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Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X don Davide Pagliarani

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Intervista del 1° novembre 2024 pubblicata nella rivista The Angelus, novembre-dicembre 2024

 

1. The Angelus: Reverendo Padre, come spiegherebbe il ruolo della Fraternità San Pio X nel 2024? Più che una Chiesa parallela, come alcuni sostengono, è soprattutto una testimonianza della Tradizione? Uno sforzo missionario in tutto il mondo, come i Padri dello Spirito Santo un tempo? O qualcos’altro?

Don Davide Pagliarani: Il ruolo della Fraternità nel 2024 non è fondamentalmente diverso da quello che ha svolto fin dalla sua fondazione e che è chiarito nei suoi statuti quando affermano: «Lo scopo della Fraternità è il sacerdozio e tutto ciò che vi è connesso, e nient’altro».

 

La Fraternità è prima di tutto una società sacerdotale dedicata alla santificazione dei sacerdoti, e quindi alla santificazione delle anime e della Chiesa nel suo insieme attraverso la santità del sacerdozio. Come affermano anche i nostri statuti, «la Fraternità è essenzialmente apostolica perché anche il sacrificio della Messa lo è».

 

Fin dalla sua fondazione, la Fraternità ha esercitato questo ruolo nel particolare contesto di una crisi senza precedenti che ha colpito il sacerdozio, la Messa, la fede e tutti i tesori della Chiesa. In questo senso, è un richiamo alla realtà di questi tesori e alla loro necessità per la restaurazione di tutto.

 

Senza aver scelto di farlo, la Fraternità vive come testimone privilegiato della Tradizione in una situazione in cui la Tradizione è eclissata. È un fatto che la Fraternità, in questo senso, si trova ad essere un segno di contraddizione a favore della Tradizione della Chiesa. La forza della sua difesa è unica, in quanto il suo rifiuto di tutte le riforme liberali non è negoziabile e non ammette compromessi. E così la sua posizione è una risposta diretta e completa a ciò di cui la Chiesa ha bisogno nella situazione attuale.

 

Ciò che forse è stato nuovo negli ultimi anni è il modo in cui i cattolici perplessi guardano alla Fraternità. Agli occhi di molti, la Fraternità ha cessato di essere demonizzata. Non è più vista come una chiesa parallela, scismatica o in procinto di diventarlo, né come un piccolo gruppo che reagisce alla modernità, chiuso nei suoi schemi arretrati e incapace di stare al passo con i tempi.

 

Oggi la sua situazione è spesso invidiata e i suoi tesori ambiti. In breve, è un punto di riferimento per molti.

 

I fedeli che la scoprono sono attratti dalla sua predicazione, dalla sua liturgia, dalla carità dei suoi sacerdoti, dalla qualità delle sue scuole, dall’atmosfera delle sue cappelle. E sempre più la Fraternità permette ai fedeli e ai sacerdoti di riscoprire i tesori della Chiesa. Questo è molto incoraggiante.

 

2. Che cosa ha la Fraternità San Pio X da offrire ai cattolici di oggi che non sia offerto dalle comunità Ecclesia Dei?

Le comunità un tempo legate alla Commissione Ecclesia Dei, che non esiste più come tale, offrono la liturgia tradizionale al loro livello e nel complesso dispensano un catechismo tradizionale. In apparenza, si potrebbe pensare che poco le distingua dalla Fraternità. Tuttavia, esse stesse insistono nel distinguersi dalla Fraternità, soprattutto in termini di obbedienza. Descrivono la Fraternità come animata da uno spirito tinto di sedevacantismo, che vive come se non dovesse rendere conto a nessuno, costituendo così un pericolo per l’unione ecclesiale e la fede dei suoi fedeli. Secondo loro, per semplificare un po’ le cose, pretendono di fare «dentro la Chiesa» quello che la Fraternità cerca di fare «fuori dalla Chiesa».

 

Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali, e comunque incapace di riconoscere il posto necessario e primordiale della Tradizione della Chiesa. Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante.

 

Ma c’è di più: il significato stesso del loro attaccamento alla Tradizione sta diventando impercettibile. Questa libertà limitata viene concessa loro in nome del carisma loro proprio, della propria preferenza liturgica o della propria sensibilità. Ciò comporta diverse conseguenze estremamente gravi.

