Pensiero

Palantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime

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Se si presta attenzione ai cambiamenti avvenuti nella nostra sfera pubblica nelle ultime settimane, risulta evidente che tutto il presunto dissenso – di destra, di sinistra e ipotetici estremi – è in difesa della stessa concezione totalitaria, plebeofobica e oligarchica della democrazia.

 

In questo senso, lo scandalo che il manifesto tecnocratico-repubblicano firmato da Alex Karp (CEO di Palantir e discepolo di Habermas) e Nikolas Zamiska ha provocato nell’establishment democratico è, oltre che ipocrita, del tutto incomprensibile, dato che la sua logica illuminata e interventista è, punto per punto, quella della democrazia liberale.

 

I ventidue tweet della dichiarazione di Palantir propongono una modernizzazione della struttura di base della democrazia, volta ad adattarla all’era dell’intelligenza artificiale. L’ideologia di questa inquietante democrazia 6G è, di fatto, identica a quella recentemente difesa in Spagna in nome del mondo libero, sia da coloro che hanno diffamato Sánchez in modo folle e traditore per aver incontrato Xi Jinping (la destra e l’estrema destra) sia dallo stesso Sánchez e dai sostenitori decoloniali di Hillary Clinton (Lula, Boric, Sheinbaum, Petro) che si sono riuniti a Barcellona sotto i benevoli auspici di Alex Soros per tenere il IV Incontro in Difesa della Democrazia (la sinistra e l’estrema sinistra).

 

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che questa controversa ideologia, riassunto di La Repubblica Tecnologica (2025) di Karp e Zamiska , è la partitura che la nostra destra e la nostra sinistra stanno giocando da più tempo di quanto ci rendiamo conto.

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La tesi più rivelatrice del manifesto si trova nella Proposizione IV, dove, per rivitalizzare la moribonda democrazia occidentale, gli autori propongono qualcosa di simile a un passaggio dal patriottismo costituzionale habermasiano al patriottismo algoritmico della Silicon Valley. La logica di Karp e Zamiska su questo punto non potrebbe essere più istituzionale, poiché, come il nostro Torquato Fernández de Miranda, promuovono una transizione dalla democrazia analogica a quella digitale secondo il motto «dal diritto al diritto attraverso il diritto».

 

In altre parole, i diritti formali (la Costituzione) caratteristici del mondo democratico analogico ormai quasi estinto devono essere sostituiti dalla loro versione digitale (algoritmi o software), poiché «la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede più di un appello morale» come quello che i diritti formali hanno rappresentato finora.

 

In quanto membri di spicco dell’oligarchia democratica, Karp e Zamiska non hanno remore ad ammettere che i diritti formali sono sempre stati «un’attrazione morale», ovvero una seducente strategia tipica di una Circe che ha lavorato e sofferto di alitosi (la democrazia) per dominare e saccheggiare le società attraverso le promesse distruttive promosse dalle loro leggi luciferine e segregazioniste (legge sul divorzio, legge sull’aborto o legge sul matrimonio omosessuale) che promettono illusoriamente la deificazione dell’uomo.

 

Nonostante sia scritto in un registro apparentemente esoterico, il manifesto è piuttosto trasparente a questo riguardo, riconoscendo implicitamente che l’elemento distintivo della democrazia rispetto ad altri regimi politici (in particolare, rispetto allo stato-civiltà cinese, considerato il nemico da sconfiggere) è la completa assenza di un nucleo di idee permanenti sull’umanità, la società o la storia.

 

Questo inquietante e nichilista «appello morale» della democrazia, invocato a suo tempo dal parafilo kantiano Habermas in un celebre dibattito con Ratzinger, presuppone che la democrazia non sia ancorata ad alcun fondamento morale o religioso preesistente, ma si affermi piuttosto come produttrice di leggi morali.

 

Questa catastrofe antropologica, che sia Habermas che il suo discepolo palantiano Alex Karp considerano un risultato senza precedenti, trasforma la democrazia in un pericolo di portata atomica per la vita umana civilizzata. Poiché la democrazia si fonda esclusivamente sulla sua capacità industriale di produrre diritti, trasforma le leggi in beni di consumo obsoleti (ovvero, strumenti di propaganda e controllo) che, pur promettendo di liberare il cittadino, lo rendono schiavo in modo sempre più subdolo, riducendolo infine a un essere aspirazionale privo di radici se non nei suoi desideri sfrenati.

