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Il Natale degli orfani della Signora blu

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In Italia, ogni anno la TV a Natale ripropone ciclicamente un film, Una poltrona per due – una commedia, neanche troppo irresistibile, con Eddie Murphy e Dan Aykroid. Non è chiaro perché sia così, ma è oramai tradizione. Nei Paesi slavi ex comunisti il film di Natale par excellence è Mamma ho perso l’aereo, forse perché si trattava di uno dei primi film occidentali che, con la caduta del muro, furono liberamente distribuiti nelle terre dietro la vecchia Cortina di ferra (quella nuova, lo sappiamo, è peggio. Anche Renovatio 21 ha il suo classico: come ogni anno, ripubblichiamo l’articolo sulla storia degli orfani di Miami e le loro incredibili, struggenti, credenze. È un racconto su cui riteniamo opportuno riflettere profondamente, anche quest’anno, e soprattutto in quest’ora. Si tratta di una narrazione che potrebbe non essere del tutto frutto dell’immaginazione. Questo racconto, ancor oggi, continua a rivolgersi direttamente allo spirito del nostro tempo, nonostante l’anno di sofferenza e distruzione, visibile e invisibile, che abbiamo attraversato. Buon Natale, cari lettori – Buon Natale a voi e alle vostre famiglie.

 

 

Natale: nell’immaginario che ciascuno si porta dietro dall’età infantile, c’è una buona dose di storie a base di bambini senza casa abbandonati al freddo e alla crudeltà della società sino alla redenzione fiabesca: la piccola fiammiferaia, i bambini di Dickensl’orfanella e le stelle d’oro, la stessa leggenda di San Nicola poi trasformatosi nella persistenza della cultura popolare nel tizio chiamato «Babbo Natale».

 

Mi sono talvolta chiesto, specie durante il Santo Natale quale idea del Creatore e del creato possa avere un bambino orfano, cioè un piccolo essere umano al picco della sua immaginazione – e quindi della sua devozione potenziale. Come l’innocenza può spiegarsi l’ammasso di dolore ed irrazionalità di un mondo tremendo, se non è neanche minimamente schermata dalla presenza dei genitori?

 

Una risposta mi arrivò, tempo addietro, dalla lettura di un articolo di un giornale statunitense.

 

Nel giugno 1997 la giornalista Linda Edwards pubblicò una storia nel Miami New Times con il titolo Myths Over Miami («Le leggende sopra Miami») in cui elencava una serie di racconti vividi uditi da bambini senzatetto della grande città della Florida.

 

La Edwards intervistò i piccoli vagabondi nei rifugi dei barboni e lungo le strade, facendo una scoperta sensazionale: una mitologia, una religione segreta sorprendentemente coerente era stata elaborata con grande dettaglio dal mondo degli orfani. Secondo la giornalista, questa sorta di canone teologico era condiviso da tutti i bambini senzatetto di età inferiore ai 10 anni, e probabilmente – scriveva – non solo a Miami, ma in tutti gli Stati Uniti, con esempi da Chicago e Oakland, in California.

 

Queste storie rappresentavano, e rappresentano tuttora, «un esempio eclatante di “poligenesi”, termine usato dagli studiosi di folclore per designare l’apparizione simultanea di storie vivide e simili in luoghi lontani fra loro». Un caso che conferma idee come quella dell’inconscio collettivo proposto da Carl Gustav Jung.

 

Un bambino disegna l’assalto dei demoni al palazzo di Dio avvenuto qualche Natale fa

 

Trasmessa per via orale da bambini nei rifugi per homeless, tale religione – a cui talvolta ci si riferisce come secret stories, «storie segrete» – era un miscuglio ricco e bizzarro, carico di orrore e pericolo imminente. Agli occhi dello studioso delle religioni essa appare come uno strano, struggente, disperato culto gnostico. Le leggende si accompagnavano a rituali e credenze per evocare o contenere le forze demoniache, che erano tremende e quotidianamente attive nella vita di strada.

 

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11 settembre in Paradiso

Secondo l’articolo, questi bambini credevano che la notte di Natale di qualche anno prima i demoni avessero assaltato il cielo, mandando in frantumi il palazzo di marmo di Dio e facendolo fuggire; da allora Dio non era mai più tornato, di lui non si hanno notizie, forse è esiliato da qualche parte. Di conseguenza, sono rimasti solo gli angeli a difendere ciò che era rimasto del Cielo e della Terra dopo questo repentino golpe demoniaco.

 

Il disastro – una sorta di 11 settembre in Paradiso – fu tenuto segreto dal resto del mondo, ma i bambini senzatetto furon stati allertati dai parenti morti che, come spiriti, avevan il compito di trasmettere la notizia. In particolare, i genitori o i fratelli morti, per il credo degli street children, appaiono in alcuni momenti per guidare i vivi: non vengono dall’aldilà.

 

Tali spiriti (i bimbi evitano la parola ghost, che secondo loro richiama baggianate della cultura popolare come il fantasmino Casper, preferendo sempre il termine spirit) nel quale la religione degli scugnizzi americani non crede, al massimo risiedono in una sorta di campo di base degli angeli da qualche parte nelle foreste paludose delle Everglades, un luogo magico custodito da alligatori giganti che divorano gli intrusi e dove scorre un fiume di acqua limpida, fredda e potabile.

 

Per assicurarsi che i cari defunti arrivassero lì, una foglia di palma fresca doveva essere posta sulle loro tombe per fungere da pass per l’ingresso nell’accampamento angelico.

 

L’orfano Andre disegna la base degli angeli nelle Everglades, con un fiume gelido di acqua potabile e immensi alligatori a fare da guardiani

 

I parenti morti agiscono quindi come intermediari tra gli angeli e i bambini, portano notizie dalla battaglia contro i demoni. Questi spiriti hanno le esatte fattezze di quando erano vivi, persino indossano i medesimi vestiti, ma possiedono intorno a loro lievi aureole colorate. All’inizio, uno spirito non può che muovere le labbra senza produrre suoni, ma alla fine, mentre imparano a comunicare dal mondo degli spiriti, possono essere ascoltati, avvertendo e consigliando i bambini. Un bambino ha raccontato di suo cugino morto manifestandosi per congratularsi con lui per aver vinto una gara di spelling in un rifugio, per poi mostrargli una scorciatoia per la sua scuola elementare che evitava i branchi di ubriachi e avvertendolo della fuga di Satana dalla sua prigione.

 

Un altro caso straziante è quello di Miguel, un bimbetto di otto anni. Suo padre, un immigrato nicaraguense, faceva il turno di notte in una stazione di servizio di Miami. Miguel camminava sempre per strada da solo per portare a suo padre una bibita proprio prima di andare a letto, così da fare due chiacchiere con il papà. Poi una notte il padre fu assassinato: «la polizia dice che i ladri hanno lasciato dei fiammiferi accesi sopra di lui prima di ucciderlo», ricorda Miguel.

 

Miguel disegna lo spirito di suo padre assassinato mentre gli trasmette delle rivelazioni

 

La madre di Miguel non parlava inglese ed era analfabeta. Spesso veniva pagata meno di due dollari l’ora per i lavori temporanei che poteva trovare a Little Havana (lavare i pavimenti dei negozi, lavare i piatti nei ristoranti). Dopo la morte del marito, perse il suo appartamento. A prescindere da dove dormissero Miguel e la sua famiglia orfana (i bancali di una chiesa, un letto di rifugio, un marciapiede), lo spirito di suo padre appariva, insanguinato e bruciato in ogni parte del corpo da minuscole fiammelle.

 

Gli insegnanti di Miguel lo acchiappavano spesso mentre scappava dalla sua scuola nel centro di Miami, con i suoi piccoli pugni pieni di verdi foglie di palma, determinato a trovare la tomba di suo padre. Quando alla fine un assistente sociale lo portò al cimitero, Miguel si rifiutò di offrirle spiegazioni. «Ho bisogno di mio padre per trovare gli angeli» disse Miguel alla Edwards in una struttura caritatevole dell’Esercito della Salvezza situata vicino al quartiere di Liberty City. «Andrò lì quando verrò ucciso».

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Satana e le porte dell’Inferno

Come risultato della scomparsa di Dio, i demoni trovarono delle «porte d’accesso» al mondo umano. I bambini credono che questi portali si nascondano in frigoriferi abbandonati, Jeep Cherokees con finestre oscurate, specchi e «la città fantasma», cioè come essi chiamano un cimitero nella contea di Dade. Attraverso le «porte», i demoni (chiamati proprio in questo modo: ogni wicked spirit, «spirito cattivo», è definito «demone») vengono a sfamarsi: essi si cibano delle emozioni disforiche degli umani. Gelosia, odio e paura.

 

Satana aveva un odio speciale per Miami a causa di un’umiliazione che aveva sofferto lì mentre era in perlustrazione alla cerca di porte di accesso per i suoi demoni. Satana non ebbe problemi ad infiltrarsi tra la gente benestante di South Beach, nonostante fosse coperto di scaglie d’oro e d’argento; i bimbi ritengono che «la gente ricca talvolta può essere davvero stupida e venire fregata». Il demonio trovò una delle sue possibili bocche dell’Inferno sotto un edificio sul lungo di Ocean Drive, l’Hotel Colony.