 

In primo luogo, la Tradizione non viene più difesa come l’unico elemento necessario e indispensabile con diritti imprescrittibili nella Chiesa. Viene rivendicata come un bene preferibile. Si rivendica il diritto di usufruire della liturgia tradizionale, senza ricordare chiaramente che la liturgia moderna è inaccettabile perché corrompe la fede. Si rivendica il diritto di usufruire della dottrina tradizionale, senza ricordare chiaramente che questa Tradizione è l’unica garante dell’integrità della fede, escludendo qualsiasi orientamento che se ne discosti.

 

La Tradizione non può essere difesa come bene particolare di questa o quella comunità, che chiede solo il diritto di viverla per sé, a preferenza di qualche altro bene. La Tradizione deve essere difesa come bene comune di tutta la Chiesa e rivendicata come esclusiva per ogni cattolico. D’altra parte, al di là della precarietà della loro situazione, queste comunità sono condizionate nell’espressione pubblica della loro fede.

 

In particolare, è impossibile per loro opporsi a qualsiasi forma di liberalismo. E tuttavia non si può difendere efficacemente la Tradizione senza condannare allo stesso tempo gli errori che vi si oppongono. Tacendo su questi errori, dunque, si finisce per non percepirne più la nocività, assimilandoli a poco a poco senza rendersene conto.

 

Naturalmente, non stiamo giudicando qui il bene che questo o quel sacerdote può fare in questa o quella situazione, né lo zelo che può animarlo personalmente al servizio delle anime. Ma notiamo che la precarietà di queste comunità, e il condizionamento a cui sono state sottoposte nella pratica fin dalla loro fondazione, le priva oggettivamente della piena libertà di servire incondizionatamente la Chiesa universale.

 

Da parte sua, non lasciandosi intimidire da minacce o sanzioni, e dando alla Fraternità i mezzi per continuare la sua lotta per la Chiesa, Mons. Lefebvre ha risolutamente fornito alla Fraternità una vera libertà: non la falsa libertà di una desiderata indipendenza da ogni autorità umana, ma la vera libertà di lavorare solidamente e senza condizionamenti per la restaurazione della fede, del sacerdozio e della Messa.

 

Ai cattolici di oggi, la Fraternità offre una verità senza compromessi, predicata senza condizionamenti, con i mezzi per viverla appieno, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.

 

3. Secondo Lei, qual è l’ostacolo maggiore per chi è restio a partecipare alle Messe della Fraternità?

Il motivo che indubbiamente frena i fedeli attratti dalla liturgia tradizionale è l’apparente illegalità della nostra situazione canonica, il fatto che non siamo ufficialmente riconosciuti dall’autorità ecclesiastica. E questo ci riporta alla questione dell’obbedienza, accennata sopra.

 

Quello che dobbiamo capire è che, mentre essere riconosciuti e approvati dalle autorità è sempre auspicabile per un’opera della Chiesa, ci sono situazioni eccezionali in cui ciò non è assolutamente necessario.

 

La situazione della Fraternità dipende dalla situazione della Chiesa in generale, che da alcuni decenni sta vivendo una crisi senza precedenti. Lo stesso Papa Paolo VI ha parlato di autodemolizione della Chiesa. Purtroppo, ciò si spiega con l’incoraggiamento dato dalle massime autorità della Chiesa agli errori moderni, che all’epoca del Concilio Vaticano II, e nelle riforme successive, sono penetrati profondamente in tutta la Chiesa e hanno portato innumerevoli masse di fedeli ad abbandonare la fede. Tanto che, invece di preservare il deposito della fede per la salvezza delle anime e il bene comune di tutta la Chiesa, il Papa usò la propria autorità per demolire la Chiesa.

 

Mons. Lefebvre ha avuto l’immenso merito di rifiutare questa autodemolizione e di preservare con coraggio la Tradizione della Chiesa, rifiutando le novità distruttive e continuando a offrire alle anime i beni soprannaturali della dottrina, della Messa e dei sacramenti. Eppure fu proprio per questo motivo che l’autorità ecclesiastica decise di sanzionarlo, di sopprimere la sua opera e quindi di privarlo del riconoscimento canonico.

