Pensiero
Omaggio a Niccolò Ghedini
È morto l’avvocato Niccolò Ghedini. Ci dispiace tantissimo, e la cosa strana e che non lo sapevamo.
Cioè, non solo non sapevamo che stesse male. Non sapevamo nemmeno che la sua morte potesse toccarci in questo modo.
Con Ghedini si chiude un pezzo di storia italiana. Forza Italia è archiviata per sempre. L’era berlusconiana forse non finirà con Berlusconi – quello potrebbe durare per sempre. Finisce con Ghedini: cioè, la lucidità, la disciplina, la serietà.
Rivendicava di non andare a teatro, di non intrattenersi nei salotti – soprattutto, anche se non lo diceva, a differenza di altri esponenti di spicco del partito, non finiva in storie sordide di escort. Finito il suo lavoro, cioè difendere Berlusconi, tornava a casa a Padova da moglie e figlio. Tutto vero, certificato. E nemmeno se ne faceva troppo un vanto: era il suo modo di essere, efficace, operativo, il resto è nulla. Un uomo vero, un uomo di altri tempi.
Qualcuno di quelli che stanno facendo eulogi a destra e a manca non ha mancato di usare l’aggettivo «freddo».
A noi Ghedini sembrava tutto meno che freddo. Ci sembrava brillante, sicuro.
Gli rinfacciano la diffusione del termine, crediamo giuridicamente ineccepibile, di «utilizzatore finale». Lui forse pure si scusò, tanto fu il fango sparatogli addosso dai dipendenti di De Benedetti e gli ulteriori minions.
Ebbene, a noi invece sembra un’espressione perfetta, strepitosa, attecchisce subito e spiega tutto, altro che «petaloso».
«Utilizzatore finale»: per definire uno cui piacciono le donne è sublime. Non lo pensiamo solo noi: più di un decennio fa c’era un sito eccezionale, si chiamava Gnocca Travel (che non so se esista ancora, e ho paura di andare a controllare, perché chissà cosa è diventato, quindi scordatevi che vi cerco il linko). Si trattava di una guida mondiale, città per città, per appassionati della «materia», scritto da un manipolo di pseudonimi appassionati della «materia» con estremo stile e soluzioni linguistiche esilaranti – nonché profonda cognizione della geografia umana, cioè della geografia femmina, di ogni continente. Piazzarono subito nei loro articoli l’espressione «utilizzatore finale», riconoscendone la paternità all’avvocato.
Non si tratta dell’unico «meme» ante-litteram espresso dal Ghedini.
Per anni, pure quando YouTube era una cosa non troppo estesa e i social contavano solo qualche avanguardista, tirò il leggendario «ma va là».
Crediamo di ricordare che fu pronunziato contro la Bonino durante un dibattito da Santoro. Ci sembra di ricordare che la radicale non ne uscì benissimo, affondata dai «ma va là» che puntellavano l’ineffabile vis oratoria dell’avvocato.
È irresistibile, impareggiabile. Ve lo riproponiamo.
Dopo qualche anno, il tormentone del «ma va là» si spense.
Abbiamo fatto in tempo, tuttavia, a vedere lasciata ai posteri questa semplice clip che spiegherà ai posteri la potenza di Ghedini: l’incontro-scontro col Piero Ricca.
Il personaggio, figlio e fratello di avvocati esattamente come Ghedini, aveva ottenuto una qualche popolarità in era protogrillina: beccava i politici e altre personalità per strada, e partiva con considerazioni e domande, diciamo così, piuttosto critiche. Nel 2003 (sì, quasi 20 anni fa…) urlò «fatti processare, buffone!» a Silvio Berlusconi che usciva dall’aula del processo SME al Tribunale di Milano. Berlusconi lo denunziò, lui si difese dicendo che aveva in realtà detto «puffone».
Dopo aver transitato per i V-Day e il blog di Grillo, non sappiamo che fine abbia fatto nell’ultima dozzina d’anni. Quando ancora il risentimento non era incarnato in un partito con percentuali di voto mostruose, Ricca era, possiamo dire, una figura temuta: le sue videointerviste aggressive attecchivano nella mente dell’elettorato sempre più convinto della totale irrecuperabilità dell’elemento politico italiano.
Ebbene, potete guardar qui come dal confronto con Ricca uscì Ghedini.
Neutralizzato. Di più: lo stesso Ricca deve riconoscere che Ghedini non scappa e risponde a tutto, che probabilmente è un modo per dire «ti rispetto». Ebbene sì: simpatia per l’avvocato del Diavolo. Un fenomeno impressionante, che Ghedini rendeva possibile.
Vi basti guardare i commenti degli utenti su YouTube di questo video vecchio 14 anni: anche quelli che chiaramente sarebbero finiti una manciata di anni dopo a votare Grillo si sperticano in lodi per Ghedini, taluni rimpiangono di non aver i danari per avere lui come avvocato.
Finora abbiamo un po’ scherzato, in realtà volevamo tentare di dire qualcosa di più serio. Di struggente, financo.
