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Spirito

«Squilibrati mentali», «mondani settari» col «fascino per l’occulto»: nuova caterva di accuse ed insulti di Bergoglio contro i fedeli della Messa antica

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Nuova carica di insulti di Bergoglio contro i cattolici rimasti fedeli alla Santa Messa in tridentina, cioè la cosiddetta «Messa in latino», cioè la Messa di sempre – cioè l’unico vero rito della Chiesa cattolica nei secoli.

Il Bergoglio si è scagliato contro i devoti della Santa Messa essa tradizionale, accusandoli di praticare «indietrismo», «mondanità settaria» e perfino «fascino per l’occulto», nel suo recente, ennesimo libro di memorie, Spera, pubblicato ieri, con in copertina un primo piano orridamente photoshoppato del personaggio. Scritto in collaborazione con il giornalista italiano Carlo Musso nell’arco di diversi anni, il libro era originariamente previsto che venisse pubblicato solo post-mortem, ma il Francesco ha deciso di pubblicarlo durante questo Anno Giubilare della Speranza.

 

Le accuse e le offese ai fedeli e sacerdoti tradizionalisti appaiono, per una volta, pure molto argomentate, con allusioni ad esempi specifici e illazioni davvero inquietanti.

 

«È sociologicamente interessante il fenomeno del tradizionalismo, questo “indietrismo” che in ogni secolo regolarmente ritorna, questo riferimento a una presunta età perfetta che è però ogni volta un’altra», scrive Bergoglio, facendo capire, dai termini usati, di ritenere la fedeltà alla Santa Messa vetus ordo come un’aberrazione, un «fenomeno sociologico», una deviazione da guardare con curiosità, più che con rispetto – come si trattasse, sembra dire, di qualcosa di transeunte.

 

Per Bergoglio, comprendiamo, la Messa di sempre è un fenomeno transitorio, che prima o poi sarà chiuso per sempre, una difformità che sarà cancellata.

 

«Ora è stato sancito che la possibilità di celebrare secondo il messale preconciliare, in latino, debba essere espressamente autorizzata dal Dicastero per il culto, che la concederà solo in casi particolari», ha affermato Francesco, facendo pensare ad un riferimento Traditionis Custodes del 2021, il documento con cui di fatto seppelliva una volta per tutte le aperture alla Messa tradizionale operate da Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum.

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«Perché non è sano che la liturgia si faccia ideologia» scrive ancora l’occupante del Soglio, che così tenta di spiegare il motivo per cui sono state introdotte restrizioni così radicali alla liturgia antica. Come un rito millenario sia per il gesuita «un’ideologia» non è subito chiaro a chi non conosce (o non riconosce) il processo in atto di demolizione della Chiesa dal suo interno, come prefigurato e programmato già a inizio Ottocento da grandi capi massonici come Nubius (cfr. il libro Il problema dell’ora presente di monsignor Delassus).

 

L’argentino ne ha ancora: «è curioso questo fascino per ciò che non si comprende, che appare un po’ occulto, e che a volte sembra interessare anche le generazioni più giovani».

 

La parola usata nel testo italiano è proprio questa: «occulto». Capiamo bene come può suonare: l’accusa di occultismo, per chiunque ami la Messa antica, è dietro l’angolo. Tale condanna viene, ricordiamo, dal papa che ha presenziato a rituali occultistico-pagani, come quelli che lo hanno visto coinvolto in mondovisione in Canada, che ha dato il via alla messa maya (che discende da un mondo fatto di dei crudeli e di sacrifici umani), che ha intronato la Pachamama in Vaticano.

 

Il vegliardo di Buenos Aires ha quindi usato un vecchio argomento contro i devoti della «Messa in Latino», dicendo che essi sarebbero interessati esclusivamente all’aspetto esteriore piuttosto che al contenuto della liturgia o alla pratica della devozione: «spesso questa rigidità si accompagna alle sartorie ricercate e costose, ai pizzi, ai merletti, ai rocchetti. Non gusto della tradizione, ma ostentazione di clericalismo, che poi altro non è che la versione ecclesiale dell’individualismo. Non ritorno al sacro, tutt’altro, ma mondanità settaria». È un peccato che il papa che pronunzia la parola «frociaggine» non riesca a mettere in relazione la passione che per pizzi e merletti che alligna tra i catto-sodomisti, che, come abbiamo scritto, si sospetta abbondino assai tra gli altissimi collaboratori del Sacro Palazzo.