 

La posta in gioco in quel momento era niente meno che la salvaguardia della fede cattolica e della liturgia, espressione di questa fede. Di fronte a questo abuso di autorità, Mons. Lefebvre non poteva accettare di cessare il suo lavoro. Farlo sarebbe stato abbandonare i fedeli, che sarebbero stati privati della sana dottrina e della liturgia tradizionale, e lasciati senza guida agli errori moderni.

 

Monsignore comprese che la soppressione della Fraternità era un abuso di autorità, che comprometteva seriamente il bene della Chiesa. L’autorità è data al Papa per preservare il bene della Chiesa, non per comprometterlo. E l’obbedienza gli è dovuta quando si tratta di collaborare al bene della Chiesa, non quando si tratta di collaborare alla sua rovina.

 

Di conseguenza, e suo malgrado, Mons. Lefebvre ha avuto il coraggio di non obbedire… per obbedire. Egli, ricordando che per volontà di Nostro Signore Gesù Cristo la salvezza delle anime è la prima legge della Chiesa, dalla quale dipendono tutte le altre leggi canoniche, ha preferito obbedire a questa prima legge, a rischio di essere respinto dalla sua gerarchia, piuttosto che disobbedire ad essa sottomettendosi ai divieti che gli piombavano addosso. «Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».

 

Purtroppo, la situazione è ancora oggi la stessa e la Fraternità continua a mettere al primo posto il bene delle anime e il bene della Chiesa, senza preoccuparsi di intimidazioni o critiche. Sarebbe molto felice di essere approvata dall’autorità suprema: sarebbe un segno che l’autorità abbia ritrovato il senso della sua missione e capisca qual è il vero bene della Chiesa.

 

E sarebbe molto felice di poter continuare a servire la Chiesa nella legalità canonica. Ma finché il prezzo di questa legalità è l’accettazione dell’inaccettabile, degli errori che demoliscono la Chiesa e della liturgia che corrompe la fede, preferisce continuare a lavorare sotto l’ingiusta disapprovazione che la colpisce, piuttosto che tradire la Chiesa e le anime che trovano rifugio nelle sue cappelle.

 

4.Qual è il modo migliore per le famiglie di beneficiare di ciò che la Fraternità San Pio X ha da offrire?

Le famiglie sono una preoccupazione particolare per la Fraternità, perché in esse nascono e crescono le vocazioni e, in esse, nascono coloro che formeranno le famiglie di domani. Stabilendosi vicino ai nostri priorati, le famiglie beneficiano di una ricca vita parrocchiale, nutrita dai sacramenti, scandita dalla preghiera e animata da molte altre famiglie, che formano un confortante tessuto di aiuto reciproco e di carità cristiana.

 

Più una famiglia è coinvolta nella vita di una cappella o di un priorato, più essa diventa forte e luminosa. L’altare diventa naturalmente un punto di riferimento per loro e la fonte della loro vita spirituale; la devozione che dimostrano permette loro di crescere in generosità; e a poco a poco la vita liturgica e sacramentale li distacca dallo spirito del mondo e favorisce il fiorire delle virtù cristiane.

 

Naturalmente, vanno menzionate anche le scuole gestite dalla Fraternità o dalle comunità ad essa legate, dove si cerca di formare uomini e donne completi, sia dal punto di vista intellettuale e fisico, sia da quello morale e soprannaturale. Queste scuole, anche se imperfette come tutte le opere umane, sono comunque delle vere e proprie benedizioni per le famiglie.

 

Infine, vorrei menzionare il Terz’Ordine della nostra Fraternità, che offre, soprattutto alle famiglie, un quadro spirituale molto solido per guidare i genitori nei loro vari doveri, e in particolare nella loro missione educativa. Attraverso questa affiliazione più diretta, i fedeli beneficiano di tutte le grazie della Fraternità acquisite attraverso le preghiere e i meriti dei suoi membri, e la sostengono spiritualmente nella sua lotta per la Chiesa. Questo, aggiunto alla loro personale fedeltà agli impegni molto semplici della loro regola, è un grande sostegno per la loro santificazione personale e per quella di tutta la loro famiglia.