 

Inoltre, i diritti formali che la democrazia produce devono, per pura necessità, contraddire i diritti naturali, poiché questi ultimi sono visti come un ostacolo al progresso della specie umana, presentandosi come legami trans-storici con le antiche tradizioni stabilite dai nostri antenati.

 

Karp e Zamiska sono dunque consapevoli che l’unico modo in cui la democrazia occidentale può sopravvivere è attraverso continue strategie di propaganda che promettono ai cittadini paradisi sempre rimandati nel tempo (forse falsamente appetibili sotto forma di consumo spazzatura di beni e diritti), offrendo al contempo inferni di isolamento, controllo e sofferenza.

 

La strategia del bastone e della carota permea i ventidue punti del testo, che avvertono i cittadini (non i governi, che sono già sotto il controllo di Palantir) che per preservare la democrazia e affrontare «la minaccia cinese» è necessario sviluppare un’IA occidentale patriottica che non esiti a proteggere la sicurezza nazionale e militare (punti V e VI), ma anche a combattere la criminalità interna.

 

Queste misure eccezionali, concepite per rafforzare la democrazia, sono giustificate dal fatto che, come proclamato al punto XII, l’era atomica sta già volgendo al termine e viene sostituita da un’era di deterrenza tramite IA in cui l’Occidente diventerà obsoleto nella sua battaglia contro un sistema non democratico come quello cinese, estraneo secondo Karp e Zamiska ai nostri «dibattiti teatrali» sulla moralità.

 

Tuttavia, nonostante tutto il clamore, questo approccio intransigente in stile Palantir non si basa sull’ascesa della Cina a potenza mondiale di prim’ordine, bensì sulla dottrina democratica di successo post-11 settembre esposta da Peter Thiel in The Straussian Moment (2007), dove questo tecnosuprematista, co-fondatore di Palantir, affermava che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, di fronte a terroristi ignari dei principi morali più elementari, era necessario riformulare le garanzie democratiche, aumentando la sorveglianza in nome della sicurezza (sorveglianza attraverso la raccolta e l’interpretazione massiccia di dati, che è precisamente ciò che la società di Thiel fornisce tramite contratti multimilionari).

 

Il controllo totale della società che Palantir aspira a instaurare sfrutta quindi la normalizzazione, tra i cittadini, del regime di capitalismo della sorveglianza implementato dopo attentati – molto probabilmente operazioni sotto falsa bandiera – come l’11 settembre a New York o gli attentati ai treni di Madrid.

 

L’unica differenza è che questo sistema di monitoraggio continuo, che cancella il confine tra cittadino e straniero, così come tra innocente e presunto criminale, sottoponendo la popolazione stessa a uno scrutinio che viola i principi fondamentali del diritto pubblico, viene ora attuato con il pretesto di combattere rivali geopolitici «pericolosi», «nemici della libertà», come la Cina o la Russia.

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Il manifesto di Karp e Zamiska si presenta come il copione da seguire in questo nuovo scenario di scontro di civiltà, invocando uno stato di eccezione perpetuo in cui le democrazie occidentali, per rafforzare la difesa dei valori progressisti che le caratterizzano, dovrebbero instaurare un patriottismo algoritmico in cui i loro cittadini, oltre ad accettare la sorveglianza, siano costretti ad arruolarsi nel servizio militare universale, in modo che nella «prossima guerra» «tutti condividiamo il rischio e il costo» (punto VI).

 

Tuttavia, come se la limitazione dei diritti in questa repubblica tecnologica, dove un monopolio come Palantir o un gruppo di monopoli sostituisce lo Stato, non fosse sufficiente, gli autori auspicano un sostanziale ampliamento dell’immunità dei nostri politici e personaggi pubblici, chiedendo loro non solo una maggiore remunerazione (punto VIII), ma anche il nostro perdono e la «tolleranza verso le complessità e le contraddizioni della psiche umana» che le loro azioni più controverse potrebbero rivelare (punti IX e XVIII).