 

Tuttavia, mentre era intento a corrompere il proprietario con 10 Mercedes, Satana fu catturato dagli angeli e intrappolato sotto il fiume che scorre attraverso Miami. A causa di questo, la sua pelle diventò di colore bordeaux, le corna crebbero dalla sua testa e il fiume bollì e si trasformò in sangue, mentre le urla spettrali dei bambini che aveva assassinato risalirono dalle sue profondità.

 

Il Colony Hotel, dove gli angeli vanno a cibarsi delle luci dei neon. [Credit Jason Ferguson (CC BY-NC-ND 2.0)]

Ma, dicono le storie segrete, Satana non rimase intrappolato a lungo. Scappò dalla sua prigione fluviale per tornare alla sua opera di devastazione. Allineati contro l’esercito di demoni erano gli angeli, che amano i neon abbondanti di Miami perché ne mordicchiano la luce per permettere loro di volare.

 

Le pallottole della Signora Blu

La principale figura di questo esercito di creature del bene è la Blue Lady, che ha la pelle pallida e vive nell’oceano; non può usare il suo potere per contrattaccare i maligni liberamente, però, perché a causa di un incantesimo demoniaco bisogna conoscere il suo nome segreto per riuscire ad evocarla – e purtroppo in pochi conoscono quel nome.

 

Phat, 9 anni, disegna la Blue Lady mentre difende i bambini da demoni armati

 

«Se tu e i tuoi amici siete su un angolo di una strada quando una macchina viene sparando proiettili e un bambino urla il suo vero nome, tutti saranno al sicuro – racconta una delle fonti di Linda Edwards, un bimbetto di nome Andre – anche se le pallottole ti strappano la pelle, la Blue Lady le fa cadere a terra. Lei può parlare con noi, anche senza che venga pronunciato il suo nome. Lei dice “tieni duro”».

 

Un’altra ragazza ha descritto di aver visto la Signora Blu, con fiori che scendono dalle sue braccia, e i disegni dei bambini spesso la mostrano mentre protegge i bambini sparando con la rivoltella a demoni e gangster.

 

Una volta che hanno visto la faccia di un bambino, sia la Blue Lady che i demoni possono sempre trovarli di nuovo. Lo stesso vale per gli spiriti. I bambini vivevano nella paura della più terrificante figura in questa orda di demoni. Essa era chiamata con una espressione spagnuola: La Llorona, cioè «colei che piange». È conosciuta anche come Bloody Mary, un demone di tale potenza da essere temuta dagli angeli e persino dallo stesso Satana.

 

Un bambino disegna Bloody Mary e le sue lacrime di sangue

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La madre sanguinaria

La Llorona, o Bloody Mary, piange sangue o lacrime nere da orbite vuote e si nutre del terrore dei bambini. Credevano che se si svegliassero di notte e la vedessero, sarebbero stati segnati a morte. Una bambina di 10 anni di nome Otius, descrisse come Bloody Mary predava i bambini: «Alcune ragazze senzatetto sentono le unghie graffiare sulla pelle delle loro braccia. La loro mano sembra un fuoco rosso. È Bloody Mary che le trascina in schiavitù – facendole entrare nelle gang, facendole divenire pazze».

 

Bloody Mary può essere evocata in una stanza buia cantando il suo nome davanti a uno specchio cosparso di acqua dell’oceano; e quando arriva, fa esplodere i vetri mutilando le sue vittime prima di ucciderle. I bambini credevano che portasse un rosario rosso che usava come arma, colpendo i bambini in faccia per ucciderli. I bambini credevano anche che lei fosse la grande alleata di Satana. Secondo le storie segrete, aveva ucciso il suo stesso bambino e aveva quindi giurato di uccidere tutti i bambini umani.

 

C’era tuttavia una solida speranza: su 1.000 ragazze senzatetto, una era definita la Special One, una bambina intelligente, coraggiosa, pura, una bambina che poteva fungere da esempio per le altre. Bloody Mary non poteva toccarla, e in sua presenza fuggiva, lasciando intravedere un volto grazioso e luminoso nella sua scia, cioè l’immagine di come era prima che fosse consumata dal male.

 

In una allucinante, rivoltante distorsione blasfema, i bimbi credevano che Dio, negli ultimi giorni prima di fuggire dal Cielo, fosse stato quasi sopraffatto da tutte le crisi sulla Terra create da Bloody Mary, e questa distrazione le permise di prendere d’assalto le mura con il suo esercito di demoni e cacciare fuori Dio; ma che non era solo questo che fece fuggire Dio – lo fece, impazzito dal dolore, quando realizzò la vera identità di Bloody Mary: la Madre di Cristo. Era così sconvolto, che era fuggito per non farsi più trovare.

 

La bambina Otius disegna il suo futuro, la sua tomba

 

Metafora per il lettore

Questa storia è disturbante quanto spettacolare, tanto che dopo una decade l’articolo è riemerso in piena era social media con migliaia di condivisioni, forum in rete che fanno le pulci all’articolo (molti lo ritengono un falso). Ci sono echi di altre credenze nella religione degli orfani – il nome Bloody Mary e la sua evocazione sono storielle di paura familiari ai bambini in tutto il mondo occidentale, mentre Blue Lady assomiglia a Yemaya, una dea Santeria cubana, ed Erzulie, uno dei Loa del Vudù; nulla di simile a una mitologia coerente a livello nazionale tra i bambini tuttavia era stata rivelata prima.

 

Gli scrittori di romanzi immediatamente vi si ispirarono. Stephen King usò alcuni aspetti della storia in uno dei suoi libri. L’autrice fantasy Mercedes Lackey vi basò sopra un libro, Mad Maudlin. La (quella sì demoniaca) Disney acquistò i diritti dell’articolo della Edwards nel 2000, al fine di realizzare un film (che ancora non si è visto) tramite la mano del «maestro dell’horror» (ah, Topolino!) Clive Barker, un omosessuale capace di fantasie particolarmente cruente come visibile in Hellraiser.

 

Tuttavia, non è fiction quello che questa storia ispira a me.

 

Questa religione degli orfani è, per l’appunto, la religione di un popolo innocente e abbandonato. Un popolo tradito, sotto costante attacco del male, un popolo i cui difensori vivono in riserve indiane; un popolo che in qualche modo resiste alla lusinga del male che appare il vincitore materiale della storia della creazione.

 

È un credo disperato sino alla perversione, perché divenuto cieco, privo di riferimenti, dove il vertice ha misteriosamente abdicato alle sue sacre responsabilità, e la figura della madre diventa orrenda assassina prima del suo stesso figlio e poi dei figli dell’uomo tutti…

 

Caro lettore, cosa ti ricorda tutto questo? Davvero non riesci a vederlo?

 

Viviamo un incredibile momento, taciuto da tutti, dove le forze del male hanno preso il Sacro Palazzo, dove il capo umano è fuggito, dove la Madre (l’istituzione era chiamata anche così, Madre Chiesa, prima che accettasse il gender con l’Amoris Laetitia) è diventata massacratrice di Cristo in riti in cui oltraggia il Suo corpo nel modo più osceno, e assassina materiale dei bambini, quando, come con l’avallo della legge 194/1978 e della 40/2004 tollera e financo stimola de facto la strage dei bimbi innocenti.

 

Una chiesa infestata dai demoni, sotto cui qualcuno pure è riuscito a mantener la Fede, nell’attesa di una santa persona (una Vergine?) che faccia sfuggire il mostro di iniquità che la neochiesa è divenuta.

 

I bambini di Miami, nella loro disperazione, lo hanno in qualche modo capito.

 

Siamo stati abbandonati, ma non per sempre.

 

Buon Natale, lettore, che sei anche tu orfano come me della nostra madre.

 

Buon Natale, dal profondo di quel poco di cuore innocente che ci è ancora rimasto.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Thomas Hawk via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic

 

 

 

 

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Leone e l’arcivescovessa, mons. Viganò: Roma sta con gli eretici e nega le cresime ai tradizionisti

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pubblicato su X un breve messaggio che commenta lo stato delle cose nella chiesa conciliare, a partire dall’incredibile visita in Vaticano dell’«arcivescovessa» di Canterbury, il semi-vertice della Comunione anglicana Sarah Mullaly, accolta da Leone con tutti gli onori, un’immagine grottesca e devastante.   Le foto dell’incontro dell’arcivescova anglicana col Prevost sono pubblicate in grande tranquillità da L’Osservatore Romano.    

