Economia
Polacchi in code chilometriche per comprare il carbone per l’inverno
Centinaia di auto e camion si sono messe in coda fuori dalla miniera di carbone di Lubelski Wegiel Bogdanka.
I polacchi sono oramai apertamente timorosi del fatto che il prossimo inverno sarà durissimo.
Come visibile nei video che circolano in rete, quantità massive di polacchi aspettano giorno e notte per fare scorta di ccarbone per riscaldarsi quando arriverà il freddo.
Inutile dire che, ironia delle storie, queste file che ricordano i tempi del comunismo.
In Poland, where coal is king, dozens are lining up at the Lubelski Wegiel Bogdanka coal mine, waiting for days and nights to stock up on heating fuel. Read more: https://t.co/jVGwSEfLam pic.twitter.com/zZV3vtzEQk
— Reuters Business (@ReutersBiz) August 27, 2022
Reuters riporta la storia di Artur, 57 anni, pensionato, arrivato martedì in macchina da Swidnik, a circa 30 km dalla miniera nella Polonia orientale, sperando di acquistare diverse tonnellate di carbone per sé e la sua famiglia.
«I bagni sono stati sistemati oggi, ma non c’è acqua corrente», ha detto all’agenzia di stampa, dopo tre notti trascorse a dormire nella sua piccola berlina rossa in una coda infinita di camion, trattori che trainano rimorchi e auto private.
«Questo va oltre l’immaginazione, le persone dormono nelle loro auto. Ricordo i tempi del comunismo ma non mi passava per la mente che potessimo tornare a qualcosa di anche peggio».
La Polonia produce oltre 50 milioni di tonnellate dalle proprie miniere ogni anno, il carbone importato, in gran parte dalla Russia, è un alimento base per le famiglie a causa dei prezzi competitivi e del fatto che il carbone russo viene venduto in pezzi più adatti all’uso domestico.
L’aumento della domanda ha costretto Bogdanka e altre miniere controllate dallo Stato polacco a razionare le vendite o offrire il carburante ai singoli acquirenti tramite piattaforme online in quantità limitate.
Lo scorso venerdì la miniera prevedeva di vendere carburante per circa 250 famiglie e avrebbe continuato le vendite durante il fine settimana per ridurre i tempi di attesa. I limiti, hanno detto, sono stati messi in atto per prevenire l’accaparramento e il profitto sul mercato nero, o addirittura la vendita di posti in coda.
Nel 2021, la Polonia ha importato 12 milioni di tonnellate di carbone, di cui 8 milioni di tonnellate provenivano dalla Russia e utilizzate dalle famiglie e dai piccoli impianti di riscaldamento.
A luglio, la Polonia ha ordinato a due società controllate dallo stato di importare diversi milioni di tonnellate di carburante da altre fonti, tra cui Indonesia, Colombia e Africa, e ha introdotto sussidi per i proprietari di case che devono far raddoppiare o triplicare i prezzi del carbone rispetto allo scorso inverno.
Paesi come l’Indonesia, ad ogni modo, stanno chiudendo le esportazioni di carbone per paura dei blackout.
Come riportato da Renovatio 21, il governo polacco poche settimane fa ha esortato la popolazione a raccogliere rami secchi nei boschi per prepararsi al gelo.
In Germania invece è stata la Deutsche Bank a prevedere che sarà il legno uno dei combustibili per il prossimo inverno. Di fatto Da le ricerche dei tedeschi su Google riguardo la legna da ardere («brennholz») sono aumentate esponezialmente.
La regressione dell’Europa a forme di energia pre-moderna è sotto gli occhi di tutti.
Immagine screenshot da Twitter
Economia
L’Arabia Saudita annulla le spedizioni di petrolio verso l’Europa dopo l’attacco all’oleodotto
L’Arabia Saudita ha annullato alcune consegne di greggio destinate all’Europa dopo una serie di attacchi con droni che ha imposto la chiusura del suo oleodotto strategico Est-Ovest, lo riporta l’agenzia Reuters.
Si accresce così la tensione sulle forniture mondiali di petrolio in un quadro di instabilità che mette a rischio le infrastrutture energetiche in Medio Oriente e Nord Africa.
Secondo Reuters, Riad avrebbe comunicato ai clienti europei che alcune partenze di greggio previste per fine settembre verranno cancellate, mentre le operazioni di imbarco nel porto di Yanbu sul Mar Rosso sono state sospese, secondo fonti del settore petrolifero e marittimo. Saudi ARAMCO, la principale compagnia petrolifera del Regno, ha evitato di commentare.
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L’interruzione arriva dopo gli attacchi dei droni che hanno danneggiato l’oleodotto Est-Ovest, che collega le principali zone di produzione petrolifera orientali dell’Arabia Saudita a Yanbu sul Mar Rosso. Riad ha attribuito gli assalti a una milizia irachena.
Negli ultimi sei mesi questa rotta era divenuta particolarmente rilevante perché consentiva al greggio saudita di evitare lo Stretto di Ormuzzo, dove la navigazione è stata gravemente ostacolata dal conflitto con l’Iran. La sua interruzione rende Riad sempre più dipendente dalle esportazioni attraverso il Golfo, in un momento in cui il traffico ordinario di petroliere via Ormuzzo resta limitato.
Secondo Reuters, gli operatori di mercato si aspettano che l’Arabia Saudita cerchi di far passare maggiori volumi di greggio attraverso lo stretto tramite le cosiddette «spedizioni occulte», analoghe a quelle usate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Iraq. Tali spedizioni hanno consentito ai produttori del Golfo di esportare una quantità stimata tra i 7 e i 9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 30-40% dei volumi precedenti al conflitto, secondo i dati di navigazione.