 

Quest’intera serie di misure repressive – inseparabile, come vedremo, dalla natura oligarchica e antirepubblicana della democrazia moderna – deve essere intrapresa, per quanto strano possa sembrare, in difesa delle libertà di cui noi occidentali godiamo. Per suggellare questa impossibile apologia di una democrazia moderna tirannica, Karp e Zamiska ricorrono ad argomenti tanto assurdi quanto suprematisti, inseparabili dall’ideologia protestante, gli stessi che ritroviamo nelle insensate difese della democrazia scarabocchiate dai giornalisti e dai politici di basso livello dei quotidiani spagnoli.

 

In questo senso, scommettendo sull’ideologia imperialista yankee del Destino Manifesto, Karp e Zamiska chiariscono che gli USA sono il Paese che meglio rappresenta nella storia i valori progressisti occidentali per i quali bisogna combattere, evidenziando tra questi due tesi illusorie: che gli USA, in quanto baluardo delle essenze civilizzatrici del mondo libero, abbiano donato al pianeta per la prima volta nella storia quasi cento anni di pace, permettendo a ben tre generazioni di crescere senza guerre (punto XIV), e che gli USA siano, nonostante tutti i loro problemi, la nazione più egualitaria di tutte quelle esistenti perché è lì che «ci sono più opportunità per coloro che non appartengono alle élite ereditarie» (punto XIII).

 

Questa propaganda, facilmente smascherabile considerando semplicemente i milioni di morti causati dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni, le dinastie ereditarie che saccheggiano sadicamente il Paese, o il suo sistema educativo stratificato, è rafforzata dalla forte tesi propagandistica della democrazia moderna, sia nella sua versione americana che in quella giacobina; ovvero, che si debba presumere che alcune culture (naturalmente, quelle democratiche o anglo-sioniste) o persino sottoculture (ad esempio, i geek neo-tecnologici e neurodivergenti della Silicon Valley) siano superiori ad «altre [che] si sono rivelate mediocri e, quel che è peggio, regressive e dannose» (punto XXI) e che, pertanto, debbano essere sostituite ed eliminate dalla faccia della terra.

 

Tuttavia, Karp e Zamiska, dimenticando che la superbia è il più grande difetto dell’umanità, sembrano non rendersi conto che il vero tallone d’Achille della democrazia moderna e del progetto palantiriano risiede proprio in questa cieca fede nella propaganda, comprensibile solo da una prospettiva protestante che, negando il libero arbitrio e affermando la predestinazione, crede, contro ogni logica, che le élite prescelte possano ingannare perfettamente una popolazione gregaria e priva di discernimento.

 

Il mondo della democrazia moderna è, infatti, inseparabile dalle illusioni propagandistiche ideate dai Bernays, dagli Hearst, dai Lippmann, dai Gates o dai Thiel di oggi, che finiscono per ingannare i loro creatori, portandoli a credere che il loro effetto sia inevitabile. Tuttavia, come il nostro Segismundo ha già dimostrato ne La vita è sogno di Calderón, la libertà umana non solo esiste, ma negarla conduce i suoi carcerieri, nel migliore dei casi, alla disillusione e alla redenzione, e nel peggiore e più probabile, all’autodistruzione.

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Fedeli al detto secondo cui la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa, gli autori del Manifesto Palantir sembrano trascurare il fatto che la Cina non è solo il carnefice che svela la natura totalitaria delle democrazie moderne, ma anche l’antica civiltà che per prima ha testimoniato con il martirio le trappole mortali della democrazia moderna, vittima delle Guerre dell’Oppio (1839-1860), che segnarono l’inizio ufficiale del cosiddetto mondo libero su scala globale.

 

Come risultato di questo intervento, volto a ridurre forzatamente il deficit commerciale in nome del «libero scambio», l’Impero britannico occupò i porti cinesi con il fuoco dei cannoni e indusse la popolazione a consumare oppio saccheggiato dall’India, facendo sì che la Cina, da uno dei Paesi più prosperi al mondo, precipitasse nella più abietta povertà.