 

«Mondano settario» è allora un nuovo insulto che si aggiunge alla lista, già lunghissima, prodotta da Bergoglio contro i fedeli cattolici, magari solo per la loro attenzione per i paramenti, o per l’amore per il canto gregoriano.

 

Apparentemente non pago dell’attacco brutale a molti membri della Chiesa, tra cui vari giovani laici e consacrati, il Francesco ha rincarato la dose, suggerendo che la devozione alla Messa tridentina rivelerebbe la possibilità di uno «squilibrio mentale», nientemeno. «A volte questi travestimenti celano squilibri, deviazioni affettive, difficoltà comportamentali, un disagio personale che può venire strumentalizzato» scrive l’uomo le cui sfuriate sono talvolta finite sui giornali.

 

Poi il Bergoglio procede a specificare vicende particolari.

 

«Su questo problema nei miei anni di pontificato sono dovuto intervenire in quattro casi, tre in Italia e uno in Paraguay: diocesi che accettavano seminaristi spesso già allontanati da altri seminari, e quando questo succede di solito c’è qualcosa che non va, qualcosa che porta a celare la propria personalità in contesti chiusi o settari».

 

«Quando questo accade, di solito c’è qualcosa che non va, qualcosa che porta le persone a nascondere la propria personalità in ambienti chiusi o settari».

 

Il gesuita quindi avanza con la descrizione di un caso di ostruzione, se non di «punizione» di giovani sacerdoti che volevano celebrare vetus ordo.

 

«Un cardinale statunitense mi ha raccontato che un giorno si sono presentati da lui due sacerdoti appena ordinati, per chiedere l’autorizzazione a celebrare la Messa in latino. “Voi conoscete il latino?” ha chiesto quel cardinale. “No, ma lo studieremo” han risposto i due giovani preti. «Allora fate così» ha detto il cardinale. «Prima di imparare il latino, osservate la vostra diocesi e guardate quanti migranti vietnamiti ci sono: studiate il vietnamita, allora, in primo luogo. Ma quando avrete imparato il vietnamita, considerate anche la moltitudine di parrocchiani di lingua ispanica e capirete che imparare lo spagnolo vi sarà molto utile per il vostro servizio. Dopo il vietnamita e lo spagnolo tornate pure da me, e parleremo del latino…”».

 

L’insolenza intollerabile di Bergoglio (e del suo cardinale americano, che potrebbe essere stato nella pattuglia dei suoi elettori al conclave 2013, e che ora potrebbe essere stato vagliato dal papa a seconda della sua fedeltà al diktat LGBT) nasconde non solo rabbia e ignoranza – è davvero necessario sapere a perfezione il latino per celebrare la Santa Messa? – ma un pensiero molto preciso in termini politici e geopolitici: l’immigrazionismo oltranzista e non assimilante.

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Cioè: Bergoglio preme perché gli immigrati tengano la loro lingua, non che imparino quella del Paese ospite. Si tratta di una particolare attitudine che, lungi dall’essere casuale, è codificata in alcune situazione dell’accoglienza cattolica, dove si predica, distorcendo certo pensiero missiologico come quello di monsignor Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), che conservando la lingua di origine l’immigrato conserva la sua religione – solo che nelle recenti ondate migratorie la religione da preservare non è quasi mai quella cattolica, ma musulmana, animista, etc.

 

Riassumiamo la nuova perla pontificia: ci sono gli immigrati, quindi Messa in latino. Al massimo, pare voler dire, messa in vietnamita, arabo, swahili, bengalese, cingalese, pidgin nigeriano. Venga Babele, ma crepi il latino della Santa Messa.

 

L’avversione di Bergoglio verso la Messa tradizionale è, come può vedere il lettore, invincibile, ammantate con le solite parole vuote che conosciamo della chiesa conciliare, con i suoi idoli sociologici da quattro soldi.

