ma anche dell’agenda liberale della lobby anglo-sionista. Ossia di due poteri sovranazionali che agiscono su fronti apparentemente opposti ma per un comune obiettivo: l’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale, che a seconda di chi prevarrà nello scontro vedrà comunque perseguitato soltanto il Cattolicesimo, e il Cattolicesimo tradizionale che Roma cerca in ogni modo di distruggere o di fagocitare «conciliarizzandolo» e «sinodalizzandolo». 

 

Secondo il richiamo di Trump «Leone dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa […] e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico». Perché l’elezione di un «papa» americano di Chicago, intriso di dottrine ereticali acquisite negli anni di ministero in America Latina, dedito al culto della Pachamama e ideologicamente affine – per sua stessa ammissione – al peggior progressismo dei famigerati cardinali Bernardin e Cupich, sembra essere stata pianificata apposta per costituire un contraltare al Presidente degli Stati Uniti.

 

Se il suo ruolo doveva essere — come infatti si è visto in questi mesi — quello di continuatore della rivoluzione conciliare e sinodale, non stupisce che Bergoglio abbia preparato minuziosamente la sua ascesa ecclesiastica in modo che gli succedesse e non vanificasse i dodici anni di sistematica demolizione dell’edificio Cattolico e di totale asservimento alla cupola globalista da parte del Gesuita Argentino. Il silenzio della sparuta minoranza moderatamente conservatrice del Collegio cardinalizio dinanzi alle dimostrazioni concrete di tale continuità tra Bergoglio e Prevost conferma la sua complicità ed inadeguatezza. 

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Il coro unanime dei media mainstream e dei neo-papisti costituisce la prova che Leone non parla da papa ma da porta-bandiera dell’antitrumpismo, per così dire. Perché gli elogi provengono da personaggi — interni ed esterni al corpo ecclesiale — che di cattolico non hanno nulla, e che sarebbero i primi a crocifiggere Prevost se solo osasse esprimere qualche dubbio sui «dogmi» intoccabili della Sinistra radicale.

 

E perché questa difesa di Prevost è motivata proprio dal fatto che il «papa» ha scelto di fare il politico, dando prova di una partigianeria che scredita il Papato e la Chiesa Cattolica dinanzi al mondo. Per questo Leone dovrebbe davvero «darsi una regolata nel suo ruolo di Papa»: cosa questa quantomai difficile per chi come lui è stato scelto proprio perché il suo appoggio all’agenda globalista non sarebbe stato forzato, ma spontaneo e convinto; e perché a vigilare su Leone ci sono gli emissari di quei Poteri che non hanno alcuna intenzione di abbandonare le posizioni raggiunte all’interno della Chiesa Cattolica, a così breve distanza dal traguardo.

 

Quando Nostro Signore Gesù Cristo è riconosciuto come Re delle Nazioni, nessun Anticristo potrebbe osare rivendicare il titolo di Messia. E quando è riconosciuto come Re e Pontefice in seno alla Chiesa, nessun Suo Vicario oserebbe sovvertire il Suo insegnamento e demolire la Sua Chiesa. Se questo avviene oggi, sotto i nostri occhi, è perché ci troviamo in tempi escatologici, in cui Nostro Signore è stato spodestato nella Sua divina Regalità dalle Nazioni e nel Suo eterno Sacerdozio dai Suoi stessi Ministri.

 

Nel giudicare dunque gli eventi presenti, non lasciamoci sedurre da speculazioni astratte e non cerchiamo di modificare la realtà perché assecondi le nostre illusioni. Guardiamo tutto ciò che accade con uno sguardo soprannaturale, perché è l’unico modo per conservare nelle presenti tribolazioni quella pace dell’anima che il mondo non sa e non può dare (Gv 14, 27).  

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo
già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

Viterbo, 17 Aprile MMXXVI
S.cti Aniceti Papæ et Martyris

 

NOTE

1) Cfr. tra gli altri https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/116394704213456431 

2) Cfr. https://www.cbsnews.com/news/catholic-conversions-rising-inside-the-catholic-churchs-quiet-revival-60-minutes/ 

3) Cfr. https://www.rainews.it/video/2026/04/il-papa-non-sono-un-politico-il-mio-messaggio-e-il-vangelo-smettiamola-con-le-guerre-b786b48e-2cf5-4d17-8b73-2ab093d1259d.html 

4) Cfr. https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-04/papa-leone-xiv-sinodo-chiesa-baghdad-caldei-medio-oriente-pace.html 

5)  Così Joseph Ratzinger nel 2002.

6)  Pio XII, Radiomessaggio di Natale del 24 Dicembre 1948.

