Pensiero
Palantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime
Se si presta attenzione ai cambiamenti avvenuti nella nostra sfera pubblica nelle ultime settimane, risulta evidente che tutto il presunto dissenso – di destra, di sinistra e ipotetici estremi – è in difesa della stessa concezione totalitaria, plebeofobica e oligarchica della democrazia.
In questo senso, lo scandalo che il manifesto tecnocratico-repubblicano firmato da Alex Karp (CEO di Palantir e discepolo di Habermas) e Nikolas Zamiska ha provocato nell’establishment democratico è, oltre che ipocrita, del tutto incomprensibile, dato che la sua logica illuminata e interventista è, punto per punto, quella della democrazia liberale.
I ventidue tweet della dichiarazione di Palantir propongono una modernizzazione della struttura di base della democrazia, volta ad adattarla all’era dell’intelligenza artificiale. L’ideologia di questa inquietante democrazia 6G è, di fatto, identica a quella recentemente difesa in Spagna in nome del mondo libero, sia da coloro che hanno diffamato Sánchez in modo folle e traditore per aver incontrato Xi Jinping (la destra e l’estrema destra) sia dallo stesso Sánchez e dai sostenitori decoloniali di Hillary Clinton (Lula, Boric, Sheinbaum, Petro) che si sono riuniti a Barcellona sotto i benevoli auspici di Alex Soros per tenere il IV Incontro in Difesa della Democrazia (la sinistra e l’estrema sinistra).
Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che questa controversa ideologia, riassunto di La Repubblica Tecnologica (2025) di Karp e Zamiska , è la partitura che la nostra destra e la nostra sinistra stanno giocando da più tempo di quanto ci rendiamo conto.
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La tesi più rivelatrice del manifesto si trova nella Proposizione IV, dove, per rivitalizzare la moribonda democrazia occidentale, gli autori propongono qualcosa di simile a un passaggio dal patriottismo costituzionale habermasiano al patriottismo algoritmico della Silicon Valley. La logica di Karp e Zamiska su questo punto non potrebbe essere più istituzionale, poiché, come il nostro Torquato Fernández de Miranda, promuovono una transizione dalla democrazia analogica a quella digitale secondo il motto «dal diritto al diritto attraverso il diritto».
In altre parole, i diritti formali (la Costituzione) caratteristici del mondo democratico analogico ormai quasi estinto devono essere sostituiti dalla loro versione digitale (algoritmi o software), poiché «la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede più di un appello morale» come quello che i diritti formali hanno rappresentato finora.
In quanto membri di spicco dell’oligarchia democratica, Karp e Zamiska non hanno remore ad ammettere che i diritti formali sono sempre stati «un’attrazione morale», ovvero una seducente strategia tipica di una Circe che ha lavorato e sofferto di alitosi (la democrazia) per dominare e saccheggiare le società attraverso le promesse distruttive promosse dalle loro leggi luciferine e segregazioniste (legge sul divorzio, legge sull’aborto o legge sul matrimonio omosessuale) che promettono illusoriamente la deificazione dell’uomo.
Nonostante sia scritto in un registro apparentemente esoterico, il manifesto è piuttosto trasparente a questo riguardo, riconoscendo implicitamente che l’elemento distintivo della democrazia rispetto ad altri regimi politici (in particolare, rispetto allo stato-civiltà cinese, considerato il nemico da sconfiggere) è la completa assenza di un nucleo di idee permanenti sull’umanità, la società o la storia.
Questo inquietante e nichilista «appello morale» della democrazia, invocato a suo tempo dal parafilo kantiano Habermas in un celebre dibattito con Ratzinger, presuppone che la democrazia non sia ancorata ad alcun fondamento morale o religioso preesistente, ma si affermi piuttosto come produttrice di leggi morali.
Questa catastrofe antropologica, che sia Habermas che il suo discepolo palantiano Alex Karp considerano un risultato senza precedenti, trasforma la democrazia in un pericolo di portata atomica per la vita umana civilizzata. Poiché la democrazia si fonda esclusivamente sulla sua capacità industriale di produrre diritti, trasforma le leggi in beni di consumo obsoleti (ovvero, strumenti di propaganda e controllo) che, pur promettendo di liberare il cittadino, lo rendono schiavo in modo sempre più subdolo, riducendolo infine a un essere aspirazionale privo di radici se non nei suoi desideri sfrenati.
