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Trump contro Zelens’kyj: «dittatore senza elezioni, comico di modesto successo, non avresti mai dovuto iniziare» questa guerra

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito Volodymyr Zelens’kyj un «dittatore senza elezioni» e un «comico di modesto successo», accusandolo di aver gestito male il conflitto con la Russia e di aver fatto un uso improprio degli aiuti finanziari americani. Le tensioni tra Washington e Kiev si sono intensificate in seguito ai colloqui USA-Russia in Arabia Saudita questa settimana.

 

Trump ha detto di essere «molto deluso» dallo Zelens’kyj per il suo fallimento nel risolvere un conflitto che «non avrebbe mai dovuto iniziare».

 

Pubblicando sulla sua piattaforma Truth Social mercoledì, Trump ha criticato Zelensky, affermando che l’ucraino aveva «convinto gli Stati Uniti d’America a spendere 350 miliardi di dollari, per entrare in una guerra che non poteva essere vinta». Ha inoltre affermato che Zelens’kyj «si rifiuta di tenere elezioni, è molto basso nei sondaggi ucraini».

 

«Un dittatore senza elezioni, Zelens’kyj, farebbe meglio a muoversi in fretta o non gli resterà più un Paese», ha avvertito Trump.

 

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Le affermazioni di Trump seguono i colloqui di alto livello tra funzionari statunitensi e russi a Riyad, in Arabia Saudita, martedì. Le delegazioni hanno discusso dei futuri colloqui di pace in Ucraina e di un potenziale summit tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin.

 

I colloqui, durati 4,5 ore, non hanno incluso rappresentanti ucraini o di altri Paesi europei. L’esclusione ha suscitato critiche da parte di Kiev e dei suoi sostenitori dell’UE, con lamentele sul fatto che i loro interessi siano stati messi da parte in negoziati critici che riguardano la sicurezza regionale.

 

Il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato che i negoziati con la Russia stanno andando «molto bene», esprimendo fiducia nel fatto di avere «il potere di porre fine a questa guerra» per «salvare vite umane».

 

Sia Mosca che Washington hanno elogiato i colloqui definendoli altamente produttivi, con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che ha affermato che le delegazioni hanno lavorato «con notevole successo» per migliorare le relazioni. Le parti «non solo hanno ascoltato, ma si sono anche ascoltate a vicenda», ha detto Lavrov, aggiungendo che gli Stati Uniti stavano iniziando a comprendere meglio la posizione della Russia.

 

Come risultato dei colloqui, le parti hanno concordato che la strada dovrebbe essere spianata per ripristinare i legami bilaterali tra Stati Uniti e Russia e lavorare per una risoluzione del conflitto in Ucraina. Le delegazioni hanno anche concordato di organizzare un summit tra i leader dei due Paesi.

Anche il presidente russo Vladimir Putin ha elogiato direttamente i risultati dei colloqui di Riyadh. Risolvere il conflitto in Ucraina sarà impossibile senza normalizzare le relazioni tra Mosca e Washington, ha affermato mercoledì Mosca non ha mai chiuso la porta ai negoziati di pace, ha aggiunto Putin, sottolineando che sono stati l’UE e Kiev a interrompere ogni contatto con la Russia. Secondo il presidente russo, nessuno esclude Kiev dal processo negoziale e sia Mosca che Washington si aspettano che l’Ucraina vi partecipi. Ha sottolineato che è stata Kiev a vietare ai funzionari di impegnarsi in qualsiasi colloquio con Mosca. «Si è ritirata dai negoziati di Istanbul e lo ha annunciato pubblicamente», ha sottolineato Putin.

 

Le parti hanno concordato di ripristinare il personale dell’ambasciata dopo anni di espulsioni diplomatiche tit-for-tat (cioè occhio per occhio) e di formare team per trovare una soluzione al conflitto ucraino. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha riconosciuto che l’Occidente dovrà affrontare le sanzioni imposte alla Russia per raggiungere una soluzione duratura al conflitto.

 

In risposta ai colloqui tra Stati Uniti e Russia, lo Zelens’kyj si è rivolto ai media, esprimendo sorpresa e preoccupazione per l’assenza di Kiev dall’incontro. Ha sottolineato l’importanza della partecipazione ucraina a qualsiasi negoziato di pace, affermando che le decisioni prese senza l’Ucraina potrebbero minare la sovranità della nazione e le prospettive di una pace duratura.

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Zelens’kyj ha sottolineato che Kiev, che non è stata invitata ai colloqui, «considera che qualsiasi negoziato sull’Ucraina che si stia svolgendo senza l’Ucraina non avrà alcun risultato». Ha anche insistito sul fatto che il suo paese respingerà qualsiasi ultimatum che potrebbe seguire i negoziati di Riyad.