7)  Cfr. https://x.com/antoniosocci1/status/2044478728311320768 

8)Non sfuggirà l’assonanza col movimento dei Giovani Turchi, di chiara (anche se forse involontaria) ispirazione massonica.

 

Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Spirito

L’Agostino che Leone XIV non ha citato a Ippona

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Il sito InfoVaticana ha pubblicato un eccellente articolo sull’appropriazione fraudolenta della figura di Sant’Agostino nel contesto del dialogo interreligioso, chiarendo la situazione e difendendo il grande Dottore. Lo riproduciamo qui.   Dal velivolo, ancor prima di atterrare ad Algeri, Leone XIV lasciò cadere la frase che avrebbe strutturato l’intero racconto del suo viaggio: «San Agostino offre un ponte molto importante per il dialogo interreligioso perché è molto amato nella sua terra».   L’immagine era perfetta per il consumo immediato: il primo papa agostiniano della storia, che torna nella terra del vescovo di Ippona, tendendo ponti tra il cristianesimo e l’islam, tra l’Occidente e l’Africa, tra un presente convulso e un’antichità nobile e venerabile.   La stampa cattolica progressista lo accolse con entusiasmo. Analisti internazionali parlarono di gesto strategico, di tappa storica, di «nuovo epicentro del cattolicesimo». Tutto molto pulito, molto fotogenico, molto in linea con quanto ci si aspetta da un pontefice nel 2026.

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L’unico problema è Agostino.

Perché l’Agostino reale, quello che visse in quella terra, che scrisse in quella terra, che morì in quella terra mentre i Vandali assediavano Ippona, non era un costruttore di ponti interreligiosi. Era il polemista più formidabile che la storia della Chiesa latina abbia mai prodotto. Un uomo che dedicò decenni del suo episcopato non al dialogo blando, ma alla confutazione sistematica e senza concessioni di tutto ciò che considerava errore.   Si confrontò con manichei, donatisti, ariani, pelagiani, priscillianisti e scettici accademici. Presiedette concili, scrisse instancabilmente e polemizzò con chiunque fosse necessario in difesa dell’ortodossia. Non c’è nella sua opera un solo testo che possa essere ragionevolmente interpretato come un invito alla coesistenza teologica tra il cristianesimo e l’islam, tra le altre ragioni perché l’islam non esisteva ancora quando Agostino morì, nell’anno 430.   Questo conviene sottolinearlo perché c’è una tendenza, quando si tratta di appropriarsi retroattivamente dei grandi santi, a proiettare su di loro le sensibilità del presente. Agostino si presta male a quell’operazione. Philip Schaff, uno degli storici più rigorosi del dogma cristiano, scrisse che Agostino «è il Dottore della Chiesa per eccellenza», la cui attività si estese sull’ecclesiologia, la teologia sacramentale e la dottrina della grazia con una precisione che nessuno prima né immediatamente dopo raggiunse.   Quel Dottore non lasciò spazio all’ambiguità sulla verità rivelata. La cercò per anni, con autentica angoscia, e quando la trovò la difese con tutti gli strumenti disponibili: la ragione, la Scrittura, l’autorità conciliare, e quando fu necessario, la coercizione imperiale.   Quest’ultimo punto merita una sosta perché crea disagio. Nella Lettera 93, scritta nell’anno 408, Agostino confessa apertamente di aver cambiato idea sul metodo da impiegare con i donatisti, passando dalla persuasione intellettuale all’approvazione delle leggi coercitive dello Stato, proprio perché «l’inefficacia del dialogo» lo aveva convinto che serviva qualcos’altro. Il suo argomento era che la paura aveva fatto riflettere molti donatisti e li aveva resi «docili».   Lo stesso uomo che Leone XIV trasforma in simbolo del dialogo interreligioso fu il principale artefice dottrinale di ciò che gli storici chiamano la prima teorizzazione cristiana della coercizione religiosa legittima. Non gli si può rimproverare un anacronismo: era il V secolo, il contesto era uno scisma violento, i circumcellioni donatisti avevano attaccato e mutilato diversi vescovi cattolici. Ma nemmeno gli si può citare come modello dell’incontro amichevole tra fedi diverse senza falsificare la sua figura.   La paradosso è più profondo quando si esamina cosa faceva esattamente Agostino a Ippona. Allo scetticismo si confrontò come filosofo, al manicheismo e al pelagianismo come teologo, e al donatismo come vescovo. Tre fronti diversi, tre modi diversi di combattere l’errore. In tutti i casi, l’atteggiamento di fondo era lo stesso: la verità esiste, è conoscibile, e chi la possiede ha l’obbligo di difenderla.   Il relativismo teologico, la coesistenza pacifica tra verità contraddittorie, l’idea che ogni ricerca spirituale conduca allo stesso luogo, sarebbe sembrata ad Agostino non un gesto di apertura ma un tradimento di Cristo. Le Confessioni sono l’autobiografia di qualcuno che non trovò la pace nell’eclettismo, ma nella resa incondizionata a una verità specifica e irriducibile. «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te»: non in una verità tra le altre, ma in te.   Il donatismo, l’eresia che occupò i migliori anni dell’episcopato agostiniano, fu l’ultimo episodio nelle controversie di Montano e Novato che avevano agitato la Chiesa fin dal II secolo, e il suo nucleo era la domanda sulla santità della Chiesa e la validità dei sacramenti amministrati da ministri indegni.   Agostino rispose costruendo un’ecclesiologia completa e coerente: la Chiesa visibile contiene grano e zizzania, la grazia non dipende dalla purezza del ministro ma da Cristo, l’unità è un bene irrinunciabile che giustifica misure drastiche contro lo scisma. Questo non è un ponte. È un muro dottrinale eretto con la precisione di un architetto.   Che quel muro sia oggi patrimonio di tutta la Chiesa, che abbia ispirato i Padri del Vaticano II e i grandi teologi medievali, è esattamente la ragione per cui Agostino importa. Non perché sia un interlocutore comodo, ma perché è un pensatore rigoroso.   Agostino distingueva 88 eresie nel suo trattato De Haeresibus, e le quattro con cui dovette principalmente lottare furono il manicheismo, il donatismo, il pelagianismo e l’arianesimo. Ognuna di quelle battaglie gli costò anni di scrittura, controversia pubblica e usura personale. Ognuna terminò con una vittoria dottrinale che fissò per sempre i limiti di ciò che la Chiesa può credere.   Il pelagianismo, che sosteneva che l’uomo può raggiungere la salvezza con i propri sforzi senza bisogno della grazia, fu condannato dal concilio dei vescovi africani nell’anno 418 e dal papa Zosimo, grazie in buona misura alla tenacia di Agostino. Non fu un processo di ascolto reciproco né di arricchimento reciproco: fu una condanna.   Niente di tutto questo significa che Leone XIV faccia male a peregrinare a Ippona. La visita ha un senso spirituale genuino: un agostiniano che torna nella terra del suo padre fondazionale, che prega sulle rovine dove quel padre predicò, che riconosce il debito della sua vita intera con quel pensiero.