Inoltre, i diritti formali che la democrazia produce devono, per pura necessità, contraddire i diritti naturali, poiché questi ultimi sono visti come un ostacolo al progresso della specie umana, presentandosi come legami trans-storici con le antiche tradizioni stabilite dai nostri antenati.
Karp e Zamiska sono dunque consapevoli che l’unico modo in cui la democrazia occidentale può sopravvivere è attraverso continue strategie di propaganda che promettono ai cittadini paradisi sempre rimandati nel tempo (forse falsamente appetibili sotto forma di consumo spazzatura di beni e diritti), offrendo al contempo inferni di isolamento, controllo e sofferenza.
La strategia del bastone e della carota permea i ventidue punti del testo, che avvertono i cittadini (non i governi, che sono già sotto il controllo di Palantir) che per preservare la democrazia e affrontare «la minaccia cinese» è necessario sviluppare un’IA occidentale patriottica che non esiti a proteggere la sicurezza nazionale e militare (punti V e VI), ma anche a combattere la criminalità interna.
Queste misure eccezionali, concepite per rafforzare la democrazia, sono giustificate dal fatto che, come proclamato al punto XII, l’era atomica sta già volgendo al termine e viene sostituita da un’era di deterrenza tramite IA in cui l’Occidente diventerà obsoleto nella sua battaglia contro un sistema non democratico come quello cinese, estraneo secondo Karp e Zamiska ai nostri «dibattiti teatrali» sulla moralità.
Tuttavia, nonostante tutto il clamore, questo approccio intransigente in stile Palantir non si basa sull’ascesa della Cina a potenza mondiale di prim’ordine, bensì sulla dottrina democratica di successo post-11 settembre esposta da Peter Thiel in The Straussian Moment (2007), dove questo tecnosuprematista, co-fondatore di Palantir, affermava che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, di fronte a terroristi ignari dei principi morali più elementari, era necessario riformulare le garanzie democratiche, aumentando la sorveglianza in nome della sicurezza (sorveglianza attraverso la raccolta e l’interpretazione massiccia di dati, che è precisamente ciò che la società di Thiel fornisce tramite contratti multimilionari).
Il controllo totale della società che Palantir aspira a instaurare sfrutta quindi la normalizzazione, tra i cittadini, del regime di capitalismo della sorveglianza implementato dopo attentati – molto probabilmente operazioni sotto falsa bandiera – come l’11 settembre a New York o gli attentati ai treni di Madrid.
L’unica differenza è che questo sistema di monitoraggio continuo, che cancella il confine tra cittadino e straniero, così come tra innocente e presunto criminale, sottoponendo la popolazione stessa a uno scrutinio che viola i principi fondamentali del diritto pubblico, viene ora attuato con il pretesto di combattere rivali geopolitici «pericolosi», «nemici della libertà», come la Cina o la Russia.
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Il manifesto di Karp e Zamiska si presenta come il copione da seguire in questo nuovo scenario di scontro di civiltà, invocando uno stato di eccezione perpetuo in cui le democrazie occidentali, per rafforzare la difesa dei valori progressisti che le caratterizzano, dovrebbero instaurare un patriottismo algoritmico in cui i loro cittadini, oltre ad accettare la sorveglianza, siano costretti ad arruolarsi nel servizio militare universale, in modo che nella «prossima guerra» «tutti condividiamo il rischio e il costo» (punto VI).
Tuttavia, come se la limitazione dei diritti in questa repubblica tecnologica, dove un monopolio come Palantir o un gruppo di monopoli sostituisce lo Stato, non fosse sufficiente, gli autori auspicano un sostanziale ampliamento dell’immunità dei nostri politici e personaggi pubblici, chiedendo loro non solo una maggiore remunerazione (punto VIII), ma anche il nostro perdono e la «tolleranza verso le complessità e le contraddizioni della psiche umana» che le loro azioni più controverse potrebbero rivelare (punti IX e XVIII).
