Geopolitica
Delhi a caccia di Amritpal Singh, leader del movimento per il Khalistan
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
In fuga da quasi una settimana, il predicatore sikh guida un gruppo separatista nello Stato indiano del Punjab. L’indipendentismo Khalistani risale all’epoca della partizione tra India e Pakistan. Una storia di scontri con il governo centrale. Il ruolo della diaspora.
Ha usato cinque diversi veicoli in 12 ore per eludere la cattura da parte della polizia dello Stato indiano del Punjab, mentre davanti alle sedi diplomatiche di Londra e San Francisco sono scoppiati disordini in segno di protesta contro gli arresti di massa dei suoi sostenitori e la sospensione di internet in tutto il territorio punjabi.
Amritpal Singh, sedicente predicatore sikh a capo di un movimento che chiede l’indipendenza per il Khalistan, è in fuga da quasi una settimana. Ma non è tanto la sua figura a godere di appoggio in Patria e all’estero, quanto il movimento Khalistani, che dai tempi dell’indipendenza è sopravvissuto in varie forme e oggi pare aver ripreso nuovo vigore, dopo aver raggiunto l’apice negli anni ‘80, prima di subire la violenta repressione da parte delle autorità di Delhi.
Chiamato «Bhindranwale 2.0», in onore di Jarnail Singh Bhindranwale, militante sikh a cui il predicatore ha detto di ispirarsi, Amritpal Singh si era trasferito a Dubai per seguire le attività di famiglia nel mondo dei trasporti ed è tornato in Punjab lo scorso anno per prendere le redini di un’organizzazione chiamata Waris Punjab De (Eredi del Punjab) a seguito della morte in un incidente stradale del suo fondatore, Deep Sidhu.
«Il nostro obiettivo per il Khalistan non dovrebbe essere visto come un male e un tabù. È un’ideologia e l’ideologia non muore mai. Non lo chiediamo a Delhi», aveva dichiarato Singh il 24 febbraio. Il giorno prima centinaia dei suoi seguaci si erano scontrati con le Forze dell’ordine chiedendo il rilascio di un membro del movimento arrestato per un presunto caso di rapimento.
Il movimento per il Khalistan negli anni ha assunto diverse forme, ma ha sempre rivendicato la creazione di uno Stato indipendente nell’attuale Punjab, una regione divisa tra India e Pakistan e che oggi ospita in maggioranza persone di fede sikh.
La lotta politica per l’autonomia ha avuto inizio con l’indipendenza dell’India nel 1947: durante la partizione con il Pakistan il Punjab è stato teatro di feroci scontri settari. Lahore e altri importanti siti di culto sikh, tra cui Nankana Sahib, il luogo di nascita di Guru Nanak, il fondatore del sikhismo, sono andati al Pakistan. Verso il nuovo Stato si sono riversati migliaia di musulmani rimasti bloccati in India, mentre gli indù e i sikh hanno percorso la strada inversa. Poco dopo nasce il movimento Punjabi Suba, precursore del movimento per il Khalistan: chiedeva la creazione di uno Stato di lingua punjabi.
Dopo oltre un decennio di proteste, nel 1966 la geografia dell’India è stata ridisegnata per riflettere le richieste del movimento: Delhi ha diviso il territorio originario in tre, creando l’Himachal Pradesh e l’Haryana a maggioranza indù e di lingua hindi, e il Punjab a prevalenza sikh e dove si parla soprattutto punjabi.
Grazie ai risultati ottenuti dal Punjabi Suba, negli anni ‘70 la scena politica è stata poi dominata dallo Shiromani Akali Dal, partito nato in realtà nel 1920, poco dopo il Congress di Gandhi e suo principale rivale nel Punjab: nel 1973, dopo essersi riunito nella città sacra di Anandpur Sahib, il gruppo ha rivolto una serie di richieste a Delhi, tra cui quella per un Punjab autonomo con una propria Costituzione, ma immaginando di restare nella Federazione indiana.
All’interno del partito esisteva però anche una corrente più radicale, rappresentata da Jarnail Singh Bhindranwale. Il movimento per il Khalistan cercava, tra le altre cose, anche di dare una risposta ai problemi socio-economici delle popolazioni delle aree rurali, ma la popolarità raggiunta da Bhindranwale all’inizio degli anni ‘80 è divenuto un problema per il governo di Indira Gandhi, che, invece di negoziare, decide che si trattava di un movimento secessionista.
Nel 1984 il governo indiano ha lanciato l’operazione Blue Star contro il Tempio d’oro ad Amritsar, il luogo più sacro per i sikh. Il 6 giugno Bhindranwale viene ucciso e da allora è considerato un martire. Si stima che tra 5 mila e 7 mila persone siano morte negli scontri.
Il 31 ottobre dello stesso anno Indira Gandhi è assassinata da due guardie del corpo sikh. Anche secondo stime prudenti, almeno 8 mila sikh hanno perso la vita per violenze di strada dopo l’assassinio della premier del Congress.
Secondo alcuni osservatori, coloro che in questi giorni hanno protestato a favore di Singh non sono che una minoranza dei sikh residenti all’estero.
Per il giornalista esperto Terry Milewski, invece, «la diaspora è composta prevalentemente da persone che non vogliono vivere in India. Queste persone includono molti che ricordano i brutti vecchi tempi degli anni ’80».
Oggi «c’è una piccola minoranza che si aggrappa al passato, e quella piccola minoranza rimane significativa non a causa del sostegno popolare, ma piuttosto perché sta cercando di mantenere una propria influenza politica con vari partiti politici di sinistra e di destra. Possono radunare una massa di sostenitori che voteranno per i politici che riescono ad adularli».
