Nucleare
Fine del tabù nucleare: in Russia qualcuno inizia a parlare di uso delle atomiche…
Una grande, terribile novità è apparsa sulla scena internazionale negli ultimi giorni: intellettuali russi cominciano a parlare di utilizzare le armi atomiche di cui Mosca dispone ad abundantiam. Non si tratta di un passo da niente.
Va ricordato infatti che, secondo le stime ufficiali, la Federazione Russa è la maggiore superpotenza nucleare del pianeta – secondo l’American Federation of Scientists ne avrebbe 5.889, cioè 645 più degli USA.
Così come bisogna rammentare il grande pudore con cui i russi ne hanno parlato – per lo meno a differenza di certi senatori americani con i loro gufi neocon vari.
Putin, non parla dell’uso delle atomiche – annuncia che le sta per mettere in Bielorussia, allerta le forze di difesa nucleari, afferma la dottrina nucleare russa, ai giornalisti profetizza una «guerra senza vincitori». La brinkmanship, termine con cui gli americani definivano nella Guerra Fredda le azioni dei due contendenti sul filo della distruzione termonucleare, è un’arte seria: quindi c’è pudore, contegno nel parlarne, cosa che è emersa anche dall’ultima intervista di Trump con Tucker Carlson e nei suoi ultimi messaggi video. La chiama la «N-Word», la parola che inizia per «N», che è meglio non pronunciare, e meglio non parlarne, ché il suo potere è talmente spaventoso da fondere blocchi di granito in pozzanghere opache, mentre intere metropoli possono essere spazzate via in un nonnulla.
La situazione sta cambiando. Eravamo abituati a sentire i discorsi degli Stranamore americani. Mai era capitato che un discorso di razionalizzazione dell’impiego delle atomiche venisse resa pubblica da uno studioso russo, su un media russo.
Il politologo russo Sergej Karaganov, preside della facoltà di Economia e Affari Internazionali della Scuola Superiore di Studi Economici dell’Università di Mosca e capo di un istituto chiamato Consiglio di politica estera e della difesa, ha scritto un lungo articolo comparso su il sito russo Rossija v Globalnoj Politike e su RT, uno scritto che ha lanciato vibrazioni sismiche in ogni direzione.
È vera una cosa: l’istinto di autoconservazione pare sparito dall’Occidente. E noi sappiamo anche come mai: perché la mente dello Stato, l’anima della società, le leggi, le arti, tutto quanto è stato colonizzato da un sistema operativo che ha nella morte, propria e altrui, il suo unico fine: la Necrocultura possiede l’Occidente. La Cultura della Morte è ciò che, direttamente o indirettamente, ci sta spingendo verso l’abisso termonucleare.
Come scritto da Renovatio 21 ancora un anno fa siamo davanti ad una nuova, terrificante Finestra di Overton: la Finestra di Overton atomica, arricchita pure, magari, dalla cifra ipersonica, che rappresenta attualmente la fine del concetto strategico di deterrenza.
Renovatio 21 ripubblica l’articolo di Karaganov, chiedendo a tutti i lettori di pregare affinché lo scenario qui descritto mai abbia a concretizzarsi.
Il nostro Paese, e la sua leadership, mi sembra si trovino di fronte a una scelta difficile. Sta diventando sempre più chiaro che il nostro scontro con l’Occidente non finirà anche se otterremo una vittoria parziale – per non dire schiacciante – in Ucraina.
Anche se liberiamo completamente le regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporiggia e Kherson, sarà una vittoria minima. Un successo leggermente maggiore sarebbe liberare l’intera Ucraina orientale e meridionale entro un anno o due. Ma lascerebbe comunque una parte del Paese con una popolazione ultranazionalista ancora più amareggiata e piena di armi: una ferita sanguinante che minaccia inevitabili complicazioni, come un’altra guerra.
La situazione potrebbe peggiorare se liberassimo l’intera Ucraina a costo di mostruosi sacrifici e rimanessimo con rovine e una popolazione che per lo più ci odia. Ci vorrebbe più di un decennio per «rieducarli».
Ognuna di queste opzioni, in particolare l’ultima, distrarrà la Russia dal tanto necessario spostamento del suo centro spirituale, economico, militare e politico nell’est dell’Eurasia. Saremo bloccati con una concentrazione dispendiosa sull’Occidente. E i territori dell’Ucraina di oggi, soprattutto quelli centrali e occidentali, attireranno risorse, sia umane che finanziarie. Queste regioni erano pesantemente sovvenzionate anche in epoca sovietica.
