Spirito
Mons. Viganò: papato e katéchon, «chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo»
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo.

SUBTER QUERCUM, QUAE ERAT IN SANCTUARIO DOMINI
nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo
Quasi terebinthus extendi ramos meos,
et rami mei honoris et gratiæ.
Eccli 24, 22
Ecce lapis iste erit vobis in testimonium,
quod audierit omnia verba Domini.
Jos 24, 27
Diletti Fratelli e Sorelle,
carissimi Claudio, Mauro e Antonio,
carissimi Silvio e Francesco,
Quando Giosuè, giunto al termine dei suoi giorni, radunò le tribù d’Israele a Sichem per rinnovare l’Alleanza, non le condusse in un palazzo, né entro le mura di una fortezza. Le condusse sotto una quercia. E là, dopo che il popolo ebbe gridato Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus, egli prese una grande pietra e la pose subter quercum, quae erat in sanctuario Domini, e disse: «Ecco, questa pietra sarà per voi testimone, perché ha udito tutte le parole del Signore».
Un patto, un popolo, una quercia. La Scrittura ce lo mostra tremila anni prima che accadesse qui in Viterbo, sul Campo Graziano, nel settembre del 1467. Perché anche Viterbo, liberata dalla peste dopo una settimana di preghiera e penitenza, si legò alla sua Signora con un patto d’amore — così lo chiamarono i nostri padri, e così lo chiamiamo ancora — e anche Viterbo lo strinse sotto una quercia. Non la pietra fu il testimone, ma un povero coppo di terracotta, dipinto da un pittore che si chiamava Monetto e appeso a un ramo da un artigiano che si chiamava Battista. Quel coppo ha udito il voto della Città; quel coppo, da cinque secoli e mezzo, ne è il testimone.
Ed è di questo patto che oggi, festa patronale, dobbiamo parlare: perché un patto ha due contraenti, ed è lecito chiederci se entrambi lo abbiano mantenuto.
La Provvidenza ha voluto che questa festa fosse anche, per cinque giovani, il giorno in cui essi sottoscrivono personalmente quel patto. Ieri sera, ai primi Vespri della vigilia, Silvio e Francesco hanno rivestito la cappa ed hanno iniziato ufficialmente l’anno propedeutico che li prepara al Seminario; fra pochi istanti Mauro e Antonio riceveranno l’Ostiariato, e Claudio il Lettorato. Cinque nomi in più, dunque, sotto la quercia. Di loro parlerò dopo; ma tenete presente fin d’ora che tutto ciò che dirò della Madonna della Quercia vale, in modo eminente, per chi oggi si consacra al Suo servizio.
Sostieni Renovatio 21
I. La Madonna che non si lascia spostare
Consentitemi anzitutto di ricordare un particolare della storia della Quercia che si tace troppo spesso, e che invece mi pare quello che più ci riguarda in quest’ora.
Prima dei prodigi del 1467 ve ne furono altri, più silenziosi, e di un genere singolare. Intorno al 1450 un eremita, tal Pier Domenico Alberti, ritenne che quell’immagine fosse troppo esposta, troppo povera, troppo abbandonata: la staccò dall’albero per portarla nel suo romitorio, dove le avrebbe assicurato un culto più decoroso. Il mattino seguente il coppo era di nuovo sulla quercia. Qualche anno più tardi una pia donna, Bartolomea, fece lo stesso, con la stessa buona intenzione, e più di una volta: e più di una volta l’immagine tornò da sé al ramo dal quale era stata tolta.
Riflettete, carissimi. Nessuno dei due voleva profanare la sacra immagine; entrambi volevano migliorarne la collocazione. Erano persone devote, e credevano di comportarsi in modo ragionevolissimo. Perché lasciare l’effige della Madre di Dio in un campo, tra il vento e la pioggia, quando si può darle un tetto e una lampada votiva? E la Vergine, con dolcezza e con fermezza, rispose tornando dov’era. Non dove Le pareva più comodo, ma dove Dio l’aveva posta.
Vi è qui un ammaestramento che oso dire profetico. Da sessant’anni si è tentato di spostare la Chiesa dal luogo in cui Nostro Signore l’ha collocata: dalla sua dottrina immutabile, dal suo Sacrificio, dalla sua disciplina, dalla sua costituzione gerarchica. E lo si è fatto, quasi sempre, con le ragioni dell’eremita e di Bartolomea: rendere la Fede più accessibile, più vicina all’uomo, più adatta ai tempi. Si è chiamato aggiornamento ciò che era un trasloco.
Ma la Chiesa, come l’immagine della Quercia, non appartiene a chi la vorrebbe sistemare altrove; e ogni volta che la si stacca dal suo albero, cioè dalla Tradizione, essa torna là dove è stata posta, nelle mani di poveri fedeli che non hanno cambiato di una virgola ciò che hanno ricevuto. Guardate dove fioriscono oggi le vocazioni, le famiglie numerose, i giovani in ginocchio: non nelle sale conferenze in cui si discute di sinodalità, ma sotto la vecchia quercia.