 

I politici e i media ucraini hanno risposto con rabbia ai colloqui in Arabia Saudita. Le reazioni sono andate dalle accuse che Trump stia «capitolando» a Putin e «tradendo» l’Ucraina, alle critiche all’UE per il suo ruolo negli sviluppi.

 

Il presidente degli Stati Uniti ha risposto che Zelens’kyj e altri funzionari ucraini non sono nella posizione di lamentarsi per non essere stati invitati ai colloqui. Ha inoltre incolpato il presidente ucraino per non essere riuscito a risolvere il conflitto nonostante abbia avuto anni per farlo.

 

«Oggi ho sentito, “non siamo stati invitati”. Bene, sei stato lì per tre anni, avresti dovuto finirla… Non avresti mai dovuto iniziare. Avresti potuto fare un accordo», ha affermato Trump. «Avrei potuto risolvere la questione anni fa senza perdere molta terra, pochissima terra. Senza perdere vite e senza perdere città», ha detto il presidente americano, accusando il predecessore Biden di non avere idea di quello che stava facendo.

 


Parlando con i giornalisti negli scorsi giorni, il presidente USA aveva detto che il conflitto «avrebbe potuto essere risolto molto facilmente». A Trump è stato chiesto se avesse un messaggio per gli ucraini che potrebbero essersi sentiti «traditi o delusi» per non aver avuto un posto al tavolo delle trattative. «Sono davvero deluso da quello che è successo. Ho seguito questa cosa per tre anni… Sento che, sai, sono arrabbiati per non avere un posto. Be’, hanno avuto un posto per tre anni e molto tempo prima di allora».

 

Alla domanda se gli USA avrebbero sostenuto le elezioni in Ucraina, Trump ha suggerito che la leadership ucraina dovrebbe prenderle in considerazione. «Non dovrebbe il popolo ucraino dire, tipo, sapete, è passato molto tempo dall’ultima volta che abbiamo avuto un’elezione?»

 

I funzionari dell’UE hanno espresso frustrazione per gli sforzi unilaterali di pace di Washington dopo aver appreso che il blocco sarebbe stato escluso dai colloqui USA-Russia.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato una riunione di emergenza lunedì, a cui hanno partecipato i leader di Germania, Regno Unito, Italia, Polonia, Spagna, Paesi Bassi e Danimarca, insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al capo della NATO Mark Rutte. Le discussioni si sono concentrate sul possibile dispiegamento di truppe UE in Ucraina e sull’impegno dei membri europei della NATO ad aumentare la spesa per la difesa. Tuttavia, secondo diversi partecipanti, non sono state prese decisioni concrete su nessuna delle due questioni.

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Parlando con i giornalisti dopo i colloqui di Riyad di martedì, Trump ha chiesto all’Ucraina di tenere le elezioni, suggerendo che la leadership di Zelens’kyj manca di legittimità. Il presidente ucraino ha annullato le elezioni presidenziali in Ucraina l’anno scorso, citando la legge marziale a causa del conflitto in corso.

 

La Russia ha anche affermato di considerare lo Zelens’kyj, il cui mandato è scaduto a maggio 2024, «illegittimo» e riconosce il Parlamento ucraino e il suo presidente come l’unica autorità legittima nel paese. I funzionari russi hanno avvertito che qualsiasi trattato internazionale firmato da Zelens’kyj potrebbe incontrare delle sfide e hanno espresso dubbi sulla sua capacità di garantire accordi duraturi.

 

Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa, dopo aver ottenuto il permesso dagli USA di Biden di lanciare missili a lunga gittata nell’entroterra russo, lo Zelens’kyj era tornato nuovamente ad escludere le elezioni.

A dicembre Trump aveva comunicato che lo Trump che lo Zelens’kyj non era stato invitato all’inaugurazione.

Come riportato da Renovatio 21, il rapporto tra Trump e Zelens’kyj è realtà molto teso. L’ucraino ha più volte espresso irritazione, ai limiti dell’insulto, riguardo l’idea di Trump di risolvere il conflitto in 24 ore; poi aveva attaccato il vicepresidente eletto JD Vance per il suo scetticismo riguardo l’Ucraina. Tre mesi fa, prima del risultato elettorale, lo Zelens’kyj aveva dichiarato che le promesse di Trump sulla fine del conflitto «non sono reali», spingendosi perfino a insultare l’allora candidato alla Casa Bianca come «presidente perdente».

 

Di suo Trump ha definito Zelens’kyj «il più grande venditore della storia» per la quantità di miliardi di dollari che si porta a casa ogni volta che arriva a Washington. In altre occasioni Trump ha detto che l’Ucraina è «andata» e Zelens’kyj «ha perso». L’incontro tra i due a Nuova York di due mesi fa è stato visibilmente teso, con la rigidità di The Donald più che visibile.