Nel frattempo, l’ostilità dell’Occidente continuerà; sosterrà una lenta guerra civile di guerriglia.
Un’opzione più allettante è la liberazione e la riunificazione dell’est e del sud e l’imposizione della capitolazione sui resti dell’Ucraina con la completa smilitarizzazione, creando uno stato cuscinetto e amico. Ma un tale risultato sarebbe possibile solo se fossimo in grado di spezzare la volontà dell’Occidente di sostenere la giunta di Kiev, e usarla contro di noi, costringendo il blocco guidato dagli Stati Uniti a una ritirata strategica.
E qui vengo a una questione cruciale ma poco discussa. La causa principale – e in effetti la ragione principale – della crisi ucraina, così come di molti altri conflitti nel mondo, e del generale aumento delle minacce militari, è il crescente fallimento delle élite dominanti occidentali contemporanee.
Questa crisi è accompagnata da uno spostamento senza precedenti degli equilibri di potere nel mondo a favore della maggioranza globale, guidata economicamente dalla Cina e in parte dall’India, con la Russia come ancoraggio militare e strategico.
Questo indebolimento non solo fa infuriare le élite imperiali-cosmopolite (il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e i suoi simili), ma spaventa anche le élite imperiali-nazionali (come il suo predecessore Donald Trump).
L’Occidente sta perdendo il vantaggio che ha avuto per cinque secoli di sottrarre la ricchezza del mondo intero imponendo il suo ordine politico ed economico e stabilendo il suo dominio culturale, principalmente con la forza bruta. Quindi non c’è una fine rapida al confronto difensivo, ma aggressivo, che l’Occidente ha scatenato.
Questo collasso morale, politico ed economico è in fermento dalla metà degli anni ’60, interrotto dal crollo dell’URSS, ma ripreso con rinnovato vigore negli anni 2000 (le sconfitte degli americani e dei loro alleati in Iraq e Afghanistan, e la crisi del modello economico occidentale nel 2008 sono state pietre miliari).
Per rallentare questo spostamento sismico, l’Occidente si è temporaneamente consolidato. Gli Stati Uniti hanno trasformato l’Ucraina in un sacco da boxe per legare le mani alla Russia, perno politico-militare di un mondo non occidentale liberato dalle catene del neocolonialismo.
Idealmente, ovviamente, gli americani vorrebbero semplicemente far saltare in aria il nostro paese e quindi indebolire radicalmente la superpotenza alternativa emergente, la Cina. Noi, o non rendendoci conto dell’inevitabilità dello scontro o accumulando le nostre forze, siamo stati lenti ad agire preventivamente.
Inoltre, in linea con il pensiero politico e militare moderno, principalmente occidentale, siamo stati avventati nell’innalzare la soglia per l’uso di armi nucleari, imprecisi nel valutare la situazione in Ucraina e non del tutto riusciti a lanciare l’operazione militare in corso.
Fallendo internamente, le élite occidentali hanno alimentato attivamente le erbacce che hanno messo radici nel suolo di 70 anni di prosperità, sazietà e pace. Queste comprendono le ideologie antiumane: la negazione della famiglia, della patria, della storia, dell’amore tra uomini e donne, della fede, del servizio agli ideali superiori, di tutto ciò che è umano.
La loro filosofia è eliminare coloro che resistono. L’obiettivo è quello di sterilizzare le persone al fine di ridurre la loro capacità di resistere al moderno capitalismo «globalista», che sta diventando sempre più palesemente ingiusto e dannoso per l’uomo e l’umanità.
Nel frattempo, gli Stati Uniti indeboliti stanno distruggendo l’Europa occidentale e altri paesi da essa dipendenti, cercando di spingerli in uno scontro che seguirà l’Ucraina. Le élite nella maggior parte di questi paesi hanno perso l’orientamento e, prese dal panico per la crisi delle loro posizioni in patria e all’estero, stanno diligentemente conducendo i loro paesi al massacro.
Allo stesso tempo, a causa di maggiori fallimenti, senso di impotenza, secoli di russofobia, degrado intellettuale e perdita di cultura strategica, il loro odio è quasi più intenso di quello degli Stati Uniti.