 

«La liturgia non può essere rito fine a se stesso, avulso dalla pastorale» conclude il Giorgio Mario. «Né esercizio di uno spiritualismo astratto, avvolto in un fumoso senso del mistero. La liturgia è incontro, ed è ripartenza verso gli altri».

 

Quindi arriva un atto di fede pontificale nel Progressismo.

 

«I cristiani non sono quelli che tornano indietro. Il flusso della storia e della grazia va dal basso verso l’alto come la linfa di un albero che dà frutto. Senza questo flusso ci si mummifica e andando indietro non si conserva la vita, mai. Se non procede, se non si muove, la vita, quella vegetale, quella animale, quella umana, muore. Camminare vuol dire cambiare, affrontare scenari nuovi, accettare sfide nuove».

 

Si tratta di una chiarissima professione di fede non nell’Essere, ma nel divenire, di sapore perfino panpsichista – la vita, prima che umana, è vegetale e animale, e si evolve. Di qui a Carlo Darwin, capite che si mette un secondo, e il tizio non avrebbe problemi a ripeterlo.

 

Quindi, un bizzarro riferimento all’arte, con piena giustificazione delle distorsioni dell’arte moderna: «la comprensione dell’uomo muta col tempo, e anche il modo di percepire ed esprimere se stesso muta: una cosa è l’umanità che si esprime scolpendo la Nike di Samotracia, un’altra quella del Caravaggio, un’altra ancora quella di Chagall e poi di Dalí. E così anche la coscienza degli uomini si approfondisce».

 

Per Bergoglio l’arte è essenzialmente quello che dicono gli odierni libri di storia e i galleristi con le case d’aste. Non gli viene in mente neanche per un secondo che Caravaggio, per motivi artistici ed extra-artistici, mai potrà stare sullo stesso piano del disegnatore di gatti e violini Chagall. Seduto sopra il più immenso deposito di beni artistici generati nei secoli, non gli viene in mente che l’arte ora è degenerata – perché incapace, forse, di discernere la cifra spirituale dell’opera artistica.

 

Quindi, la stoccata ulteriore alla tradizione, a cui va sostituito puntualmente il progresso.

 

«La tradizione è andare avanti. La Chiesa non può essere la congrega “dei bei tempi andati”, che, come ci rammenta un pensatore francese, Michel Serres, sono certamente andati e non erano necessariamente così belli in ogni loro aspetto. La nostra responsabilità è camminare il nostro tempo, continuare a crescere nell’arte di coglierne le esigenze e di provvedervi con la creatività dello Spirito, che sempre è discernimento in azione».

 

Impossibile, quindi, che l’argentino non suggellasse l’uccisione del cattolicesimo tradizionale con la citazione del Concilio Vaticano II, verità rivelata ma, attenzione, non ancora del tutto: altro probabilmente deve ancora saltare fuori, molto deve essere ricavato, in attesa del prossimo Concilio, che arriva a nominare.

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«Per molti versi, si può affermare che l’ultimo Concilio ecumenico non è stato ancora interamente compreso, vissuto e applicato. Siamo in cammino, e dobbiamo recuperare strada. Quando qualcuno mi chiede se i tempi sono maturi per un nuovo Concilio, un Vaticano III, rispondo che non solo non lo sono, ma ancora dobbiamo compiutamente attuare il Vaticano II. E pure spazzare via ancora più a fondo la cultura di corte, in Curia e ovunque. La Chiesa non è una corte, non è luogo per cordate, favoritismi, manovre, non è l’ultima corte europea di una monarchia assoluta. Con il Vaticano II, la Chiesa è segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano».

 

Il Concilio è divinizzato e umanizzato al contempo: atto metafisico che mette insieme l’intera umanità – in sostituzione, forse, del sacrificio di Cristo?

 

Tuttavia, è improbabile che i suoi commenti suscitino particolare gioia o speranza tra il numero in costante crescita – e in gran parte giovane – di cattolici devoti alla messa latina per la sua sostanza.

 

C’è, chiaramente, da vergognarsi di aver letto cose del genere dalla penna di un papa, o dei suoi ghost writer. In verità, dovrebbe vergognarsi proprio lui, e i fedeli dovrebbero chiedergli di farlo, assieme alla richiesta di pentimento e di conversione.