Quest’intera serie di misure repressive – inseparabile, come vedremo, dalla natura oligarchica e antirepubblicana della democrazia moderna – deve essere intrapresa, per quanto strano possa sembrare, in difesa delle libertà di cui noi occidentali godiamo. Per suggellare questa impossibile apologia di una democrazia moderna tirannica, Karp e Zamiska ricorrono ad argomenti tanto assurdi quanto suprematisti, inseparabili dall’ideologia protestante, gli stessi che ritroviamo nelle insensate difese della democrazia scarabocchiate dai giornalisti e dai politici di basso livello dei quotidiani spagnoli.
In questo senso, scommettendo sull’ideologia imperialista yankee del Destino Manifesto, Karp e Zamiska chiariscono che gli USA sono il Paese che meglio rappresenta nella storia i valori progressisti occidentali per i quali bisogna combattere, evidenziando tra questi due tesi illusorie: che gli USA, in quanto baluardo delle essenze civilizzatrici del mondo libero, abbiano donato al pianeta per la prima volta nella storia quasi cento anni di pace, permettendo a ben tre generazioni di crescere senza guerre (punto XIV), e che gli USA siano, nonostante tutti i loro problemi, la nazione più egualitaria di tutte quelle esistenti perché è lì che «ci sono più opportunità per coloro che non appartengono alle élite ereditarie» (punto XIII).
Questa propaganda, facilmente smascherabile considerando semplicemente i milioni di morti causati dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni, le dinastie ereditarie che saccheggiano sadicamente il Paese, o il suo sistema educativo stratificato, è rafforzata dalla forte tesi propagandistica della democrazia moderna, sia nella sua versione americana che in quella giacobina; ovvero, che si debba presumere che alcune culture (naturalmente, quelle democratiche o anglo-sioniste) o persino sottoculture (ad esempio, i geek neo-tecnologici e neurodivergenti della Silicon Valley) siano superiori ad «altre [che] si sono rivelate mediocri e, quel che è peggio, regressive e dannose» (punto XXI) e che, pertanto, debbano essere sostituite ed eliminate dalla faccia della terra.
Tuttavia, Karp e Zamiska, dimenticando che la superbia è il più grande difetto dell’umanità, sembrano non rendersi conto che il vero tallone d’Achille della democrazia moderna e del progetto palantiriano risiede proprio in questa cieca fede nella propaganda, comprensibile solo da una prospettiva protestante che, negando il libero arbitrio e affermando la predestinazione, crede, contro ogni logica, che le élite prescelte possano ingannare perfettamente una popolazione gregaria e priva di discernimento.
Il mondo della democrazia moderna è, infatti, inseparabile dalle illusioni propagandistiche ideate dai Bernays, dagli Hearst, dai Lippmann, dai Gates o dai Thiel di oggi, che finiscono per ingannare i loro creatori, portandoli a credere che il loro effetto sia inevitabile. Tuttavia, come il nostro Segismundo ha già dimostrato ne La vita è sogno di Calderón, la libertà umana non solo esiste, ma negarla conduce i suoi carcerieri, nel migliore dei casi, alla disillusione e alla redenzione, e nel peggiore e più probabile, all’autodistruzione.
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Fedeli al detto secondo cui la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa, gli autori del Manifesto Palantir sembrano trascurare il fatto che la Cina non è solo il carnefice che svela la natura totalitaria delle democrazie moderne, ma anche l’antica civiltà che per prima ha testimoniato con il martirio le trappole mortali della democrazia moderna, vittima delle Guerre dell’Oppio (1839-1860), che segnarono l’inizio ufficiale del cosiddetto mondo libero su scala globale.
Come risultato di questo intervento, volto a ridurre forzatamente il deficit commerciale in nome del «libero scambio», l’Impero britannico occupò i porti cinesi con il fuoco dei cannoni e indusse la popolazione a consumare oppio saccheggiato dall’India, facendo sì che la Cina, da uno dei Paesi più prosperi al mondo, precipitasse nella più abietta povertà.
Dopo questo lungo periodo, noto come il Secolo dell’Umiliazione, e dopo essersi ricostruita attraverso un traumatico adattamento alla modernità, è ora proprio la Cina che, con calma ma senza sosta, smaschera la natura totalitaria e ipocrita delle società democratiche, le quali affermano di difendere il commercio, la pace e i diritti attraverso dazi doganali, guerre di sterminio o un rigido controllo demografico che antepone gli interessi dei monopoli aziendali a quelli di tutti i cittadini.
