Terrorismo
Scoperte fosse comuni nella Repubblica Democratica del Congo: accusati i vatussi
Almeno 171 corpi sono stati scoperti in fosse comuni nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, in un’area recentemente occupata dai ribelli dell’M23, ha riferito giovedì l’agenzia Associated Press, citando un funzionario locale. Le notizie giungono mentre la violenza nello stato africano aumenta nonostante gli sforzi per il cessate il fuoco.
Le tombe sono state trovate vicino alla città di Uvira, nella provincia del Sud Kivu, ha dichiarato il governatore Jean-Jacques Purusi. Ha riferito che 30 corpi sono stati rinvenuti a Kiromoni, vicino al confine con il Burundi, e altri 141 a Kavimvira.
Il governatore e la Rete locale per la protezione dei civili, un gruppo della società civile della regione, hanno accusato i combattenti dell’M23 di aver ucciso civili sospettati di sostenere l’esercito congolese o le milizie alleate.
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A dicembre, i ribelli hanno conquistato Uvira, sul lago Tanganica, prima che l’esercito congolese la riprendesse il mese scorso. Kinshasa ha dichiarato che più di 1.500 persone sono state uccise nell’offensiva. Secondo le Nazioni Unite, circa 200.000 persone sono fuggite dai combattimenti, di cui oltre 30.000 sono passate nel vicino Burundi.
La scoperta arriva pochi giorni dopo che il portavoce militare dell’M23, Willy Ngoma, è stato ucciso in un attacco con droni, presumibilmente condotto dall’esercito congolese nel vicino Nord Kivu.
Fosse comuni sono state scoperte ripetutamente nel travagliato Paese dell’Africa centrale. Nel 2023, gli investigatori delle Nazioni Unite hanno scoperto siti contenenti decine di civili nella provincia di Ituri. Lo scorso luglio, Human Rights Watch ha affermato che l’M23 ha giustiziato sommariamente più di 140 persone in villaggi vicino al Parco Nazionale di Virunga, accusando il gruppo di abusi diffusi.
Secondo le Nazioni Unite, il conflitto nel Congo orientale ha creato una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, provocando lo sfollamento di milioni di persone.
In una dichiarazione rilasciata giovedì a margine di una riunione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, gli esperti delle Nazioni Unite hanno riferito che i combattenti dell’M23 hanno usato violenza «estrema» contro i difensori dei diritti umani nel Nord e nel Sud Kivu.
«Siamo inorriditi dalla gravità e dalla brutalità degli abusi commessi contro i difensori dei diritti umani e le loro famiglie», hanno affermato gli esperti.
Come riportato da Renovatio 21, le stragi delle Forze Democratiche Alleate (ADF) nella provincia di Ituri erano state denunciate ancora poche settimane fa. Le ADF, nate originariamente come gruppo islamista ugandese, conducono da decenni una sanguinosa insurrezione nell’Est del Congo e hanno prestato giuramento di fedeltà all’ISIS nel 2019. I suoi combattenti sono stati ripetutamente accusati di massacri, rapimenti e attentati terroristici.
Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi si sono verificati scontri armati nell’Est del Paese, guidati dai militanti del gruppo M23, uno delle decine di gruppi ribelli che combattono il governo per il controllo dei territori e delle risorse minerarie, secondo molti sostenuto dal Ruanda. Dall’inizio di quest’anno, almeno 8.500 persone, tra cui bambini e peacekeeper, sono state uccise nell’escalation dei combattimenti tra i ribelli e le forze congolesi.
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Nella turbolenza terroristica, allarmi erano stati lanciati riguardo ad epidemie di malattie misteriose che avevano ucciso diecine di congolesi.
Mesi fa il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) affermava di star facilitando l’evacuazione di diverse centinaia di soldati e poliziotti disarmati della RDCongo dal territorio controllato da M23.
Come riportato da Renovatio 21, oltre 40 cristiani sono stati massacrati in un attacco terroristico contro una chiesa in Congo lo scorso mese perpetrato dalle Forze Democratiche Alleate (ADF) affiliate all’ISIS. I vescovi congolesi hanno condannato l’assenza di risposta alla strage.
Il Movimento 23 marzo (M23) è un gruppo ribelle armato attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo, soprattutto nelle province del Nord e Sud Kivu. È composto principalmente da tutsi (cioè vatussi) congolesi e prende il nome dall’accordo di pace del 23 marzo 2009 tra il governo congolese e il CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), accordo che il M23 accusò di essere stato violato.