 

Dopo questo lungo periodo, noto come il Secolo dell’Umiliazione, e dopo essersi ricostruita attraverso un traumatico adattamento alla modernità, è ora proprio la Cina che, con calma ma senza sosta, smaschera la natura totalitaria e ipocrita delle società democratiche, le quali affermano di difendere il commercio, la pace e i diritti attraverso dazi doganali, guerre di sterminio o un rigido controllo demografico che antepone gli interessi dei monopoli aziendali a quelli di tutti i cittadini.

 

Se il mondo democratico occidentale sta diventando così aggressivo nei confronti della Cina, è perché il gigante asiatico dimostra che un’economia pianificata e uno Stato-civiltà che fonda la propria bussola morale su un’antica tradizione come il confucianesimo sono di gran lunga superiori, in qualsiasi parametro misurabile (giustizia, efficienza, innovazione, etc.), alla distopia liberale della democrazia moderna, la quale, insistiamo, è comprensibile nel suo impegno per la deregolamentazione solo da una prospettiva nichilista protestante.

 

In questo senso, il Manifesto di Palantir non è antidemocratico, ma piuttosto un’esposizione realistica delle poche vie di sopravvivenza rimaste per la democrazia moderna. Gli autori partono dal presupposto che il principale nemico da sconfiggere sia la Cina, uno stato-civiltà che non è soggetto ai capricci della democrazia e che può progettare e attuare piani a lungo termine con il sostegno della maggioranza della sua popolazione.

 

Pertanto, correttamente ma in modo sinistro, Karp e Zamiska presumono che se la democrazia liberale si differenzia dai regimi non democratici difendendo il mercato come vera e legittima entità politica, l’unica possibilità di sopravvivenza della democrazia (e di competizione con stati di lunga data come la Cina) sia l’adesione al monopolio, che sarebbe anche garanzia di sostenibilità per generazioni.

 

In altre parole, in una democrazia dobbiamo accettare con orgoglio che la sovranità popolare non sia più detenuta dallo Stato, bensì da un monopolio o da un gruppo di aziende monopolistiche che garantiscono il dogma liberale della predominanza degli interessi commerciali. Da qui l’urgente necessità di Palantir di passare dal patriottismo costituzionale di Habermas al patriottismo algoritmico di Karp, attraverso il quale la popolazione è tenuta a difendere gli interessi del monopolio di Palantir come se fossero i propri (fino al punto di dover consegnare i propri dati e persino la propria vita arruolandosi nell’esercito).

 

Questa richiesta non è così inverosimile come sembra, poiché gli algoritmi di Palantir costituiscono di fatto uno Stato globale, che non solo controlla la difesa e l’Intelligence di gran parte del mondo occidentale, ma, in casi come quello degli Stati Uniti, controlla anche la catena alimentare (la prova che Palantir aspiri a esercitare pienamente le funzioni dello Stato nel mondo libero è data dalla sua richiesta di riarmo di Germania e Giappone, riecheggiando posizioni simili a quelle dell’UE).

 

Consideriamo, ad esempio, che in Spagna Palantir si è infiltrata nelle nostre forze armate e nei servizi segreti dopo aver firmato un contratto opaco di oltre 16,5 milioni con il ministero della Difesa del governo di Pedro Sánchez, e che da lì ha stipulato contratti con società diverse come Mutua Madrileña o Mahou.

 

Tuttavia, il monopolio, anziché rappresentare una delle tante vie di sopravvivenza per il sistema liberaldemocratico, costituisce la destinazione finale del ciclo capitalistico. Come ha già dimostrato Piketty, esso segue necessariamente una fase iniziale di capitalismo industriale e una fase intermedia di capitalismo finanziario. Pertanto, chiunque consideri Karp, Musk o Thiel come rappresentanti del male, mentre i difensori decoloniali dello stesso modello liberaldemocratico, come Sánchez, Petro, Boric o Sheinbaum, in stile Hillary Clinton, rappresentino il katechon che garantirà il prevalere del bene, si sbaglia completamente. Essi fanno tutti parte dello stesso sistema che, nella sua furia di stampo NATO e guidata da alleanze, ha promosso, per troppi decenni – nonostante l’emergere dei BRICS – la manipolazione degli Stati da parte dei monopoli attraverso il cosiddetto filantrocapitalismo.