Se il mondo democratico occidentale sta diventando così aggressivo nei confronti della Cina, è perché il gigante asiatico dimostra che un’economia pianificata e uno Stato-civiltà che fonda la propria bussola morale su un’antica tradizione come il confucianesimo sono di gran lunga superiori, in qualsiasi parametro misurabile (giustizia, efficienza, innovazione, etc.), alla distopia liberale della democrazia moderna, la quale, insistiamo, è comprensibile nel suo impegno per la deregolamentazione solo da una prospettiva nichilista protestante.
In questo senso, il Manifesto di Palantir non è antidemocratico, ma piuttosto un’esposizione realistica delle poche vie di sopravvivenza rimaste per la democrazia moderna. Gli autori partono dal presupposto che il principale nemico da sconfiggere sia la Cina, uno stato-civiltà che non è soggetto ai capricci della democrazia e che può progettare e attuare piani a lungo termine con il sostegno della maggioranza della sua popolazione.
Pertanto, correttamente ma in modo sinistro, Karp e Zamiska presumono che se la democrazia liberale si differenzia dai regimi non democratici difendendo il mercato come vera e legittima entità politica, l’unica possibilità di sopravvivenza della democrazia (e di competizione con stati di lunga data come la Cina) sia l’adesione al monopolio, che sarebbe anche garanzia di sostenibilità per generazioni.
In altre parole, in una democrazia dobbiamo accettare con orgoglio che la sovranità popolare non sia più detenuta dallo Stato, bensì da un monopolio o da un gruppo di aziende monopolistiche che garantiscono il dogma liberale della predominanza degli interessi commerciali. Da qui l’urgente necessità di Palantir di passare dal patriottismo costituzionale di Habermas al patriottismo algoritmico di Karp, attraverso il quale la popolazione è tenuta a difendere gli interessi del monopolio di Palantir come se fossero i propri (fino al punto di dover consegnare i propri dati e persino la propria vita arruolandosi nell’esercito).
Questa richiesta non è così inverosimile come sembra, poiché gli algoritmi di Palantir costituiscono di fatto uno Stato globale, che non solo controlla la difesa e l’Intelligence di gran parte del mondo occidentale, ma, in casi come quello degli Stati Uniti, controlla anche la catena alimentare (la prova che Palantir aspiri a esercitare pienamente le funzioni dello Stato nel mondo libero è data dalla sua richiesta di riarmo di Germania e Giappone, riecheggiando posizioni simili a quelle dell’UE).
Consideriamo, ad esempio, che in Spagna Palantir si è infiltrata nelle nostre forze armate e nei servizi segreti dopo aver firmato un contratto opaco di oltre 16,5 milioni con il ministero della Difesa del governo di Pedro Sánchez, e che da lì ha stipulato contratti con società diverse come Mutua Madrileña o Mahou.
Tuttavia, il monopolio, anziché rappresentare una delle tante vie di sopravvivenza per il sistema liberaldemocratico, costituisce la destinazione finale del ciclo capitalistico. Come ha già dimostrato Piketty, esso segue necessariamente una fase iniziale di capitalismo industriale e una fase intermedia di capitalismo finanziario. Pertanto, chiunque consideri Karp, Musk o Thiel come rappresentanti del male, mentre i difensori decoloniali dello stesso modello liberaldemocratico, come Sánchez, Petro, Boric o Sheinbaum, in stile Hillary Clinton, rappresentino il katechon che garantirà il prevalere del bene, si sbaglia completamente. Essi fanno tutti parte dello stesso sistema che, nella sua furia di stampo NATO e guidata da alleanze, ha promosso, per troppi decenni – nonostante l’emergere dei BRICS – la manipolazione degli Stati da parte dei monopoli attraverso il cosiddetto filantrocapitalismo.
Un buon esempio di ciò, e di come il Manifesto Palantir rappresenti anche l’ABC della politica più in opposizione all’estrema destra e al trumpismo, si può riscontrare nel IV Incontro in Difesa della Democrazia, organizzato poche settimane fa da Sánchez a Barcellona con i già citati sostenitori di Hillary Clinton, sotto l’egida di Soros e l’occhio vigile di Bill Gates (le cui fondazioni noi spagnoli abbiamo arricchito con milioni grazie alla benevola mano di Sánchez).