Pertanto, la traiettoria della maggior parte dei Paesi occidentali punta chiaramente verso un nuovo fascismo, che potrebbe essere chiamato totalitarismo «liberale».
In futuro, e questa è la cosa più importante, potrà solo peggiorare. Le tregue sono possibili, ma la riconciliazione no. La rabbia e la disperazione continueranno a crescere a ondate e ondate. Questo vettore del movimento occidentale è un chiaro segno della deriva verso lo scoppio della terza guerra mondiale. È già iniziato e potrebbe esplodere in una vera e propria conflagrazione sia per caso, sia a causa della crescente incompetenza e irresponsabilità dei circoli dominanti dell’Occidente.
L’introduzione dell’intelligenza artificiale e la robotizzazione della guerra aumentano il rischio di un’escalation involontaria. Le macchine possono agire al di fuori del controllo di élite confuse.
La situazione è aggravata dal «parassitismo strategico»: in 75 anni di relativa pace, le persone hanno dimenticato gli orrori della guerra, hanno smesso di temere persino le armi nucleari. Ovunque, ma soprattutto in Occidente, l’istinto di autoconservazione si è indebolito.
Ho passato molti anni a studiare la storia della strategia nucleare e sono giunto a una conclusione inequivocabile, anche se non scientifica.
L’avvento delle armi nucleari è il risultato dell’intervento dell’Onnipotente, che, sconvolto dal fatto che l’umanità avesse scatenato due guerre mondiali in una generazione, costate decine di milioni di vite, ci ha dato le armi dell’Armageddon per mostrare a coloro che avevano perso la paura dell’Inferno che esisteva. Su quella paura poggiava la relativa pace degli ultimi tre quarti di secolo.
Ma ora quella paura è sparita. Sta accadendo l’impensabile in termini di precedenti nozioni di deterrenza nucleare: un gruppo di élite al potere, in un impeto di rabbia disperata, ha scatenato una guerra su vasta scala nel ventre di una superpotenza nucleare.
La paura dell’escalation atomica deve essere ripristinata. Altrimenti l’umanità è condannata.
Non è solo, e nemmeno tanto, come sarà il futuro ordine mondiale che si sta decidendo nei campi dell’Ucraina in questo momento. Ma piuttosto se il mondo a cui siamo abituati verrà preservato, o se rimarranno solo rovine radioattive, avvelenando i resti dell’umanità.
Spezzando la volontà dell’Occidente nell’imporre la sua aggressione, non solo salveremo noi stessi e libereremo finalmente il mondo dal giogo occidentale di cinque secoli, ma salveremo anche l’intera umanità.
Spingendo l’Occidente verso la catarsi e l’abbandono dell’egemonia delle sue élite, lo costringeremo a ritirarsi di fronte a una catastrofe globale.
L’umanità avrà una nuova possibilità di sviluppo.
La soluzione proposta
Certo, c’è una lotta in salita davanti. È anche necessario risolvere i nostri problemi interni – liberarci finalmente della mentalità del centrismo occidentale e degli occidentalisti nella classe amministrativa. Soprattutto i compradores e il loro peculiare modo di pensare. Naturalmente, in questo settore, il blocco NATO ci sta aiutando, inconsapevolmente.
Il nostro viaggio di 300 anni in giro per l’Europa ci ha dato molte lezioni utili e ci ha aiutato a formare la nostra grande cultura. Facciamo tesoro della nostra eredità europea. Ma è tempo di tornare a casa, a noi stessi. Cominciamo, con il bagaglio che abbiamo accumulato, a vivere a modo nostro. I nostri amici del ministero degli Esteri hanno recentemente compiuto un vero passo avanti riferendosi alla Russia come uno Stato di Civiltà nel loro concetto di politica estera. Aggiungerei: una Civiltà delle civiltà, aperta al Nord come al Sud, all’Occidente come all’Oriente. Ora la principale direzione di sviluppo è verso Sud, verso Nord e, soprattutto, verso Est.
Il confronto con l’Occidente in Ucraina, comunque vada a finire, non deve distrarci dal movimento interno strategico – spirituale, culturale, economico, politico, militare e politico – verso gli Urali, la Siberia e l’Oceano Pacifico. È necessaria una nuova strategia Ural-Siberiana, che includa diversi potenti progetti spiritualmente edificanti, tra cui, ovviamente, la creazione di una terza capitale in Siberia.