La sua storia inizia nel 2012, quando ex membri del CNDP integrati nell’esercito congolese disertarono, denunciando discriminazione, mancati stipendi e marginalizzazione dei tutsi. Guidato da Sultani Makenga, il gruppo conquistò temporaneamente Goma nel 2012-2013, ma fu sconfitto da un’offensiva sostenuta dalla MONUSCO (missione ONU). Si sciolse ufficialmente nel 2013, con molti esiliati in Uganda e Rwanda. Riapparve con forza dal 2021-2022, accusato da rapporti ONU e USA di essere sostenuto dal Rwanda (che nega, ma prove indicano supporto militare, addestramento e truppe RDF).
Nel 2025 M23 ha lanciato offensive decisive: ha preso Goma a gennaio, poi Bukavu e altre città, controllando zone minerarie chiave. Nel 2026, nonostante un cessate il fuoco mediato da USA, Qatar e Angola (accordi di Washington e Doha), il conflitto continua con controffensive, sanzioni USA sul Rwanda e uccisioni mirate (come quella del portavoce Willy Ngoma a febbraio 2026).
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Le stragi e atrocità attribuite al M23 comprendono esecuzioni sommarie, stupri, torture e reclutamento di bambini soldato. Nel 2012-2013 si è assistito ai massacri a Kiwandja e Shalio, con centinaia di morti. Dal 2022 sono stati denunciati omicidi sistematici contro civili percepiti come filo-governativi o hutu. Nel 2025 vi è stata esecuzione di almeno 21 civili a Goma e i massacri vicino al parco Virunga contro FDLR e alleati (luglio-agosto, oltre 140 morti a Rutshuru, tra i peggiori dal ritorno del gruppo). Nel 2025-2026: campagne violente contro milizie hutu, con abusi indiscriminati, sfollamenti di massa e crimini di guerra documentati da HRW, ONU e Amnesty.
L’ideologia ufficiale del M23 si basa sulla difesa dei diritti dei tutsi congolesi (Banyamulenge e altri gruppi), trattati come «stranieri» e minacciati da milizie hutu (FDLR, eredi dei genocidari ruandesi del 1994). Denuncia corruzione governativa, discriminazione etnica e mancata integrazione. In pratica, è considerato da molti un proxy ruandese, ora retto dai vatussi di Paul Kagame), sia per motivi di sicurezza (contro il FDLR) e pure economici (controllo dell’estrazione del coltan, dell’oro e altre miniere). Vari accusano M23 di etnonazionalismo tutsi e di alimentare un ciclo di violenza etnica legato al genocidio ruandese del 1994.
Il M23 resta uno dei principali fattori di instabilità nell’est del Congo, con milioni di sfollati e una crisi umanitaria aggravata.
Come riportato da Renovatio 21, alcune voci hanno accusato il Ruanda di essere dietro l’assassinio dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio.
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Immagine di MONUSCO Photos via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Terrorismo
Scontro tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda sul piano di disarmo dei ribelli
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Bioetica
Europarlamente ex IRA dice di aver abortito per poter andare a mettere una bomba
L’ex europarlamentare del Sinn Fein, Martina Anderson, ha confessato di aver abortito per non compromettere una missione di attentato dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese). Lo riporta Life Site.
In vista del lancio della sua autobiografia, Choosing the Struggle («Scegliere la lotta»), Anderson ha dichiarato a Miriam di RTE One di aver scelto la «lotta» (cioè, il terrorismo) piuttosto che la vita del suo bambino non ancora nato. Ha scoperto di essere incinta poche settimane dopo aver iniziato a pianificare un attentato.
«Le donne come me che hanno avuto una gravidanza non pianificata, a causa delle circostanze in cui mi sono trovata, hanno dato priorità alla lotta contro la malattia, hanno abortito, la decisione più difficile e dolorosa della loro vita», ha detto la donna originaria di Derry.
«Non volevo deludere i miei compagni», ha dichiarato alla testata irlandese Joe. «Me ne sono andata in silenzio, sono tornata in silenzio e ho vissuto in silenzio per oltre 40 anni.»
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La Anderson spera che la confessione del suo aborto possa contribuire a porre fine alla «vergogna» che le donne come lei subiscono.
«Credo che raccontare la mia storia possa dare un piccolo contributo per fermare la stigmatizzazione morale e sociale che colpisce donne come me. Sarebbe stato più facile rimanere in silenzio e lasciare che la gente mi giudicasse», ha dichiarato a RTE One. «Rispetto le convinzioni religiose altrui su questo argomento, non cerco di convertire nessuno, né di ottenere perdono o approvazione.»