 

Un buon esempio di ciò, e di come il Manifesto Palantir rappresenti anche l’ABC della politica più in opposizione all’estrema destra e al trumpismo, si può riscontrare nel IV Incontro in Difesa della Democrazia, organizzato poche settimane fa da Sánchez a Barcellona con i già citati sostenitori di Hillary Clinton, sotto l’egida di Soros e l’occhio vigile di Bill Gates (le cui fondazioni noi spagnoli abbiamo arricchito con milioni grazie alla benevola mano di Sánchez).

 

L’elemento più sconcertante del vertice è stato senza dubbio il fatto che i presidenti decoloniali lì riuniti abbiano affrontato l’estrema destra offrendo una difesa reazionaria della democrazia liberale che, in modo fuorviante, ha confuso sovranità con democrazia e giustizia con liberalismo. Tra i tre principali accordi raggiunti per difendere la democrazia dalla barbarie, il più rilevante è stata la richiesta, in stile Palantir, di una governance digitale per stabilire regole per lo spazio digitale, perché, hanno affermato, «sarà democratico o non esisterà».

 

Come è evidente, l’imposizione di regole digitali, già promossa dal Digital Services Act dell’UE, che soffoca la libertà, o da misure di controllo algoritmico come HODIO approvate dal governo Sánchez, è il miglior esempio del potere coercitivo del software propugnato dal manifesto Palantir per digitalizzare la democrazia attraverso un regime di sorveglianza dei cittadini. (Le altre due misure principali per difendere la democrazia scaturite da questo incontro sono state la promozione dell’inclusività con la nomina di una donna alla presidenza delle Nazioni Unite per la prima volta, e la richiesta di attuazione del sanguinoso Ordine Internazionale Basato sulle Regole, in base al quale la vile democrazia liberale ha ricattato l’intero pianeta)

 

Tuttavia, la sinistra e la destra sono così unite nella loro difesa in stile occidentale dei monopoli aziendali contro gli interessi della maggioranza che, una settimana prima del Quarto Incontro in Difesa della Democrazia, la destra, l’estrema destra e l’establishment geronto-meridionale spagnolo hanno lanciato un attacco contro Sánchez perché questi, fingendo strategicamente patriottismo, aveva usato il buon senso e tenuto un vertice in Cina con Xi Jinping.

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Se si leggono gli articoli scritti in quei giorni che condannavano il regime cinese e difendevano la democrazia liberale da autori come Antonio Caño, Martín Varsavsky, Esperanza Aguirre e Juan Luis Cebrián, tra molti altri, si vedrà chiaramente lo stato terminale della farsa democratica totalitaria che il manifesto Palantir cerca di prolungare imponendo politiche contrarie al bene comune.

 

L’elemento più sconvolgente di tutte queste difese della democrazia liberale è che sono apertamente filoamericane e contrarie agli interessi del popolo spagnolo. Ma altrettanto sconcertante è il fatto che, pur difendendo i principi liberali, plaudano ai dazi e alle tattiche intimidatorie del governo statunitense contro qualsiasi paese che non si sottometta ai suoi diktat, salvo poi inveire contro l’impegno della Cina a favore del commercio, a scapito della guerra, come strategia per le relazioni tra le nazioni. Di fatto, uno dei principali argomenti usati per opporsi al riavvicinamento della Spagna alla Cina era, secondo questi fautori del libero scambio da salotto, il deficit commerciale che il nostro paese ha con il gigante asiatico.

 

Questo, sostenevano, era il motivo per cui l’incontro con Xi Jinping (che, paradossalmente, ha ridotto questo deficit attraverso degli accordi) equivaleva a un suicidio e a un’approvazione della Russia di Putin. Questi esperti di media e fanatici atlantisti non hanno detto nulla sull’enorme deficit (molto maggiore di quello spagnolo) che gli Stati Uniti stessi hanno con la Cina, né sul deficit della Polonia, il paese più filo-NATO e anti-russo dell’UE. Senza contare, ovviamente, che è molto difficile capire come un liberale possa considerare un problema il fatto che un paese riesca a esportare più di un altro.