Questo movimento dovrebbe entrare a far parte della tanto necessaria formulazione del «sogno russo» – l’immagine della Russia e del mondo a cui si aspira.
Ho scritto spesso, e non sono il solo, che i grandi Stati senza una grande idea cessano di essere tali o semplicemente scompaiono nel vuoto. La storia è disseminata di tombe di poteri che si sono persi. Questa idea dovrebbe essere creata dall’alto e non affidarsi, come fanno gli sciocchi o i pigri, a ciò che viene dal basso. Deve corrispondere ai valori e alle aspirazioni più profonde del popolo e, soprattutto, deve portarci tutti avanti. Ma è responsabilità dell’élite e della leadership del Paese formularlo. Il ritardo nel proporre una tale visione è inaccettabilmente lungo.
Ma affinché il futuro possa realizzarsi, la resistenza delle forze del passato – vale a dire l’Occidente – deve essere superata. Se questo non viene raggiunto, quasi certamente ci sarà una guerra mondiale su vasta scala. Che sarà probabilmente l’ultimo del suo genere.
E qui vengo alla parte più difficile di questo articolo. Possiamo continuare a combattere per un altro anno o due, o anche tre, sacrificando migliaia e migliaia dei nostri uomini migliori e macinando altre centinaia di migliaia che sono così sfortunati da cadere nella tragica trappola storica di quella che oggi è chiamata Ucraina. Ma questa operazione militare non può concludersi con una vittoria decisiva senza costringere l’Occidente a una ritirata strategica o addirittura alla capitolazione.
Dobbiamo costringere l’Occidente ad abbandonare i suoi tentativi di tornare indietro nella storia, ad abbandonare i suoi tentativi di dominio globale e costringerlo ad affrontare i propri problemi, a gestire la sua attuale crisi multiforme.
Per dirla in parole povere, è necessario che l’Occidente semplicemente «si incazzi» e metta fine alla sua interferenza in direzione della Russia e del resto del mondo.
Tuttavia, affinché ciò accada, le élite occidentali devono riscoprire il proprio perduto senso di autoconservazione comprendendo che i tentativi di logorare la Russia mettendo gli ucraini contro di essa sono controproducenti per lo stesso Occidente.
La credibilità della deterrenza nucleare deve essere ripristinata abbassando la soglia inaccettabilmente alta per l’uso di armi atomiche e salendo con cautela ma rapidamente la scala dell’escalation della deterrenza. I primi passi sono già stati compiuti attraverso dichiarazioni in tal senso da parte del presidente e di altri leader, iniziando a dispiegare armi nucleari e relativi vettori in Bielorussia e aumentando l’efficacia in combattimento delle forze di deterrenza strategica.
Ci sono parecchi gradini su questa scala. Conto circa due dozzine. Potrebbe persino arrivare ad avvertire i nostri compatrioti e tutte le persone di buona volontà della necessità di lasciare le loro case vicino agli oggetti di possibili attacchi nucleari nei paesi che sostengono direttamente il regime di Kiev.
Ho spesso detto e scritto che con la giusta strategia di deterrenza e persino di utilizzo, si può minimizzare il rischio di un attacco nucleare o di altro tipo «di rappresaglia» sul nostro territorio.
Solo se alla Casa Bianca ci sarà un pazzo che odia anche il proprio Paese, gli Stati Uniti decideranno di colpire in «difesa» degli europei e invitare alla rappresaglia sacrificando un’ipotetica Boston per una fittizia Poznan.
Gli americani e gli europei occidentali lo sanno bene, preferiscono solo non pensarci. Anche noi abbiamo contribuito a questa incoscienza con i nostri pacifici pronunciamenti. Avendo studiato la storia della strategia nucleare degli Stati Uniti, so che dopo che l’URSS ha acquisito una credibile capacità di ritorsione nucleare, Washington non ha mai considerato seriamente l’uso di armi nucleari sul territorio sovietico, anche se ha pubblicamente bluffato.
Quando furono prese in considerazione le armi nucleari, fu solo contro l’«avanzata» delle forze sovietiche nell’Europa occidentale. So che gli ultimi cancellieri Helmut Kohl e Helmut Schmidt sono fuggiti dai loro bunker non appena la questione di tale uso è emersa in un’esercitazione.