 

Con ogni evidenza, il Bergoglio odia la tradizione, quindi odia la Chiesa stessa, fondata da Cristo e tramandata – Tradidi quod et accepi – al costo del sangue dei martiri nel corso di millenni.

 

Nonostante tutto, non usciamo scorati dalla lettura di queste parole. Perché, anzi, la chiarezza dell’avversione papale per la vera Chiesa, la vera Messa, il vero Dio, la Verità è sempre più slatentizzata, messa nera su bianco. Di questo, siate grati a Bergoglio.

 

Non sappiamo spiegare perché, ma in noi alberga negli ultimi tempi una certa speranza: questo papato malvagio sta per finire. E non credendo nella tradizione – cioè, nella continuazione in custodia del Vero – nemmeno i cardinali perversi che occuperanno il prossimo Conclave potranno fermare il processo di rigenerazione della Chiesa che si prepara, quello sì, dalle radici celesti sino alle foglie terrestri.

 

Stai a vedere, Bergoglio. Gli «squilibrati» hanno appena iniziato a riportare l’equilibrio.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine generata artificialmente e rilavorata.

 

Gender

Mons. Strickland: perché i leader della Chiesa continuano a sostenere l’agenda LGBT?

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews.   Certamente le Scritture condannano l’orgoglio, l’ingiustizia e l’abbandono dei poveri. I profeti lo chiariscono in modo inequivocabile. Ma le Sacre Scritture presentano anche chiaramente Sodoma come una città che aveva rigettato il disegno di Dio per la sessualità umana e aveva abbracciato una grave immoralità sessuale.   Da 2000 anni la Chiesa ha compreso questa lezione. La parola «sodomia» deriva dalla città di Sodoma e dal racconto del Libro della Genesi. Nella storia, due angeli fanno visita a Lot, che si trova a Sodoma, e quando gli uomini circondano la casa di Lot e gli chiedono di consegnare i due visitatori, è chiaro che intendevano abusare sessualmente di loro. Per questo, Dio distrugge Sodoma e la vicina città di Gomorra con fuoco e zolfo.   Perché, dunque, oggi si esita tanto ad affermarlo?   Perché così tanti nella Chiesa, persino nelle più alte cariche, si rifiutano di nominare questo peccato, mascherandolo invece con parole come «ospitalità»? E perché la Chiesa oggi evita soprattutto di parlare apertamente degli atti omosessuali? La Chiesa non ha mai insegnato che la legge morale di Dio cambi con la cultura. Ha sempre proclamato che il matrimonio è la sacra unione di un uomo e una donna e che ogni forma di attività sessuale al di fuori di tale alleanza è contraria al piano di Dio.