Il coppo che torna al ramo è il segno che Dio non ratifica gli spostamenti degli uomini, per quanto pii essi si credano. Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui (Prov 22, 28) — non varcare i confini antichi, che i tuoi padri hanno posto. Colei che conservabat omnia verba hæc non poteva darci lezione più chiara.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
II. Gedeone sotto la quercia
Vi è nella Sacra Scrittura un’altra quercia, e sotto di essa siede un uomo che ci somiglia. Venit Angelus Domini, et sedit sub quercu quæ erat in Ephra; mentre Gedeone, il più piccolo della più piccola famiglia di Manasse, stava battendo il grano di nascosto, nel torchio, per sottrarlo ai Madianiti che avevano invaso e devastato Israele. E l’Angelo gli disse: Dominus tecum, virorum fortissime. Il Signore è con te, o uomo fortissimo.
Sono le stesse parole che l’Angelo dirà, tredici secoli dopo, a una Vergine di Nazareth: Dominus tecum. La Chiesa non le ha unite per caso nella sua liturgia. Sotto la quercia di Ofra, Dio saluta la propria forza nell’uomo più debole; a Nazareth, saluta la propria forza nella creatura più umile. E in entrambi i casi la forza non sta nel saluto, ma in Colui che lo pronunzia: Dominus tecum.
Che cosa fece Gedeone, salutato così? Tre cose, che sono il programma di ogni cattolico in tempo di occupazione. La prima: di notte, con dieci servi, Gedeone abbatté l’altare di Baal che suo padre aveva innalzato, e tagliò il palo sacro. Non dialogò con Baal, non ne valorizzò gli elementi positivi, non cercò con esso un cammino comune: lo abbatté, e offrì al Signore un olocausto sopra la sua rovina.
La seconda: Gedeone chiese a Dio un segno, e Dio glielo diede nel vello — il vello asciutto mentre tutta la terra era bagnata, e poi il vello bagnato mentre tutta la terra era asciutta. I Padri della Chiesa hanno visto in quel vello la Vergine, sulla quale scese la rugiada del Verbo mentre il mondo restava arido.
La terza: Gedeone si presentò alla battaglia con trentaduemila uomini, e il Signore gliene lasciò trecento. Ne glorietur contra me Israël, et dicat: Meis viribus liberatus sum (Jd 7, 2) — perché Israele non si vanti dicendo: mi sono liberato con le mie forze.
Fratelli carissimi, i Madianiti di quest’ora non arrivano sui cammelli. Occupano cattedre, dicasteri, redazioni, parlamenti; occupano il Vaticano, gli atenei, i seminari e le curie vescovili. E il popolo di Dio batte il grano di nascosto, nel torchio: celebra la Messa di sempre in cappelle di fortuna, insegna il Catechismo in casa, battezza i figli in una Fede che i pastori ufficiali dichiarano superata. Non è la prima volta; e forse non sarà l’ultima. Ma a chi, in questa condizione, si sente il più piccolo della più piccola famiglia, la quercia di Ofra risponde: Dominus tecum.
E quanto ai numeri, Dio ha già detto con Gedeone ciò che pensa della preponderanza numerica.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
III. L’albero maestro di Lepanto
Chi entra nella Basilica della Quercia e alza gli occhi, vede tra le sue reliquie più singolari un albero di nave: l’albero maestro di una galea turca, catturata a Lepanto il 7 ottobre 1571, e donato al nostro Santuario da San Pio V. Un papa santo volle che il trofeo della vittoria cristiana stesse qui, presso la Madonna della Quercia, e non è difficile intuirne il motivo: quel legno spezzato accanto al legno che regge l’immagine della Vergine dice, senza parole, quale albero vinca e quale albero affondi.
San Pio V non vinse Lepanto con la diplomazia; la vinse con il Rosario. Mentre le galee si urtavano nel golfo di patrasso, Roma pregava, e il papa — ce lo narrano i suoi biografi — si alzò dal tavolo di lavoro, aprì la finestra e disse ai presenti: «Non è ora di affari; andate a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha vinto». Istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, aggiunse alle Litanie l’invocazione Auxilium Christianorum. Ed è lo stesso San Pio V che, un anno prima, con la Bolla Quo Primum, aveva fissato in perpetuo il Rito della Santa Messa che oggi si celebra a questo altare, e che nessun suo Successore aveva il diritto di proscrivere.
Ecco allora, dilettissimi, che questa festa unisce ciò che gli uomini vorrebbero separare: la Madonna, il Rosario, la Messa di sempre, e la vittoria sui nemici della Cristianità. San Pio V le teneva insieme, e per questo fu santo e vinse. Chi oggi le separa — chi recita il Rosario ma tollera che si abolisca la Messa, chi vuole la Messa ma si vergogna di parlare di nemici della Fede, chi parla dei nemici ma non prega — non vincerà nulla. L’albero maestro turco ci ricorda che la Cristianità è stata salvata, in un giorno d’ottobre, da un papa che sapeva ancora chi fosse il nemico e Chi fosse l’Aiuto.
