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Palantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime

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Se si presta attenzione ai cambiamenti avvenuti nella nostra sfera pubblica nelle ultime settimane, risulta evidente che tutto il presunto dissenso – di destra, di sinistra e ipotetici estremi – è in difesa della stessa concezione totalitaria, plebeofobica e oligarchica della democrazia.

 

In questo senso, lo scandalo che il manifesto tecnocratico-repubblicano firmato da Alex Karp (CEO di Palantir e discepolo di Habermas) e Nikolas Zamiska ha provocato nell’establishment democratico è, oltre che ipocrita, del tutto incomprensibile, dato che la sua logica illuminata e interventista è, punto per punto, quella della democrazia liberale.

 

I ventidue tweet della dichiarazione di Palantir propongono una modernizzazione della struttura di base della democrazia, volta ad adattarla all’era dell’intelligenza artificiale. L’ideologia di questa inquietante democrazia 6G è, di fatto, identica a quella recentemente difesa in Spagna in nome del mondo libero, sia da coloro che hanno diffamato Sánchez in modo folle e traditore per aver incontrato Xi Jinping (la destra e l’estrema destra) sia dallo stesso Sánchez e dai sostenitori decoloniali di Hillary Clinton (Lula, Boric, Sheinbaum, Petro) che si sono riuniti a Barcellona sotto i benevoli auspici di Alex Soros per tenere il IV Incontro in Difesa della Democrazia (la sinistra e l’estrema sinistra).

 

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che questa controversa ideologia, riassunto di La Repubblica Tecnologica (2025) di Karp e Zamiska , è la partitura che la nostra destra e la nostra sinistra stanno giocando da più tempo di quanto ci rendiamo conto.

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La tesi più rivelatrice del manifesto si trova nella Proposizione IV, dove, per rivitalizzare la moribonda democrazia occidentale, gli autori propongono qualcosa di simile a un passaggio dal patriottismo costituzionale habermasiano al patriottismo algoritmico della Silicon Valley. La logica di Karp e Zamiska su questo punto non potrebbe essere più istituzionale, poiché, come il nostro Torquato Fernández de Miranda, promuovono una transizione dalla democrazia analogica a quella digitale secondo il motto «dal diritto al diritto attraverso il diritto».

 

In altre parole, i diritti formali (la Costituzione) caratteristici del mondo democratico analogico ormai quasi estinto devono essere sostituiti dalla loro versione digitale (algoritmi o software), poiché «la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede più di un appello morale» come quello che i diritti formali hanno rappresentato finora.

 

In quanto membri di spicco dell’oligarchia democratica, Karp e Zamiska non hanno remore ad ammettere che i diritti formali sono sempre stati «un’attrazione morale», ovvero una seducente strategia tipica di una Circe che ha lavorato e sofferto di alitosi (la democrazia) per dominare e saccheggiare le società attraverso le promesse distruttive promosse dalle loro leggi luciferine e segregazioniste (legge sul divorzio, legge sull’aborto o legge sul matrimonio omosessuale) che promettono illusoriamente la deificazione dell’uomo.

 

Nonostante sia scritto in un registro apparentemente esoterico, il manifesto è piuttosto trasparente a questo riguardo, riconoscendo implicitamente che l’elemento distintivo della democrazia rispetto ad altri regimi politici (in particolare, rispetto allo stato-civiltà cinese, considerato il nemico da sconfiggere) è la completa assenza di un nucleo di idee permanenti sull’umanità, la società o la storia.

 

Questo inquietante e nichilista «appello morale» della democrazia, invocato a suo tempo dal parafilo kantiano Habermas in un celebre dibattito con Ratzinger, presuppone che la democrazia non sia ancorata ad alcun fondamento morale o religioso preesistente, ma si affermi piuttosto come produttrice di leggi morali.

 

Questa catastrofe antropologica, che sia Habermas che il suo discepolo palantiano Alex Karp considerano un risultato senza precedenti, trasforma la democrazia in un pericolo di portata atomica per la vita umana civilizzata. Poiché la democrazia si fonda esclusivamente sulla sua capacità industriale di produrre diritti, trasforma le leggi in beni di consumo obsoleti (ovvero, strumenti di propaganda e controllo) che, pur promettendo di liberare il cittadino, lo rendono schiavo in modo sempre più subdolo, riducendolo infine a un essere aspirazionale privo di radici se non nei suoi desideri sfrenati.

