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Storia

Donna fugge dal maniaco dopo 14 anni di prigionia. Questi casi di orrore sono in tutto il mondo

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Un residente della regione russa di Chelyabinsk avrebbe tenuto in ostaggio una donna per 14 anni, mentre avrebbe ucciso un’altra donna che aveva detenuto, ha detto lunedì la sezione locale del comitato investigativo. Secondo quanto riportato dai media locali, la madre del sospetto ha aiutato la donna a fuggire.

 

Gli investigatori hanno detto che nell’autunno del 2009, il sospettato ha portato la donna – una residente del luogo – in una casa privata «con il pretesto di bere alcolici» e da allora l’ha tenuta lì. Quest’anno, «dopo un’esacerbazione della malattia mentale, l’uomo è stato portato in un istituto medico e la donna è stata in grado di lasciare la casa in cui era tenuta», si legge nella dichiarazione degli investigatori.

 

Secondo quanto riferito dai media, la vittima, che aveva 19 anni quando è stata rapita, è riuscita a fuggire sabato. Il giorno seguente, la polizia è arrivata nel villaggio degli Urali di Smolino e ha perquisito la casa del cinquantenne Vladimir Cheskidov e della sua anziana madre Valentina.

 

La vittima – soprannominata da alcuni media «Yekaterina B.» – ha detto ai giornalisti che Cheskidov l’ha picchiata e violentata per tutti gli anni in cui è stata tenuta prigioniera. Ha anche detto che nella casa c’era un’altra detenuta, che l’uomo ha ucciso dopo una lite nel 2011. Il sospetto, bollato dai media russi come «il maniaco di Smolino», ha pugnalato più volte la sua vittima e poi l’ha finita con un cavachiodi, ha affermato la donna.

 

Più tardi lunedì, il comitato investigativo ha annunciato che era stato avviato un caso di omicidio contro il sospettato oltre a un precedente caso di rapimento. L’agenzia ha detto che i resti umani sono stati scoperti nel cortile fuori casa dell’uomo.

 

I residenti di Smolino hanno detto ai giornalisti che raramente vedevano Cheskidov fuori e che sua madre aveva detto loro che era a Mosca o altrove. La gente del posto ha insistito sul fatto che Valentina sapesse cosa stava facendo suo figlio e lo coprisse. Ma una fonte ha detto alla testata in governativa russa in lingua inglese RT che la madre in realtà non sospettava nulla e pensava che «Ekaterina» fosse la ragazza di Cheskidov. Secondo alcuni rapporti, Valentina è stata colei che alla fine l’ha aiutata a fuggire.

 

Cheskidov, che attualmente si trova in un istituto psichiatrico, è stato posto sotto la supervisione della polizia, secondo il comitato investigativo.

 

Casi di maniaci che imprigionano donne anche per decenni sono accaduti in varie parti del mondo, con dettagli a volte sordidi e difficili da accettare.

 

In California nel 1991 si ebbe il caso di Jaycee Dugard, una bambina di 11 anni che sparì per riemergere 18 anni dopo quando il comportamento di uno stupratore insospettì l’ufficiale che doveva controllarlo. La ragazzina, violentata per anni dall’uomo che la teneva in casa con la moglie, aveva dato alla luce due figlie, che avevano 11 e 15 anni al momento della riapparizione della Dugard nel 2009.

 

In Austria vi era stata la vicenda di Natascha Kampusch, rapita all’età di dieci anni e tenuta in una cantina segreta dal suo rapitore Wolfgang Přiklopil per più di otto anni, fino a quando è scappata il 23 agosto 2006. Dopo la sua fuga, Přiklopil si è ucciso mettendosi davanti a un treno in una stazione vicina.

 

In Giappone nel 1990 sparì Fudako Sano, bambina di 9 anni. Fu tenuta prigioniera per nove anni e due mesi da un uomo chiamato Nobuyuki Sato. Inizialmente si sospettava che fosse stata rapita dai servizi segreti nordcoreani, che usano portarsi via cittadini giapponesi per istruire le proprie spie in patria. Quando la polizia la ritrovò casualmente in seguito ad una scenata fatta da Sato alle autorità sanitarie arrivategli in casa a seguito di un litigio con la madre, la ragazza, oramai 19enne, risultava sana, anche se estremamente magra e debole a causa della mancanza di esercizio: riusciva a malapena a camminare. Era anche disidratata. A causa della mancanza di esposizione alla luce solare, aveva anche una carnagione molto chiara e soffriva di ittero. Mentre il suo corpo era quello di una donna di 19 anni, mentalmente si comportava come una bambina, e soffriva anche di disturbo da stress post-traumatico.