 

Ma, tutto considerato, l’argomentazione più ridicola usata per denunciare il vertice con Xi Jinping è stata la preoccupazione di tutti questi autoproclamati apostoli del mondo libero per la mancanza di libertà di espressione in Cina. Ognuno dei democratici spagnoli che ha usato queste argomentazioni è un individuo che ha trascorso decenni a occupare colonne di giornali e studi televisivi, impedendo al nostro Paese di avere anche solo una sfera pubblica minimamente pluralista (ecco un altro punto di convergenza con il Manifesto Palantir, che al punto XX esprime il suo rifiuto del pluralismo, ritenendolo inefficace).

 

Il loro lavoro come giornalisti o piccoli politici trasformati in ingegneri sociali è la negazione stessa della libertà di espressione e persino della libertà politica. Si consideri, ad esempio, che questi architetti del falso consenso cercano di manipolare mentalmente noi cittadini, facendoci credere, per esempio, che ciò che difendiamo sia un’opinione minoritaria e che in Spagna ci sia una maggioranza favorevole all’intervento statunitense in Iran, contraria al riavvicinamento con la Cina o a favore dei genocidi democratici perpetrati dall’anglo-sionismo.

 

In realtà, è bene che tu sappia che questi difensori della libertà di espressione hanno già più di una volta ammonito i nostri editorialisti di questa testata a moderare le nostre critiche a Israele o le nostre denunce dei vili piani postumani di uomini d’affari come Martín Varsavsky.

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In breve, tutto sembra indicare che in quest’ultimo periodo di agonia la democrazia moderna stia tornando alle sue origini, confermando pienamente la diagnosi di Tocqueville. Nel 1856, egli non poté fare a meno di riconoscere che la democrazia aveva perfezionato gli strumenti di controllo demografico e di soppressione della libertà individuale e collettiva caratteristici dell’Ancien Régime francese del XVIII secolo.

 

La democrazia è, in definitiva, l’Ancien Régime.

 

Lo stesso Tocqueville affermò, infatti, che la natura repressiva di questo sistema radicato nell’Illuminismo era di gran lunga superiore a quella dell’età moderna e medievale, persino considerando casi estremi come il feudalesimo tedesco. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprenderci, poiché la democrazia si è sempre caratterizzata per aver mascherato la logica estrattiva dell’Ancien Régime, espandendola sotto le spoglie di diritti formali per servire le varie fasi della Rivoluzione Industriale, da allora fino ad oggi.

 

Il potere assoluto del monarca e delle cricche dell’Ancien Régime è lo stesso potere assoluto che le oligarchie capitaliste esercitano con pugno di ferro, mantenendo la loro presa sul potere attraverso i secoli tramite dinastie regnanti come i Rothschild e i Rockefeller, che facilitano l’ingresso controllato di nuove generazioni di oligarchi sul modello di Soros, Gates e Thiel. Il filantrocapitalismo (una grottesca versione del dispotismo illuminato) è il cavallo di Troia attraverso il quale questi figli di Satana si impadroniscono delle nostre società, parassitando lo Stato e rendendo il monopolio il destino ultimo della democrazia.

 

Nonostante tutto, è del tutto possibile che qualcuno che abbia assorbito grandi dosi di propaganda democratica moderna, che ci assicura che il progresso esiste e, per di più, è lineare, sostenga che la situazione attuale sia un’anomalia che necessita semplicemente di essere corretta, e che i sistemi democratici dispotici contemporanei di Tocqueville – sia nella loro forma americana mitizzata, sia nella vituperata versione francese, sia nelle sfortunate repubbliche ispaniche – non siano paragonabili alla miracolosa democrazia liberale emersa (prima come stato sociale, poi come stato terapeutico e infine come stato eutanasico) dopo i traumi delle due Guerre Mondiali.

 

Per rispondere alle legittime obiezioni che questi lettori potrebbero sollevare, ho scritto in passato una serie di articoli critici nei confronti del feticismo democratico, come ad esempio «La democrazia è diventata una forma di superstizione?». «Il fantasma della libertà» o «Il volto nascosto della democrazia», tra gli altri, in cui mostro come l’idea di democrazia moderna sia inseparabile, in qualsiasi forma fondamentalista abbia assunto, dal totalitarismo, come dovrebbe essere dimostrato dal fatto tutt’altro che paradossale che il XX secolo, il grande secolo delle promesse rivoluzionarie-democratiche (ovvero delle ideologie), è stato il secolo dei genocidi.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

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