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Economia

La Polonia esorta i cittadini a raccogliere legna da ardere a causa della carenza di carbone

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Il governo polacco ha «autorizzato» i cittadini a cercare legna da ardere nelle foreste.

 

La Polonia sta soffrendo ora una grave carenza di energia combinata con l’impennata dei prezzi. Raccogliere la legna potrebbe essere l’unica alternativa dei cittadini polacchi per cercare di scaldarsi il prossimo autunno e inverno.

 

«È sempre possibile, con il consenso dei silvicoltori, raccogliere rami per il carburante», ha affermato il 6 giugno il viceministro del clima e dell’energia Edward Siarka, citato da Next Gazeta.

 

Tuttavia, i cittadini disperati in cerca di tepore dovranno prima essere formati in tali tecnologie primitive:

 

«Chi desidera raccogliere legna deve prima seguire una formazione e ottenere il permesso dall’unità forestale locale. Il rapporto ha poi chiarito che le persone possono solo prendere rami già stesi a terra e non possono abbattere alberi».

 

Siamo, chiaramente, in un periodo in cui barzellette divengono realtà, e gli uomini nemmeno se ne vergognano.

 

L’involuzione della Civiltà tecnologica è ora tragicomicamente innegabile.

 

Gli esseri umani hanno creato il motore a scoppio, i pannelli fotovoltaici, hanno scisso perfino l’atomo, ma la gente comune ora dovrà andare nei boschi a caccia di rami secchi, altrimenti potrebbe morire assiderata in casa – tuttavia, le sanzioni saranno mantenute, che è la cosa giusta per l’umanità intera. O no? Lo deve pensare il premier polacco Mateusz Morawiecki, che esprime per Putin un disgusto bigusto («peggio di Hitler e Stalin») tuttavia forse un pezzettino di Leopoli e Galizia, ad una certa, potrebbe volerlo assaggiar.

 

La combo di russofobia atomica  e dottrina della decrescita – che è il vero verbo del mondo moderno, da Davos ai 5 stelle – sta generando un ritorno alla preistoria umana vera e propria. Secondo il copione insegnatoci dalla Storia, la carestia e violenza non potranno che seguire.

 

È pazzesco, quanto le bollette insostenibili e il pellet raddoppiato di prezzo ed introvabile perché prodotto solo in Austria Germania Croazia, che hanno bloccato strategicamente le esportazione.

 

Ancora più pazzesco, è il fatto che nessuno sembra davvero aver voglia di dire quello che Jack Burton diceva in Grosso guaio a Chinatown: «basta, adesso».

 

 

 

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Economia

75 mila britannici non pagheranno la bolletta per protesta contro i rincari energetici

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Più di 75.000 persone nel Regno Unito si sono impegnate a non pagare la bolletta dell’elettricità questo autunno quando i prezzi saliranno nuovamente.

 

«75.000 persone si sono impegnate a scioperare il 1° ottobre! Se il governo e le compagnie energetiche si rifiutano di agire, lo farà la gente comune! Insieme possiamo imporre un prezzo equo e un’energia accessibile per tutti», ha twittato Don’t Pay UK, un gruppo anonimo che guida lo sforzo per far sì che più di un milione di britannici boicottino la bolletta dell’elettricità entro il 1 ottobre.

 

 

Lo sciopero arriva quando lo tsunami inflattivo globale ha colpito anche le famiglie britanniche, i cui redditi sono devastati dai prezzi dell’energia: l’inflazione in Albione dovrebbe raggiungere il 13%, i timori per una recessione sono sempre più concreti nonostante il governatore della Bank of England (BoE) Andrew Bailey ha aumentato i tassi di interesse a livelli mai visti negli ultimi 27 anni.

 

Il 1° ottobre, la famiglia britannica media pagherà quasi 300 sterline al mese per l’elettricità, ha dichiarato la Bank of England.

 

La situazione, reputano alcuni osservatori, è oramai insostenibile. L’instabilità sociale è dietro l’angolo.

 

Il notiziario britannico Glasgow Live ha affermato che questo sciopero della bollette è simile all’ «azione alla fine degli anni ’80 e ’90 per combattere la tassa elettorale introdotta dal primo ministro Margaret Thatcher. Per protesta, 17 milioni di persone si erano  rifiutate di pagare» quel balzello.

 

 

La scorsa settimana, il governo del Regno Unito ha criticato il movimento, definendolo «altamente irresponsabile».

 

«Questo è un messaggio altamente irresponsabile, che alla fine farà solo aumentare i prezzi per tutti gli altri e influenzerà i rating del credito personali», ha citato un portavoce del governo da The Independent.

 

Don’t Pay UK crede che 6,3 milioni di famiglie britanniche saranno spinte nella povertà delle bollette elettriche questo inverno, con altri milioni che sentiranno lo stress di un’inflazione fuori controllo.

 

La gente su Twitter ha risposto al momento dicendo: «la rivoluzione è iniziata».

 


 

 

 

 

Immagine da Twitter

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Economia

Manovre militari cinesi intorno Taiwan minacciano il commercio mondiale

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Decine di navi costrette a evitare lo Stretto di Taiwan, dove passa quasi il 50% del traffico container mondiale e l’88% delle imbarcazioni di maggiore stazza. Problemi anche per il trasporto aereo. Secondo Tokyo, quattro missili sparati ieri dai cinesi hanno sorvolato la capitale taiwanese.

 

 

Le esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan stanno creando problemi al traffico commerciale globale, come preventivato da molti esperti.