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Non spetta a noi riscrivere questi insegnamenti. Appartengono a Cristo. Eppure oggi vediamo una crescente confusione all’interno della Chiesa stessa. Vediamo voci nella Chiesa che si associano sempre più alla difesa dei diritti LGBTQ. Sentiamo voci che sembrano parlare con incertezza laddove la Chiesa ha sempre parlato con chiarezza.   Queste preoccupazioni non possono essere semplicemente ignorate. I pastori hanno il sacro dovere di insegnare con chiarezza. I fedeli hanno il diritto di ascoltare il Vangelo nella sua pienezza, non un Vangelo rimodellato dalle preferenze della cultura, ma il Vangelo trasmesso da Cristo attraverso la Sua Chiesa. Non si tratta di puntare il dito contro un particolare gruppo di peccatori.   Ognuno di noi deve presentarsi davanti alla Croce e riconoscere i propri peccati: superbia, avidità, lussuria, adulterio, pornografia, contraccezione, fornicazione, atti omosessuali. Ogni peccato grave ci separa da Dio se lo abbracciamo consapevolmente e deliberatamente senza pentimento. La Chiesa non nomina questi peccati perché odia i peccatori, ma perché ama le anime. Se un medico si rifiutasse di nominare una malattia mortale per paura di offendere il paziente, lo definiremmo negligenza, non compassione.   La Chiesa è chiamata a qualcosa di ben più grande: è chiamata a dire la verità con amore, anche quando questa verità è difficile da ascoltare. Ciò che rende questo momento particolarmente allarmante è che gran parte della confusione non proviene più solo dalla cultura, ma ora proviene dall’interno della Chiesa stessa. Invece di ascoltare una chiara proclamazione dell’insegnamento perenne della Chiesa sul matrimonio e sulla morale sessuale, ci imbattiamo in messaggi e azioni che sembrano suggerire qualcosa di molto diverso.   Ad esempio, ora abbiamo un documento che permette certe benedizioni per le coppie in situazioni irregolari, comprese le «coppie» dello stesso sesso. Ci sono state Messe e ministeri associati a persone che «si identificano come LGBTQ» che hanno creato confusione anziché chiarezza. Voci autorevoli all’interno della Chiesa hanno sollecitato nuovi approcci pastorali che offuscano la distinzione tra accogliere ogni persona e affermare comportamenti che la Chiesa ha costantemente insegnato come contrari al piano di Dio.   Questi sviluppi hanno indotto molti cattolici a porsi una domanda dolorosa: la Chiesa ha cambiato il suo insegnamento? La risposta deve essere no. La Chiesa non ha l’autorità di cambiare ciò che Dio ha rivelato. La verità divina non si evolve con l’opinione pubblica. «Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Eb 13,8). Ciò che la Chiesa ha sempre insegnato sul matrimonio e sulla morale sessuale rimane vero oggi perché non deriva dal mutare dell’opinione umana, ma dall’immutabile sapienza di Dio.   Ecco perché la chiarezza è così importante. Quando sono in gioco delle anime, l’ambiguità non è un atto di carità. Le persone meritano di ascoltare la verità nella sua pienezza, perché solo la verità ci rende liberi. Ognuno di noi è chiamato alla conversione. Ognuno di noi è chiamato alla santità. E ognuno di noi ha bisogno sia della misericordia di Cristo sia del coraggio di allontanarsi da tutto ciò che ci separa da Lui.   Ciò che rende questo momento così inquietante è che questa confusione è sorta proprio nel momento in cui i cattolici fedeli hanno visto la gerarchia della Chiesa allontanarsi dalle proprie tradizioni. Da tempo, i cattolici legati alla liturgia, alle devozioni e agli insegnamenti perenni della Chiesa hanno assistito a crescenti restrizioni imposte alla Messa tradizionale in latino. Hanno visto ripetuti appelli ad abbracciare una nuova visione ecclesiale, una Chiesa sinodale, il che ha portato a considerare con sospetto coloro che desiderano semplicemente preservare ciò che generazioni di cattolici hanno creduto e praticato.   Molti cattolici fedeli si chiedono perché tanta energia venga dedicata a limitare le espressioni tradizionali della fede, mentre tanta confusione circonda gli insegnamenti morali fondamentali e sembra non essere risolta.   Ecco perché tutto ciò è così allarmante. Proprio nel momento in cui la nostra cultura ha disperatamente bisogno di una proclamazione inequivocabile del piano di Dio per il matrimonio, la famiglia e la moralità sessuale, i fedeli vedono solo incertezza laddove desiderano certezze e ambiguità, laddove desiderano la verità.   Appena rientrato da Quito, in Ecuador, la vista dei messaggi della Madonna del Buon Successo mi ha riportato alla mente ciò che ella disse in quei messaggi.   Parlando con Madre Mariana secoli fa, la Madonna avvertì dell’avvento di un’epoca, a partire dai nostri tempi, in cui la fede si sarebbe indebolita, la confusione si sarebbe insinuata nella Chiesa e l’impurità avrebbe dilagato. Parlò di un tempo in cui molte anime sarebbero state in pericolo perché l’errore si sarebbe diffuso e il coraggio sarebbe venuto a mancare.