Ho detto un papa. Perché il papato è stato per secoli il katéchon, ciò che trattiene il mistero d’iniquità. E noi viviamo in un tempo in cui chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo; in cui la Sede di Pietro dialoga con chi avversa la Fede e la dissacra, e tace con chi Le chiede di essere confermato nella Fede. Non lo dico con compiacimento, ma con il dolore di un Vescovo. Nel frattempo, noi facciamo ciò che fece Roma nel 1571: preghiamo il Rosario, offriamo il Santo Sacrificio e non abbandoniamo la nave.
Aiuta Renovatio 21
IV. I dieci servi di Gedeone
Vengo ora a voi, carissimi Claudio, Mauro, Antonio, e a voi, Silvio e Francesco.
Quando Gedeone abbatté di notte l’altare di Baal, la Scrittura annota un particolare che pare secondario: assumptis decem viris de servis suis. Prese con sé dieci dei suoi servi. Non i notabili di Ofra, non i sacerdoti, non i capi delle tribù: dieci servi, di cui non conosciamo il nome, che nel buio portarono la scure, la fune, la legna per l’olocausto. Senza di essi Gedeone non avrebbe potuto fare nulla; e senza Gedeone essi non avrebbero saputo che cosa fare.
Questo è il ministero che oggi la Santa Chiesa vi conferisce: essere i servi del Sacrificio dell’altare, coloro che portano gli strumenti del culto sotto la quercia, nell’ora in cui il culto del vero Dio si celebra quasi di nascosto e al suo posto si adorano gli idoli.
A voi, Mauro e Antonio, tra poco consegnerò le chiavi, dicendovi: Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus quae his clavibus recluduntur. Comportatevi come chi dovrà rendere conto a Dio di ciò che con queste chiavi si apre e si chiude. Giosuè pose la pietra del patto subter quercum, quae erat in sanctuario Domini (Jos 24, 26): sotto la quercia che stava nel santuario del Signore. Un santuario ha una soglia, e la soglia ha un custode. Voi sarete custodi della soglia di questa Chiesa, che è la soglia del patto: aprirete a chiunque venga per rinnovarlo, per pentirsi, per adorare — e non v’è peccatore al mondo per il quale quella porta sia troppo stretta — ma non aprirete a chi viene per riscriverne le clausole.
L’ostiario, dice l’antica disciplina, percutit cymbalum et campanam, suona le campane: fate che le vostre campane siano quelle che chiamarono i trentamila del 1467 che si radunarono a Viterbo per implorare la fine della peste, e non quelle che tacciono per non disturbare il mondo. E ricordate l’eremita e Bartolomea: la Madonna non si lascia spostare, e neppure la Chiesa. Il vostro ufficio è il più umile e per questo il più esposto: il portinaio è il primo che il nemico incontra, e il primo che può tradire. Ma voi non tradirete.
A te, Claudio, consegnerò il libro: Accipe, et esto verbi Dei relator. E ti dirò di proclamare le divine letture distincte et aperte, absque omni mendacio falsitatis — chiaramente, apertamente, senza alcuna menzogna di falsità. Considera che cosa disse Giosuè della pietra: audivit omnia verba Domini — la pietra ha udito tutte le parole del Signore. Tutte: non quelle gradite, non quelle pastoralmente corrette, non quelle che l’uditorio è disposto ad accogliere. Il lettore è una pietra che ha udito tutte le parole e le restituisce tutte, intere, senza togliere e senza aggiungere.
Oggi si è fatto della Parola di Dio un cammino, un ideale, un discernimento: tu ne farai ciò che ne fece la Vergine, che conservabat omnia verba hæc e ne visse fino al Calvario. Con la Parola non si negozia; si proclama, e si obbedisce. Quod ore legis, corde credas, atque opere compleas. E poiché al lettore la Chiesa affida di benedicere panem et fructus novos, ricordati che il primo frutto della terra che tu benedirai è quello che pende da un albero del Campo Graziano.
E a voi, Silvio e Francesco, che ieri sera, ai primi Vespri, avete rivestito la cappa, dico una parola sola, perché all’inizio del cammino le parole devono essere poche. La cappa che portate non è un abito da cerimonia: è un manto, ed è il primo segno che voi vi ponete sub tuum præsidium, sotto la protezione di Colei che noi qui veneriamo. Ieri il mondo vi ha visti entrare in chiesa vestiti come tutti; oggi vi vede vestiti diversamente, e già vi giudica.
Bene: cominciate ad abituarvi. L’anno propedeutico non serve a imparare il latino — quello verrà — ma a imparare a essere coppi di terracotta, cioè a lasciarvi dipingere il volto di Cristo senza pretendere di scegliere il pennello. Gedeone chiese un segno, e Dio glielo diede nel vello: chiedete anche voi il vostro, con umiltà, e la Madonna ve lo darà; ma non chiedete di essere in molti. Trecento bastarono, e voi siete due.
Cinque servi in più sotto la quercia. Non è poco: è precisamente ciò con cui Dio ha sempre cominciato.
Sostieni Renovatio 21
V. Il patto: chi lo ha rotto?
Torniamo dunque al patto d’amore, e alla domanda che ho posto all’inizio: i contraenti l’hanno mantenuto?