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«Mentre la chiesa conciliare e sinodale continua a tradire il mandato di Nostro Signore accompagnandosi con eretici e scismatici di ogni specie e addirittura ospitando in Vaticano un’eretica che si spaccia per arcivescovessa, a Treviso il vescovo Tomasi nega un luogo di culto dignitoso per il conferimento della Cresima a dei fedeli della FSSPX, in aperta contraddizione con il dialogo e l’accoglienza che propaganda da sessant’anni» scrive il prelato lombardo.   Renovatio 21 conferma che, all’ultimo momento, le Cresime del Priorato di Silea della Fraternità San Pio X, che saranno impartite questo sabato da monsignor Bernard Fellay, sono state spostate dal luogo dove originalmente erano state programmate, una chiesa di Padernello, una frazione del comune di Paese, nella diocesi di Treviso.   Secondo la voce circolante, il diniego dell’uso della chiesa trevigiana – utilizzata per le Cresime anche l’anno scorso – è arrivato pochi giorni fa per ordine diretto delle alte sfere della diocesi, spiazzando i programmi delle famiglie e dei cari di almeno una quarantina di cresimandi, oltre che venendo meno alla parola data ai sacerdoti della FSSPX.   Si tratta inoltre di un brutto affronto nei confronti di un vescovo, mons. Fellay, che viene in visita in Veneto per la Confermazione di ragazze e ragazzi che sono rimasti esemplarmente cattolici.   Va ricordato come all’altezza del 2009 in Vaticano l’aria era assai diversa: Benedetto XVI aveva rimesso la scomunica proprio ai vescovi FSSPX, mentre l’anglicanesimo, dopo quattro secoli di orrore, sembrava avere esaurito definitivamente il carburante, al punto che era possibile leggere sui giornali britannici dichiarazioni di religiosi anglicani che passavano al cattolicesimo dicendo «the anglican experiment is over» («l’esperimento anglicano è finito»).   Di fatto con la Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus del 2009, Ratzinger istituiva gli Ordinariati Personali per accogliere gruppi di anglicani desiderosi di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica: in pratica era la porta aperta ai tantissimi che volevano lasciare per sempre la chiesa d’Inghilterra e le sue follie dilaganti.   Con il golpe bergogliano le cose paiono essere cambiate drammaticamente. Prevost, anche qui, continua sulla medesima linea.   Monsignor Viganò aveva già attaccato l’atteggiamento di Leone verso la Mullally al momento dell’intronizzazione dell’arcivescovessa poche settimane fa.   «Leone abbraccia l’eresia ecumenista solennemente condannata da Pio XI nella Mortalium Animos, trattando la Comunione Anglicana – i cui “ordini sacri” furono dichiarati assolutamente nulli da Leone XIII nell’Apostolicæ Curæ – come “Chiesa sorella” con cui “camminare insieme” in virtù di un battesimo comune, senza esigere la conversione all’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana» aveva scritto Sua Eccellenza.

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«Il saluto a una “arcivescovessa” aggrava infine lo scandalo, violando il Magistero immutabile che esclude la possibilità di un sacerdozio femminile e conferma la totale invalidità di ogni pretesa ordinazione anglicana» continua l’arcivescovo, che si chiede: “ma se ‘san’ Paolo VI è in paradiso, dove si trova il Martire San Thomas Becket?”».   Come riportato da Renovatio 21,ad aprile 2023 era giunta notizia di una «messa» anglicana sarebbe stata celebrata a San Giovanni Laterano, una basilica papale, sotto la conduzione di un vescovo anglicano iniziato alla framassoneria e sposato due volte. Celebrazioni anglicane a inizio 2025 si sono avute anche dentro la Basilica di San Bortolomeo a Roma: Viganò allora protestò dicendo che essa «dovrà essere riconsacrata».   Come riportato da Renovatio 21, l’elezione di una donna ai vertici della Chiesa d’Inghilterra ha portato a tensioni al limite dello scisma del ramo africano degli anglicani, che si sono riuniti poche settimane fa per eleggere un leader «rivale» dell’«arcivescova». Il clero della Global Fellowship of Confessing Anglicans (GAFCON), che da subito aveva dato segni di insofferenza se non di insubordinazione patente, si è riunito ad Abuja, in Nigeria.   L’elezione della Mullally, che ha espresso posizioni pro-aborto e pro-omotransessualismo, ha aggravato la frattura tra l’ala conservatrice e quella progressista della Chiesa anglicana. Tuttavia, la GAFCON aveva già respinto la guida del precedente arcivescovo di Canterbury, Giustino Welby, nel 2023 a causa della sua proposta di benedire le coppie dello stesso sesso.   Come riportato da Renovatio 21la comunione anglicana ha già visto a causa dell’elezione di una donna ad arcivescovo del Galles una rottura nelle sue pendici africane. In una conferenza a Kigali di mesi fa, a seguito della nomina della «vescova» Cherry Wann ad arcivescovo del Galles, è stato concluso che «Poiché il Signore non benedice le unioni tra persone dello stesso sesso, è pastoralmente fuorviante e blasfemo formulare preghiere che invocano la benedizione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».   Mons. Viganò aveva ancora attaccato mesi fa i rapporti tra Roma e la Chiesa d’Inghilterra a seguito dell’incontro dei loro sommi vertici, cioè papa Leone e re Carlo. «Le due autorità supreme delle proprie rispettive “chiese” si riconoscono entrambe nell’ideologia ambientalista e neomalthusiana del World Economic Forum e dell’Agenda 2030, ed è su questa nuova religione che è impostato il dialogo tra sinodali e anglicani» aveva detto monsignore.   I video scandalosi che arrivano in queste ore da Roma mostrano l’arcivescovessa cantuariense che guida in preghiera pubblica il romano pontefige.    

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Il bollettino in lingua inglese del sito del Vaticano riguardo l’udienza di oggi scrive della presenza di «Her Grace Sarah Mullally». «Sua grazia» (al femminile).   La vaticanista americana Diane Montagna ha riportato che durante la sua visita alla Basilica di San Pietro domenica scorsa, un funzionario vaticano (l’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani) si è inchinato davanti a lei nella Cappella Clementina – uno dei luoghi più sacri delle grotte vaticane, situata proprio accanto alla tomba di San Pietro – e si è fatto il segno della croce come se stesse ricevendo una vera benedizione da lei.     La vaticanista indica il problema di «una donna vestita con abiti liturgici venga ora spacciata – e persino celebrata dal Vaticano e dal Papa – come se avesse degli ordini validi, quando in realtà non li ha, in primo luogo perché è una donna e in secondo luogo perché è anglicana». «Assolutamente assurdo» conclude la Montagna.   Nell’Enciclica di Leone XIII Apostolicae Cura (13 settembre 1896) è scritto: «Noi dichiariamo e proclamiamo che le ordinazioni compiute con il rito anglicano sono state del tutto invalide e sono assolutamente nulle».

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«Chi straccia la tunica di Cristo?» Intervista con il Superiore generale della Fraternità San Pio X

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«Chi straccia la tunica di Cristo?»

«La rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.»

 

FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, l’annuncio di prossime consacrazioni episcopali, lo scorso 2 febbraio, ha suscitato una serie di reazioni particolarmente vivaci. Che cosa ne pensa?

Don Davide Pagliarani: Ciò è comprensibile, poiché si tocca una questione estremamente sensibile nella vita della Chiesa. Le ragioni di questa decisione sono oggettivamente gravi: ciò che è in gioco – il bene delle anime – è una questione capitale. Il dibattito suscitato da questo annuncio ha quindi, logicamente, una grande rilevanza: in fondo, nessuno è rimasto indifferente. Questo è oggettivamente positivo e, provvidenzialmente, ritengo che ciò corrisponda a un bisogno molto attuale.

 

Negli ultimi anni, la sfera conservatrice e tradizionalista – nel senso più ampio del termine – ha talvolta dato l’impressione di ridursi a un ambiente di opinionisti, in cui si esprimono analisi, attese e frustrazioni, spesso legittime, ma che faticano a tradursi in prese di posizione realistiche e coerenti. Tra questi, alcuni attendono ancora una risposta della Santa Sede ai dubia formulati dieci anni fa da quattro cardinali – di cui due oggi sono deceduti – riguardo ad Amoris laetitia, oppure l’eventuale pubblicazione di un nuovo motu proprio sulla Messa tridentina.

 

In questo contesto, la decisione delle consacrazioni episcopali interpella. Non si tratta di un’ennesima dichiarazione: è un gesto significativo che obbliga a riflettere, a cogliere la reale portata dei problemi attuali e a prendere posizione concretamente. Nulla è oggi più urgente. Senza averlo cercato, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad essere lo strumento di una scossa salutare – scossa di cui, in definitiva, solo la Provvidenza è l’artefice. Provvidenzialmente, le è dato di contribuire a qualcosa di cui la Chiesa ha certamente bisogno oggi più che mai, per il suo bene e per la sua rigenerazione.

 

Perché ritiene che una tale scossa sia oggi particolarmente necessaria?

Quando si parla e si discute senza sosta, spesso in modo frustrante, di problemi estremamente gravi che toccano la fede, gli stessi temi oggetto di dibattito o di dialogo finiscono, col tempo, per essere percepiti come opinabili, nel rispetto sistematico delle idee altrui e delle diverse sensibilità. Poco a poco, tutto si relativizza.

