Geopolitica
Gli USA stanno sabotando gli sforzi dell’Egitto per portare la pace in Sudan?
Gli Stati Uniti sembrano aver lanciato uno sforzo per sabotare lo sforzo del presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sisi di portare la pace in Sudan organizzando un vertice dei leader dei paesi confinanti con il Sudan.
Questo vertice, che si terrà il 13 luglio, includerà Egitto, Sud Sudan, Sudan, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Libia e, si spera, Eritrea. Tutti questi Paesi sono stati colpiti da decine di migliaia di rifugiati sudanesi in fuga dai combattimenti tra l’esercito sudanese e le forze di supporto rapido.
Il 10 e 11 luglio l’Assistente Segretario di Stato per gli affari africani Molly Phee e l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Sudan John Godfrey si sono presentati ad Addis Abeba, in Etiopia, dove sono stati coinvolti in due incontri relativi alla mediazione di un accordo di pace in Sudan.
Il primo è stato un incontro del Quartetto di mediatori del gruppo regionale Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) composto da leader di Kenya, Sud Sudan, Gibuti ed Etiopia, dove è stato proposto di inviare una forza militare panafricana in Sudan e un no -fly zone presumibilmente per proteggere i civili.
L’esercito sudanese e il Transitional Sovereignty Council, che rappresentano il governo del Sudan, si sono rifiutati di partecipare alla riunione del quartetto IGAD accusando il presidente del Quartetto, il presidente keniota William Ruto, di sostenere le forze di supporto rapido, sebbene l’RSF abbia inviato un rappresentante.
Il ministero degli Esteri sudanese ha rilasciato una dichiarazione in cui denuncia la proposta del Quartetto di esplorare la possibilità di dispiegare in Sudan l’East Africa Standby Force (EASF) dell’Unione Africana, protestando quindi contro una dichiarazione del primo ministro etiope Abiy Ahmed su un vuoto di potere in Sudan e sulla necessità di imporre una no-fly zone in Sudan, aggiungendo che qualsiasi dispiegamento di truppe straniere sarebbe considerato un «atto di aggressione».
Il secondo incontro è stato di delegazioni civili delle Forze per la Libertà e il Cambiamento, a cui non hanno partecipato né l’Esercito sudanese né le Forze di sicurezza rapida. Sia l’assistente del segretario di Stato Molly Phee che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Sudan John Godfrey erano presenti e intorno a questi incontri, esprimendo la politica degli Stati Uniti. Nessuno dei due ha menzionato l’iniziativa egiziana.
In una dichiarazione Phee ha invitato entrambe le parti a «porre immediatamente fine ai combattimenti». La Phee ha anche tenuto un incontro con l’ex primo ministro sudanese Abdallah Hamdok, che era stato rimosso dal potere dal presidente del Sovereignty Council e dal capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan. Hamdok è ritenuto il beniamino della «comunità internazionale occidentale».
Il tentativo degli Stati Uniti di mediare un cessate il fuoco durante i negoziati a Jeddah, in Arabia Saudita, è totalmente fallito ed è stato sospeso. A differenza di questi due sforzi, l’iniziativa egiziana sta tentando di portare tutte le parti, vale a dire i paesi vicini e le due fazioni in guerra, in un processo che, si spera, porrà fine ai combattimenti e stabilizzerà il Paese.
Citando fonti diplomatiche, il quotidiano semi-ufficiale egiziano Al Ahram, il Sudan sarà in cima all’agenda del vertice Russia-Africa che sarà inaugurato dal presidente russo Vladimir Putin il 27-28 luglio a San Pietroburgo. Parteciperà il presidente del Transitional Sovereignty Council del Sudan e capo di stato maggiore dell’esercito sudanese, il generale Abdel Fattah al-Burhan.
Nel conflitto, il Cairo è ritenuto un sostenitore del governo centrale sudanese.
Come riportato da Renovatio 21, l’OMS poche settimane fa ha emesso un avviso sull’attacco di un biolaboratorio in Sudan che parlava di un «enorme rischio biologico».