La Madonna, certamente. Dal 1467 a oggi non vi è generazione viterbese che non abbia potuto testimoniare la Sua protezione: il cavaliere Spiriti che nel 1506, inseguito dai nemici, passò a cavallo un precipizio che nessun cavallo può passare; la giovane Barbara Moscaroli, che nel 1625 restò un’ora a galla nel pozzo profondo in cui era caduta; le mille grazie che coprono le pareti del Santuario della Quercia. La Signora della Quercia ha tenuto fede al Suo impegno con una puntualità che dovrebbe farci arrossire.
E noi? Non parlo di Viterbo soltanto, ma della Cristianità intera, della quale Viterbo è un frammento e uno specchio. Un patto con la Madre di Dio è un patto con Suo Figlio, e un patto con Suo Figlio ha delle clausole che non si possono riscrivere: Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus (Jos 24, 24). Serviremo il Signore; obbediremo ai Suoi comandamenti. Non ai comandamenti di questa o quella agenda, non alla morale riscritta dei sinodi, non alla religione universale della fratellanza senza Cristo: ai Suoi Comandamenti, tutti, e sempre.
Ora, dilettissimi, guardiamo con onestà a ciò che è accaduto. Il patto d’amore è stato spezzato non dal popolo, che ha continuato a salire alla Quercia, ma dai Pastori che avrebbero dovuto custodirlo in nome del popolo. Si è insegnato che i comandamenti sono un ideale, che il peccato è una fragilità, che la Verità è un cammino; si è consegnata la Città di Dio alla città dell’uomo, e si è chiamata questa resa apertura. Chi ha rotto il patto non è chi ha resistito a questo tradimento: è chi lo ha compiuto e chi, per quieto vivere, lo ha subito. E oggi chi resta fedele viene colpito con censure che non si osano applicare a chi apertamente nega la Fede.
Ma la pietra sotto la quercia di Sichem ha udito le parole del Signore; e il coppo sotto la quercia di Viterbo ha udito le parole di Viterbo. Testimoni entrambi: e nel giorno del giudizio parleranno.
Aiuta Renovatio 21
VI. Nisi Dominus custodierit civitatem
Da pochi anni questa Città ha voluto proclamare ufficialmente la Vergine della Quercia sua Custode. È un titolo che merita di essere preso sul serio, perché il Salmo ci ammonisce: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Ps 126, 1) — se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi la custodisce. Invano vigilano i sistemi di sicurezza, le assicurazioni, i piani sanitari, le reti digitali di sorveglianza che il potere mondiale stende sulle nostre vite in nome della nostra protezione. Invano: perché la città che si è affidata a se stessa ha già perduto ciò che voleva custodire.
Viterbo, nel 1467, non chiese soccorso a un’agenzia né si precipitò a farsi vaccinare: salì in ginocchio a una quercia. E la peste cessò. Vi è nella semplicità di quel gesto una sapienza politica che i nostri governanti, e purtroppo anche i nostri pastori, hanno smarrito: la salvezza pubblica si ottiene con la pubblica penitenza. Non lo dico io: lo dice la storia di questa Diocesi.
Una Città che ha una Custode in Cielo può permettersi di non temere gli uomini; una Città che si vergogna della sua Custode sarà preda del primo Madianita che passa.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
VII. Rinnoviamo il patto
Rinnoviamo dunque oggi il patto d’amore, ma rinnoviamolo intero, con tutte le sue clausole, e non come una cerimonia civica.
Rinnoviamolo come l’immagine che torna al ramo: promettendo di non lasciarci spostare, con tutte le buone ragioni del mondo, dalla Fede dei nostri padri.
Rinnoviamolo come Gedeone sotto la quercia di Ofra: abbattendo di notte, se occorre, gli altari di Baal che le nostre Diocesi e le nostre parrocchie hanno lasciato innalzare. Rinnoviamolo chiedendo il segno del vello, cioè la Vergine; accettando di essere trecento.
Rinnoviamolo come San Pio V: con il Rosario in mano, la Messa di sempre all’altare, e senza alcuna vergogna di sapere chi è il nemico e Chi è l’Auxilium Christianorum.
Rinnoviamolo come i dieci servi di Gedeone: voi, Mauro e Antonio, alla soglia con le chiavi; tu, Claudio, con il libro che ha udito tutte le parole; voi, Silvio e Francesco, sotto il manto della cappa; e ciascuno di noi, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato, senza chiedere un posto migliore.
E rinnoviamolo, infine, come i trentamila del 1467: in ginocchio. Perché il patto non lo scriviamo noi; lo scrive la Vergine Madre nel Suo Cuore Immacolato, che ha promesso di trionfare, e che trionferà anche su questa peste, come sull’altra, quando i figli di questa Città e di questa Chiesa avranno di nuovo imparato la strada del Campo Graziano.
Quasi terebinthus extendi ramos meos, et rami mei honoris et gratiæ. Sotto quei rami vi sia rifugio; sotto quei rami vi sia il testimone del vostro voto; sotto quei rami, dilettissimi, vi trovi sempre la Madonna della Quercia, Custode di Viterbo e Regina del Santissimo Rosario. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 13 Settembre MMXXVI
Beatæ Mariæ Virginis a Quercu, Diœcesis Viterbii Patronæ, et Viterbii Custodis
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine: Filippo Caparozzi (circa 1588-1644), Madonna e Santi, particolare, Santa Maria della Quercia, Viterbo.
Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Spirito
Suor Maria Michele, prima suora della FSSPX: 50 anni di professione
Sostieni Renovatio 21
«Vostra Eccellenza, posso entrare nel convento delle vostre suore?»
Nei primi anni Settanta, Janine Ward, una giovane donna australiana di Melbourne, desiderava dedicarsi a Dio. Rivolse quindi una richiesta piuttosto insolita all’arcivescovo Marcel Lefebvre: «Eccellenza, potrei entrare a far parte delle vostre Suore?». La difficoltà era che non c’erano ancora suore. «Esisteva già nella mia mente», avrebbe poi affermato l’arcivescovo Lefebvre a proposito di questa futura congregazione. Esisteva già in embrione negli statuti della Fraternità Sacerdotale, che prevedevano l’affiliazione delle suore quando la Provvidenza le avesse chiamate. Nell’ottobre del 1972, il fondatore annunciò quindi ai suoi amici e benefattori la sua «speranza di fondare presto un noviziato della Fraternità delle Suore Ausiliarie del Sacerdozio». La richiesta di Janine Ward avrebbe contribuito a portare a compimento questo progetto. Nell’autunno del 1973, le prime due postulanti furono affidate a Madre Marie-Gabriel, sorella dell’arcivescovo Lefebvre e suora missionaria dello Spirito Santo. Aveva accettato, non senza esitazione, di aiutare il fratello a formare la nuova comunità religiosa. Il 2 ottobre 1973, Janine Ward arrivò a Écône dopo aver attraversato il mondo dall’Australia. Fu la prima postulante. Quattro giorni dopo, una giovane donna americana la raggiunse. Insieme a Madre Marie-Gabriel, sorella dell’arcivescovo Lefebvre, queste due giovani donne formarono, secondo le parole di quest’ultima, il ramo femminile della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Su richiesta dell’arcivescovo Lefebvre, i due postulanti furono accolti dalle suore domenicane dello Spirito Santo. Prima ancora di poter iniziare la loro formazione religiosa vera e propria, dovettero imparare il francese. L’anno seguente, altre quattro giovani donne, provenienti dagli Stati Uniti, dalla Spagna e dalla Francia, entrarono a far parte del convento di Écône. Il 22 settembre 1974, Janine Ward ricevette l’abito religioso e divenne Suor Maria Michele. Il giorno seguente, il piccolo noviziato lasciò Écône per Albano, vicino a Roma. Questa casa, destinata in seguito ad ospitare seminaristi, avrebbe accolto i primi passi delle suore per tre anni. Il loro arrivo iniziò in modo significativo con un pellegrinaggio a Roma. Presso le tombe di San Pietro e San Pio X, sotto la protezione della Madonna della Compassione, le prime suore si recarono per implorare la benedizione di Dio sulla loro opera e per dimostrare la loro devozione alla Sede di Pietro. Fu ad Albano che, due anni dopo, il 29 settembre 1976, Suor Maria Michele pronunciò i suoi primi voti di povertà, castità e obbedienza. Divenne così la prima suora professa della Società di San Pio X. È proprio questo impegno, preso cinquant’anni fa, che ha appena commemorato nel suo Paese natale.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
«Offrirsi con la Vittima divina»
L’arcivescovo Lefebvre desiderava dare alle suore una vocazione propria, intimamente legata al sacrificio della Messa e al sacerdozio. Nelle prime bozze del loro statuto, egli ne riassunse lo spirito con queste parole: «come la Madre di Gesù partecipò, attraverso la sua Compassione, all’opera sacerdotale di Gesù che morì sulla croce per la redenzione delle anime, così le Suore della Società di San Pio X avranno una devozione speciale al sacrificio della Messa e alla Vittima Eucaristica». Il loro scopo primario è dunque quello di «offrirsi con la Divina Vittima a immagine e seguendo l’esempio della Madonna della Compassione». L’arcivescovo Lefebvre ha sottolineato questo punto: «Il fine spirituale è quello principale, è ciò che conta; il resto è solo un mezzo». Oltre alla vita interiore, le Suore hanno una missione apostolica: «facilitare e completare l’apostolato sacerdotale». Assistono quindi i sacerdoti attraverso compiti spesso discreti nei priorati, nei seminari e nelle case della Fraternità, ma anche attraverso l’insegnamento, il catechismo e diverse opere di carità. Questa unione di contemplazione e azione è al centro del pensiero del fondatore. L’adorazione eucaristica, in particolare, deve occupare un posto speciale nella loro vita religiosa. «Conto molto», scrisse loro, «sulla vostra ora di adorazione per la santificazione della Fraternità». Dopo gli inizi ad Albano, il noviziato fu istituito nel 1978 a Saint-Michel-en-Brenne, in Francia. Successivamente, altri noviziati furono aperti negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, mentre le comunità di suore si diffusero nelle varie opere della Fraternità in tutto il mondo. Cinquant’anni dopo i primi voti di Suor Maria Michele, l’opera, nata nella grande semplicità, si è diffusa ampiamente. Nell’aprile del 2026, le Suore della Fraternità contavano 226 suore professe e 20 novizie, presenti in molti Paesi. Uno sviluppo che le due giovani postulanti riunite attorno a Madre Marie-Gabriel nell’autunno del 1973 difficilmente avrebbero potuto prevedere!