 

5. Qual è il pericolo più grande che i cattolici tradizionali devono affrontare oggi? Dove sono più vulnerabili?

La prima cosa che mi viene in mente è la minaccia dello spirito del mondo, fatto di comodità, materialismo, sensualità e mollezza. I nostri fedeli, e gli stessi membri della Fraternità, sono uomini come tutti gli altri, feriti dal peccato originale, ed è importante non sottovalutare ingenuamente la possibile corruzione della vita cristiana nell’anima di ogni cattolico, sia per il rispetto umano, sia per l’indifferenza, l’egoismo o l’impurità.

 

Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere noi stessi, e in particolare i giovani, da questa corruzione. Ciò significa studiare i problemi concreti che dobbiamo affrontare oggi, in particolare a causa dell’accesso diffuso a Internet, che troppo spesso è una cloaca morale e ideologica.

 

L’invasione degli schermi e il loro uso incontrollato devono essere oggetto di uno studio serio, affinché ci sia la consapevolezza dei problemi che pone e la messa in atto di reazioni sane per limitare i danni e prevenirli ulteriormente.

 

Un altro punto da sottolineare, forse, tra i fedeli da sempre tradizionalisti, è il rischio di addormentarsi nella comodità di una situazione acquisita grazie agli sforzi dei più anziani. Si tratta del pericolo del rilassamento. A me sembra che, al contrario, gli sforzi dei nostri anziani ci obblighino ad essere più generosi.

 

Le maggiori possibilità che abbiamo oggi di accedere ai tesori della Messa e della Tradizione ci sono date per permetterci di viverli sempre più pienamente. Non per rilassarci e riposare sugli allori. Ci sono ancora tante anime da salvare e la lotta per salvarle è più forte e necessaria che mai. Il tempo e le strutture a nostra disposizione devono incoraggiarci a lavorare ancora più intensamente alla nostra santificazione e allo sviluppo delle opere apostoliche.

 

Abbiamo bisogno di una grande generosità in questo senso e soprattutto di un modo di essere apostoli assolutamente e risolutamente soprannaturale.

 

Forse l’ultimo pericolo è quello di vivere nella comodità intellettuale di chi sa di avere ragione e arriva a giudicare con disprezzo «quelli che hanno torto». Da un lato, il bisogno di educazione è universale, e spesso sbagliamo a credere che non abbiamo più nulla da imparare.

 

Al contrario, è essenziale continuare a imparare su argomenti importanti, dove ogni cattolico ha il dovere di essere illuminato per illuminare gli altri. D’altra parte, è sempre deleterio giudicare gli altri come inferiori con il pretesto che hanno ricevuto meno.

 

Al contrario, un cattolico degno di questo nome e animato da autentica carità dovrebbe avere a cuore di accogliere con benevolenza chi è nell’ignoranza, per poterlo aiutare a progredire nella scoperta della vera fede. Una carità vissuta, benevola e paziente, fa molto di più per diffondere la fede di un discorso erudito che è irto di critiche sgradevoli e disdegnose.

 

6.Lei è già a metà del suo mandato di Superiore Generale. Quali sono le sue riflessioni sui sei anni trascorsi?

Una delle cose che mi ha colpito di più degli ultimi sei anni è la generosità dimostrata dai nostri sacerdoti nel loro apostolato, e che hanno saputo dimostrare in particolare durante la crisi pandemica del COVID. Con prudenza, hanno saputo correre alcuni rischi appropriati, a volte con grande inventiva, per rispondere nel miglior modo possibile ai bisogni delle anime.

 

Questo periodo ha mostrato la capacità della Fraternità di trovare risposte proporzionate a una situazione eccezionale, mettendo al primo posto il bene spirituale dei fedeli. È stata una bella illustrazione del principio sopra ricordato: «la salvezza delle anime è la prima legge della Chiesa».

 

Il motu proprio Traditionis custodes è stata un’altra importante lezione degli ultimi anni. Questo testo, che si inserisce logicamente nella prospettiva dell’attuale pontificato, ha dimostrato ancora una volta, e in modo definitivo, la grande prudenza e la profonda saggezza della decisione presa da Mons. Lefebvre nel 1988: procedendo alle consacrazioni nonostante l’assenza di un mandato pontificio, egli ha davvero dato alla Fraternità i mezzi per perseguire la sua missione di «custode della Tradizione».

 

Oggi, l’attualità di questa scelta è indiscutibile. Dove saremmo senza i nostri vescovi? Dove sarebbe la Tradizione nella Chiesa? E chi altro oggi ha la libertà che abbiamo noi di vivere pienamente i tesori della Chiesa? Senza dubbio la crescita del nostro apostolato si spiega alla luce di questa constatazione.