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Eppure il suo era un messaggio di speranza. Prometteva che quando le tenebre sembravano più profonde, sarebbe arrivato il rinnovamento. Non abbandonando la fede trasmessa ai santi, ma ritornando ad essa con maggiore fervore, maggiore purezza e maggiore fiducia nella grazia di Dio.   Ma la Chiesa non si è mai rinnovata diventando più simile al mondo. Ogni grande rinnovamento nella sua storia è giunto a un ritorno a Cristo, a un ritorno alla santità e a un ritorno alla pienezza della fede trasmessa dagli apostoli. Se questa è davvero la battaglia finale per il matrimonio e la famiglia, allora non è il momento di addolcire il Vangelo. È il momento di proclamarlo con maggiore chiarezza e maggiore fedeltà che mai.   Eppure vediamo Roma, in molti casi, agire contro coloro che si aggrappano alla Sacra Tradizione, lasciando intatti coloro che proclamano una visione del mondo totalmente incompatibile con la Sacra Tradizione della Chiesa.   Non si tratta semplicemente di una questione di liturgia o di stile pastorale. Si tratta di stabilire se la Chiesa continuerà a proclamare, senza esitazione né scuse, le verità che Cristo le ha affidato. Ogni epoca ha la sua battaglia decisiva. Se la Beata Vergine Maria ha ammonito che la battaglia finale riguarderà il matrimonio e la famiglia, allora certamente questo non è il tempo dell’incertezza. È il tempo del coraggio.   Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che si limiti a ripetere le proprie opinioni. Il mondo ha bisogno di una Chiesa disposta a proclamare la verità che libera le anime. Ha bisogno di pastori che amino il loro popolo a tal punto da annunciare la verità, anche quando è difficile, anche quando è impopolare, anche quando richiede una conversione.   + Joseph E. Strickland, Vescovo emerito  

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Cina

Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese

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Un vescovo di Datong è stato consacrato oggi in Cina con l’approvazione di Papa Leone XIV nell’ambito del controverso accordo tra Vaticano e Cina.

 

Papa Leone XIV ha nominato Paolo Liu Honggang vescovo di Datong, nello Shanxi, in Cina, il 10 agosto, «a seguito dell’approvazione della sua candidatura nell’ambito dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese», ha riferito lunedì mattina Vatican News. Ciò significa che Honggang è stato nominato vescovo all’interno della cosiddetta Chiesa «cattolica» controllata dallo Stato in Cina.

 

Lo Honggang è il settimo vescovo cinese che Leone ha nominato finora nell’ambito dell’accordo tra Cina e Vaticano.

 

Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.

 

L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreto e firmato nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa apparentemente mantiene il potere di veto, sebbene in pratica sia il PCC ad avere il controllo. Si presume inoltre che l’accordo preveda la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con vescovi approvati dal PCC.

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L’accordo è stato rinnovato più di recente nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante il periodo di sede vacante successivo alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC suscitarono timori che la Cina stesse approfittando della vacanza.

 

L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.

 

Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.

 

La decisione del PCC di nominare due vescovi in questo periodo dimostra che Pechino non considera importante il ruolo della Santa Sede o del Papa. Inoltre, evidenzia come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano, estremamente riservato, sembri essere la Cina – piuttosto che la Santa Sede – ad avere il controllo.

 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha ripetutamente criticato duramente l’accordo. Lo ha descritto come un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha accusato il Vaticano di «svendere» i cattolici cinesi.

 

Il cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

L’accordo ha portato a un aumento delle persecuzioni religiose, come documentato dalla Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina nei suoi rapporti annuali. Negli anni trascorsi dall’attuazione del patto , la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.

 

Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

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Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.

 

I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».

 

Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Non è chiaro se queste nomine siano state ratificate da Roma, con il rischio che, senza l’approvazione papale, anche i vescovi cinesi clandestini, come quelli della FSSPX, siano incorsi in una comunica latae sententiae, epperò qui non comunicata urbit et orbi dal Sacro Palazzo.

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Immagine di J.Martin via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0

 

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Spirito

Quale «comunione»?