La contrazione dell’offerta ha già spinto al rialzo i prezzi. Martedì i future sul Brent si attestavano intorno ai 108 dollari al barile, mentre i carichi fisici in Europa risultavano sensibilmente più cari, con il Brent di riferimento a circa 122 dollari al barile, secondo i dati LSEG citati da Reuters.
La Polonia è tra i Paesi che subiscono pressioni immediate. La raffineria statale Orlen sta cercando in fretta carichi sostitutivi dal Mare del Nord e da altri fornitori, secondo quanto riferito da Reuters da cinque fonti del settore.
Nel 2022 Saudi ARAMCO è diventata il principale fornitore di greggio di Orlen e oggi copre circa il 40% del suo fabbisogno, contribuendo a far cessare la dipendenza polacca dal petrolio russo, ma lasciando il Paese fortemente esposto a interruzioni nelle forniture saudite.
La pressione sulle infrastrutture di esportazione saudite cresce nel quadro dei rinnovati scontri con gli Houthi yemeniti. Il gruppo ha lanciato missili balistici e droni contro obiettivi all’interno del regno, mentre l’Arabia Saudita ha ripreso i raid aerei in Yemen. Le autorità saudite hanno dichiarato che 13 civili sono rimasti feriti negli attacchi di lunedì a Khamis Mushait, Abha e Taif.
Sono scattati allarmi antiaerei in tutto il sud dell’Arabia Saudita per il timore di ulteriori assalti. Il rischio è particolarmente elevato intorno a Jizan, dove si trovano importanti infrastrutture energetiche saudite, tra cui una grande raffineria.
L’escalation sta contemporaneamente gravando sulla rotta del Mar Rosso. Gli Houthi hanno ampliato la loro presenza lungo la costa occidentale dello Yemen e si sono impadroniti di un territorio strategico vicino allo stretto di Bab al-Mandeb, attraverso il quale le navi devono transitare tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden.
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La crescente pressione sul Paese espone l’Arabia Saudita a rischi su entrambi i versanti della penisola arabica: Ormuzzo resta gravemente compromesso a Est, mentre le infrastrutture e le rotte marittime usate per aggirarlo sono sempre più vulnerabili agli attacchi a Ovest.
Il problema potrebbe risultare particolarmente serio per l’Europa, che contemporaneamente affronta un’altra interruzione delle forniture in Libia.
La National Oil Corporation (NOC) libica ha dichiarato martedì che la produzione e le operazioni sono state interrotte nei giacimenti di Hamada e Al-Tahara e nella stazione NC5 dopo che i membri della Guardia degli Impianti Petroliferi hanno chiuso con la forza una valvola sull’oleodotto principale Hamada-Zawiya. La chiusura ha provocato un improvviso aumento di pressione nel punto di connessione di Tahara e ha costretto tutti e tre gli impianti a sospendere le attività.
La NOC ha avvertito che potrebbe dichiarare la forza maggiore se la valvola restasse chiusa o se le interruzioni forzate si estendessero ad altri giacimenti, affermando che interruzioni prolungate danneggerebbero l’economia libica e la sua reputazione di fornitore di energia affidabile.
Immagine di Planet Labs, Inc. via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Economia
L’oleodotto saudita colpito da un drone rimarrà fuori servizio per settimane
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Economia
Gli Stablecoin in declino?
Un articolo uscito l’8 settembre su Kucoin uno dei siti più noti dedicati alle criptovalute sosteneva che l’uso internazionale degli stablecoin è in calo («si è arrestato»), soprattutto per la contrazione delle quantità in circolazione delle due principali, l’USDT di Tether e l’USDC di Circle.
Gli stablecoin vengono presentate come strumenti per accumulare riserve internazionali in dollari, perché gli emittenti, come Tether dovrebbero comprare e tenere titoli del Tesoro (buoni a breve termine) a garanzia di ogni unità venduta. In pratica il meccanismo è diverso: gli emittenti potrebbero gonfiare il valore apparente in dollari con commissioni, «bonus» e «premi» che imitano gli interessi sui depositi in dollari veri; e la loro «garanzia in titoli del Tesoro» è spesso fatta di accordi di riacquisto, non di titoli effettivamente posseduti, scrive EIRN.
«Le aspettative iniziali che gli emittenti di stablecoin sarebbero diventati i principali acquirenti di debito statunitense si sono affievolite a causa della minore domanda. L’USDT di Tether ha perso quasi 3 miliardi di dollari [nella prima metà del 2026], e l’USDC di Circle ha registrato un calo simile… Gli analisti affermano che le stablecoin non forniranno una soluzione rapida» scrive Kucoin.
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Il grafico indica che l’uso globale delle principali stablecoin è rimasto «stabile» (in calo) da gennaio 2026, proprio quando il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva detto con sicurezza che sarebbero cresciute in modo esponenziale fino a un mercato da 3 trilioni di dollari per i titoli del Tesoro. Oggi USDT e USDC valgono circa 250 miliardi di dollari.
La ragione, peraltro riconosciuta, è semplice: gran parte della «domanda» di stablecoin arriva da chi vuole fare transazioni opache o illecite sulle blockchain, non da masse di investitori in attesa del modo più facile per entrare nel mercato dei titoli del Tesoro statunitense.
«Le tendenze recenti indicano che gli emittenti di stablecoin faranno fatica ad alleviare la pressione sul mercato dei titoli del Tesoro statunitense nel breve termine» è la formula eufemistica usata dal sito per alludere alle difficoltà ben più ampie di quel mercato nel trovare acquirenti diversi dagli hedge fund speculativi, un mondo da cui proviene il segretario Bessent – nel 2000 aveva fondato un hedge fund da 1 miliardo di dollari chiamato Bessent Capital.
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