 

7. Lei parla dei nostri vescovi e credo che tutti abbiamo in mente la triste scomparsa di Mons. Tissier de Mallerais. Cosa significa questa dipartita per la Fraternità? Può dirci quali conseguenze ha sui mezzi a disposizione della Fraternità per perseguire la sua missione? In altre parole, tornando al fatto che Lei è arrivato alla metà del suo mandato, come vede i prossimi sei anni?

 

La morte di Mons. Tissier de Mallerais è uno degli eventi più significativi della storia della Fraternità. Un’intera pagina della nostra storia viene voltata ed entra nell’eternità. Ma che pagina magnifica! Mons. Tissier è stato presente fin dall’inizio, fin dalle prime ore dell’epopea di Mons. Lefebvre. Ha vissuto intimamente con il nostro fondatore, condividendo con lui le gioie e i dolori che hanno accompagnato la crescita della Fraternità, fino a quando è stato scelto come uno dei quattro vescovi che gli sono succeduti.

 

E tutta la sua vita è stata una vita di fedeltà ardente e coraggiosa alla battaglia per la fede, alla missione della Fraternità. Per la Chiesa, per le anime, fino alla fine. Andò persino oltre le sue forze. La sua generosità e il suo zelo lo portavano più lontano di quanto potessero fare i suoi passi. Aveva anche una passione unica per parlarci di Mons. Lefebvre e della storia della Fraternità. Ci manca la sua presenza. Ma siamo fieri di Mons. Tissier de Mallerais. Fieri del nostro vescovo e dell’esempio che ci lascia.

 

È evidente che la Provvidenza ci parla attraverso questo evento. È chiarissimo che questa morte solleva la questione della continuità dell’opera della Fraternità, che ora ha solo due vescovi, e la cui missione per le anime sembra più necessaria che mai, nei tempi di terribile confusione che la Chiesa sta vivendo oggi. Ma la questione può essere affrontata solo nella calma e con la preghiera. Seguendo l’esempio di Mons. Lefebvre, la Fraternità si lascia guidare dalla Provvidenza, che ha sempre indicato chiaramente le strade da seguire e le decisioni da prendere.

 

Oggi, come in passato, questa Provvidenza ci guida. Il futuro è nelle sue mani, quindi seguiamola con fiducia. Quando sarà il momento, sapremo assumerci in tutta coscienza le nostre responsabilità. Di fronte alle anime e ai membri della Fraternità. Di fronte alla Chiesa. Di fronte a Dio. Restiamo in pace e affidiamoci semplicemente alla Madonna.

 

Per quanto riguarda il futuro, più in generale, spero vivamente che i prossimi anni vedano sacerdoti e fedeli attribuire maggior importanza a una questione vitale: le vocazioni. Non solo per ciò che riguarda i mezzi per attirare sempre più nuove leve al servizio di Cristo, sia nella vita sacerdotale che in quella religiosa, ma anche riguardo ai mezzi per garantire la perseveranza delle vocazioni.

 

E credo che dobbiamo capire in particolare che dobbiamo pregare di più. Sì, pregare. Pregare perché Dio mandi operai nella sua messe, perché essa è abbondante e gli operai invece sono pochi. E pregare per ringraziare delle vocazioni già ricevute, perché gli ultimi anni sono stati molto incoraggianti da questo punto di vista.

 

L’ideale della santità deve attirare sempre più anime consacrate, ed essere sempre più allettante per i nostri giovani. Le anime aspettano. Hanno sete. Hanno bisogno di legioni di apostoli. E questi apostoli, pastori o anime contemplative, solo Dio può suscitarli.

 

Perciò dobbiamo pregare Dio che chiami, e che le anime generose siano aperte alla sua voce e rispondano fedelmente. Chiediamo questa grazia soprattutto alla Vergine Immacolata, a Nostra Signora della Compassione, madre dei sacerdoti e modello delle anime religiose.

 

Dio vi benedica.