 

Inoltre, i diritti formali che la democrazia produce devono, per pura necessità, contraddire i diritti naturali, poiché questi ultimi sono visti come un ostacolo al progresso della specie umana, presentandosi come legami trans-storici con le antiche tradizioni stabilite dai nostri antenati.

 

Karp e Zamiska sono dunque consapevoli che l’unico modo in cui la democrazia occidentale può sopravvivere è attraverso continue strategie di propaganda che promettono ai cittadini paradisi sempre rimandati nel tempo (forse falsamente appetibili sotto forma di consumo spazzatura di beni e diritti), offrendo al contempo inferni di isolamento, controllo e sofferenza.

 

La strategia del bastone e della carota permea i ventidue punti del testo, che avvertono i cittadini (non i governi, che sono già sotto il controllo di Palantir) che per preservare la democrazia e affrontare «la minaccia cinese» è necessario sviluppare un’IA occidentale patriottica che non esiti a proteggere la sicurezza nazionale e militare (punti V e VI), ma anche a combattere la criminalità interna.

 

Queste misure eccezionali, concepite per rafforzare la democrazia, sono giustificate dal fatto che, come proclamato al punto XII, l’era atomica sta già volgendo al termine e viene sostituita da un’era di deterrenza tramite IA in cui l’Occidente diventerà obsoleto nella sua battaglia contro un sistema non democratico come quello cinese, estraneo secondo Karp e Zamiska ai nostri «dibattiti teatrali» sulla moralità.

 

Tuttavia, nonostante tutto il clamore, questo approccio intransigente in stile Palantir non si basa sull’ascesa della Cina a potenza mondiale di prim’ordine, bensì sulla dottrina democratica di successo post-11 settembre esposta da Peter Thiel in The Straussian Moment (2007), dove questo tecnosuprematista, co-fondatore di Palantir, affermava che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, di fronte a terroristi ignari dei principi morali più elementari, era necessario riformulare le garanzie democratiche, aumentando la sorveglianza in nome della sicurezza (sorveglianza attraverso la raccolta e l’interpretazione massiccia di dati, che è precisamente ciò che la società di Thiel fornisce tramite contratti multimilionari).

 

Il controllo totale della società che Palantir aspira a instaurare sfrutta quindi la normalizzazione, tra i cittadini, del regime di capitalismo della sorveglianza implementato dopo attentati – molto probabilmente operazioni sotto falsa bandiera – come l’11 settembre a New York o gli attentati ai treni di Madrid.

 

L’unica differenza è che questo sistema di monitoraggio continuo, che cancella il confine tra cittadino e straniero, così come tra innocente e presunto criminale, sottoponendo la popolazione stessa a uno scrutinio che viola i principi fondamentali del diritto pubblico, viene ora attuato con il pretesto di combattere rivali geopolitici «pericolosi», «nemici della libertà», come la Cina o la Russia.

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Il manifesto di Karp e Zamiska si presenta come il copione da seguire in questo nuovo scenario di scontro di civiltà, invocando uno stato di eccezione perpetuo in cui le democrazie occidentali, per rafforzare la difesa dei valori progressisti che le caratterizzano, dovrebbero instaurare un patriottismo algoritmico in cui i loro cittadini, oltre ad accettare la sorveglianza, siano costretti ad arruolarsi nel servizio militare universale, in modo che nella «prossima guerra» «tutti condividiamo il rischio e il costo» (punto VI).

 

Tuttavia, come se la limitazione dei diritti in questa repubblica tecnologica, dove un monopolio come Palantir o un gruppo di monopoli sostituisce lo Stato, non fosse sufficiente, gli autori auspicano un sostanziale ampliamento dell’immunità dei nostri politici e personaggi pubblici, chiedendo loro non solo una maggiore remunerazione (punto VIII), ma anche il nostro perdono e la «tolleranza verso le complessità e le contraddizioni della psiche umana» che le loro azioni più controverse potrebbero rivelare (punti IX e XVIII).