Il movimento lungo la scala del contenimento-escalation dovrebbe essere abbastanza rapido. Data l’attuale direzione dell’Occidente – e il degrado della maggior parte delle sue élite – ogni decisione successiva che prende è più incompetente e ideologicamente velata della precedente.
E, al momento, non possiamo aspettarci che queste élite vengano sostituite da altre più responsabili e ragionevoli.
Ciò accadrà solo dopo una catarsi, che porterà all’abbandono di molte ambizioni.
Non possiamo ripetere lo «scenario ucraino». Per un quarto di secolo non siamo stati ascoltati quando abbiamo avvertito che l’allargamento della NATO avrebbe portato alla guerra; abbiamo cercato di ritardare, di «negoziare». Di conseguenza, siamo finiti in un grave conflitto armato. Ora il prezzo dell’indecisione è di un ordine di grandezza superiore a quello che sarebbe stato prima.
Ma cosa succede se gli attuali leader occidentali si rifiutano di fare marcia indietro? Forse hanno perso ogni senso di autoconservazione? Quindi dovremo raggiungere un gruppo di obiettivi in un certo numero di Paesi per riportare in sé coloro che hanno perso la ragione.
È una scelta moralmente spaventosa: useremmo l’arma di Dio e ci condanneremmo a una grande perdita spirituale. Ma se ciò non viene fatto, non solo la Russia potrebbe perire, ma molto probabilmente l’intera civiltà umana finirà.
Dovremo fare noi stessi questa scelta. Anche amici e simpatizzanti all’inizio non lo sosterranno. Se fossi cinese, non vorrei una fine brusca e decisiva del conflitto, perché ritirerebbe le forze statunitensi e consentirà loro di riunire le forze per una battaglia decisiva – direttamente o, nella migliore tradizione di Sun Tzu, costringendo il nemico a ritirarsi senza combattere. Come cinese, mi opporrei anche all’uso delle armi nucleari perché portare il confronto a livello nucleare significa trasferirsi in un’area in cui il mio Paese è ancora debole.
Inoltre, l’azione decisiva non è in linea con la filosofia della politica estera cinese, che enfatizza i fattori economici (con l’accumulo di potere militare) ed evita il confronto diretto. Sosterrei un alleato fornendogli una copertura posteriore, ma andrei alle sue spalle e non entrerei nella mischia. (In questo caso, forse non capisco abbastanza bene questa filosofia e sto attribuendo ai miei amici cinesi motivi che non sono i loro.)
Se la Russia usa armi nucleari, Pechino la condannerebbe. Ma anche i cuori cinesi si rallegrerebbero sapendo che la reputazione e la posizione degli Stati Uniti hanno subito un duro colpo.
Come reagiremmo se (Dio non voglia!) il Pakistan attaccasse l’India, o viceversa? Saremmo inorriditi. Sconvolto dal fatto che il tabù nucleare sia stato infranto. Allora aiutiamo le vittime e cambiamo di conseguenza la nostra dottrina nucleare.
Per l’India e altri Paesi a maggioranza mondiale, compresi gli stati dotati di armi nucleari (Pakistan, Israele), l’uso di armi nucleari è inaccettabile, sia per ragioni morali che geostrategiche.
Se vengono utilizzate «con successo», il tabù nucleare – l’idea che tali armi non dovrebbero mai essere utilizzate e che il loro uso è una via diretta all’Armageddon nucleare – sarà svalutato. È improbabile che otteniamo consensi rapidamente, anche se molti nel Sud del mondo proverebbero soddisfazione per la sconfitta dei loro ex oppressori che li hanno saccheggiati, hanno compiuto genocidi e imposto una cultura aliena.
Ma alla fine, i vincitori non vengono giudicati. E i salvatori sono ringraziati. La cultura politica dell’Europa occidentale non ricorda, ma il resto del mondo ricorda (e con gratitudine) come abbiamo aiutato i cinesi a liberarsi dalla brutale occupazione giapponese e molte colonie occidentali a liberarsi dal giogo coloniale.