 

Don Davide Pagliarani

Superiore Generale della FSSPX

 

The Angelus, novembre-dicembre 2024

 

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Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

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Gender

Rapporto del Sinodo suggerisce che le relazioni omosessuali non sono peccato

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Un rapporto della Segreteria Generale del Sinodo del Vaticano, pubblicato martedì, propone una ridefinizione dell’omosessualità, avallando senza riserve la testimonianza secondo cui «il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» ma nella «mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».   Il Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità, incaricato dal Vaticano, ha reso pubblica il 5 maggio la sua Relazione Finale, intitolata «Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». Sotto il titolo «Adottare un approccio sinodale al discernimento: una proposta per l’attuazione nelle Chiese locali», il documento di 32 pagine si basa sulle testimonianze dell’«esperienza vissuta» di due persone con attrazione per lo stesso sesso per «favorire la promozione del discernimento pastorale».

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Inquadrando le due testimonianze come «esperienze di bontà» che costituiscono «fasi successive di sviluppo negli individui coinvolti», il documento rileva la presunta «scoperta da parte del protagonista della prima testimonianza che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» a seguito dei presunti «effetti devastanti delle terapie riparative volte a recuperare l’eterosessualità».   Il documento prende di mira in particolare Courage, un gruppo cattolico nato per sostenere le persone con attrazione per lo stesso sesso che desiderano vivere in castità e in conformità con l’insegnamento della Chiesa. Citando una testimonianza che descrive «membri problematici» del gruppo, il rapporto definisce l’approccio di Courage come «terapia riparativa» e lo condanna per avere «l’effetto di separare la fede dalla sessualità».   Più avanti nel testo, il Gruppo di Studio 9 presenta il matrimonio come una questione aperta riguardo alle «relazioni» tra persone dello stesso sesso e afferma che le soluzioni a questi interrogativi «non possono essere anticipate con formule prestabilite». Sotto il titolo «Possibili percorsi e interrogativi per il discernimento sinodale», il gruppo suggerisce che, «ascoltando la Parola di Dio vissuta nella Chiesa», è «necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di ‘matrimonio’ in relazione a persone con attrazioni omosessuali».   Lasciando la questione aperta, il documento si chiede se le «relazioni» omosessuali possano essere considerate equivalenti «all’unione coniugale eterosessuale», nonostante «l’evidente impossibilità della procreazione».   «Di conseguenza, dobbiamo chiederci come la comunità cristiana sia chiamata a interpretare e ad affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nell’ambito della vita familiare, ecclesiale e sociale, in relazione alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso», afferma il documento.   Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, ha affermato che il rapporto «offre strumenti concreti per affrontare le questioni più difficili senza fuggire dalla complessità: ascoltare le parti interessate, interpretare la realtà e mettere a confronto diverse forme di conoscenza».   «È il metodo sinodale applicato alle situazioni più complesse», ha affermato Grech. A prescindere dal rapporto, la Chiesa cattolica insegna che l’attività omosessuale è un peccato mortale e che le inclinazioni omosessuali sono «oggettivamente disordinate».   Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma al numero 2357: «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

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«Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» continua il CC al numero 2358.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa emerse che un certo numero di cardinali e altri membri del Sinodo sulla sinodalità avevano partecipato a un evento pro-LGBT ospitato dal gesuita padre James Martin, e dal suo gruppo Outreach a Roma.   Nel 2022 un sito web del Sinodo sulla sinodalità, legato al Segretariato generale del Sinodo dei vescovi, lo scorso venerdì ha descritto come lodevoli tre storie di adozione LGBT.   Il compianto cardinale australiano George Pell, morto nel 2023 dopo un intervento chirurgico, in un memorandum firmato con pseudonimo aveva descritto il Sinodo come «incubo tossico».

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Spirito

Il nunzio apostolico in Polonia conferisce la Cresima tradizionale a 50 fedeli

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Il nunzio apostolico in Polonia ha amministrato sabato il sacramento della Confermazione secondo il rito tradizionale, diventando uno dei pochi vescovi al mondo a impartire questo sacramento nella forma più antica. Lo riporta LifeSite.

 

L’arcivescovo Antonio Guido Filipazzi ha cresimato 50 fedeli nella chiesa camaldolese, parrocchia di Varsavia, come riferito lunedì da Rorate Caeli. Ha presenziato anche alla celebrazione della Messa tradizionale in latino.