 

Contro l’ex comico divenuto presidente a Kiev si è scagliato spesse volte, e con sempre maggiore veemenza, il primogenito del presidente eletto, Don jr, che ha lamentato la persecuzione della Chiesa Ortodossa ucraina, definita «vergognosa» l’immagine di Zelens’kyj che autografa bombe in produzione in uno stabilimento americano. Don jr. ha poit rollato poche settimane fa Zelens’kyj dicendo che i tempi della «paghetta» sono finiti.

 

Nel frattempo, la frattura definitiva dei rapporti tra Trump e Zelens’kyj sta scatenando la satira in rete, con video eloquenti.

 


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Geopolitica

Netanyahu: la Cisgiordania è «la nostra terra»

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Israele continuerà a costruire insediamenti illegali in Cisgiordania in preparazione di una «importante» ondata di immigrazione ebraica, ha dichiarato il primo ministro Binyamin Netanyahu. La più recente espansione degli insediamenti israeliani ha suscitato critiche da parte dei paesi arabi confinanti e dei partner occidentali.   «Oggi, molti dei nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo capiscono: questa è la nostra terra e rimarrà tale», ha dichiarato Netanyahu martedì a Gerusalemme. «E quando dico “la nostra terra”, intendo ogni uomo e ogni donna ebrea, la porta è aperta. Vi aspettiamo. Stiamo preparando le porte per una grande Aliyah». cioè l’immigrazione ebraica in Israele.   Non è chiaro se la «grande aliyah» prevista da Netanyahu si concretizzerà davvero. Gli israeliani sono emigrati in numero crescente dall’attacco di Hamas del 2023 e dalla successiva guerra a Gaza. Secondo un rapporto della rivista 972, oltre 150.000 israeliani hanno lasciato il Paese tra il 2024 e il 2025.   Il primo ministro israeliano ha parlato a un evento organizzato dal Consiglio regionale di Binyamin, che amministra 47 insediamenti ebraici in Cisgiordania. Tutti questi insediamenti, situati al di fuori dei confini israeliani del 1967, sono considerati illegali dalle Nazioni Unite e il trasferimento di popolazione da parte di Israele verso di essi è stato giudicato dalla Corte penale internazionale una violazione della Convenzione di Ginevra.

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Sebbene lo Stato israeliano a volte autorizzi preventivamente la costruzione di insediamenti, questi in genere iniziano come avamposti su terre palestinesi, finché non vengono legalizzati retroattivamente dal governo israeliano. Durante il suo discorso di martedì, Netanyahu si è vantato del fatto che il suo governo ha istituito e regolarizzato «104 insediamenti e 160 fattorie e continuiamo a farne altri».   «Non è facile, non è mai facile», ha continuato. «La terra d’Israele si conquista con la sofferenza. A volte anche con i sorrisi, a volte anche con le discussioni, ma la stiamo conquistando. Non ci arrendiamo, abbiamo una visione, questa è la nostra terra e rimarrà tale».   La scorsa settimana, Israele ha aperto le gare d’appalto per la costruzione di oltre 1.200 abitazioni nel progetto di insediamento E1, situato a est di Gerusalemme. Il progetto, che prende il nome dalla sua designazione sulle mappe urbanistiche israeliane, comprenderà oltre 3.400 abitazioni ed è stato approvato dal governo Netanyahu lo scorso anno.   Il piano E1 prevede la creazione di un corridoio terrestre tra Gerusalemme Est e l’insediamento esistente di Ma’ale Adumim, entrambi costruiti su territorio palestinese. Interromperà inoltre i collegamenti stradali tra le città palestinesi di Ramallah e Betlemme, situate rispettivamente a Nord e a Sud di Gerusalemme.   Otto stati arabi e musulmani, tra cui Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, membri del Patto della Mecca, hanno respinto «categoricamente» il piano, definendolo «una pericolosa escalation». Anche il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Commissione europea e 15 stati europei hanno condannato il progetto.   «L’insediamento E1 comprometterà la prospettiva della soluzione a due Stati, creando una spaccatura in Cisgiordania», hanno dichiarato in un comunicato stampa giovedì scorso. «In un momento di grave instabilità in Cisgiordania, con livelli di violenza senza precedenti da parte dei coloni contro i civili e gravi restrizioni all’economia palestinese, questa decisione è ancora più preoccupante».   Netanyahu ha lasciato intendere per anni di voler annettere l’intera Cisgiordania, definendo l’opzione «sul tavolo» anche dopo aver firmato accordi di pace con gli stati arabi nel 2020. I partner di coalizione più intransigenti di Netanyahu sono stati più espliciti: il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha esortato il primo ministro a giugno ad «esercitare la sovranità qui in Giudea e Samaria [Cisgiordania] prima delle elezioni» di ottobre.