 

Quest’intera serie di misure repressive – inseparabile, come vedremo, dalla natura oligarchica e antirepubblicana della democrazia moderna – deve essere intrapresa, per quanto strano possa sembrare, in difesa delle libertà di cui noi occidentali godiamo. Per suggellare questa impossibile apologia di una democrazia moderna tirannica, Karp e Zamiska ricorrono ad argomenti tanto assurdi quanto suprematisti, inseparabili dall’ideologia protestante, gli stessi che ritroviamo nelle insensate difese della democrazia scarabocchiate dai giornalisti e dai politici di basso livello dei quotidiani spagnoli.

 

In questo senso, scommettendo sull’ideologia imperialista yankee del Destino Manifesto, Karp e Zamiska chiariscono che gli USA sono il Paese che meglio rappresenta nella storia i valori progressisti occidentali per i quali bisogna combattere, evidenziando tra questi due tesi illusorie: che gli USA, in quanto baluardo delle essenze civilizzatrici del mondo libero, abbiano donato al pianeta per la prima volta nella storia quasi cento anni di pace, permettendo a ben tre generazioni di crescere senza guerre (punto XIV), e che gli USA siano, nonostante tutti i loro problemi, la nazione più egualitaria di tutte quelle esistenti perché è lì che «ci sono più opportunità per coloro che non appartengono alle élite ereditarie» (punto XIII).

 

Questa propaganda, facilmente smascherabile considerando semplicemente i milioni di morti causati dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni, le dinastie ereditarie che saccheggiano sadicamente il Paese, o il suo sistema educativo stratificato, è rafforzata dalla forte tesi propagandistica della democrazia moderna, sia nella sua versione americana che in quella giacobina; ovvero, che si debba presumere che alcune culture (naturalmente, quelle democratiche o anglo-sioniste) o persino sottoculture (ad esempio, i geek neo-tecnologici e neurodivergenti della Silicon Valley) siano superiori ad «altre [che] si sono rivelate mediocri e, quel che è peggio, regressive e dannose» (punto XXI) e che, pertanto, debbano essere sostituite ed eliminate dalla faccia della terra.

 

Tuttavia, Karp e Zamiska, dimenticando che la superbia è il più grande difetto dell’umanità, sembrano non rendersi conto che il vero tallone d’Achille della democrazia moderna e del progetto palantiriano risiede proprio in questa cieca fede nella propaganda, comprensibile solo da una prospettiva protestante che, negando il libero arbitrio e affermando la predestinazione, crede, contro ogni logica, che le élite prescelte possano ingannare perfettamente una popolazione gregaria e priva di discernimento.

 

Il mondo della democrazia moderna è, infatti, inseparabile dalle illusioni propagandistiche ideate dai Bernays, dagli Hearst, dai Lippmann, dai Gates o dai Thiel di oggi, che finiscono per ingannare i loro creatori, portandoli a credere che il loro effetto sia inevitabile. Tuttavia, come il nostro Segismundo ha già dimostrato ne La vita è sogno di Calderón, la libertà umana non solo esiste, ma negarla conduce i suoi carcerieri, nel migliore dei casi, alla disillusione e alla redenzione, e nel peggiore e più probabile, all’autodistruzione.

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Fedeli al detto secondo cui la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa, gli autori del Manifesto Palantir sembrano trascurare il fatto che la Cina non è solo il carnefice che svela la natura totalitaria delle democrazie moderne, ma anche l’antica civiltà che per prima ha testimoniato con il martirio le trappole mortali della democrazia moderna, vittima delle Guerre dell’Oppio (1839-1860), che segnarono l’inizio ufficiale del cosiddetto mondo libero su scala globale.

 

Come risultato di questo intervento, volto a ridurre forzatamente il deficit commerciale in nome del «libero scambio», l’Impero britannico occupò i porti cinesi con il fuoco dei cannoni e indusse la popolazione a consumare oppio saccheggiato dall’India, facendo sì che la Cina, da uno dei Paesi più prosperi al mondo, precipitasse nella più abietta povertà.

 

Dopo questo lungo periodo, noto come il Secolo dell’Umiliazione, e dopo essersi ricostruita attraverso un traumatico adattamento alla modernità, è ora proprio la Cina che, con calma ma senza sosta, smaschera la natura totalitaria e ipocrita delle società democratiche, le quali affermano di difendere il commercio, la pace e i diritti attraverso dazi doganali, guerre di sterminio o un rigido controllo demografico che antepone gli interessi dei monopoli aziendali a quelli di tutti i cittadini.