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Questo è legittimo e ha una dignità propria. Il problema non è il viaggio. Il problema è l’operazione discorsiva che trasforma Agostino nel patrono del dialogo interreligioso con l’islam, quando l’unico islam che Agostino avrebbe conosciuto era quello arrivato decenni dopo la sua morte, e quando tutta la sua vita intellettuale ruotò intorno all’affermazione che c’è una verità, una Chiesa, un battesimo, una grazia, e che tutto ciò che se ne allontana merita confutazione, non cortesia diplomatica.   Gli analisti hanno segnalato che la Basilica di Sant’Agostino ad Annaba [antica Ippona Regia, ndt] attira ogni anno migliaia di visitatori, inclusi musulmani che provano una devozione propria verso il santo. Quel dato è reale ed è bello. Agostino appartiene in qualche modo a quella terra in modo che trascende i confini confessionali, e il fatto che ci siano musulmani che lo venerano dice qualcosa sulla qualità della sua figura umana.   Ma la venerazione popolare di un santo non è la stessa cosa della sua teologia. Si può ammirare Agostino senza leggere Agostino. Si può andare in pellegrinaggio alle sue rovine senza assumere ciò che lui difese. Leone XIV può fare entrambe le cose allo stesso tempo, e probabilmente lo fa. La domanda è se la Chiesa che lui dirige possa permettersi di continuare a citare Agostino come simbolo di apertura senza spiegare cosa Agostino pensasse realmente di dover aprire, e davanti a cosa si dovesse rimanere chiusi.   Nelle Confessioni c’è una frase che definisce meglio di qualsiasi altra cosa Agostino fosse e cosa cercasse: «Signore, tu ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te». Non nel dialogo. Non nell’incontro. Non nella ricerca indefinita. Nel riposo che viene solo dall’incontro con Cristo.   Quel cuore inquieto che trovò la pace non nella pluralità di cammini ma in uno solo è lo stesso cuore che poi passò decenni a dire agli altri che si sbagliavano, con tutta la carità del mondo, ma dicendoglielo.   Leone XIV ha ragione su una cosa: Agostino è molto amato nella sua terra. Ciò che non è sicuro è che quell’amore implichi accordo con ciò che Agostino insegnò.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine: Antonello da Messina (1430–1479), Sant’Agostino (1473), Palazzo Abatellis, Palermo. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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