Se cerco di capire perché mi ha colpito la morte di Ghedini è perché, automaticamente, trasmetteva una fibra cerebrale, morale, umana, incontrovertibile.
Riusciva a stare a fianco di Berlusconi – ossia nell’occhio del ciclone politico, geopolitico, metapolitico italiano del secolo – rimanendo immobile, altero, discreto, perfetto nella sua funzione: spegnere le tempeste. Lo ha fatto, tante volte. Probabilmente più di quante ne riusciamo a ricordare.
E perché lo faceva? Per i soldi? Abbiamo appreso dagli articoli di questi giorni che la sua famiglia ha lo studio legale da centinaia di anni. In un’intervista parla di aziende agricole, Travaglio – che nel suo coccodrillo riesce a dargli dello «stronzo» anche post-mortem, senza rendersi conto che era Ghedini che gli concedeva una chiacchierata, e non viceversa (un po’ come quella volta che Berlusconi gli disse di alzarsi dalla sedia e Travaglio obbedì immantinente) – scrive che l’avvocato patavino avrebbe confessato di avere un paio di dogi nell’albero genealogico.
No, non gli servivano i soldi: anche perché, non abbiamo idea di quanti ne servano per accettare la quantità di roba oscura che ti lanciano addosso se sei di fianco al babau politico del secolo.
Tutti, nei ricordi di queste ore, ricordano un’altra motivazione: i due si volevano bene. Proprio così: Berlusconi non faceva mistero del suo affetto per Ghedini; Ghedini ribadì più volte che si accollava l’immane lavoro di difesa del Silvio perché gli voleva bene.
Crediamo loro. Perché con Berlusconi, pensatene quel che volete, è così: il sentimento, la parola data, la generosità, i rapporti umani all’antica. Abbiamo visto che è stato così, tra gratitudine e vera simpatia umana con tutti: da Mike Bongiorno a Lele Mora, dall’ultima ballerina a Emilio Fede, da Iva Zanicchi a Vladimir Putin.
L’amicizia, il rispetto, accada quel che accade, non si cambia – non si vende. È forse uno dei motivi per cui le élite globali hanno odiato così profondamente Berlusconi. Ora odiano Trump, e gli americani hanno trovato una parola per definire il veleno dell’odio sparso sulla popolazione con un termine, che non non abbiamo trovato, Trump Derangement Syndrome, «sindrome da disturbo di Trump».
Da quest’ultimo pensiero consegue che, trovata necrologicamente una madeleine che li conduce all’estatico ricordo degli anni 2000, quando Berlusconi lo si odiava in massa con impegno e voluttà, tutti coloro che stanno insultando la memoria di Ghedini sono tecnicamente persone malate.
Sono persone malate fuori tempo massimo, sono pazienti tristemente recrudescenti: sono malati mai veramente guariti, sono falsi asintomatici.
Soprattutto, ed è il pensiero che abbiamo fatto, sono creature larvali che mai nella vita avrebbero potuto reggere al confronto de visu con Ghedini. Non solo per la quantità di cose realizzate dall’avvocato, ma proprio, come abbiamo visto, perché nessuna aggressività, nessuna convinzione giacobina reggeva più di tanto se ce lo avevi davanti.
Immaginatevi il modello umano di cui parliamo: peloso, flaccido, bilioso, senza una vera padronanza di nulla se non dell’opinione da bar, ora trasferita su Twitter.
Poi dipingetevi nella mente Ghedini: dritto, retto, lucido, estremamente capace, padrone della situazione al punto che, anche quando veniva aggredito, pareva che sapesse già cosa stava succedendo e come sarebbe finita – il tutto senza mai perdere equilibrio.
Quelli che lo insultano, e virtualmente già sputazzano sulla sua tomba dal maniero fatto di anonimato più tastiera, immaginiamo siano gli stessi parassiti parastatali di sempre, quelli che hanno votato PCI, PDS, DS, PD, poi magari M5S, a breve con probabilità torneranno a votare PD. Ominidi che mai e poi mai possono vantare, più che il curriculum impressionante del Niccolò, la fibra morale di chi, con sacrificio non indifferente difende un amico – l’uomo più perseguitato della Repubblica – perché gli vuole bene.
E che continua a farlo perché, cosa ancora più importante forse, è la cosa da fare, è il tuo lavoro, che esegui al meglio del tuo essere. Stai lì e lo fai: con il sacrificio, con la bravura, con la competenza, con te stesso. E se ce la fai, con la pace interiore. Fino alla fine, fino a che hai tempo, fino a che hai respiro.
A Dio avvocato.
Noi non dimentichiamo uomini come Lei. Lottiamo per un Paese che, pulitosi delle larve elettroniche, torni a produrre, nutrire e celebrare figure come la Sua.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Senato Italiano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata.
Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
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Pensiero
Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere
Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.
Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.
Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.
Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.
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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.
Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.
Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.
Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.
Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.
Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.
Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.
Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.
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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.
La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.
Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.
Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.
Patrizia Fermani
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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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