 

Se il mondo democratico occidentale sta diventando così aggressivo nei confronti della Cina, è perché il gigante asiatico dimostra che un’economia pianificata e uno Stato-civiltà che fonda la propria bussola morale su un’antica tradizione come il confucianesimo sono di gran lunga superiori, in qualsiasi parametro misurabile (giustizia, efficienza, innovazione, etc.), alla distopia liberale della democrazia moderna, la quale, insistiamo, è comprensibile nel suo impegno per la deregolamentazione solo da una prospettiva nichilista protestante.

 

In questo senso, il Manifesto di Palantir non è antidemocratico, ma piuttosto un’esposizione realistica delle poche vie di sopravvivenza rimaste per la democrazia moderna. Gli autori partono dal presupposto che il principale nemico da sconfiggere sia la Cina, uno stato-civiltà che non è soggetto ai capricci della democrazia e che può progettare e attuare piani a lungo termine con il sostegno della maggioranza della sua popolazione.

 

Pertanto, correttamente ma in modo sinistro, Karp e Zamiska presumono che se la democrazia liberale si differenzia dai regimi non democratici difendendo il mercato come vera e legittima entità politica, l’unica possibilità di sopravvivenza della democrazia (e di competizione con stati di lunga data come la Cina) sia l’adesione al monopolio, che sarebbe anche garanzia di sostenibilità per generazioni.

 

In altre parole, in una democrazia dobbiamo accettare con orgoglio che la sovranità popolare non sia più detenuta dallo Stato, bensì da un monopolio o da un gruppo di aziende monopolistiche che garantiscono il dogma liberale della predominanza degli interessi commerciali. Da qui l’urgente necessità di Palantir di passare dal patriottismo costituzionale di Habermas al patriottismo algoritmico di Karp, attraverso il quale la popolazione è tenuta a difendere gli interessi del monopolio di Palantir come se fossero i propri (fino al punto di dover consegnare i propri dati e persino la propria vita arruolandosi nell’esercito).

 

Questa richiesta non è così inverosimile come sembra, poiché gli algoritmi di Palantir costituiscono di fatto uno Stato globale, che non solo controlla la difesa e l’Intelligence di gran parte del mondo occidentale, ma, in casi come quello degli Stati Uniti, controlla anche la catena alimentare (la prova che Palantir aspiri a esercitare pienamente le funzioni dello Stato nel mondo libero è data dalla sua richiesta di riarmo di Germania e Giappone, riecheggiando posizioni simili a quelle dell’UE).

 

Consideriamo, ad esempio, che in Spagna Palantir si è infiltrata nelle nostre forze armate e nei servizi segreti dopo aver firmato un contratto opaco di oltre 16,5 milioni con il ministero della Difesa del governo di Pedro Sánchez, e che da lì ha stipulato contratti con società diverse come Mutua Madrileña o Mahou.

 

Tuttavia, il monopolio, anziché rappresentare una delle tante vie di sopravvivenza per il sistema liberaldemocratico, costituisce la destinazione finale del ciclo capitalistico. Come ha già dimostrato Piketty, esso segue necessariamente una fase iniziale di capitalismo industriale e una fase intermedia di capitalismo finanziario. Pertanto, chiunque consideri Karp, Musk o Thiel come rappresentanti del male, mentre i difensori decoloniali dello stesso modello liberaldemocratico, come Sánchez, Petro, Boric o Sheinbaum, in stile Hillary Clinton, rappresentino il katechon che garantirà il prevalere del bene, si sbaglia completamente. Essi fanno tutti parte dello stesso sistema che, nella sua furia di stampo NATO e guidata da alleanze, ha promosso, per troppi decenni – nonostante l’emergere dei BRICS – la manipolazione degli Stati da parte dei monopoli attraverso il cosiddetto filantrocapitalismo.

 

Un buon esempio di ciò, e di come il Manifesto Palantir rappresenti anche l’ABC della politica più in opposizione all’estrema destra e al trumpismo, si può riscontrare nel IV Incontro in Difesa della Democrazia, organizzato poche settimane fa da Sánchez a Barcellona con i già citati sostenitori di Hillary Clinton, sotto l’egida di Soros e l’occhio vigile di Bill Gates (le cui fondazioni noi spagnoli abbiamo arricchito con milioni grazie alla benevola mano di Sánchez).