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Immagine di WarisPanjabDe via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata
Geopolitica
Putin e Trump si sono telefonati
Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo statunitense Donald Trump, ha riferito ai giornalisti il consigliere del Cremlino Yurij Ushakov. La chiamata è stata avviata dal presidente americano per discutere degli ultimi sviluppi internazionali, ha precisato.
Secondo l’assistente, il colloquio si è concentrato sul conflitto iraniano e sui negoziati trilaterali tra Mosca, Washington e Kiev finalizzati a risolvere il conflitto ucraino. Il dialogo tra i due leader è stato «professionale, aperto e costruttivo», ha dichiarato Ushakov, sottolineando che entrambi i presidenti si sono detti disponibili a mantenere contatti regolari.
Putin e Trump hanno parlato per circa un’ora, ha aggiunto l’Ushakov.
Il presidente degli Stati Uniti ha ribadito l’interesse di Washington nel porre fine alle ostilità tra Mosca e Kiev e nel raggiungere una soluzione duratura del conflitto ucraino. Putin ha ringraziato Trump per gli sforzi di mediazione continui della sua amministrazione, secondo quanto riferito da Ushakov.
Putin ha inoltre condiviso le sue considerazioni sul conflitto in corso in Iran e ha riferito a Trump delle conversazioni avute la scorsa settimana con i leader delle nazioni del Golfo e con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Trump, da parte sua, ha espresso la propria opinione sulla situazione, ha detto Ushakov, precisando che la discussione sulla questione è stata molto «sostanziale».
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Trump ha definito la conversazione con Putin «un’ottima telefonata», dichiarando in una conferenza stampa tenutasi più tardi lunedì che i due leader hanno discusso sia della guerra con l’Iran sia della «lotta senza fine» in Ucraina.
L’ultima telefonata tra i due presidenti risaliva a dicembre. In quell’occasione, la Casa Bianca l’aveva descritta come «positiva».
Lunedì mattina, Putin aveva avvertito che la prosecuzione del conflitto in Medio Oriente rischia di compromettere gravemente i flussi globali di petrolio e gas, soprattutto a causa della chiusura di fatto dello Stretto di Ormuzzo, una rotta marittima cruciale.
Il conflitto potrebbe provocare un’interruzione della produzione petrolifera del Golfo e condurre a una «nuova… realtà dei prezzi», ha affermato durante una riunione di governo. Mosca resta un «fornitore di energia affidabile», ha dichiarato il presidente, aggiungendo che continuerà a fornire petrolio e gas alle nazioni che considera partner affidabili.
Mosca ha condannato la campagna di bombardamenti statunitense e israeliana contro l’Iran, definendola un «atto di aggressione premeditato e immotivato». Lo stesso Putin non ha espresso una valutazione pubblica complessiva dell’operazione, ma ha descritto l’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, come una «cinica violazione» della moralità e del diritto internazionale.
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Geopolitica
«La coda scondinzola il cane»: Putin prende in giro le relazioni UE-Ucraina
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Geopolitica
Trump: gli USA riconoscono formalmente il governo venezuelano
Gli Stati Uniti hanno «formalmente riconosciuto» il governo venezuelano ad interim, ha dichiarato il presidente Donald Trump. Ha anche promosso un nuovo «accordo» con Caracas sull’oro nazionale.
Trump ha cambiato drasticamente la sua retorica sulla nazione latinoamericana dopo aver rapito il presidente, Nicolas Maduro, all’inizio di gennaio. Maduro ora deve rispondere di accuse statunitensi di narcoterrorismo, traffico di cocaina e reati legati alle armi da fuoco, accuse che lui nega categoricamente.
Lo stesso presidente degli Stati Uniti ha dichiarato apertamente che Washington stava anche cercando di ottenere il controllo dell’enorme ricchezza petrolifera del Venezuela. Il Paese detiene le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo, circa un quinto del totale mondiale.
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La vicepresidente Delcy Rodriguez, che ha assunto la guida ad interim del Venezuela dopo il rapimento di Maduro, inizialmente aveva dichiarato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela. Tuttavia, da allora si è mossa per allinearsi alle richieste degli Stati Uniti, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle aziende americane e la cooperazione in materia di sicurezza.
«Sono lieto di annunciare che questa settimana abbiamo formalmente riconosciuto il governo venezuelano», ha dichiarato Trump al vertice dello «Scudo delle Americhe» in Florida sabato. «Lo abbiamo effettivamente riconosciuto legalmente».
Giovedì, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che Washington e Caracas hanno «concordato di ristabilire le relazioni diplomatiche e consolari». Ha inoltre aggiunto che le azioni degli Stati Uniti sono ancora «concentrate» su quella che ha definito una «transizione pacifica» verso un nuovo governo eletto.
La Rodriguez aveva precedentemente sostenuto che Maduro rimanesse il presidente del Venezuela. A metà febbraio, lo aveva definito il «leader legittimo» e aveva insistito sul fatto che sia lui che sua moglie Cilia Flores, rapita insieme a lui, fossero innocenti. All’epoca aveva anche dichiarato alla NBC di essere stata invitata nella capitale degli Stati Uniti e di «aver preso in considerazione l’idea di andarci una volta instaurata questa cooperazione».
Trump aveva precedentemente avvertito la Rodriguezza che se «non avesse fatto ciò che era giusto, avrebbe pagato un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro». Poi ha cambiato tono e ha definito i suoi rapporti con lei «molto buoni». «Farò una visita in Venezuela», ha dichiarato il mese scorso.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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