 

Nello Stato americano dell’Ohio, tra il 2002 e il 2004, un uomo di nome Ariel Castro rapì tre ragazzine – Michelle Knight, Amanda Berry e Gina DeJesus – dalle strade di Cleveland per poi tenerle prigioniere nella sua casa fino al 2013, quando la Berry riuscì a fuggire con la figlia di sei anni, che aveva partorito mentre era segregata, e a contattare la polizia, che liberò la Knight e la DeJesus e arrestò Castro ore dopo.

 

Lydia Gouardo, nata a Maisons-Alfort, Val-de-Marne, in Francia, è stata imprigionata per 28 anni, violentata e torturata dal suo patrigno, Raymond Gouardo. L’abuso ha avuto luogo dal 1971 al 1999.

 

Il caso Fritzl è emerso nel 2008, quando una donna di nome Elisabeth Fritzl ha detto alla polizia nella città di Amstetten, Bassa Austria, di essere stata tenuta prigioniera per 24 anni da suo padre, Josef Fritzl. Fritzl aveva aggredito, abusato sessualmente e violentato ripetutamente sua figlia tenuta prigioniera all’interno di un’area nascosta nella cantina della casa di famiglia. L’abuso ha portato alla nascita di sette figli: tre di loro sono rimasti in cattività con la madre; uno morì poco dopo la nascita e fu cremato da Fritzl; e gli altri tre furono allevati da Fritzl e sua moglie, Rosemarie, essendo stati segnalati come trovatelli.

 

Il caso di incesto e prigionia è stato scoperto a Mariquita, in Colombia, alla fine di marzo 2009 quando Arcedio Álvarez, 59 anni, fu arrestato e accusato di aver imprigionato e abusato sessualmente di sua figlia Alba Nidia Álvarez per un periodo di 25 anni, a partire da quando aveva nove anni. La figlia ha anche dato alla luce 14 bambini, sei dei quali sono morti per mancanza di cure mediche.

 

Tanya Nicole Kach-McCrum fu tenuta prigioniera per dieci anni da una guardia di sicurezza che lavorava nella scuola che frequentava. Il suo rapitore, Thomas Hose, alla fine si è dichiarato colpevole di rapporti sessuali devianti involontari e altri reati correlati ed è stato condannato da cinque a quindici anni di carcere. Alla fine, ha finito per scontare tutti i 15 anni.

 

Sylvia Marie Likens (1949-1965) era un’adolescente americana che è stata torturata e uccisa dalla sua custode, Gertrude Baniszewski, da molti dei figli di Baniszewski e molti dai loro amici del vicinato. L’abuso è durato tre mesi, avvenendo in modo incrementale, prima che Likens morisse per le sue gravi ferite e malnutrizione il 26 ottobre 1965 a Indianapolis, nell’Indiana. La ragazza è stata sempre più trascurata, sminuita, umiliata sessualmente, picchiata, affamata, lacerata, bruciata e disidratata dai suoi aguzzini. La sua autopsia ha mostrato 150 ferite in tutto il corpo, comprese diverse ustioni, segni di scottature e pelle erosa. Attraverso l’intimidazione, sua sorella minore, Jenny, è stata occasionalmente costretta a partecipare ai suoi maltrattamenti. La causa ufficiale della sua morte è stata determinata da un omicidio causato da una combinazione di ematoma subdurale e shock, complicato da una grave malnutrizione.

 

Nel 2009 in Argentina arrestarono Armando Lucero, un uomo che fu accusato di aver stuprato una delle sue figlie per un periodo di 20 anni, generando dall’incesto sette figli e pure di aver violentato due delle sue altre figlie. È stato arrestato quando sua figlia è andata alla polizia dopo aver temuto che avrebbe abusato del proprio figlio. La vicenda Lucero è simile a quello del caso Domingo Bulacio del 2016, anch’esso avvenuto in Argentina

 

Per tutti queste storie abominevoli, non siamo sicuri di sapere quale pena sia sufficiente.

 

 

 

 

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Storia

San Marco e gli innamorati. La storia dei «bócołi»

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La festa di San Marco, che si celebra oggi 25 aprile, a Venezia reca seco una storia romantica e struggente, rivissuta ancora oggi con la tradizione dei bócołi.

 

Si tratta di una delle usanze più romantiche e antiche della Serenissima. In lingua veneziana, bócoło significa «bocciolo di rosa», e la consuetudine vuole che gli uomini regalino alle donne amate – mogli, fidanzate, madri, figlie o sorelle – un bocciolo di rosa rossa.