Naturalmente, se all’inizio non ci capiscono, avranno un incentivo in più a istruirsi. Tuttavia, è molto probabile che possiamo vincere e concentrare le menti sugli Stati nemici senza misure estreme e costringerli a ritirarsi. E dopo alcuni anni, assumiamo una posizione di retroguardia cinese, come si sta comportando ora per noi, sostenendola nella sua lotta con gli Stati Uniti. Quindi questa lotta può essere evitata senza una grande guerra. E vinceremo insieme per il bene di tutti, compresi i popoli dei Paesi occidentali.
A quel punto, la Russia e il resto dell’umanità passeranno attraverso tutte le spine e i traumi nel futuro, che vedo come luminoso – multipolare, multiculturale, multicolore – e che darà a Paesi e popoli l’opportunità di costruire i propri destini oltre al comune, che dovrebbe unire il mondo intero.
Sergej Aleksandrovič Karaganov
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Nucleare
Medvedev: siamo a pochi secondi dalla fine del mondo
Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza ed ex presidente russo, ha rivolto un nuovo monito aspro ai leader occidentali sul loro coinvolgimento sempre più rischioso nella guerra in Ucraina.
In un’intervista del 10 settembre a Vedomosti gli è stato chiesto dei suoi recenti «suggerimenti» sull’uso di armi nucleari da parte della Russia. Ha replicato con nettezza che quei commenti «non erano suggerimenti», ma un richiamo alla dottrina nucleare russa.
«Non si tratta di una tattica intimidatoria; è la realtà. La dottrina nucleare russa, in base alla quale il Paese si riserva il diritto di usare tali armi se la sua sicurezza è minacciata, difficilmente può essere definita un semplice suggerimento», ha detto, secondo l’agenzia turca Anadolu.
La nuova dottrina nucleare russa prevede che un’aggressione da parte di uno Stato non nucleare, con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare, sia considerata un attacco congiunto e che Mosca si riservi di rispondere di conseguenza.
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Medvedev ha accusato l’Occidente di spingere di proposito il mondo verso l’orlo di un’apocalisse nucleare, definendo l’appoggio agli attacchi ucraini contro città russe pacifiche «azioni aggressive che un giorno potrebbero scatenare la Terza Guerra Mondiale. E questo significherebbe cancellare l’intera storia della civiltà umana, riportandola a uno stato primitivo, ammesso che qualcuno dei miliardi di persone sul pianeta dovesse sopravvivere».
La Russia «riconosce la propria responsabilità per il destino dell’umanità e si impegna con tutte le sue forze per scongiurare una catastrofe globale. Ma la nostra pazienza non è illimitata. Questa opzione estrema rimane l’ultima risorsa, da utilizzare solo quando tutte le altre misure si sono rivelate inefficaci. Oggi siamo a pochi passi da essa: pochi secondi sull’Orologio dell’Apocalisse», ha concluso.
L’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday Clock) è un simbolo ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists — la pubblicazione dell’organizzazione fondata nel 1945 dagli ex fisici del Progetto Manhattan, tra cui Einstein e Oppenheimer, dopo Hiroshima e Nagasaki. La mezzanotte rappresenta la catastrofe globale, la fine potenziale della civiltà umana. Più le lancette si avvicinano alla mezzanotte, più il mondo è considerato vicino al disastro. Ogni anno il Science and Security Board del Bulletin, in consultazione con un comitato di esperti che include otto premi Nobel, decide se spostare le lancette avanti o indietro, in base a un’analisi di rischi geopolitici, tecnologici e ambientali.
Il 27 gennaio 2026 il Bulletin ha fissato l’orologio a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto nella sua storia, quattro secondi in meno rispetto agli 89 secondi dell’anno precedente. Le motivazioni citate includono la mancata ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Russia sul controllo degli arsenali nucleari, investimenti destabilizzanti nella difesa missilistica, e i rischi legati alla possibilità che l’IA venga usata per creare minacce biologiche.
Come riportato da Renovatio 21, a breve il Seimas, il Parlamento lituano, discuterà l’abrogazione del divieto costituzionale di armi nucleari sul territorio lituano.
Come riportato da Renovatio 21, quattro anni fa il Medvedev aveva detto che se Svezia e Finlandia avessero aderito alla NATO, la Russia non avrebbe più aderito allo status non nucleare della regione del Baltico. Le dichiarazioni furono poi ridimensionata dal portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Tuttavia un avvertimento era stato lanciato anche dal viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko.