 

Lanciate ieri in riposta alla recente visita nella capitale taiwanese della speaker della Camera USA dei rappresentanti, Nancy Pelosi, le manovre di Pechino hanno di fatto chiuso lo Stretto di Taiwan.

 

Per evitare di incrociare le zone di operazione indicate dal governo cinese, decine di navi di diverso tipo hanno cambiato rotta e sono passate a est di Taiwan, compiendo un percorso più lungo.

 

L’aumento della distanza da coprire insieme a quello dei costi di assicurazione in una situazione di crisi fanno lievitare i prezzi di trasporto, alimentando ancor di più l’inflazione a livello globale. Lo stesso discorso vale per il traffico aereo.

 

Come calcolato da Bloomberg, nei primi sette mesi dell’anno quasi la metà del commercio container mondiale è passato attraverso lo Stretto di Taiwan; il dato per le navi di maggiore stazza è dell’88%.

 

L’interruzione della via di comunicazione marittima minaccia gli stessi interessi cinesi, considerato che gli esportatori in Cina usano in larga parte questo braccio di mare per far arrivare le proprie merci negli Usa e in Europa.

 

Osservatori fanno notare che quanto sta accadendo in questi giorni è solo un assaggio dei problemi che le catene globali di approvvigionamento avranno in caso di una invasione cinese di Taiwan: uno scenario potenzialmente peggiore di quello che si ha con gli effetti della guerra in Ucraina e dei ripetuti lockdown in Cina per il COVID-19.

 

Oggi le operazioni militari cinesi vicino a Taiwan rimangono intense. Decine di navi e aerei da guerra di Pechino hanno oltrepassato la «linea mediana» che informalmente divide lo stretto tra il territorio taiwanese e la Cina.

 

Con ogni probabilità il regime cinese vuole modificare lo status quo degli ultimi decenni: un modo per affermare che lo Stretto di Taiwan è territorio sovrano della Cina e non uno spazio internazionale.

 

Intanto Tokyo sostiene che quattro dei cinque missili balistici sparati ieri dalle Forze armate di Pechino sulla zona economica esclusiva giapponese hanno sorvolato prima Taipei.

 

Sarebbe la prima volta che accade, anche se il ministero cinese degli Esteri non conferma quanto dichiarato dalle autorità nipponiche.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Economia

I G7 vogliono fermare la produzione petrolifera russa

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Un’altra folle mossa suicida nella guerra economica contro Mosca

 

In una dichiarazione, i ministri degli Esteri del G7 hanno affermato che stavano valutando «un divieto totale di tutti i servizi che consentono il trasporto di petrolio greggio marittimo russo e prodotti petroliferi a livello globale, a meno che il petrolio non sia acquistato a un prezzo pari o inferiore da concordare in consultazione con i partner internazionali».

 

Questo è l’ultimo sforzo del G7 per attuare la politica proposta per la prima volta dal segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen, per limitare il prezzo pagato alla Russia per il suo petrolio.

 

La risposta di Mosca è chiara. Secondo RT, i funzionari russi hanno affermato che avrebbero semplicemente smesso di rifornire i Paesi che aderiscono all’iniziativa. I russi avrebbero anche indicato che se le esportazioni di petrolio diventano non redditizie, il Paese interromperà del tutto la produzione.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Yellen è nel gruppo di vertice che con la Von der Leyen e Mario Draghi ha deciso per l’incredibile blocco delle riserve russe presso le Banche Centrali straniere – si tratterebbe di 300 miliardi di dollari, un atto che il Financial Times, che ha fatto lo scoop tempo dopo, è considerabile come il primo vero atto di guerra economica della storia.

 

La Russia quindi si dice disposta a cessare la produzione di petrolio: sembra incredibile, ma la classe dirigente occidentale che vuol combattere la Russia non ha mai sentito parlare della campagna orientale di Napoleone, che nell’avanzata trovò che il nemico bruciava le sue stesse città per impedire l’invasione dell’imperatore illuminista (cioè, massone) europeo.

 

Nel frattempo, fuori dall’Occidente NATO, gli affari con Mosca prosperano.

 

Secondo Bloomberg, le esportazioni della Svizzera verso la Russia sono aumentate dell’83% nei primi sei mesi dell’anno; soprattutto i componenti dei jet e le turbine a gas sono saliti alle stelle.

 

Le indicazioni indicano che i fornitori di Paesi terzi hanno utilizzato la Svizzera per sfuggire alle sanzioni dell’UE.

 

«Le esportazioni svizzere verso la Russia di turbojet, pompe ad aria e altri macchinari sono aumentate negli ultimi due mesi mentre i produttori si sono dati da fare per evadere gli ordini firmati prima che le sanzioni sull’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca rendessero illegali alcune vendite», riferisce la testata economica americana.

 

«Dopo aver variato da 1 milione di franchi svizzeri (1,04 milioni di dollari) a 2,5 milioni di franchi al mese da gennaio ad aprile, le esportazioni di turbojet, turboeliche e altre turbine a gas sono balzate a 11,2 milioni di franchi a maggio e 5,9 milioni di franchi a giugno».

 

«Le esportazioni totali svizzere verso la Russia, per un valore di 492 milioni di franchi, sono aumentate di circa l’83% a giugno rispetto a gennaio, il mese prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, trainate principalmente dalle vendite di prodotti farmaceutici, medicinali, diagnostici e sangue».

 

 

 

 

 

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