 

La peste del pluralismo dottrinale, al quale l’uomo moderno è naturalmente incline, finisce per contaminare anche le anime più sane: si scivola gradualmente nell’indifferentismo; un’anestesia lenta e inesorabile fa perdere il senso del reale; ci si installa in una zona di conforto, ci si attacca a equilibri e privilegi che non si vuole assolutamente compromettere; lo zelo e lo spirito di sacrificio si attenuano. In una parola, il pericolo è quello di abituarsi alla crisi e di viverla come fosse una situazione normale. Tutto questo avviene progressivamente, senza che ce ne si renda conto. Coloro che hanno una responsabilità sulle anime hanno il dovere di analizzare in profondità questi meccanismi e di cercare di bloccarli prima che diventino irreversibili.

 

Ora, ciò che oggi è in gioco non è un’opinione, né una sensibilità, né un’opzione preferenziale, né una particolare sfumatura nell’interpretazione di un testo: sono la fede e la morale che un cattolico deve conoscere, professare e praticare per salvare la propria anima e andare in Paradiso.

 

In altre parole, di fronte all’Eternità e al pericolo di perdere il Cielo, le chiacchiere, le dissertazioni e il dialogo devono cedere il posto alla realtà.

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Qual è questa realtà di cui parla, e che il gesto della Fraternità può aiutare a cogliere?

Questa realtà è che oggi, più che mai, è necessario riaffermare, proclamare e professare i diritti di Cristo Re sulle anime e sulle nazioni: bisogna avere il coraggio di predicare che la Chiesa cattolica è l’unica arca di salvezza per ogni uomo, senza distinzione; bisogna credere nella Redenzione, nei sacramenti, nella distruzione del peccato; bisogna ricordare all’umanità che la Chiesa è stata fondata per strappare le anime all’errore, al mondo, a Satana e all’inferno.

 

Bisogna smettere di far credere a coloro che vivono abitualmente nel peccato, a coloro che si vantano persino del vizio contro natura, che Dio perdona tutto, sempre e in ogni circostanza, senza vera conversione, senza contrizione, senza penitenza, senza l’esigenza di un cambiamento radicale; bisogna avere la semplicità di riconoscere che la partecipazione di un papa a un rituale in onore della Pachamama, nei giardini vaticani, è una follia e uno scandalo inqualificabile; infine e soprattutto, bisogna smettere di ingannare le anime e l’umanità facendo credere loro che tutte le religioni adorino lo stesso Dio sotto nomi diversi. In una parola: bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.

 

In questo contesto tragico, qualcuno deve poter dire: «Basta!». Non soltanto a parole, ma soprattutto con gesti concreti.

 

«Bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.»

 

Se, nell’attuale confusione, la Provvidenza fornisce alla Fraternità San Pio X i mezzi per proclamare chiaramente i diritti eterni di Nostro Signore, sarebbe da parte nostra un peccato gravissimo sottrarci a questo obbligo che la fede e la carità ci impongono. Queste sono le premesse che permettono di comprendere perché la Fraternità San Pio X esiste, e perché oggi procede a delle consacrazioni episcopali.

 

Senza tali premesse, la decisione della Fraternità, come pure il suo stesso discorso, sarebbero privi di senso. Se non si riconosce che in gioco vi è la fede stessa, allora inevitabilmente l’attualità della Fraternità San Pio X viene percepita unicamente come un problema di disciplina, di ribellione o di disobbedienza. È il fraintendimento in cui cadono, purtroppo, coloro che affermano che la Fraternità San Pio X consacra vescovi soltanto per conservare la propria autonomia.

 

Ora, non si tratta di questo. Le prossime consacrazioni sono un atto di fedeltà che mira a conservare i mezzi per salvare la propria anima e quella degli altri. La ricerca di un’autonomia egoistica non è la stessa cosa della salvaguardia della libertà indispensabile per professare la fede e trasmetterla alle anime.

 

Tra le personalità che si sono espresse contro le consacrazioni del 1° luglio figurano cardinali conservatori molto critici nei confronti di papa Francesco, come il cardinal Gerhard Ludwig Müller o il cardinal Robert Sarah. Come spiega il loro atteggiamento?

Bisogna anzitutto riconoscere che un conservatore critico nei confronti di papa Francesco potrebbe provare un certo timore di essere assimilato alla Fraternità San Pio X e di essere criminalizzato insieme ad essa. Da ciò può derivare il bisogno di manifestare chiaramente che non ha nulla a che fare con noi.

 

Tuttavia, al di là di questo aspetto, questi cardinali o vescovi soffrono di un disagio più profondo, tipicamente moderno: quello di non riuscire a conciliare le esigenze della fede con quelle del diritto canonico. La fede esige che si faccia tutto il possibile per professarla, conservarla e trasmetterla; nello stesso tempo, se si interpreta il diritto alla lettera, facendo astrazione dalle circostanze attuali, una consacrazione di vescovi senza l’assenso del papa sembra impossibile. Allora che fare? Questi cardinali, come altri, vivono in una sorta di dicotomia permanente che rischia di annientare le loro buone intenzioni: pongono queste due esigenze l’una accanto all’altra, in modo cartesiano, e si trovano come schiacciati o sommersi dall’apparente contraddizione.

 

«Il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare».

 

La Fraternità San Pio X, invece, ritiene che questi due postulati non debbano essere giustapposti, ma vadano semplicemente messi in ordine, essendo l’uno subordinato all’altro. Infatti, nella Chiesa, la purezza e la professione della fede precedono ogni altra considerazione, poiché tutti gli altri elementi che compongono la vita della Chiesa dipendono dalla fede stessa: il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare. (1)

 

Questa priorità deriva dal fatto che Nostro Signore stesso, incarnandosi, manifesta al mondo, prima di tutto, la Verità eterna; e che, in quanto Legislatore, indica nel Vangelo i mezzi per conoscere questa medesima Verità e restarle fedele. Esiste una priorità logica tra il primo e il secondo elemento.

 

Di conseguenza, la divina Provvidenza non ha stabilito la Chiesa come un insieme parlamentare di ministeri giustapposti e indipendenti gli uni dagli altri. Al contrario, ha stabilito una gerarchia di priorità con il fine specifico e primario di custodire il deposito della fede, di confermare i fedeli nella fede e di organizzare tutto il resto in funzione di questa esigenza prioritaria e fondamentale. Il diritto, in particolare, serve a questo e non a ostacolare o a condannare coloro che vogliono rimanere cattolici, cioè coloro che vogliono vivere della fede.

 

Perché considera questo atteggiamento tipicamente moderno?

L’uomo moderno fatica a organizzare in modo armonioso i diversi elementi della realtà nella quale vive, e del sapere che li analizza. Per usare un linguaggio un poco tecnico, l’uomo moderno tende a classificare in modo nominalista gli elementi della realtà che lo circonda: appone su ciascuno di essi etichette superficiali, senza compiere lo sforzo di andare al fondo dei problemi, e dunque senza poterli cogliere in tutta la loro complessità, nelle loro implicazioni o nella loro interdipendenza.

 

Nel caso che ci occupa, l’applicazione della legge viene completamente dissociata dalla realtà che la legge stessa è chiamata a proteggere. È precisamente da questa dissociazione tra la legge e la realtà che nascono gli approcci ideologici, tipicamente moderni, tanto in ambito religioso quanto civile. Questo atteggiamento ha due conseguenze distinte e complementari.

 

In coloro che soffrono di questa dicotomia e si trovano dinanzi a questo dilemma, come può avvenire negli ambienti conservatori, esso conduce al fatalismo e allo scoraggiamento, poiché ci si sente intrappolati, paralizzati, incapaci di agire in modo adeguato e conforme alle esigenze oggettive della Verità e del Bene. Chi vive costantemente in questa contraddizione esistenziale finisce per esserne vittima e per confondere il fatalismo con la fiducia nella divina Provvidenza.

 

In coloro che detengono l’autorità, invece, questo atteggiamento rischia di condurre a un accecamento irreversibile e alla durezza di cuore, conseguenze inevitabili dell’approccio ideologico: «la legge è la legge», indipendentemente dalle circostanze, dalle esigenze concrete o dalle buone intenzioni.

 

È per questa ragione che Nostro Signore condanna questo atteggiamento con parole molto forti: «Allora Gesù disse: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”» (Gv 9, 39-41).

 

Pensa che l’insegnamento del Vangelo possa, in qualche modo, illuminare la situazione presente?

Nostro Signore è l’esempio perfetto dell’obbedienza alla legge di Mosè: con la Santissima Vergine Maria adempie alla lettera tutte le prescrizioni legali fin dai primi giorni della sua esistenza. E ne mantiene l’osservanza rigorosa fi

no all’ultimo giorno della sua vita: durante l’Ultima Cena, Gesù segue alla lettera il rituale giudaico del suo tempo.