avec Mère Marie Gabriel, et Sr. Marie Agnès

à la droite de Mgr Lefebvre Sr. Marie Michel, Abbé Hogan sur la gauche en fond
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Il fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato avrebbe abusato dei seminaristi
La Santa Sede ha confermato questa settimana che il fondatore, oggi scomparso, dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), la cui opera era appoggiata dall’allora cardinale Theodore McCarrick, si è reso colpevole «di atti che costituiscono un reato contro il sesto comandamento, commessi con violenza contro più persone». Lo riporta LifeSite.
Secondo una dichiarazione del Vaticano, i tribunali ecclesiastici «hanno raggiunto la certezza morale circa la responsabilità di padre Carlos Miguel Buela», fondatore sia dell’IVE sia della sua controparte femminile, le Serve del Signore e della Vergine di Matará (SSVM).
Padre Carlos Miguel Buela, sacerdote argentino morto nel 2023, era da tempo sospettato di abusi sessuali su seminaristi. Secondo Rome Reports, le prime accuse contro il fondatore risalgono agli anni Novanta. Il Vaticano lo rimosse dalla guida nel 2010, e la prima condanna è del 2021.
Nel 2020 un’inchiesta del Washington Post aveva rivelato che, dal 2004 al 2017, l’allora cardinale McCarrick inviò all’IVE decine di assegni, alcuni da 50.000 dollari, prelevati da un conto dell’arcidiocesi di Washington sotto il suo controllo.
Sostieni Renovatio 21
«Durante quegli anni, Carlos Buela, che ha fondato il gruppo decenni fa in Argentina, ha ripetutamente sfidato le sanzioni vaticane per presunti abusi sessuali su seminaristi, secondo un ordine vaticano riservato», ha riportato il WaPo, aggiungendo che «il gruppo ha ‘sistematicamente ostacolato’ gli sforzi del Vaticano per supervisionare le sue attività».
Un’indagine del WaPo ha inoltre mostrato che i legami finanziari e personali tra McCarrick e il gruppo di Buela «erano molto più estesi di quanto si pensasse in precedenza». L’inchiesta ha messo in luce «un flusso di denaro del tutto insolito da un leader religioso accusato a un gruppo guidato da un altro».
La dichiarazione del Vaticano precisa che il suo «chiarimento ha lo scopo di contribuire a ristabilire la verità, come atto di giustizia verso coloro che hanno subito un danno a causa della condotta del sacerdote Carlos Miguel Buela, nonché di garantire che i membri di entrambi gli Istituti siano debitamente informati e di sostenere il processo di riesame del carisma e di revisione, rinnovamento e purificazione della spiritualità, della formazione e dell’apostolato propri di ciascun Istituto, distinguendo tra il dono dello Spirito elargito per l’edificazione della Chiesa e i limiti o la condotta personale del Fondatore».
Buela fondò l’Istituto del Verbo Incarnato a Mendoza, in Argentina, nel 1984. Da allora l’IVE e l’SSVM si sono diffusi in 45 Paesi di cinque continenti.
Nel 1987 l’Istituto aprì la prima missione in Perù. Nel 1989 la presenza si estese negli Stati Uniti, a New York. Pochi giorni dopo alcuni sacerdoti giunsero a Roma per perfezionare gli studi. Sempre nel 1987 fu fondato ufficialmente il seminario minore. Nel 1988 nacquero il noviziato maschile, il ramo femminile e il ramo contemplativo maschile. Quello stesso anno si svolse il primo Capitolo generale.
Nel 1992 l’Istituto aprì case proprie in Russia e in Israele, nel 1993 a Taiwan e nel 1994 in Ucraina. Nel 1994 approvò in via definitiva i propri statuti. Gli anni tra il 1995 e il 2001 furono segnati dal succedersi di tre commissari pontifici, che guidarono l’Istituto sospendendone il governo. Ciononostante la Santa Sede gli affidò una missione in Tagikistan.