L’elemento più sconcertante del vertice è stato senza dubbio il fatto che i presidenti decoloniali lì riuniti abbiano affrontato l’estrema destra offrendo una difesa reazionaria della democrazia liberale che, in modo fuorviante, ha confuso sovranità con democrazia e giustizia con liberalismo. Tra i tre principali accordi raggiunti per difendere la democrazia dalla barbarie, il più rilevante è stata la richiesta, in stile Palantir, di una governance digitale per stabilire regole per lo spazio digitale, perché, hanno affermato, «sarà democratico o non esisterà».
Come è evidente, l’imposizione di regole digitali, già promossa dal Digital Services Act dell’UE, che soffoca la libertà, o da misure di controllo algoritmico come HODIO approvate dal governo Sánchez, è il miglior esempio del potere coercitivo del software propugnato dal manifesto Palantir per digitalizzare la democrazia attraverso un regime di sorveglianza dei cittadini. (Le altre due misure principali per difendere la democrazia scaturite da questo incontro sono state la promozione dell’inclusività con la nomina di una donna alla presidenza delle Nazioni Unite per la prima volta, e la richiesta di attuazione del sanguinoso Ordine Internazionale Basato sulle Regole, in base al quale la vile democrazia liberale ha ricattato l’intero pianeta)
Tuttavia, la sinistra e la destra sono così unite nella loro difesa in stile occidentale dei monopoli aziendali contro gli interessi della maggioranza che, una settimana prima del Quarto Incontro in Difesa della Democrazia, la destra, l’estrema destra e l’establishment geronto-meridionale spagnolo hanno lanciato un attacco contro Sánchez perché questi, fingendo strategicamente patriottismo, aveva usato il buon senso e tenuto un vertice in Cina con Xi Jinping.
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Se si leggono gli articoli scritti in quei giorni che condannavano il regime cinese e difendevano la democrazia liberale da autori come Antonio Caño, Martín Varsavsky, Esperanza Aguirre e Juan Luis Cebrián, tra molti altri, si vedrà chiaramente lo stato terminale della farsa democratica totalitaria che il manifesto Palantir cerca di prolungare imponendo politiche contrarie al bene comune.
L’elemento più sconvolgente di tutte queste difese della democrazia liberale è che sono apertamente filoamericane e contrarie agli interessi del popolo spagnolo. Ma altrettanto sconcertante è il fatto che, pur difendendo i principi liberali, plaudano ai dazi e alle tattiche intimidatorie del governo statunitense contro qualsiasi paese che non si sottometta ai suoi diktat, salvo poi inveire contro l’impegno della Cina a favore del commercio, a scapito della guerra, come strategia per le relazioni tra le nazioni. Di fatto, uno dei principali argomenti usati per opporsi al riavvicinamento della Spagna alla Cina era, secondo questi fautori del libero scambio da salotto, il deficit commerciale che il nostro paese ha con il gigante asiatico.
Questo, sostenevano, era il motivo per cui l’incontro con Xi Jinping (che, paradossalmente, ha ridotto questo deficit attraverso degli accordi) equivaleva a un suicidio e a un’approvazione della Russia di Putin. Questi esperti di media e fanatici atlantisti non hanno detto nulla sull’enorme deficit (molto maggiore di quello spagnolo) che gli Stati Uniti stessi hanno con la Cina, né sul deficit della Polonia, il paese più filo-NATO e anti-russo dell’UE. Senza contare, ovviamente, che è molto difficile capire come un liberale possa considerare un problema il fatto che un paese riesca a esportare più di un altro.
Ma, tutto considerato, l’argomentazione più ridicola usata per denunciare il vertice con Xi Jinping è stata la preoccupazione di tutti questi autoproclamati apostoli del mondo libero per la mancanza di libertà di espressione in Cina. Ognuno dei democratici spagnoli che ha usato queste argomentazioni è un individuo che ha trascorso decenni a occupare colonne di giornali e studi televisivi, impedendo al nostro Paese di avere anche solo una sfera pubblica minimamente pluralista (ecco un altro punto di convergenza con il Manifesto Palantir, che al punto XX esprime il suo rifiuto del pluralismo, ritenendolo inefficace).