Tuttavia, Nostro Signore compie miracoli anche nel giorno di sabato, provocando la reazione legalista e cieca dei farisei. Gesù, Legislatore più grande di Mosè stesso, è il primo a rispettare la legge e il primo a riconoscere l’esistenza di un bene superiore che può dispensare dall’osservanza della lettera della legge. Le sue parole, come sempre, valgono più di mille trattati: 

 

«Un sabato Gesù entrò in casa di uno dei capi dei farisei per prendere cibo, ed essi lo osservavano. Ed ecco, davanti a lui vi era un idropico. Prendendo la parola, Gesù disse ai dottori della legge e ai farisei: “È lecito o no guarire di sabato?”. Ma essi tacevano. Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade in un pozzo, non lo tirerà fuori subito, anche in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a questo» (Lc 14, 1-6).

 

Queste parole divine non necessitano di alcun commento. La Fraternità San Pio X le fa proprie senza riserva. Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile. Nostro Signore non era né legalista, né nominalista, né cartesiano: era il Buon Pastore.

 

In questi ultimi mesi, anche al di fuori della Fraternità, si sono levate voci in suo sostegno. In particolare, mons. Athanasius Schneider è intervenuto più volte a proposito delle consacrazioni. Come spiega la sua determinazione?

Confesso che questo sostegno alla Fraternità mi ha profondamente toccato. Diversi sacerdoti diocesani ci hanno manifestato la loro riconoscenza e il loro incoraggiamento, e anche diversi vescovi. Tengo a ringraziarli tutti.

 

Non potendoli nominare qui tutti, vorrei ringraziare in modo particolare mons. Strickland per il suo messaggio pieno di forza, chiarezza e coraggio. E naturalmente mons. Schneider: questo vescovo ha dato prova di grande coraggio e di una libertà di parola che mostrano che ci troviamo dinanzi a un vero uomo di Dio, disinteressato, realmente preoccupato del bene delle anime. Credo che il suo sostegno, e tutto ciò che ha potuto dire in questi ultimi mesi, passerà alla Storia.

 

ono convinto che ciò non sia importante soltanto per la Fraternità, ma ancor più per tutti i vescovi del mondo. È un segno oggettivo di speranza: la sua parola mostra che la Provvidenza può in ogni tempo suscitare voci autorevoli che dicano la verità con coraggio e fermezza, senza temere eventuali conseguenze personali. 

 

Già prima di lui, mons. Huonder, scomparso due anni fa, ci incoraggiava apertamente a procedere alle consacrazioni. Sia lui che mons. Schneider erano stati incaricati dal Vaticano di intrattenere il dialogo con la Fraternità: a differenza di altri interlocutori, hanno saputo ascoltare e comprendere.

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Spera ancora di vedere il papa prima delle consacrazioni?

Certamente, questo corrisponde al mio desiderio più sincero. Sono tuttavia stupito che da parte del Santo Padre, fino a questo momento, non vi sia stata alcuna risposta né reazione personale.

 

Prima di dichiarare scismatica una società che conta più di mille membri e che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli nel mondo, potrebbe essere opportuno conoscere personalmente coloro che devono essere giudicati. La sanzione prospettata non tocca soltanto un’istituzione – che, del resto, non esiste agli occhi della Santa Sede –, ma tocca delle persone, e delle persone profondamente legate al papa e alla Chiesa.

 

Confesso di avere difficoltà a comprendere questo silenzio, proprio mentre ci viene spesso ricordata la necessità di ascoltare il grido dei poveri, quello delle periferie e persino quello della Terra…

 

«Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile».

 

Lei ha potuto incontrare papa Francesco. Quale ricordo conserva di lui?

Il programma che P

papa Francesco ha imposto alla Chiesa universale è sufficientemente noto ed è stato ampiamente commentato dalla Fraternità San Pio X. Credo che, purtroppo, la parola «disastro» sia la più appropriata per riassumere l’eredità che egli ha lasciato.

 

Nonostante ciò, papa Francesco ha saputo riconoscere, a suo modo, il bene che la Fraternità San Pio X fa alle anime. Da questa constatazione è nato nei nostri confronti un atteggiamento apparentemente equivoco, una forma di tolleranza che ha sorpreso gli osservatori più superficiali e che talvolta ha profondamente irritato gli ambienti conservatori.

 

Molte scelte di papa Francesco hanno suscitato una vera tristezza in ampi settori della Chiesa, ma sarebbe ingiusto accusarlo di essere stato una persona rigida e schematica nel giudizio sulle persone che aveva di fronte o nell’applicazione del diritto. Il suo atteggiamento lo ha spesso dimostrato. È senza dubbio un dettaglio, ma quando ho chiesto di incontrarlo in Vaticano, ho ottenuto un’udienza con lui nello spazio di ventiquattr’ore, e si è mostrato particolarmente affabile.

 

In questi ultimi anni, in nome di una tolleranza eretta a principio, il Vaticano ha mostrato una grande apertura di fronte a certe situazioni complesse. Pensa che la Fraternità San Pio X possa beneficiarne?

L’applicazione di ogni legge, buona o cattiva che sia, dipende in definitiva dalla volontà del legislatore. Spetta a lui determinare il modo in cui intende trattare la Fraternità San Pio X.

 

Detto questo, l’apertura mostrata dal Vaticano non può essere desiderata come tale, poiché giunge fino a giustificare l’assurdo, benedicendo coppie che praticano il vizio contro natura, o impegnandosi solennemente a non convertire gli adepti di altre religioni, per citare soltanto due esempi. Ci troviamo di fronte a una dittatura ideologica e totalitaria della tolleranza.

 

Ora, la Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza. Se si analizza bene la situazione, le sanzioni, passate o future, che colpiscono la Fraternità San Pio X non si oppongono tanto a un atto di disobbedienza, quanto alla condanna vivente che essa rappresenta nei confronti dell’attuale linea ecclesiale.

 

Il ruolo che la Provvidenza sembra riservare alla Fraternità San Pio X è quello, singolare, di essere un segno di contraddizione: il che significa, concretamente, una spina nel fianco per i riformatori. E la peculiarità di questa spina è che, più uno cerca di togliersela, più essa penetra in profondità: non è essa a determinare questo effetto terapeutico, ma i duemila anni di Tradizione che essa incarna e rappresenta.

 

La Fraternità San Pio X può essere sanzionata, la Messa tridentina può essere proibita… ma questi duemila anni non potranno mai essere soppressi. Questa è la vera ragione per cui, malgrado le condanne passate, la Fraternità non ha mai cessato di essere una voce che interpella la Chiesa: per questo non è così semplice essere tolleranti con essa.

 

Verrà un giorno in cui un papa deciderà di togliersi questa spina dal fianco: potrà allora usarla come uno strumento docile per contribuire – tale è il nostro desiderio più profondo – a restaurare ogni cosa in Nostro Signore Gesù Cristo.

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Si sente dire che le prossime consacrazioni potrebbero creare uno scisma. Tuttavia alcuni, all’interno della Chiesa, ritengono che la Fraternità San Pio X sia già scismatica. Come spiegare questa contraddizione?

La contraddizione è reale e mette in luce una giurisprudenza che si potrebbe definire «fluida» da parte del Vaticano. Cerchiamo di fare chiarezza.

 

Dal punto di vista canonico, dopo essere stata dichiarata scismatica nel 1988, la Fraternità San Pio X non è mai stata liberata da questa censura: nel 2009 papa Benedetto XVI ha revocato le scomuniche che gravavano sui suoi vescovi, ma senza tornare sulla precedente dichiarazione di scisma. Nello stesso tempo, la Fraternità San Pio X non ha modificato le sue posizioni dottrinali e ha conservato esattamente la medesima giustificazione delle consacrazioni episcopali, passate o future. In altri termini, coerentemente con il fatto di considerare nulle le censure che l’hanno colpita, non si è mai ritrattata.

 

Per queste ragioni, dei canonisti «rigorosi» la considerano tuttora scismatica. In questo senso devono essere comprese esplicite dichiarazioni del cardinal Raymond Burke, già prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, o di mons. Camille Perl, già segretario della Commissione Ecclesia Dei – soppressa nel 2019. In questa stessa prospettiva va compreso anche il modo in cui venivano trattati i sacerdoti che lasciavano la Fraternità San Pio X per entrare nelle strutture ufficiali: si revocava per essi la scomunica per scisma e la sospensione, e si chiedeva loro di confessarsi per essere assolti anche nel foro interno.

 

«La Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza».

Contro questa interpretazione si erge la figura del cardinal Dario castrillón Hoyos (2), molto più flessibile, e soprattutto quella di papa Francesco, che non ha mai trattato la Fraternità San Pio X come scismatica e che ci ha esplicitamente detto che non l’avrebbe mai condannata. In realtà, si potrebbero includere in questo elenco anche il cardinal Fernández e lo stesso papa Leone XIV: infatti, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, significa che non ci considerano già scismatici. Lo stesso vale per i cardinali e i vescovi che attualmente cercano di scoraggiare le consacrazioni per scongiurare uno scisma.