Anderson fu condannata all’ergastolo nel 1986 per cospirazione finalizzata a provocare esplosioni. Fu rilasciata 13 anni dopo in virtù degli accordi del Venerdì Santo e in seguito si dedicò alla politica.
L’ex europarlamentare ha anche raccontato di come, mentre era in prigione, le sia stato asportato l’utero durante un intervento per curare dei polipi, rendendola incapace di avere figli.
L’idea di uccidere il proprio figlio per andare possibilmente ad uccidere altre persone è probabilmente inedita, e rappresenta un quadro rivoltante come pochissimi altri. I social media hanno attaccato duramente la donna, che ha poi avuto una carriere di europarlamentare a Bruxelles, dove ha potuto dedicarsi a grandi cause fondamentali come il cambiamento climatico – che è di fatto, una propaggina dell’antiumanismo abortista inventato proprio da quelli che lei credeva essere i suoi nemici, gli inglesi con il loro reverendo Malthus.
Per quanto disperante, il racconto dell’ex terrorista è, a suo modo, illuminante, gettando nuove basi per la comprensione della Necrocultura nello Stato moderno, perfino nei casi di dissidenza estrema: ovvero, vediamo qui il legame tra abortismo e terrorismo, medesime pratiche votate alla morte, con tutte le varianti giustificazioni sociopolitiche del caso.
Non è un caso che nello Stato moderno, e quindi nel Sovrastato europeo, chi abortisce e progetta attentati possa fare carriere e divenire rappresentante democratica del popolo. Si tratta, davvero, di tanta materia per riflessioni anche radicali
Un’ultima nota: abbiamo rilevato su Renovati 21 le dichiarazioni in stile IRA del «Nuovo Movimento Repubblicano» irlandese, che con videomessaggi minacciano, mascherati ed armati come d’ordinanza, i politici locali responsabili dell’immigrazione selvaggia e della sessualizzazione dei bambini. Ecco, ci pare che sia da discutere la distanza – ideologica, politica, sociale – che hanno le rivendicazioni di questo nuovo gruppo, sorto sulle ceneri del fuoco repubblicano ormai estinto, da quelle dello storico movimento terroristico che terrorrizzò la Gran Bretagna per decadi, e che ora è finito perfino digerito nei Parlamenti e negli europarlamenti.
Il mondo è cambiato, le priorità di protezione del popolo pure, e non siamo sicuri che in passato la generazione dei boomer abbia mai davvero deciso di difendere il popolo che diceva di voler servire – abortendo, terrorizzando, accettando la Morte come principio politico della propria vita.
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Immagine di GUE/NGL via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Terrorismo
Scontro a fuoco in Mali tra militari russi e miliziani islamisti
Imagens de combate contra terroristas do JNIM no Mali, em 26 de julho, O corpo africano das forças armadas russas enfrentou um grupo em motocicletas perto de um riacho, como resultado 8 terroristas foram mortos, suas armas apreedidas, seus equipamento danificados.#Mali #Russia… pic.twitter.com/IMK1HCw0AY
— Hugo Borges (@hbj_r77032) July 28, 2026
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Il Corpo d’armata russo per l’Africa ha combattuto contro gruppi armati in questo paese dell’Africa occidentale insieme alle Forze armate maliane (FAMa). Il Mali combatte un’insurrezione jihadista dal 2012, che si è estesa ai vicini Burkina Faso e Niger. I tre stati a guida militare hanno interrotto i legami di difesa con la Francia, espulso le truppe francesi e accusato ripetutamente Parigi di sponsorizzare il terrorismo nel Sahel. Da allora si sono rivolti alla Russia per il supporto alla sicurezza. Durante la visita in Niger del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov all’inizio di questo mese, la Russia ha ribadito il suo impegno ad ampliare la cooperazione militare con l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), composta da tre nazioni. A seguito dei colloqui di Niamey, Mosca si è impegnata a rafforzare le capacità operative delle forze armate di Mali, Niger e Burkina Faso. Di fatto Mosca e Parigi si trovano in un gioco di contesa dell’intera aera dell’Africa occidentale. Un elemento che, ha scritto varie volte Renovatio 21, potrebbe concorrere all’innesco multisettoriale della Terza Guerra Mondiale.🇷🇺🇲🇱Yesterday, Russian Africa Corps troops were locked in a raw, close-range firefight with JNIM/Tuareg militants near Niono, Mali.
Insane to watch this up close. War is mad Writers: Daniyal, Oliver @MarioNawfal pic.twitter.com/I1xjOUiZyY — AfrikTimes (@afriktimesint) July 28, 2026
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