 

Le origini affondano in una leggenda medievale che risale al IX secolo, ai tempi del doge Orso I Partecipazio. La bellissima Maria, detta Vulcana per i suoi capelli rosso-fiamma, figlia del doge, si innamorò di Tancredi, un giovane di umili origini, epperò assai valoroso e coraggioso. L’amore era corrisposto, ma il padre ostacolava l’unione a causa della differenza di rango.

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Vulcana consigliò allora a Tancredi di partire per la guerra contro i Mori, al fianco dei paladini di Carlo Magno, per conquistare gloria e meritare il consenso paterno.

 

Tancredi si distinse in battaglia, ma fu ferito mortalmente in un roseto. Prima di spirare, colse un bocciolo di rosa e lo bagnò con il proprio sangue, affidandolo all’amico Orlando perché lo consegnasse a Vulcana come estremo pegno d’amore. Il 25 aprile, giorno di San Marco, Orlando portò il fiore alla fanciulla. Vulcana, straziata dal dolore, strinse il bòcolo insanguinato al cuore e morì quella stessa notte.

 

Da allora, il bocciolo di rosa rossa divenne simbolo dell’amore puro, eterno e che «si apre alla vita come un fiore al sole», capace di sfidare anche la morte.

 

Tale tradizione non riguarda solo le coppie: nella Venezia antica si estendeva a tutte le donne della famiglia, simbolo di affetto e rispetto. Ancora oggi, nonostante la modernità, molti veneziani mantengono viva l’usanza, trasformando le calli e i campielli in un tripudio di rose rosse il 25 aprile. Il bócoło rappresenta la passione, la fedeltà e la resilienza della Serenissima, ma dovrebbe essere un simbolo di amore e sacrificio globale.

 

Se poi qualcuno oggi vuole sorbirsi le fiabe della Repubblica, prego. Ammille ce n’è….

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Politica

Uomo replica il cancello di Auschwitz: arrestato

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La polizia tedesca ha arrestato un uomo sospettato di aver eretto strutture a tema nazista nei pressi della città di Eggenfelden. Lo riporta la stampa locale.   Nel giro di un mese, in città sono comparse due strutture in legno recanti simboli nazisti. Alla fine di marzo, una grande replica dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, completa del famigerato slogan «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), è stata collocata davanti all’ufficio delle imposte locale. Presentava diverse svastiche, con la «B» dell’iscrizione capovolta, a imitazione dell’originale.   Creata nel 1940 dal fabbro polacco Jan Liwacz, sulla scritta la lettera «B» nel termine «Arbeit» fu infatti saldata al contrario, interpretata da alcuni come un atto di resistenza silenziosa. La scritta comparve per la prima volta nel 1933 nel campo di concentramento Dachau, dove – anche se oggi ciò è per qualche ragione dimenticato – fu internato un gran numero di clerici cattolici, come testimoniato nel libro, un tempo noto ma ora andato in oblio Christus in Dachau (1957).   La Polizei ha avviato un’indagine dopo il ritrovamento della ignominiosa scritta che ricorda la tragedia ebraico-eurotedesca.

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Una seconda installazione è apparsa il 13 aprile: una struttura nera simile a un camino, che ricorda un forno crematorio, con la scritta «Zyklon B» e contrassegnata da rune delle SS, collocata in un parcheggio riservato ai disabili all’esterno dello stesso edificio. Lo Zyklon B era un agente fumigante a base di acido cianidrico, utilizzato originariamente come insetticida e tristemente noto come il gas letale impiegato dalla Germania Nazista per lo sterminio di oltre un milione di ebrei, principalmente nei campi di Auschwitz e Majdanek. La sostanza fu inventata da Fritz Haber (1868–1934), chimico di padre ebreo, allievo del professor Robert Bunsen (quello del fornelletto), vinse nel 2018 il premio Nobel per il processo di sintesi dell’ammoniaca ed è considerato come il padre delle armi chimiche.   Il quotidiano Passauer Neue Presse ha riferito venerdì che il sospettato è un cittadino polacco di 33 anni residente in Baviera. È stato arrestato giorni dopo il secondo episodio, quando gli investigatori hanno confrontato le sue impronte digitali con quelle rinvenute sull’edificio.   Ulteriori simboli hitleristi sarebbero stati rinvenuti nel suo appartamento. È accusato di incitamento all’odio e di utilizzo di simboli incostituzionali, reati punibili con lunghe pene detentive e multe secondo la legge tedesca. Le autorità non hanno rivelato ulteriori dettagli sulla sua identità o sul suo movente, e non è ancora chiaro perché abbia preso di mira l’ufficio delle imposte.   Gli episodi hanno suscitato la condanna pubblica. Il sindaco locale, Martin Biber, li ha definiti «sfacciati e disgustosi» e un «insulto alla società». Ha fatto notare la consistente popolazione immigrata della città – considerata un possibile fattore alla base dell’accaduto – ma ha sottolineato che i residenti sono ben integrati e che non vi è «una scena di estrema destra evidente». Un gruppo locale, la «Colorful Action Alliance for Democracy», ha organizzato una manifestazione per condannare gli episodi, definendoli «la strumentalizzazione della sofferenza storica».   Dati recenti mostrano un forte aumento dei crimini e degli episodi di estremismo di destra che coinvolgono simboli nazisti in Germania: quasi 37.000 nel 2025, quasi il doppio della media annuale tra il 2015 e il 2022. La maggior parte è classificata come «reati di propaganda», come l’esposizione di svastiche o slogan vietati, sebbene molti riguardino anche crimini d’odio contro i migranti.