 

A questo punto, però, sorgono due domande: anzitutto, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, non si comprende quando, come e perché avremmo cessato di essere scismatici ai loro occhi. In secondo luogo: se la Santa Sede stessa, nella pratica, non considera valida la dichiarazione di scisma del 1988, quale valore potrebbe avere una nuova dichiarazione di scisma, pronunciata per ragioni e in circostanze del tutto equivalenti?

 

Ciò che è certo è che, nel 1988, il Vaticano prevedeva che la Fraternità San Pio X, dopo essere stata dichiarata scismatica, si sarebbe dissolta nel giro di pochi anni. Ora, non soltanto essa non si è dissolta, ma ha continuato a crescere. E soprattutto, malgrado una dichiarazione di scisma manifestamente ingiusta, non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: questo dato oggettivo si impone con tale forza che, malgrado la condanna del 1988, la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica.

 

Una possibile causa di queste incoerenze canoniche risiede nel concetto «fluido» e modernista di «comunione non piena», secondo il quale un medesimo soggetto può essere considerato al tempo stesso cattolico e non cattolico, membro e non membro della Chiesa. Evidentemente, se qualcuno è «parzialmente» figlio della Chiesa, la legge della Chiesa potrà applicarsi a lui soltanto in modo parziale, secondo valutazioni e criteri arbitrari e mutevoli…

 

Questo mostra come un errore ecclesiologico conduca inevitabilmente a errori giuridici o, in ogni caso, a giudizi confusi, incoerenti e «fluidi».

 

Per suffragare l’accusa di scisma, si afferma che una consacrazione episcopale implicherebbe sempre e comunque la trasmissione al nuovo vescovo del potere di giurisdizione, con la conseguenza inevitabile, in assenza del consenso del papa, della creazione di una gerarchia parallela – e quindi di una Chiesa parallela. La Fraternità San Pio X ha già risposto a questa obiezione (3). Trattandosi di un punto estremamente sensibile, desidera aggiungere qualche considerazione?

Questo punto è assolutamente centrale. In realtà, l’accusa si fonda su un postulato modernista. Penso che sia interessante cercare di comprendere perché l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II insegni che un nuovo vescovo riceve sempre, in ogni circostanza, insieme con il potere d’ordine, anche quello di giurisdizione.

 

Ricordiamo brevemente che il potere d’ordine consiste nella capacità di amministrare i sacramenti, mentre la giurisdizione designa il potere di governare, cum Petro et sub Petro, una parte del gregge, abitualmente una diocesi. Nella teologia classica, confermata dal diritto canonico tradizionale e soprattutto dalla pratica costante della Chiesa – possiamo dire: secondo la Tradizione –, il potere di governare è conferito al vescovo direttamente dal papa, indipendentemente dalla consacrazione. Per questo possono esistere vescovi regolarmente consacrati ai quali non è affidata alcuna giurisdizione propria, come i vescovi ausiliari o coloro che sono incaricati di specifiche missioni diplomatiche.

 

«La Fraternità San Pio X non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica».

Al tempo del Concilio, questa visione era considerata troppo tradizionale, troppo medievale, troppo romana: l’intervento diretto ed esclusivo del Vicario di Cristo nell’attribuzione della giurisdizione riduceva i vescovi diocesani a semplici delegati o rappresentanti del papa. Al contrario, l’idea che ogni vescovo riceva immediatamente da Dio, nella sua consacrazione, una giurisdizione universale, permetteva di farne, in qualche modo, un eguale del papa, riducendo il posto del Vicario di Cristo a quello di un semplice presidente del collegio, «primo tra pari». Questa nuova prospettiva era funzionale alla teoria modernista della collegialità (4), fondamento della democratizzazione della Chiesa.

 

Nello stesso tempo, questa ridefinizione favoriva l’ecumenismo. Infatti, per poter riconoscere una certa «ecclesialità» alle comunità scismatiche orientali (vale a dire a quelle che sono realmente scismatiche) e considerarle come «Chiese sorelle», stabilendo così una base solida per il dialogo ecumenico, era necessario valorizzare la loro successione apostolica al punto da riconoscere loro una reale giurisdizione sui propri fedeli – malgrado la loro completa separazione da Roma e dal papa.

 

La loro qualità di «Chiesa» deriverebbe dunque dal fatto di avere vescovi non soltanto validamente consacrati, ma anche dotati di una reale autorità sulle anime che deriva dalla consacrazione stessa, indipendentemente da qualsiasi intervento del papa. Questo artificio permetteva di concepire più facilmente, in tali comunità, l’esistenza di una vera gerarchia ecclesiastica, nel senso pieno del termine. Senza questa previa manipolazione ecclesiologica, sarebbe stato impossibile riconoscere loro una vera «ecclesialità».

 

«Non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione».

 

A questa stessa prospettiva ecumenica si collega un’altra manipolazione ecclesiologica, il concetto elastico di «comunione non piena», evocato nella risposta precedente: concretamente, tutte le «Chiese» cristiane farebbero parte di una «super-Chiesa» – la Chiesa di Cristo, più vasta della Chiesa cattolica –, e intratterrebbero con essa una comunione più o meno completa, secondo le lacune della loro dottrina.

 

Anche questo concetto, pure esso modernista, mira a valorizzare una presunta unità incipiente con le altre «Chiese». Ma è ingannevole. Infatti, o si è in comunione con la Chiesa cattolica sotto ogni aspetto, oppure se ne è separati: non esiste una posizione intermedia. Paradossalmente, questa nozione concepita come uno strumento al servizio del dialogo ecumenico, destinato a giustificare un cammino comune tra «Chiese» che si riconoscono come «sorelle», viene usata anche nei confronti della Fraternità San Pio X, che la considera assurda.

 

Ciò che è particolarmente deplorevole nel rimprovero rivolto alla Fraternità è che questa specifica accusa di scisma o di «comunione non piena», che si fonda su postulati modernisti, collegiali ed ecumenici, venga formulata non soltanto dal Vaticano, ma anche da alcuni responsabili degli ambienti e degli istituti detti «Ecclesia Dei» (5). Paradossalmente, essi attaccano la Fraternità San Pio X citando e difendendo gli errori ecclesiologici del Concilio Vaticano II… Invece di mettere in luce tali errori in modo costruttivo – come teoricamente potrebbero fare –, li usano per lapidare la Fraternità San Pio X. Si tratta tuttavia di pietre di gomma.

 

A proposito di giurisdizione e di autorità nella Chiesa, come analizza la Fraternità San Pio X la possibilità di nominare religiose o laici a posti di responsabilità?

La questione è del tutto pertinente, soprattutto se si considera che attualmente un dicastero romano, quello incaricato degli istituti di vita consacrata, invece di avere rispettivamente un cardinale e un vescovo come prefetto e segretario, è affidato a due suore.

 

Non voglio fare dell’ironia, perché questo rappresenterebbe una caduta di stile. Mi limito a sottolineare che il Vaticano, a suo modo, prova di essere ancora perfettamente capace di fare la differenza tra il potere d’ordine e l’attribuzione del potere di giurisdizione: infatti, per quanto ne so, suor Simona Brambilla, l’attuale prefetta, non è mai stata ordinata né diaconessa, né sacerdotessa, né vescova; non ha neppure ricevuto la tonsura clericale… Lo stesso vale per la suora segretaria.

 

Al di fuori della Fraternità San Pio X, molti oggi riconoscono sinceramente che esiste una crisi all’interno della Chiesa, in particolare nell’ambito della fede. Tuttavia, alcuni rimproverano alla Fraternità San Pio X di isolarsi nella propria linea di condotta, senza tenere sufficientemente conto dell’esistenza di altre diagnosi. Questa critica le sembra fondata?

Penso che la Fraternità San Pio X, proprio su questo punto preciso, metta il dito nella piaga. Siamo in molti a convenire che nella Chiesa esiste una crisi e che questa crisi tocca la fede: la Fraternità San Pio X ne prende atto e lo conferma.

 

Ma non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione. Concretamente, bisogna rendersi conto che la crisi attuale ha di specifico il fatto di toccare la gerarchia della Chiesa nell’insegnamento che essa propone.

 

Ora, in una situazione del genere, non si può non dire come stanno le cose: gli errori devono essere chiaramente riconosciuti e denunciati da coloro che sono in grado di farlo. Non basta fingere di non vederli o sperare che scompaiano col tempo. Testi come Amoris laetitia o Fiducia supplicans, per esempio, hanno provocato proteste piuttosto forti; poi tutto si è calmato, si è passati ad altro, e quasi nessuno ne parla più. Ma le decisioni e gli errori che essi contengono rimangono in vigore: non li si corregge sperando che vengano dimenticati.

 

La Fraternità San Pio X esiste per ricordarlo, ai fedeli come alla gerarchia. Essa ritiene che questo sia il suo dovere, non in uno spirito di sfida o di disobbedienza, ma come un servizio reso alla Chiesa. In questo senso, non è giusto dire che essa si isola: essa parla davanti a tutta la Chiesa e si rivolge a tutti i cattolici perplessi, senza distinzione.