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Nucleare
Il Parlamento lituano voterà sulla possibilità di autorizzare la presenza di armi nucleari sul territorio
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Nucleare
Gli USA potrebbero lanciare un attacco nucleare contro l’Iran in caso di stallo
Gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ad armi nucleari contro l’Iran dopo il fallimento nel tentativo di destituire la sua dirigenza con metodi convenzionali, ha affermato Joe Kent, già consigliere presidenziale per la lotta al terrorismo, durante un’intervista al podcaster Tucker Carlson.
Ad aprile, il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato che «l’intera civiltà iraniana morirà» qualora Teheran non avesse acconsentito alle richieste di Washington. Da allora Trump ha reiterato analoghe minacce, sostenendo che le forze americane potrebbero distruggere le infrastrutture civili del Paese, tra cui centrali elettriche e ponti.
Ospite del programma di Carlson venerdì, Kent ha definito l’opzione nucleare come realistica, dichiarando che «saremmo degli sciocchi a pensare che ciò non possa accadere qui, nell’attuale scenario, soprattutto mentre l’amministrazione si affanna a trovare una via d’uscita».
Joe Kent, former National Security Advisor says Trump administration is close to using nuclear weapons on Iran.
He says the Trump administration doesn’t want to dedicate US troops to a ground invasion (similar to Japan during WWII) so nuclear weapons are their only remaining… pic.twitter.com/oihWdJdIeL
— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) August 28, 2026
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Il Kent ha evidenziato che Trump non è riuscito a conseguire nessuno dei suoi obiettivi, in costante mutamento, nel confronto con l’Iran, pur avendo utilizzato l’intera gamma delle capacità militari ed economiche americane.
Secondo il Kent, se Washington intende ancora destituire la leadership iraniana e costringerla a una «resa totale», a Trump rimangono soltanto due possibilità: un’operazione terrestre su larga scala oppure un attacco nucleare.
La prima possibilità «non è assolutamente fattibile», considerando l’ampio territorio e la numerosa popolazione dell’Iran, ha detto Kent a Carlson. «Se si simula questo scenario per un tempo sufficientemente lungo, si arriva alle armi di distruzione di massa, e anche piuttosto rapidamente», ha dichiarato Kent, ipotizzando che Washington potrebbe, in linea teorica, scegliere un attacco nucleare circoscritto contro gli impianti sotterranei di arricchimento dell’uranio celati nelle zone montuose iraniane.
Come riportato da Renovatio 21, il Pentagono starebbe riesaminando le linee guida statunitensi sull’impiego nucleare al fine di fornire al presidente Trump quelle che definisce «opzioni nucleari razionali» in caso di conflitto regionale con Russia o Cina. In pratica, la dottrina nucleare USA starebbe venendo riscritta a porte chiuse.
Gli Stati Uniti hanno interrotto improvvisamente la loro più recente serie di attacchi contro l’Iran alla fine del mese scorso, dopo le notizie circolate sui media secondo cui il Pentagono avrebbe sostanzialmente esaurito le scorte di munizioni di precisione e missili intercettori.
Trump e numerosi altri alti funzionari americani hanno smentito con forza le dichiarazioni sulla carenza di munizioni, ribadendo che il Pentagono possiede un’ampia riserva di armamenti.
Tuttavia, con un evidente cambiamento di strategia, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la scorsa settimana l’avvio di una «OPERAZIONE ECONOMICA DISTRUTTIVA» contro l’Iran, da lui denominata «D-DAY ECONOMICO».
Qualche giorno dopo, il Segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha comunicato una serie di nuove sanzioni nei confronti di Teheran, che coinvolgono quasi 60 entità, individui e navi in diverse giurisdizioni, di cui 21 con sede in Cina.
Il segretario ha precisato che gli Stati Uniti mirano a trasformare l’Iran in un «emarginato economico» punendo i Paesi che rifiutano di recidere i rapporti economici. «Qualsiasi entità che agevoli il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà esclusa dal sistema del dollaro statunitense», ha messo in guardia lunedì in una conferenza stampa.
Come riportato da Renovatio 21, nel frattempo, Trump ha dichiarato lo Stretto di Ormuzzo futuro «territorio USA». L’Iran ha risposto per bocca del viceministro degli Esteri Kazam Gharibabadi parlando di «schizofrenia di Ormuzzo» e di un «ordine post-americano nel Golfo Persico».
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