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Unità, in quale verità?   Il Santo Padre papa Leone XIV, Vicario di Gesù Cristo e Capo Supremo di tutta la Chiesa universale, ha celebrato il 29 giugno, alla presenza dei cardinali riuniti a Roma per il Concistoro, la Messa per la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. È stato durante questa celebrazione che il Papa ha conferito il pallio ai nuovi arcivescovi metropoliti.   Nell’omelia pronunciata quel giorno, Leone XIV ha sottolineato la «fedele e paziente sollecitudine per l’unità» che spetta al successore di Pietro e che «è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr. Mt 16,19)». Ha approfondito poi la metafora: «Una chiave, infatti, non sfonda le porte, ma le apre e poi le richiude, trovando le leve giuste all’interno e guidandone i movimenti, in modo che i blocchi vengano rimossi, i chiavistelli scorrano e le ante girino liberamente sui cardini, unendo così gli spazi e trasformando molte stanze isolate in un’unica, accogliente casa».   Come dovremmo dunque intendere, alla luce di questa metafora, la definizione di unità e comunione nella Chiesa? «Allo stesso modo», spiega Leone XIV, «la comunione nella Chiesa non si costruisce aggrappandosi alle proprie posizioni, ma cercando, nel cuore di ciascuno, i punti di convergenza nella Verità , alla sola luce della quale ognuno diventa strumento di crescita per l’altro». Ed è qui che si pone la domanda fondamentale: qual è questa «Verità»?

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Il vescovo di Bourges, mons. Sylvain Bataille, ha recentemente ripreso questa riflessione del Papa quando, in una dichiarazione del 13 luglio, in occasione delle consacrazioni celebrate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, il recente successore di mons. Jérôme Beau ha affermato: « Non sogniamo un’unità di compromesso, fondata sull’ambiguità». (1)   Anche noi respingiamo questa ambiguità, poiché è vero che, una volta radicati in essa, «ogni tentativo di dissipare i malintesi non farebbe che moltiplicarli» (2). Ed è proprio per questo che, fin dai suoi albori, la Società ha esposto chiaramente le profonde ragioni della sua posizione, che sono le ragioni della sua obbedienza al Magistero della Chiesa Cattolica, e al tempo stesso anche le ragioni della disobbedienza del Concilio Vaticano II a quello stesso Magistero. Sebbene questa affermazione possa sembrare alquanto audace, resta comunque vera.   Ma osserviamo anche che, da Roma e dagli episcopati di tutto il mondo, in Francia come altrove, l’ambiguità viene respinta con altrettanta veemenza, ritenuta inaccettabile, e che questo rifiuto si fonda sugli stessi testi del Concilio, i quali, proprio se letti alla luce della loro profonda logica, purtroppo sfuggono a ogni ambiguità. Essi infatti trasmettono una nuova definizione della Chiesa e della sua unità, che si pone in chiara e netta opposizione alla definizione di Chiesa così come il Magistero ce l’aveva insegnata fino ad ora. L’unità della Chiesa non appare più come quella della Chiesa cattolica, ma come quella della Chiesa di Cristo, che «sussiste» solo nella Chiesa cattolica, ed è anche «presente e attiva» al di fuori della struttura visibile della Chiesa cattolica, nelle comunità separate, note come «cristiani non cattolici».   L’unità dei cristiani, che è l’obiettivo dell’ecumenismo, assume dunque il suo pieno significato, libero da ogni ambiguità, perché si riferisce all’unità della Chiesa di Cristo , che cresce e resta distinta dall’unità della Chiesa cattolica . Come afferma esplicitamente il decreto Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II, attraverso questo cammino ecumenico, « a poco a poco, superati gli ostacoli che impediscono la perfetta comunione ecclesiale, tutti i cristiani saranno riuniti in un’unica celebrazione eucaristica, nell’unità di una sola e medesima Chiesa. Quest’unità, Cristo l’ha concessa alla sua Chiesa fin dal principio. Noi crediamo che essa sussista in modo permanente nella Chiesa cattolica e speriamo che cresca di giorno in giorno fino alla fine dei tempi».   Qui si afferma chiaramente, senza alcuna ambiguità, che: 1) l’unità concessa da Cristo alla sua Chiesa – quindi l’unità della Chiesa di Cristo – «sussiste in modo inalienabile» nella Chiesa cattolica , e 2) «auspicavamo che essa crescesse di giorno in giorno», in quanto «presente e attiva» solo al di fuori dell’unità della Chiesa cattolica.   Perché, dunque, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è considerata scismatica? Semplicemente perché rifiuta questa nuova ecclesiologia, che cerca di stabilire una vera distinzione tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa Cattolica. Questo rifiuto è stato ribadito di recente con la Professione di Fede del 24 giugno, ma l’arcivescovo Lefebvre lo aveva già sottolineato nell’omelia pronunciata per le consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988:   «E perché, Vostra Grazia (mi verrà chiesto), avete interrotto questi colloqui, che sembravano avere un discreto successo? Proprio perché nello stesso istante in cui stavo firmando il Protocollo (accordo), l’inviato del Cardinale Ratzinger, che mi portava questo protocollo da firmare, mi ha consegnato una lettera in cui mi chiedeva perdono per gli errori che stavo commettendo. Se sono in errore, se insegno errori, è chiaro che devo essere ricondotto alla Verità, nella mente di coloro che mi hanno mandato questo documento da firmare, che devo riconoscere i miei errori. Vale a dire: se riconosci i tuoi errori, ti aiuteremo a tornare alla verità. Che cos’è questa verità per loro? Se non è la verità del Concilio Vaticano II, se non è la verità di questa Chiesa conciliare, questo è chiaro!». Pertanto, è chiaro che per il Vaticano, l’unica verità che esiste oggi è la verità conciliare, è «lo spirito del Concilio», è lo spirito di Assisi. Questa è la verità di oggi. E noi non vogliamo avere niente a che fare con questo al mondo, assolutamente niente!   Quando Papa Leone XIV affermò che la comunione nella Chiesa deve essere costruita «cercando, nel cuore di ogni persona, i punti di convergenza nella Verità », si riferiva precisamente, e senza alcuna ambiguità, a questa nuova Verità del Concilio Vaticano II. La Fraternità, e con essa i suoi sei vescovi, compresi i quattro consacrati il ​​1° luglio , la rifiutano completamente, perché questa Verità è una falsa Verità; ha solo l’apparenza di Verità assumendo la falsa veste del Magistero, e in realtà è semplicemente l’espressione degli errori già condannati da tale Magistero.