Negli scontri un mese fa è stata attaccata anche l’ambasciata dell’Arabia Saudita.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Il ministro israeliano Smotrich appoggia il genocidio dei palestinesi dinanzi alle telecamere
Nel corso di un evento filmato il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che la «pulizia radicale» che Israele sta conducendo nel Libano meridionale è «senza precedenti». Smotrich ha sottolineato che «non si torna indietro» e che il mondo non fermerà Israele.
«La pulizia radicale, sia in superficie che nel sottosuolo, che stiamo effettuando ora nel Libano meridionale, nelle sue profondità, non ha precedenti».
«Questa è una purificazione totale senza precedenti, sia sopra che sotto terra. Non hanno nessun posto dove tornare! E comunque, il mondo non ci fermerà!» ha esclamato il ministro sionista.
Israeli Finance Minister Bezalel Smotrich:
The thorough cleansing that we are carrying out now in southern Lebanon is unprecedented.
They have nowhere to return to. Look at how it looks.
And by the way, the world isn’t stopping us. pic.twitter.com/lI17gYBWei
— Clash Report (@clashreport) October 5, 2026
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Queste dichiarazioni hanno riacceso il dibattito sulla campagna militare israeliana e sulla sorte dei civili sfollati dal Libano meridionale.
Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich cinque mesi fa aveva dichiarato che l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania procede con il pieno appoggio degli Stati Uniti.
Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich promuove la conquista della Striscia di Gaza. Nel maggio 2025 Smotrich è intervenuto su Canale 12 TV dichiarando che Israele occuperà completamente la Striscia di Gaza, dicendo praticamente agli israeliani che dovrebbero dimenticare gli ostaggi rimasti nelle mani di Hamas.
Oramai tutti riconoscono che si tratta del governo più estremista della Storia di Israele, sostenuto da sionisti religiosi e secolaristi, con tinte messianiche che interesserebbero lo stesso Netanyahu. Sullo sfondo, sempre più distintamente, l’idea del «Grande Israele», dove lo Stato degli ebrei si estende in tutta la regione.
Come riportato da Renovatio 21, lo Smotrich aveva citato il concetto dell’inesistenza dei palestinesi in un servizio commemorativo per un attivista del Likud a Parigi. Parlando da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, aveva affermato che il popolo palestinese «non esisteva».
Come riportato da Renovatio 21 ad agosto 2024, Smotrich ha espresso il suo sostegno al blocco degli aiuti a Gaza, affermando che «nessuno ci permetterà di far morire di fame due milioni di civili, anche se ciò potrebbe essere giustificato e morale, finché i nostri ostaggi non saranno restituiti».
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Alla fine di febbraio 2024, il ministro sionista aveva affermato che lo Stato di Israele avrebbe dovuto «spazzare via» il villaggio palestinese di Huwwara, dopo che era stato oggetto di una violenta aggressione da parte dei coloni israeliani. Mesi prima lo Smotrich aveva legalizzato 5 nuovi insediamenti di coloni ebraici. A inizio dell’anno passato aveva dichiarato che cacciare il 90% degli abitanti di Gaza «non costa nulla».
Smotrich, assieme ad altri partiti sionisti, aveva annunciato di essere pronto a lasciare il governo (facendolo quindi cadere) qualora Netanyahu accettasse la tregua con Hamas proposta dapprima dal presidente americano Biden.
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno lo Smotrich aveva chiesto apertis verbis l’annessione del Libano meridionale.
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Immagine screenshot da Twitter
Geopolitica
La Russia dice alle ambasciate straniere di lasciare Kiev
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Geopolitica
Merz promette maggiore sostegno militare all’Ucraina, mentre parte il countdown per la caduta del suo governo
Friedrich Merz, cancelliere tedesco e figura molto impopolare, si trovava negli scorsi giorni a Kiev, dove ha annunciato un ulteriore stanziamento di 1 miliardo di euro in aiuti militari al regime del presidente ad interim ucraino Volodymyr Zelens’kyj.