Il loro lavoro come giornalisti o piccoli politici trasformati in ingegneri sociali è la negazione stessa della libertà di espressione e persino della libertà politica. Si consideri, ad esempio, che questi architetti del falso consenso cercano di manipolare mentalmente noi cittadini, facendoci credere, per esempio, che ciò che difendiamo sia un’opinione minoritaria e che in Spagna ci sia una maggioranza favorevole all’intervento statunitense in Iran, contraria al riavvicinamento con la Cina o a favore dei genocidi democratici perpetrati dall’anglo-sionismo.
In realtà, è bene che tu sappia che questi difensori della libertà di espressione hanno già più di una volta ammonito i nostri editorialisti di questa testata a moderare le nostre critiche a Israele o le nostre denunce dei vili piani postumani di uomini d’affari come Martín Varsavsky.
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In breve, tutto sembra indicare che in quest’ultimo periodo di agonia la democrazia moderna stia tornando alle sue origini, confermando pienamente la diagnosi di Tocqueville. Nel 1856, egli non poté fare a meno di riconoscere che la democrazia aveva perfezionato gli strumenti di controllo demografico e di soppressione della libertà individuale e collettiva caratteristici dell’Ancien Régime francese del XVIII secolo.
La democrazia è, in definitiva, l’Ancien Régime.
Lo stesso Tocqueville affermò, infatti, che la natura repressiva di questo sistema radicato nell’Illuminismo era di gran lunga superiore a quella dell’età moderna e medievale, persino considerando casi estremi come il feudalesimo tedesco. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprenderci, poiché la democrazia si è sempre caratterizzata per aver mascherato la logica estrattiva dell’Ancien Régime, espandendola sotto le spoglie di diritti formali per servire le varie fasi della Rivoluzione Industriale, da allora fino ad oggi.
Il potere assoluto del monarca e delle cricche dell’Ancien Régime è lo stesso potere assoluto che le oligarchie capitaliste esercitano con pugno di ferro, mantenendo la loro presa sul potere attraverso i secoli tramite dinastie regnanti come i Rothschild e i Rockefeller, che facilitano l’ingresso controllato di nuove generazioni di oligarchi sul modello di Soros, Gates e Thiel. Il filantrocapitalismo (una grottesca versione del dispotismo illuminato) è il cavallo di Troia attraverso il quale questi figli di Satana si impadroniscono delle nostre società, parassitando lo Stato e rendendo il monopolio il destino ultimo della democrazia.
Nonostante tutto, è del tutto possibile che qualcuno che abbia assorbito grandi dosi di propaganda democratica moderna, che ci assicura che il progresso esiste e, per di più, è lineare, sostenga che la situazione attuale sia un’anomalia che necessita semplicemente di essere corretta, e che i sistemi democratici dispotici contemporanei di Tocqueville – sia nella loro forma americana mitizzata, sia nella vituperata versione francese, sia nelle sfortunate repubbliche ispaniche – non siano paragonabili alla miracolosa democrazia liberale emersa (prima come stato sociale, poi come stato terapeutico e infine come stato eutanasico) dopo i traumi delle due Guerre Mondiali.
Per rispondere alle legittime obiezioni che questi lettori potrebbero sollevare, ho scritto in passato una serie di articoli critici nei confronti del feticismo democratico, come ad esempio «La democrazia è diventata una forma di superstizione?». «Il fantasma della libertà» o «Il volto nascosto della democrazia», tra gli altri, in cui mostro come l’idea di democrazia moderna sia inseparabile, in qualsiasi forma fondamentalista abbia assunto, dal totalitarismo, come dovrebbe essere dimostrato dal fatto tutt’altro che paradossale che il XX secolo, il grande secolo delle promesse rivoluzionarie-democratiche (ovvero delle ideologie), è stato il secolo dei genocidi.
David Souto Alcalde
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain
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Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta
È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.
Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.
Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.
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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.
Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.
In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.
Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.
È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.
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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?
Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».
Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.
A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.
Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!
Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.
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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.
Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.
È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».
Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.
«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».
Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.
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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.
Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.
Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Grzegorz Artur Górski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata
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