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E la Fraternità, con i suoi sei vescovi pienamente cattolici, auspica di cuore che il papa e il Cardinale Fernandez non siano così rigidi nelle loro posizioni su una teologia che, pur avendo trovato la sua massima espressione nel Concilio Vaticano II, rimane discutibile su più di un punto, alla luce degli insegnamenti secolari del Magistero della Chiesa, come chiaramente emerge dalla Professione di Fede rilasciata dalla Fraternità il 24 giugno.   Leone XIV ha concluso la sua omelia del 29 giugno estendendo con gioia «un cordiale saluto ai membri della delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal mio carissimo fratello, Sua Santità Bartolomeo, e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia». Questa delegazione, tuttavia, rappresenta una comunità rimasta scismatica per oltre nove secoli, nonostante nel 1964 Papa Paolo VI avesse cercato di revocare l’anatema di scomunica subito da Michele Cerulario durante lo scisma del 1054.   Lontana da qualsiasi spirito scismatico, la Fraternità professa la stessa fede dell’apostolo San Pietro, la fede nel Primato del Vescovo di Roma.   Per questo osa sperare in un «cordiale saluto» del Santo Padre, tanto più meritato in quanto, a differenza dei vescovi ortodossi Bartolomeo ed Emmanuele, a differenza anche della signora Sarah Mullaly, la presunta «arcivescova» anglicana di Canterbury, ricevuta in Vaticano dal Papa il 27 aprile, e a differenza dei 14 (6 donne e 8 uomini) presunti «vescovi» luterani di Norvegia, anch’essi ricevuti in Vaticano da Leone XIV il 26 agosto, intende rimanere fedele alle definizioni dei concili ecumenici di Lione I e II, Firenze, Trento e Vaticano I.   Padre Jean-Michel Gleize   NOTE   1) https://www.diocese-bourges.org/actualites/16137-les-ordinations-episcopales-de-la-fraternite-saint-pie-x-points-de-repere-pour-comprendre-la-situation-editorial-de-monseigneur-bataille/ 2) Etienne Gilson, Matières et formes, Vrin. 1964, p. 20. 3) https://laportelatine.org/actualite/leon-xiv-et-madame-mullaly 4) https://fr.zenit.org/2026/08/26/leon-xiv-la-bonte-et-la-charite-ont-le-pouvoir-de-desarmer/ ; https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026-08/leon-xiv-petits-gestes-bonte-charite-peuvent-desarmer-conflits.html   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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 Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)  
   
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