Nel corso di una conferenza stampa accanto al presidente ucraino, Merz ha sostenuto che Mosca tenta di logorare il morale della popolazione ucraina e ha inoltre previsto 350 milioni di euro per il ripristino delle infrastrutture energetiche. Secondo l’agenzia Reuters, il cancelliere ha ribadito che la Germania resta il principale sostenitore dell’Ucraina.
«Lo facciamo non solo per proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche nel nostro profondo interesse, poiché si tratta di una questione di sicurezza europea», ha dichiarato Merz, affermando che la Russia conduce attacchi informatici e campagne di disinformazione rivolti contro l’ordine democratico europeo.
«Questo dimostra che non ci lasceremo intimidire», ha aggiunto. Funzionari tedeschi hanno riferito che i dirigenti d’azienda al seguito di Merz hanno siglato 14 accordi con il governo e con imprese ucraine per un valore complessivo di circa 6,6 miliardi di euro. Tra questi figuravano una fornitura di missili di difesa aerea IRIS-T e una di droni intercettori.
«L’aspetto importante di questa visita è che non solo la Germania sta aiutando l’Ucraina, ma anche l’Ucraina sta condividendo le proprie conoscenze, la propria esperienza e i propri ordini», ha dichiarato Zelens’kyj. «Si tratta di posti di lavoro per la Germania».
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Nel frattempo Merz continua a perdere consensi di giorno in giorno. Il sondaggio Infratest-Dimap del 2 ottobre attribuiva all’opposizione AfD il 27% e ai cristiano-democratici di Merz solo il 20%; quello dell’INFAS, pubblicato domenica, vedeva già l’AfD al 30% e la CDU-CSU al 18%. Il «miglior» risultato personale di Merz è un misero 10% di consensi, a fronte di un’opposizione dell’88% secondo Infratest. I socialdemocratici (SPD), partner di coalizione della CDU-CSU al governo, hanno ottenuto il 13% venerdì scorso e il 14% domenica. I due sondaggi assegnano all’esecutivo appena il 32-33% dei consensi.
Ciononostante Merz si dice determinato a restare cancelliere, sostenendo che non esiste alternativa né a lui né alla politica di governo che, a suo dire, garantirebbe la stabilità della Germania e dell’Europa, riporta EIRN. Una serie di proteste di massa e le crescenti tensioni interne all’esecutivo indicano però che quella stessa politica sta rendendo la Germania instabile e ingovernabile.
La coalizione è così fragile che la scorsa settimana il presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha telefonato separatamente al ministro delle Finanze e vicecancelliere Lars Klingbeil (SPD) e al ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CSU) per esprimere la preoccupazione di un imminente crollo del governo.
Un necessario cambio di linea dovrebbe includere anche un cambio di cancelliere, ma finora nessun esponente dei cristiano-democratici di Merz si è fatto avanti. Un primo giro di sondaggi sui possibili sostituti, due settimane fa, ha mostrato che tutti e tre i potenziali candidati — Hendrik Wüst (presidente del land del Nord Reno-Westfalia), Daniel Günther (presidente dello Schleswig-Holstein) e Markus Söder (presidente della Baviera) — non sono disposti ad accettare l’incarico.
L’AfD ha offerto, dietro le quinte, tolleranza e sostegno caso per caso alla CDU-CSU per un governo di minoranza senza Merz. Da solo, però, questo non renderebbe la Germania più governabile e stabile, soprattutto se i cristiano-democratici intendessero proseguire con le stesse politiche che li hanno portati al declino nei sondaggi e nelle tre elezioni regionali in Sassonia-Anhalt (tenutesi lo scoso 6 settembre), Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino (entrambe avutesi il 20 settembre).
La caduta di Merz dovrebbe avvenire in modo sinergico, insieme alla fine delle sue politiche contro la Russia e a favore dell’Ucraina, contro l’austerità di bilancio e il riarmo eccessivamente costoso, e contro le scelte che hanno portato alla crisi energetica, che, ha ammesso lo stesso cancelliere, è causata dalla mancanza di gas russo.
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso mese AfD ha querelato Merz per sue dichiarazioni.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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