 

Una celebrazione del genere del rito tradizionale della Cresima rappresenta ormai un evento raro nella chiesa conciliare. Dopo che papa Francesco ha introdotto severe restrizioni alla Messa della tradizione con il motu proprio Traditionis Custodes, il Vaticano ha pubblicato una Responsa nel dicembre 2021 che limita ulteriormente l’uso dei sacramenti tradizionali.

 

 

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Il documento escludeva espressamente la possibilità per i vescovi di autorizzare l’uso del Pontificale Romanum, che contiene i riti della Confermazione e dell’Ordinazione sacra. Tuttavia, in seguito sono emersi casi in cui alcuni vescovi hanno concesso a comunità come la Fraternità San pietro (FSSP) il permesso di amministrare le cresime secondo il rito tradizionale.

 

La Responsa vaticana del 2021 ha inoltre stabilito che i vescovi diocesani possono autorizzare solo gli altri sacramenti tradizionali presenti nel Rituale Romano, e che tale autorizzazione deve essere concessa esclusivamente nelle «parrocchie personali canonicamente erette», come quelle dell’Istituto di Cristo Re, della FSSP o dell’Istituto del Buon Pastore.

 

La FSSPX procede in tranquillità alle cresime tradizionali dei fedeli con i suoi vescovi. Solo sabato scorso a Padernello (provincia di Treviso), monsignor Bernardo Fellay ha cresimato almeno 60 fedeli in una chiesa gremita al punto che molte persone hanno dovuto seguire la cerimonia dalla piazza.

 

La chiesa, dapprima concessa alla FSSPX come accaduto per le cresime dell’anno scorso, ad un certo punto era stata negata dal vescovo, che poi però è ritornato sui suoi passi.

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Spirito

La biografa di papa Leone afferma che il pontefice sta ancora valutando la decisione sulla messa in latino

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Elise Ann Allen, autrice della biografia di papa Leone XIV, durante una conferenza tenutasi la settimana scorsa sera al St. Vincent College in Pennsylvania, ha dichiarato che, sebbene il 267° pontefice non abbia ancora deciso sul futuro della Messa in rito antico, si prenderà il tempo necessario per prendere una decisione che promuova l’unità nella Chiesa. Lo riporta LifeSiteNews.   La Allen, corrispondente di Crux che conosce il Prevost dal 2018 ed è stata la prima giornalista a ottenere un’intervista con lui lo scorso anno, ha dichiarato a LSN che il pontefice non ha ancora preso una decisione sul futuro della Messa tridentina e che in precedenza le aveva detto di essere nella «fase di ascolto», non volendo affrettare la sua decisione su una questione così importante, sottolineando che Leone, da lei descritto come una persona che non si inserisce facilmente in nessuna categoria ideologica, è aperto a diverse prospettive sulla Messa Tridentina e desidera giungere a una soluzione che promuova l’unità all’interno della Chiesa.   «Leone è il classico “uomo di centro”», ha detto Allen a LifeSite. «È una persona che, per la sua personalità e per la sua esperienza di vita, non si adatta facilmente alle nostre categorie tradizionali di sinistra, destra, o quando pensiamo a… progressista o tradizionalista, non rientra in queste categorie perché ha un background così variegato».