 

Per chi affronta queste questioni senza pregiudizio ideologico, una constatazione si impone: la rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.

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Come potrebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa contenere degli errori?

La questione è estremamente delicata e complessa, e solo la Chiesa potrà un giorno fornire una spiegazione soddisfacente e definitiva di ciò che è accaduto e che accade tuttora. Ciò che è certo è che un errore non può essere insegnato dal Magistero della Chiesa propriamente detto.

 

Eppure i fatti sono lì: ci troviamo, ahimè, di fronte all’insegnamento di alcuni gravi errori. Ci possiamo trovare davanti a testi di un concilio anomalo e non dogmatico, a semplici esortazioni pastorali, omelie o dichiarazioni di circostanza, a dialoghi con il mondo, a discorsi improvvisati in aereo, a conversazioni con i giornalisti, a elementi non dogmatici presentati come tali… ma non a un Magistero autentico.

 

«La Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il deposito della fede, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli».

 

Per fare un esempio, un eminente prelato romano mi ha recentemente spiegato che la Dichiarazione di Abu Dhabi non deve essere considerata come appartenente al Magistero, poiché si tratta di un semplice testo di circostanza. Penso che un giorno, con un po’ di elasticità e di buon senso, un papa affermerà qualcosa di equivalente – e pubblicamente – a proposito di tutta una serie di testi problematici che non possono essere considerati magisteriali nel senso tecnico del termine. La Curia romana dispone di un’esperienza e di una finezza impareggiabili per stabilire le necessarie distinzioni: le manca soltanto la volontà di farlo.

 

Comunque sia, una chiarificazione definitiva spetta alla Chiesa stessa, e non alla Fraternità San Pio X. Il nostro ruolo si limita a rigettare fedelmente tutto ciò che è in rottura con la Tradizione e con il Magistero costante. Così facendo, la Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il depositum fidei, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli.

 

In numerosi ambiti della vita della Chiesa, come in quello liturgico, è evidente che vi sono abusi. Perché la Fraternità San Pio X parla sempre di errori e non di abusi?

È evidente che esistono degli abusi, che oltrepassano i limiti delle riforme stesse. La Fraternità San Pio X lo riconosce senza difficoltà.

 

Ma la retorica costante dell’abuso, particolarmente in voga sotto il pontificato di papa Benedetto XVI, non basta a rendere conto della crisi. Essa crea piuttosto un alibi sistematico che impedisce di andare al fondo dei problemi. La riforma liturgica, per esempio, comporta problemi che attengono certamente ai suoi stessi princìpi, indipendentemente da eventuali abusi.

 

Le preghiere ecumeniche e interreligiose, per fare un altro esempio, sono espressione di un errore teologico, anche se si cerca di evitare atti espliciti di sincretismo, per evitare ciò che potrebbe apparire come un abuso.

 

Soprattutto, la retorica dell’abuso liturgico, o dell’abuso nell’interpretazione dei testi, tende a mettere in causa le persone coinvolte – considerate responsabili di tali abusi o incapaci di reprimerli – piuttosto che i princìpi erronei che sono all’origine della catastrofe attuale. Ora, sono precisamente questi princìpi che dovrebbero essere denunciati.

 

«Non si tratta di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità».

Confesso di essere stato io stesso colpito in questi ultimi anni dalla reazione amara e sistematica di un certo ambiente conservatore un po’ miope, che si è scagliato in modo molto personale contro la figura di papa Francesco, piuttosto che contro il Concilio e contro la continuità dottrinale che lo applica fino ai nostri giorni.

 

Un tale atteggiamento fa sì che a ogni elezione di un nuovo papa si speri, almeno per qualche mese, in un risanamento della crisi – senza mettere in discussione i princìpi rivoluzionari, come se tutto dipendesse dalla volontà personale del nuovo pontefice, più o meno determinato a condannare o reprimere gli abusi. Si tratta di una retorica superficiale che non convince più un osservatore attento e onesto.

 

Non le sembra esagerato, come la Fraternità San Pio X ha già sottolineato in altre occasioni, ritenere che una vita cristiana autentica sia oggi impossibile in una parrocchia ordinaria? Lo stato di «necessità» che corrisponde a questa affermazione è davvero così evidente? Non si tratta di un concetto «utile», elaborato per giustificare le consacrazioni di cui l’istituzione ha bisogno?

La Fraternità San Pio X è pienamente consapevole del carattere tragico e doloroso di questa affermazione. Si tratta di una considerazione estremamente grave, che richiede di essere ben compresa.

 

Anzitutto, non si tratta di contestare che, malgrado tutti i problemi e le carenze cui sono confrontate le parrocchie ordinarie, buoni sacerdoti e buoni fedeli possano riuscire ugualmente a santificarsi e a salvare la propria anima. Nonostante circostanze radicalmente sfavorevoli, la grazia di Dio può toccare le anime, e noi ne conosciamo. Per molti, del resto, la sofferenza reale della loro situazione diventa una vera fonte di santificazione, che spesso li spinge verso la ricerca della Tradizione.

 

Detto questo, ciò che la Fraternità San Pio X afferma dev’essere compreso sul piano oggettivo, e non soggettivo. Per valutare nella verità la situazione di queste parrocchie, spetta a ogni anima di buona volontà porsi domande precise davanti a Dio, nella preghiera, cercando una risposta soprannaturale dettata non da impressioni positive o negative, né da un pregiudizio ideologico, ma dalla ragione illuminata dalla fede.

 

La Messa di Paolo VI può esprimere e nutrire integralmente la fede cattolica? Trasmette in modo sufficiente il senso del sacro, del trascendente, del soprannaturale, del divino? Questo rito permette di cogliere il vero senso del sacerdozio cattolico?

 

In una parrocchia o in un centro pastorale ordinario, cioè là dove si predica conformemente agli orientamenti dottrinali attuali, si insegna ancora la fede cattolica in tutta la sua integrità? Il catechismo impartito ai fanciulli è ancora cattolico e capace di formarli per tutta la vita?

 

Le questioni molto delicate e molto attuali della morale coniugale o dell’accesso all’Eucaristia in situazioni irregolari vengono ancora affrontate conformemente alla legge della Chiesa? Il sacramento della penitenza viene ancora amministrato con un senso reale della Redenzione e del peccato, della sua gravità e delle sue conseguenze?

 

Più in generale, quali frutti hanno prodotto universalmente le riforme nella vita concreta dei fedeli?

 

A tutte queste domande – e ad altre simili –, la Fraternità San Pio X risponde in modo chiaro e coerente; poi, a partire da questa analisi – poiché la realtà s’impone – giunge a constatare lo «stato di necessità».

 

L’affermazione della Fraternità San Pio X è dunque il frutto di un sano realismo, non di un a priori ideologico. Il carattere tragico di questa constatazione è semplicemente coestensivo alla tragicità della realtà.

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Non pensa che, malgrado le migliori intenzioni, la Fraternità San Pio X rischi di lacerare nuovamente le famiglie, il mondo della Tradizione e la Chiesa stessa?

Forse mai come oggi la Chiesa ha conosciuto la divisione, e nessuno può rallegrarsene.

 

Tuttavia, questa divisione non è provocata dalla fedeltà alla Tradizione, ma piuttosto dall’allontanamento da essa: la crisi del Magistero, le ambiguità, gli errori, l’inculturazione spingono a interpretare e reinterpretare tutto, aumentano i molteplici modi di giudicare che, alla lunga, provocano divisioni inevitabili.

 

Per usare un’immagine nota, è proprio tutto questo che straccia la tunica di Cristo. La Fraternità San Pio X, mediante la fedeltà alla Tradizione, cerca semplicemente di contribuire a ricucirla incessantemente.

 

Quanto alla possibilità per tutti i tradizionalisti di lavorare e di combattere insieme, la Fraternità San Pio X lo desidera con tutto il cuore. Ma ciò non deve realizzarsi mediante una sorta di ecumenismo in miniatura: può avvenire soltanto in una fedeltà piena alla Tradizione integrale, se si vuole che questo combattimento a tutto campo giovi a tutti, compresi a coloro che non sono d’accordo con noi.

 

«La vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa».

 

Infine, per quanto riguarda le possibili divisioni all’interno di una stessa famiglia, bisogna ricordare coraggiosamente le parole di Nostro Signore, senza scandalizzarsi, senza cadere nell’amarezza, sostenendo coloro che soffrono:

 

«Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 34-37).

 

Una domanda retrospettiva. Il particolare periodo che la Fraternità San Pio X sta attualmente attraversando riaccende nei più anziani i ricordi e le emozioni del 1988. Questa data segna senza alcun dubbio una svolta decisiva nell’opera di mons. Lefebvre. Quale dichiarazione del fondatore della Fraternità San Pio X le viene in mente prima di ogni altra?