La Santa Sede stabilì che la casa generale dovesse trasferirsi nella diocesi di Velletri-Segni e che si formasse un governo provvisorio, con il compito di convocare un capitolo generale, che si tenne nel 2001. Nel 2004 l’Istituto fu riconosciuto come istituto religioso di diritto diocesano, ossia riconosciuto dalla Chiesa locale, ma non ancora dalla Santa Sede.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Lo «spirito di Assisi» riaffermato a Metz, quarto giorno di Leone XIV in Francia
Gli studenti accolgono il papa
Arrivato da Lourdes in mattinata, papa Leone XIV è stato accolto all’aeroporto di Metz-Nancy-Lorena da una ventina di studenti della scuola privata Marcel Van di Argancy. I bambini avevano preparato una canzone, dei disegni e alcuni doni. Il papa si è preso del tempo per ascoltarli e salutarli individualmente prima di benedire gli studenti inginocchiati. Questo incontro ha aggiunto un tocco personale a una giornata in gran parte dedicata agli affari europei. La scelta di Metz è dovuta in gran parte a Robert Schuman e alla storia di una regione segnata dalle guerre franco-prussiane. Il cardinale Jean-Marc Aveline ha riferito che, tra le città prese in considerazione, Leone XIV aveva scelto Metz «per via dell’Europa».L’Appello di Metz, nello spirito di Assisi
Presso il Centro Congressi Robert Schuman, papa Leone XIV ha incontrato i membri della Conferenza dei Capi Religiosi di Francia (CRCF), che dal 2010 riunisce leader cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddisti. Sette rappresentanti hanno letto l’«Appello di Metz», redatto da questi leader religiosi. Il testo è stato poi firmato, alla presenza del papa, dal Cardinale Jean-Marc Aveline; dal Pastore Christian Krieger; dal Vescovo Dimitrios; da Haïm Korsia, Rabbino Capo di Francia; da Antony Boussemart, copresidente dell’Unione Buddista di Francia; e da Chems-Eddine Hafiz, rettore della Grande Moschea di Parigi. Il Cardinale Aveline lo ha consegnato a due giovani. Il documento fa esplicito riferimento all’incontro organizzato da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. Su invito del papa, i rappresentanti delle diverse religioni del mondo si riunirono lì per una giornata di digiuno e preghiera per la pace. I gruppi non religiosi pregarono secondo i propri riti, molti utilizzando a tale scopo chiese cattoliche o strutture ecclesiastiche. Tutti si riunirono poi davanti alla Basilica di San Francesco, dove i loro rappresentanti offrirono a turno preghiere alla presenza degli altri. Questa giornata senza precedenti diede origine a quello che sarebbe stato definito lo «spirito di Assisi». L’arcivescovo Marcel Lefebvre e l’arcivescovo Antonio de Castro Mayer denunciarono ben più di una semplice ambiguità. Nella loro dichiarazione del 2 dicembre 1986, descrissero Assisi come «il culmine di questa rottura con il precedente magistero della Chiesa» e condannarono un peccato pubblico contro l’unità di Dio, del Verbo Incarnato e della sua Chiesa: «Giovanni Paolo II che incoraggia le false religioni a pregare i loro falsi dèi: uno scandalo incommensurabile e senza precedenti». Invocarono il rinnovamento della Chiesa attraverso la «fedeltà integrale alla Tradizione».Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Difendere la vita «fino alla fine»
Il papa ha proseguito sul tema della protezione della vita. Dopo aver collocato la fecondità delle tradizioni religiose al servizio della pace e della fraternità, l’ha collegata alla loro capacità di proteggere le persone vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dalle sue conquiste materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: ne affermano il valore sacro». Questa preoccupazione deve tradursi in azioni concrete: «Servire la vita significa circondarla di cura, presenza e tenerezza, specialmente nei momenti di difficoltà, fino alla fine». Questo monito riecheggiava gli interventi del Palazzo dell’Eliseo e di Lourdes contro la morte programmata. Accompagnare i malati fino alla fine della loro vita, anziché porvi fine con il pretesto della compassione, rimane uno dei temi più duraturi del cammino. Leone XIV ha affidato inoltre a coloro che sono «aperti alla trascendenza» la missione di offrire solidi punti di riferimento, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti la dignità umana. In conclusione, ha citato la sua enciclica Magnifica Humanitas: «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza». Ha ringraziato i rappresentanti religiosi per la loro presenza, e chiesto a Dio di insegnare loro a vivere sempre più pienamente come suoi figli e come suoi fratelli e sorelle, invitandoli a diventare, ovunque vivano, artefici di pace e testimoni di speranza. Il suo discorso si è concluso con una benedizione.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un’Europa cristiana… ma non confessionale
L’incontro successivo, «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», ha riunito, tra gli altri, Emmanuel Macron, il Principe Alberto II di Monaco, il Granduca Guglielmo di Lussemburgo e diversi leader europei. Leone XIV ha reso omaggio a Robert Schuman, i cui sforzi per la riconciliazione franco-tedesca si espressero nella dichiarazione del 9 maggio 1950. Ha poi offerto una prospettiva storica sull’Europa, una realtà culturale prima ancora che geografica: l’eredità greca e romana, la diffusione del cristianesimo, l’integrazione dei popoli germanici e slavi e gli incontri con altre civiltà. San Benedetto ha occupato un posto speciale. Il papa ha parlato dell’immensa opera dei monaci a favore dei poveri, dei malati e degli anziani, nonché del loro ruolo nell’istruzione, negli ospedali, nella scienza, nell’architettura, nel diritto e nell’organizzazione delle città: «Senza questo fondamento monastico, la civiltà europea, come la conosciamo, non esisterebbe». Parlando più nello specifico di storia locale, ha ricordato San Crodegango di Metz e la diffusione del canto gregoriano nei territori carolingi. In questo scenario, il Cristianesimo appare come una forza capace di plasmare i popoli, le loro istituzioni e la loro cultura. Leone XIV ha anche citato Schumann sull’uguaglianza di natura dell’umanità, redenta dallo stesso Cristo, sulla dignità del lavoro e sulla legge universale della carità. Alcide de Gasperi gli ha permesso di evocare un patrimonio europeo condiviso, nutrito dalla fraternità evangelica, dalla legge, dalla bellezza, dalla verità e dalla giustizia. Questi richiami sono preziosi in un continente che sta plasmando il proprio futuro dimenticando ciò che deve alla Chiesa. Il papa ha però subito chiarito che il riferimento al Cristianesimo non era un «criterio confessionale esclusivo»: doveva semplicemente riconoscere l’apertura alla trascendenza come dimensione della persona umana e fonte di civiltà. Ciò che ha costruito il Cristianesimo, tuttavia, non è stata un’indeterminata aspirazione religiosa, bensì la fede in Gesù Cristo, la grazia conferita dai sacramenti e l’azione della sua Chiesa. Ridurre questa eredità a una mera apertura al trascendente significa cancellare ciò che l’ha resa così feconda.