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Immagine di Denns Jarvis via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0  
 
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Geopolitica

Netanyahu: «l’Iran ha tentato di uccidere uno dei miei figli»

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’Iran avrebbe tentato di uccidere uno dei suoi figli, un’accusa di grande impatto formulata senza indicare quale dei due fosse il bersaglio, quando sarebbe stato organizzato il presunto piano né quanto fosse vicino alla realizzazione.

 

La notizia è emersa quasi per caso lunedì, durante un’intervista telefonica al Canale 14 israeliano sulle misure di sicurezza riservate al rivale politico Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore che lo sfida in vista delle elezioni del 27 ottobre.

 

«Questo è un caso incredibile. L’Iran ha preso di mira uno dei miei figli. L’Iran ha cercato di ucciderlo, ha cercato di uccidere uno dei miei figli», ha detto Netanyahu, sostenendo che la scorta h24 per Eisenkot «non è un lusso» e avvertendo che, in sua assenza, gli iraniani «avranno successo».

 

Netanyahu ha due figli, Yair e Avner. Non ha precisato a quale dei due si riferisse, né ha indicato dove o con quali modalità l’Iran intendesse colpirlo.

 

Yair è noto per una serie di polemiche. Il documentario sulla presunta corruzione del premier israeliano The Bibi Files (2024) lo descrive come un estremista che porta il padre verso posizioni ultrasioniste. Durante le manifestazioni massive antigovernative nelle piazze israeliane prima del 7 ottobre 2023, lo Yair ha affermato che il Dipartimento di Stato americano era «dietro le proteste in Israele, con l’obiettivo di rovesciare Netanyahu, apparentemente per concludere un accordo con gli iraniani».

 

Come noto, il ragazzo qualche anno fa pubblicò un meme, incredibilmente definito come «antisemita» pure dalla stampa italiana, che ritraeva George Soros come puparo del mondo. Nelle ultime settimane è emerso che anni fa aveva di fatto ipotizzato su Twitter come ritorsione contro la Spagna un’invasione marocchina del suo territorio, cosa poi puntualmente realizzatasi a Ceuta.

 

Di recente, alcuni critici avevano attaccato il ragazzo perché sembrava soggiornare a Miami mentre lo Stato Ebraico mandava al fronte tanti giovani.

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Fonti della stampa israeliana hanno riferito in modo autonomo che a luglio è stata rafforzata la protezione statale per la moglie Sara e per entrambi i figli. Il Canale 12 ha scritto che il presunto complotto iraniano era noto da mesi all’apparato di sicurezza israeliano, ma era coperto da un ordine di silenzio militare.

 

L’affermazione arriva mentre Netanyahu affronta una campagna elettorale difficile. Sondaggi successivi hanno mostrato che il suo blocco di governo non raggiunge i 61 seggi necessari per la maggioranza, mentre altri rilevamenti indicano Eisenkot in lotta serrata con Netanyahu e il Likud, o addirittura in vantaggio. A luglio Reuters aveva riportato che i sondaggi prefiguravano una sconfitta della coalizione di Netanyahu, anche se l’opposizione frammentata non aveva una via chiara per formare un esecutivo.

 

Anche il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto che Teheran avrebbe tentato di ucciderlo, prima ancora che la prima ondata di attacchi congiunti USA-Israele del 28 febbraio uccidesse la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.

 

«L’ho preso prima che lui prendesse me», ha detto Trump in un’intervista ad ABC News poco dopo l’attacco, nel quale sono morte anche la figlia di Khamenei, Boshra, la nipotina di 14 mesi Zahra, un genero e una nuora.

 

Durante il vertice NATO in Turchia a luglio, Trump fu fatto scendere in segreto dall’Air Force One e trasferito su un altro aereo militare a bordo di un camion per il catering, dopo che Israele aveva trasmesso informazioni di intelligence su un’altra presunta minaccia di assassinio da parte dell’Iran. L’operazione straordinaria fu tenuta nascosta persino ad alcuni membri del seguito.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’Intelligence USA avrebbe valutato le informazioni israeliane con «scarsa affidabilità», mentre Teheran ha smentito le accuse più generali di aver tentato di assassinare Trump a margine del vertice NATO di Ankara, dove il presidente ha cambiato aereo venendo trasportato in un carrello per il cibo. Sono seguite accuse per aver usato i giornalisti, rimasti nell’aereo considerato come obiettivo dell’attentato, come esche.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

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Economia

Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»

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Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.   Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.   «Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.   «Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».

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Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».   «Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.   «Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.   Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.   Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.   Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.   L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.

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Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.   L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.   Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.   Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.   A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».   Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.

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Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.   Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.   Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.   Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.   L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.  

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Immagine di Eurasia Group via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
 
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