 

L’elemento più sconcertante del vertice è stato senza dubbio il fatto che i presidenti decoloniali lì riuniti abbiano affrontato l’estrema destra offrendo una difesa reazionaria della democrazia liberale che, in modo fuorviante, ha confuso sovranità con democrazia e giustizia con liberalismo. Tra i tre principali accordi raggiunti per difendere la democrazia dalla barbarie, il più rilevante è stata la richiesta, in stile Palantir, di una governance digitale per stabilire regole per lo spazio digitale, perché, hanno affermato, «sarà democratico o non esisterà».

 

Come è evidente, l’imposizione di regole digitali, già promossa dal Digital Services Act dell’UE, che soffoca la libertà, o da misure di controllo algoritmico come HODIO approvate dal governo Sánchez, è il miglior esempio del potere coercitivo del software propugnato dal manifesto Palantir per digitalizzare la democrazia attraverso un regime di sorveglianza dei cittadini. (Le altre due misure principali per difendere la democrazia scaturite da questo incontro sono state la promozione dell’inclusività con la nomina di una donna alla presidenza delle Nazioni Unite per la prima volta, e la richiesta di attuazione del sanguinoso Ordine Internazionale Basato sulle Regole, in base al quale la vile democrazia liberale ha ricattato l’intero pianeta)

 

Tuttavia, la sinistra e la destra sono così unite nella loro difesa in stile occidentale dei monopoli aziendali contro gli interessi della maggioranza che, una settimana prima del Quarto Incontro in Difesa della Democrazia, la destra, l’estrema destra e l’establishment geronto-meridionale spagnolo hanno lanciato un attacco contro Sánchez perché questi, fingendo strategicamente patriottismo, aveva usato il buon senso e tenuto un vertice in Cina con Xi Jinping.

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Se si leggono gli articoli scritti in quei giorni che condannavano il regime cinese e difendevano la democrazia liberale da autori come Antonio Caño, Martín Varsavsky, Esperanza Aguirre e Juan Luis Cebrián, tra molti altri, si vedrà chiaramente lo stato terminale della farsa democratica totalitaria che il manifesto Palantir cerca di prolungare imponendo politiche contrarie al bene comune.

 

L’elemento più sconvolgente di tutte queste difese della democrazia liberale è che sono apertamente filoamericane e contrarie agli interessi del popolo spagnolo. Ma altrettanto sconcertante è il fatto che, pur difendendo i principi liberali, plaudano ai dazi e alle tattiche intimidatorie del governo statunitense contro qualsiasi paese che non si sottometta ai suoi diktat, salvo poi inveire contro l’impegno della Cina a favore del commercio, a scapito della guerra, come strategia per le relazioni tra le nazioni. Di fatto, uno dei principali argomenti usati per opporsi al riavvicinamento della Spagna alla Cina era, secondo questi fautori del libero scambio da salotto, il deficit commerciale che il nostro paese ha con il gigante asiatico.

 

Questo, sostenevano, era il motivo per cui l’incontro con Xi Jinping (che, paradossalmente, ha ridotto questo deficit attraverso degli accordi) equivaleva a un suicidio e a un’approvazione della Russia di Putin. Questi esperti di media e fanatici atlantisti non hanno detto nulla sull’enorme deficit (molto maggiore di quello spagnolo) che gli Stati Uniti stessi hanno con la Cina, né sul deficit della Polonia, il paese più filo-NATO e anti-russo dell’UE. Senza contare, ovviamente, che è molto difficile capire come un liberale possa considerare un problema il fatto che un paese riesca a esportare più di un altro.

 

Ma, tutto considerato, l’argomentazione più ridicola usata per denunciare il vertice con Xi Jinping è stata la preoccupazione di tutti questi autoproclamati apostoli del mondo libero per la mancanza di libertà di espressione in Cina. Ognuno dei democratici spagnoli che ha usato queste argomentazioni è un individuo che ha trascorso decenni a occupare colonne di giornali e studi televisivi, impedendo al nostro Paese di avere anche solo una sfera pubblica minimamente pluralista (ecco un altro punto di convergenza con il Manifesto Palantir, che al punto XX esprime il suo rifiuto del pluralismo, ritenendolo inefficace).