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Come riportato da Renovatio 21, vi sono però anche casi fraudolenti, come quello nel Nord Reno-Westfalia del consigliere comunale di origini cingalesi che aveva inscenato un atto di vandalismo hitlerita contro la sua automobile.   La frase «Arbeit macht frei» non è stata coniata dai nazisti, ma deriva dal titolo di un romanzo del XIX secolo dello scrittore, erudito, linguista, etnologo e pastore tedesco Lorenz Diefenbach. Il suo grande significato sindacale e marxista non è mai stato sottolineato da nessuno, né ovviamente riutilizzato neanche in parafrasi. Lo scrittore torinese Primo Levi, sopravvissuto dei campi per poi morire suicida dopo il successo letterario, riteneva che il motto era un’umiliazione suprema che indicava come la vera libertà fosse solo la morte.   Non è chiaro se la furia contro l’espressione arriverà un giorno a censurare anche la canzone (con l’album omonimo) dell’antico gruppo prog-rock italiano Area, Arbeit Macht Frei (1972) edito dalla leggendaria Cramps Records.     «Nelle tue miserie / riconoscerai / il signifcato di un Arbeti macht Frei» canta, tra diplofonie uniche, l’indimenticato cantante del gruppo, il greco Demetrio Stratos, già collaboratore del dipartimento di Glottologia dell’Università di Padova per le sue doti foniche.   «Tetra economia / quotidiana umiltà / ti spingono sempre verso / Arbeit macht Frei».  

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Immagine di Jochen Zimmermann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic 
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Intelligence

La banca vaticana, Gladio e la lotta al comunismo: dalla CIA al traffico di droga

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L’Istituto per le Opere di Religione (o IOR, acronimo con cui è divenuto notissimo), venne creato il 27 giugno del 1942 da Papa Pio XII (1876-1958) e Bernardino Nogara (1870-1958), con lo scopo di salvaguardare e amministrare le proprietà della Santa Sede utili al lavoro religioso e di carità. La banca del Vaticano, avendo sede in una nazione sovrana non ha modo di essere obbligata a porre rimedio ad alcuna violazione di legge internazionale né a dover presentare alcuna fonte dei suoi depositi. 

 

Costituendo una entità a sé stante all’interno del Vaticano e non avendo legami con nessun altro organo della Chiesa è stata ritenuta «la più segreta banca del mondo». Lo IOR è al centro delle speculazioni di un fortunato saggio storico sul sistema Stay Behind americano in Europa, Operation Gladio di Paul L. Williams.

 

Secondo Williams, Nogara che ne divenne il primo presidente, l’avrebbe diretta con l’abitudine di distruggere regolarmente i documenti riguardanti le transazioni senza lasciare alcuna traccia. Anche nei report annuali, composti da lunghissimi ed esaustivi elenchi di dare ed avere non sarebbe stato menzionato in nessun caso alcuna posta referente allo IOR, portando costantemente gli eventuali investigatori ad un inevitabile punto morto. 

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Grazie a questa sua peculiare organizzazione il Vaticano divenne luogo perfetto per assurgere a collegamento discreto tra gli obiettivi americani e quelli della Santa Sede. Il cardinale Francis Spellman (1889-1967) dagli Stati Uniti, ebbe a commentare che il destino italiano sarebbe dipeso dalle imminenti elezioni del 1948 e dal conflitto tra comunismo e cristianesimo, tra libertà e schiavitù. Lo stesso cardinale si prodigò a far giungere in Italia una cascata di messaggi radio dalle celebrità americane come Frank Sinatra, Bing Crosby e Gary Cooper esortando il popolo italiano a supportare la Democrazia Cristiana contro l’ascesa del comunismo. 