Nel corso di una conversazione privata, mons. Lefebvre aveva confidato che avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi in opposizione con il Vaticano. Questo mostra con quale spirito egli abbia preparato le consacrazioni del 1988. Allora, come oggi, non si trattava di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità: una decisione necessaria e inevitabile, ma presa a malincuore.

 

In un’altra occasione, mons. Lefebvre dichiarò, serenamente e in maniera profondamente soprannaturale, che se la Fraternità San Pio X non fosse stata opera di Dio, non sarebbe andata avanti e non gli sarebbe sopravvissuta. Non spetta a noi dare una risposta a questa domanda. Ma la Storia, già, ha cominciato a pronunciarsi.

 

Secondo lei, quando e come la crisi della Chiesa potrà finire, e con essa questo senso di dissoluzione generale, tanto all’interno quanto all’esterno della Chiesa stessa?

Solo la Provvidenza possiede la risposta precisa a questa domanda. Quanto a me, suppongo che, dopo aver cercato invano e disperatamente la pace e l’unità nella collegialità, nel sinodo, nell’ecumenismo, nel dialogo, nell’ascolto, nell’inclusione, nella preoccupazione ecologica condivisa, nella fraternità umana, nella proclamazione incessante dei diritti dell’uomo, etc., le autorità finiranno per rendersi conto – troppo tardi – che la vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa.

 

Quando la crisi avrà manifestato tutte le sue conseguenze, quando l’apostasia sarà ancora più generalizzata e le chiese saranno vuote, queste autorità comprenderanno finalmente che non vi era nulla da inventare: bisognava semplicemente essere fedeli a Cristo Re e proclamare, sull’esempio dei primi martiri, i suoi diritti intangibili di fronte a un mondo neopagano.

 

Una cosa è certa: siccome è da Roma che si è originato il processo di autodemolizione della Chiesa, è solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi. Tuttavia, i germi della rigenerazione della Chiesa sono già all’opera: fruttificano umilmente nelle anime vivificate dallo spirito di Nostro Signore, e nelle quali si prepara silenziosamente l’avvento di coloro che, un giorno, ristabiliranno nel suo splendore la regalità di Gesù Cristo.

 

«È solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi».

 

Indubbiamente, la crisi perdura più di quanto si potesse immaginare. Ciò è dovuto, a mio umile parere, alla difficoltà intrinseca che la Chiesa incontra oggi nel reagire. Un corpo sano riesce abbastanza facilmente a reagire agli agenti patogeni che lo attaccano; ma più un corpo è indebolito, più fatica. Allo stesso modo, la crisi che viviamo è stata determinata dall’attacco di princìpi perniciosi su spiriti già indeboliti – indebolimento che era iniziato ben prima delle riforme.

 

Tuttavia, come in ogni prova, bisogna vedere la Provvidenza all’opera e armarsi di pazienza. Più la crisi è lunga, più Satana si scatena, più allora il trionfo della Tradizione sarà splendente e, soprattutto, più sarà manifestato al mondo che la Chiesa è indefettibile e divina.

 

Mai come oggi la promessa di Nostro Signore ci riempie di gioia e di speranza: «le porte degli inferi non prevarranno contro di Essa» (Mt 16, 18).

 

E ancora una volta, la certezza di questo trionfo è assicurata da Colei che schiaccia tutte le eresie: «Alla fine, il mio Cuore immacolato trionferà.»

 

 

Intervista rilasciata a Menzingen il 19 aprile 2026, domenica del Buon Pastore

 

NOTE

1) Questo ordine fondato sulla trasmissione della fede è una nozione classica del diritto canonico. Citiamo un autore fra altri: «Ut patet fundamentum vitæ supernaturalis Ecclesiæ curæ et potestati concreditæ est fides»; è chiaro che la fede è il fondamento della vita soprannaturale affidata alla cura e all’autorità della Chiesa. Il diritto dovrà dunque determinare in modo organico tutto ciò che riguarda la fede: «quæ respiciunt fidei prædicationem, explicationem, susceptionem, exercitium, professionem externam, defensionem et vindicationem»; tutto ciò che riguarda la predicazione della fede, la sua spiegazione, la sua ricezione, il suo esercizio, la sua professione esterna, la sua difesa e la confutazione degli errori», in Gommarus Michiels OFM Cap., Normæ generales juris canonici, Parigi, 1949, vol. 1, p. 258.

2) Il cardinal Castrillón Hoyos ha affermato più volte, negli anni 2000, che la Fraternità San Pio X «non è in scisma», ma si trova in una «situazione canonica irregolare», da regolarizzare all’interno della Chiesa.

3) Lettera di don Davide Pagliarani al cardinal Víctor Manuel Fernández del 18 febbraio 2026, allegato 2.

4) Questa dottrina considera il collegio episcopale in quanto tale come un secondo soggetto dell’autorità suprema nella Chiesa, accanto al papa: di conseguenza, tende a trasformare la Chiesa in una sorta di concilio permanente, giustificando l’onnipotenza delle conferenze episcopali e la riforma sinodale in corso.

5) Si distinguono in particolare gli studi del Padre Josef Bisig, fondatore della Fraternità San Pietro, e del Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità San Vincenzo Ferreri.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

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I gesuiti accusati di aver trasformato la Bolivia in una «discarica per pedofili»

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Un istituto indipendente nominato dal Parlamento catalano in Spagna ha avviato all’inizio di questo mese un’indagine sulla provincia catalana della Compagnia di Gesù (Gesuiti) per aver presumibilmente inviato in Bolivia sacerdoti colpevoli di abusi sessuali, dove avrebbero continuato a perpetrare tali abusi. lo riporta LifeSite.   L’inchiesta è stata avviata in seguito a una richiesta della Comunità boliviana dei sopravvissuti, che ha accusato i gesuiti catalani di aver inviato in Bolivia numerosi sacerdoti noti per aver commesso abusi, trasformando il Paese sudamericano in una «discarica per pedofili», secondo quanto riportato da Crux Now. L’inchiesta si aggiungerà a un’indagine sulle accuse di abusi denunciate da ex studenti della scuola Casp-Sagrat Cor de Jesús di Barcellona, avviata nel 2023.   Edwin Alvarado, portavoce della Comunità dei sopravvissuti boliviani, ha espresso la speranza che le accuse vengano finalmente oggetto di indagine.   «Siamo ottimisti perché comprendiamo che l’indagine del difensore civico e del parlamento catalano contribuirà a consolidare la verità storica che stiamo costruendo in Bolivia riguardo agli abusi sessuali nel clero, ponendo le basi per proseguire nel perseguimento di una giustizia completa», ha affermato.   Alvarado ha inoltre sottolineato che considerano questa indagine con vergogna. «Perché in Bolivia non siamo stati in grado di istituire una commissione parlamentare per la verità, bicamerale e multipartitica, autonoma, finanziata e indipendente», ha affermato.   I sopravvissuti hanno accusato i gesuiti di aver trasferito in Bolivia diversi sacerdoti che avevano abusato di persone in Catalogna, dove avrebbero continuato a commettere gravissimi abusi.   In un caso, padre Francesc Peris, i cui presunti abusi risalenti agli anni Sessanta erano stati denunciati dagli studenti della scuola Casp-Sagrat Cor de Jesús, fu trasferito nel 1983 al Colegio Juan XXIII di Cochabamba, in Bolivia, dove avrebbe abusato di ragazze nel loro dormitorio durante la notte. Sebbene Peris prendesse di mira principalmente ragazze giovani, almeno un ragazzo ha denunciato di essere stato abusato da lui alla comunità dei sopravvissuti.   Un altro sacerdote, padre Lluís Tó González, aveva lavorato per anni in un’altra scuola gesuita in Catalogna e nel 1992 fu condannato per aver abusato sessualmente di una bambina di otto anni. Dopo aver scontato una breve pena detentiva di due anni, i gesuiti catalani lo mandarono in Bolivia, dove avrebbe continuato ad abusare di giovani ragazze vulnerabili, ma poco dopo fu nuovamente trasferito in Bolivia dalla provincia catalana.   Alcune lettere degli anni Novanta scambiate tra i gesuiti in Catalogna e la provincia boliviana, e scoperte dal quotidiano spagnolo El Periódico, dimostrano che l’ordine era a conoscenza delle accuse contro il sacerdote. Nel 2024, i gesuiti catalani hanno rivelato che dal 1948 erano state presentate ben 145 denunce di abusi sessuali contro membri della provincia, di cui 25 contro padre Tó, deceduto nel 2017 senza essere mai stato processato per i presunti abusi.   In effetti, diversi gesuiti sono stati accusati di abusi sessuali nel corso dei decenni. Uno dei casi più noti è quello di padre Marko Rupnik, accusato di aver abusato sessualmente, spiritualmente, psicologicamente e fisicamente di suore, nonché di vittime di sesso maschile.   Nel 2023, papa Francesco delegò il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero). Nell’ottobre del 2025, la DDF annunciò di aver nominato un collegio di cinque giudici per decidere il processo canonico di Rupnik.

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