 

Il loro lavoro come giornalisti o piccoli politici trasformati in ingegneri sociali è la negazione stessa della libertà di espressione e persino della libertà politica. Si consideri, ad esempio, che questi architetti del falso consenso cercano di manipolare mentalmente noi cittadini, facendoci credere, per esempio, che ciò che difendiamo sia un’opinione minoritaria e che in Spagna ci sia una maggioranza favorevole all’intervento statunitense in Iran, contraria al riavvicinamento con la Cina o a favore dei genocidi democratici perpetrati dall’anglo-sionismo.

 

In realtà, è bene che tu sappia che questi difensori della libertà di espressione hanno già più di una volta ammonito i nostri editorialisti di questa testata a moderare le nostre critiche a Israele o le nostre denunce dei vili piani postumani di uomini d’affari come Martín Varsavsky.

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In breve, tutto sembra indicare che in quest’ultimo periodo di agonia la democrazia moderna stia tornando alle sue origini, confermando pienamente la diagnosi di Tocqueville. Nel 1856, egli non poté fare a meno di riconoscere che la democrazia aveva perfezionato gli strumenti di controllo demografico e di soppressione della libertà individuale e collettiva caratteristici dell’Ancien Régime francese del XVIII secolo.

 

La democrazia è, in definitiva, l’Ancien Régime.

 

Lo stesso Tocqueville affermò, infatti, che la natura repressiva di questo sistema radicato nell’Illuminismo era di gran lunga superiore a quella dell’età moderna e medievale, persino considerando casi estremi come il feudalesimo tedesco. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprenderci, poiché la democrazia si è sempre caratterizzata per aver mascherato la logica estrattiva dell’Ancien Régime, espandendola sotto le spoglie di diritti formali per servire le varie fasi della Rivoluzione Industriale, da allora fino ad oggi.

 

Il potere assoluto del monarca e delle cricche dell’Ancien Régime è lo stesso potere assoluto che le oligarchie capitaliste esercitano con pugno di ferro, mantenendo la loro presa sul potere attraverso i secoli tramite dinastie regnanti come i Rothschild e i Rockefeller, che facilitano l’ingresso controllato di nuove generazioni di oligarchi sul modello di Soros, Gates e Thiel. Il filantrocapitalismo (una grottesca versione del dispotismo illuminato) è il cavallo di Troia attraverso il quale questi figli di Satana si impadroniscono delle nostre società, parassitando lo Stato e rendendo il monopolio il destino ultimo della democrazia.

 

Nonostante tutto, è del tutto possibile che qualcuno che abbia assorbito grandi dosi di propaganda democratica moderna, che ci assicura che il progresso esiste e, per di più, è lineare, sostenga che la situazione attuale sia un’anomalia che necessita semplicemente di essere corretta, e che i sistemi democratici dispotici contemporanei di Tocqueville – sia nella loro forma americana mitizzata, sia nella vituperata versione francese, sia nelle sfortunate repubbliche ispaniche – non siano paragonabili alla miracolosa democrazia liberale emersa (prima come stato sociale, poi come stato terapeutico e infine come stato eutanasico) dopo i traumi delle due Guerre Mondiali.

 

Per rispondere alle legittime obiezioni che questi lettori potrebbero sollevare, ho scritto in passato una serie di articoli critici nei confronti del feticismo democratico, come ad esempio «La democrazia è diventata una forma di superstizione?». «Il fantasma della libertà» o «Il volto nascosto della democrazia», tra gli altri, in cui mostro come l’idea di democrazia moderna sia inseparabile, in qualsiasi forma fondamentalista abbia assunto, dal totalitarismo, come dovrebbe essere dimostrato dal fatto tutt’altro che paradossale che il XX secolo, il grande secolo delle promesse rivoluzionarie-democratiche (ovvero delle ideologie), è stato il secolo dei genocidi.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

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Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».   Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.   Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.   Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.   Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.   Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?   Sei un fascista di merda.   Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.

 

Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.

 

Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.

 

Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…

 

Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?

 

Andate a vedere.

 

Shalom.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 

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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.   Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.   In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?   Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.   Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.   Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.   San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).   Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).   Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.   Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra i spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini   Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.   Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.   Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.   Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.   Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.   E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.   Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.   E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.   Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.   La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).   L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.   Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.   Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.   E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.   Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.   E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.   Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.   Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.   Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).   Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.   Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».   È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.   Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)   Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?   La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.   Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.   Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.   Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.   Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?   Roberto Dal Bosco  

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