 

Sempre secondo Williams nei mesi precedenti l’epocale elezione italiana, la CIA indirizzò ben sessantacinque milioni di dollari neri verso la banca vaticana. Il denaro sarebbe stato recapitato ain contanti a mano dentro delle grosse valigie dai membri dell’organizzazione di Lucky Luciano (1897-1962). Operation Gladio scrive che la fonte del denaro sarebbe rimasta l’eroina fornita da una nota industria farmaceutica torinese. Smerciata in seguito attraverso espedienti come cioccolatini o frutta ripieni dell’oppiaceo raffinato, sarebbe stata spedita negli States attraverso lo sdoganamento negli accondiscendenti porti cubani gestiti dalla malavita italoamericana di Santo Trafficante. 

 

Da Cuba l’eroina sarebbe stata tagliata con lo zucchero prima di essere trasportata ai distributori di New Orleans, Miami e New York. La CIA aveva aiutato la logistica creando delle rotte sicure assieme alla International Longshoremen’s Association, i sindacati americani rappresentanti gli scaricatori di porto. Una volta giunta in terra ferma, l’eroina, sarebbe stata gestita da Jimmy Hoffa e altri leader dell’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori degli Stati Uniti e del Canada con l’aiuto delle società di trasporti di proprietà della mafia italoamericana. 

 

L’anno successivo delle elezioni italiane del 1948, Iosif Stalin (1878-1953) creò il Consiglio di mutua assistenza economica, un organo pensato per controllare l’unione economica tra Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia e Romania. La CIA avrebbe scelto in risposta di estendere il suo supporto alle forze politiche anticomuniste e alla rete Stay Behind inondando il sistema clandestinamente con milioni di dollari derivanti dal narcotraffico depositati da membri della cosca mafiosa di Don Calò, Calogero Vizzini, (1887-1954) nelle banche cattoliche, incluso il Banco Ambrosiano.

 

Nel 1949 Pio XII emise un decreto solenne nel quale dichiarava che avrebbe scomunicato non solo i membri della chiesa che avessero partecipato o favorito il Partito Comunista ma anche qualsiasi cattolico si fosse macchiato della pena di leggere o diffondere materiale inneggiante al comunismo. Secondo Williams il Vaticano avrebbe continuato a stringere i contatti con la CIA al punto di arrivare a ricevere ogni anno 20 milioni di dollari in aiuti economici e in cambio sarebbe stato chiesto di mantenere una tavola rotonda vaticana custodita da James Jesus Angleton (1917-1987), futuro satrapo del controspionaggio americano. 

 

Tali incontri periodici, scrive il saggio, avrebbero garantito agli statunitensi informazioni preziose provenienti dalle nazioni del blocco orientale attraverso gli ultimi canali ormai rimasti disponibili, quelli dei nunzi apostolici. Strategie per indebolire in tutto il mondo partiti e movimenti filo sovietici sarebbero stati decisi qui, tra la Santa Sede e Langley. Le talpe presenti in vaticano sarebbero statte individuate e le azioni dei preti progressisti, particolarmente quelli dell’America Latina, ostacolate in seguito a provvedimenti presi in questo esclusivo gruppo decisionale.

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Williams racconta come molti membri dell’Intelligence americana in quegli anni divennero parte del Sovrano Militare Ordine di Malta. Tra questi si sarebbero da annoverare Angleton, William Casey (1913-1987), William Colby (1920-1996) e John McCone (1902-1991) tutti futuri direttori della CIA. Il Generale Vernon Walters (1917-2002) vicedirettore della CIA sotto George H. W. Bush (1924-2018), Alexander Haig (1924-2010) generale della NATO e futuro segretario di Stato di Ronald Reagan (1911-2004), il citato padre dei servizi americani William «Wild Bill» Donovan e l’ex superspia nazista Reinhard Gehlen (1902-1979) stesso. 

 

Di lì a poco però la succitata industria farmaceutica torinese prestatasi allo scopo come prima fornitrice di purissima eroina avrebbe dovuto fermare la produzione clandestina. Il decano della lotta alla droga americano Harry Jacob Anslinger (1892-1975) indicò per primo una quantità fuori dalla norma prodotta in Italia e con le sue indagini riportò ordine.

 

Lo schema messo in piedi avrebbe rischiato quindi di saltare sul più bello. Si sarebbe reso necessario trovare un nuovo fornitore e dei nuovi laboratori per far si che il Magnum Opus potesse compiersi e che nuovamente i prodigiosi flussi di narcodollari potessero tornare a scorrere verso conti bancari cattolici italiane. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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