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«Quindi, quando lo osserviamo, penso sia difficile inquadrarlo e definirlo da quella prospettiva», ha aggiunto. «E penso che, se consideriamo ciò che intende fare, sia un uomo di grande equilibrio, un uomo che cerca l’unità al di sopra di ogni altra cosa».   Riguardo a ciò che papa Leone potrebbe fare in merito alle attuali restrizioni sulla Messa in latino imposte dal motu proprio Traditionis Custodes di papa Francesco del 2021, Allen ha sottolineato di non saperlo ancora e che continuerà ad ascoltare diverse prospettive.   «In questo momento, è nella fase di ascolto. Questo è ciò che mi ha detto», ha affermato. «Papa Leone è molto chiaro sul fatto di non voler fare le cose in fretta. Capisce che si tratta di una questione controversa; capisce che le persone hanno sentimenti molto forti al riguardo».   In effetti, come notato da e riportato da InfoVaticana, dall’agosto 2025 Papa Leone ha tenuto circa un’udienza al mese con i sostenitori della Messa tridentina, tra cui il vescovo Athanasius Schneider e i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah. Queste udienze potrebbero indicare che il pontefice sta cercando una soluzione favorevole alla divisione liturgica nella Chiesa latina.   La Allen ha osservato che, sebbene il pontefice americano non abbia problemi con il fatto che alcuni fedeli siano più attratti dalla Messa in latino rispetto al Novus Ordo Missae, è preoccupato che l’«ideologia» si stia insinuando in questo dibattito liturgico.   Qui, la Allen si riferisce probabilmente ai fedeli che partecipano alla Messa in latino e non accettano il Concilio Vaticano II o negano che Leone sia il pontefice legittimo.   A marzo, Leone XIII ha avuto un’udienza con i professori Stephen Bullivant e Stephen Cranney, due eminenti sociologi che hanno pubblicato uno studio in cui si dimostra che la stragrande maggioranza dei fedeli che partecipano alla Messa in latino accetta la dottrina cattolica e il Concilio Vaticano II. Forse questo incontro ha alleviato alcune delle preoccupazioni del Santo Padre riguardo all’«ideologia» dei fedeli devoti alla Messa in latino.   Allen ha inoltre sottolineato che, in definitiva, papa Leone adotterà un proprio approccio alla Messa Tridentina, diverso da quello del suo predecessore Papa Francesco, o dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI prima di lui, e si prenderà il tempo necessario per prendere decisioni che promuovano l’unità tra i fedeli e non un’ulteriore polarizzazione.   «Troverà la sua strada, ma… la via da seguire per lui sarà quella che porterà unità e non divisione», ha affermato. «(Leone) cercherà di capire come possiamo andare avanti in un modo che porti maggiore unità nella Chiesa e non sia fonte di ulteriore polarizzazione e divisione».   «Ci vorrà del tempo per capirlo, quindi penso che lui lo comprenda e vedremo cosa farà in futuro. Ma al momento, è stato descritto come un ottimo ascoltatore, ed è quello che sta facendo», ha aggiunto.   Durante il suo primo anno di pontificato, papa Leone ha inviato segnali contrastanti sulla possibilità di allentare le restrizioni della Traditionis Custodes.   Da un lato, Leone XIII ha permesso al cardinale Burke di celebrare una Messa in latino all’interno della Basilica di San Pietro per il pellegrinaggio Summorum Pontificum del 2025 lo scorso autunno, dopo che il Vaticano di Papa Francesco aveva vietato la celebrazione di Messe all’interno della basilica per i pellegrinaggi del 2023 e del 2024.   Il Vaticano di Leone XIII ha inoltre concesso due proroghe biennali per le Messe in latino nella diocesi di Cleveland e in una parrocchia del Texas, prima della loro soppressione ai sensi della Traditionis Custodes.   Il pontefice ha inoltre ripetutamente auspicato un rinnovato rispetto liturgico e ha riferito al vescovo Schneider di aver incontrato, durante un’udienza privata a dicembre, alcuni giovani che si sono convertiti alla fede grazie alla partecipazione alla Messa in latino.   D’altro canto, sotto il pontificato di Leone, diversi vescovi, come il vescovo Michael Martin a Charlotte, nella Carolina del Nord, e il vescovo Mark Beckman a Knoxville, nel Tennessee, hanno potuto imporre ampie restrizioni alla Messa tridentina. Martin ha addirittura vietato l’uso di balaustre e inginocchiatoi per la ricezione della Santa Comunione.

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Il Dicastero per il Culto Divino di papa Leone ha annunciato questa settimana di aver avviato un esame di un ricorso contro Martin per il suo «apparente rifiuto» di rispondere a «richieste riguardanti questioni liturgiche».   Il pontefice ha inoltre confermato il cardinale Arthur Roche come prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, figura centrale nell’attuazione della Traditionis Custodes. Durante il concistoro straordinario di gennaio, il Roche ha distribuito ai cardinali un documento che ribadiva le restrizioni, sostenendo che la Messa Novus Ordo è l’unica espressione del rito romano.   Il Vaticano di Leone XIII si è mostrato ostile anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) dopo l’annuncio, avvenuto a luglio, dell’intenzione di consacrare nuovi vescovi. All’inizio di questa settimana, la giornalista vaticana Diane Montagna ha riferito che il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), avrebbe già preparato un ordine di scomunica per la Fraternità qualora questa procedesse con le consacrazioni.

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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