Aiuta Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
Radici cristiane senza una società cristiana?
Leone XIV ha proseguito invocando l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il dialogo tra le istituzioni e le Chiese. Ha collegato esplicitamente la laicità al carattere aconfessionale delle istituzioni civili, auspicando al contempo un’autentica collaborazione e il rispetto della libertà di organizzazione, espressione e culto delle comunità religiose. Ha citato poi i valori proclamati dal Trattato sull’Unione europea: i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto. In questo risiede una delle obiezioni fondamentali della Fraternità San Pio X alla libertà religiosa conciliare riaffermata da Leone XIV e alle illusioni che essa alimenta. I doveri religiosi delle società non si esauriscono nella tutela della libertà dei credenti, poiché Gesù Cristo ha diritti sia sulle nazioni che sugli individui. La distinzione tra potere spirituale e potere temporale non autorizza lo Stato a considerarsi indipendente da Dio e dalla religione da Lui rivelata. La dottrina tradizionale riconosce che le circostanze possono rendere necessaria la tolleranza di falsi culti per evitare un male maggiore, ma tale tolleranza non diventa per questo un principio di indifferenza religiosa da parte delle autorità pubbliche. Riconoscere le radici cristiane è quindi insufficiente se ci si rifiuta di trarne le conseguenze per l’ordine sociale. Analogamente, la riconciliazione tra i popoli d’Europa merita di essere sostenuta anche senza l’approvazione di principio dell’attuale assetto dell’Unione Europea. La cooperazione internazionale deve servire il bene comune delle nazioni e rimanere soggetta alla legge morale, cosa che non sempre accade all’interno delle istituzioni europee. Né i processi democratici né i trattati possono rendere giuste le decisioni contrarie a questa legge: Leone XIV stesso ce lo aveva appena ricordato a proposito dell’eutanasia.
Sostieni Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Immigrazione: l’accoglienza come principio guida
In tema di immigrazione, Leone XIV ha descritto una nuova fase della storia europea, caratterizzata dall’arrivo di persone in fuga da guerre, persecuzioni o povertà. Ha auspicato percorsi legali e sicuri, assistenza alle persone in pericolo, la lotta contro i trafficanti, la protezione delle vittime e autentici processi di accoglienza e integrazione. Ha menzionato inoltre politiche che consentano a tutti di vivere con dignità nel proprio Paese. «Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole l’opportunità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e la propria sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa», ha specificato. Questa esigenza di integrazione aggiunge una riserva alla mera logica dell’accoglienza, ma Leone XIV la inquadra nella prospettiva di un «incontro senza precedenti tra popoli e culture», auspicando una «riscoperta creativa delle nostre radici» e un «ascolto attento dell’altro». Il fenomeno migratorio viene quindi presentato principalmente come un’opportunità di incontro, senza esaminare gli sconvolgimenti che la sua portata può imporre alle nazioni europee. Il dovere di aiutare una persona in difficoltà non è sufficiente a giustificare una politica di insediamento permanente, tanto meno a rendere l’immigrazione di massa un bene in sé. La carità non può essere separata dalla giustizia, dalla prudenza e dall’ordine dei doveri. Chi detiene il potere è responsabile di un popolo specifico, di cui deve preservare la sicurezza, la coesione e il patrimonio materiale e spirituale. Le nazioni non sono popolazioni interscambiabili, né le loro patrie sono semplicemente spazi disponibili. L’universalità della Chiesa non richiede la cancellazione dei popoli: li chiama ad accogliere la stessa fede senza abolire le loro legittime appartenenze. La possibilità di vivere con dignità nella propria terra, che Leone XIV ha giustamente menzionato, meritava un ruolo ben più centrale. Aiutare i popoli a superare la guerra, la povertà e la corruzione contribuisce al loro benessere in modo più profondo che considerare la loro partenza come l’orizzonte del loro futuro. Lo sradicamento rimane una prova da prevenire o alleviare, non uno strumento di fraternità universale a costo dello sconvolgimento delle nazioni.
Aiuta Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
La pace di fronte all’«illusione del riarmo»
La guerra ha occupato un posto significativo nel discorso. Senza nominare direttamente l’Ucraina, Leone XIV ha deplorato il ritorno in Europa di un «massacro insensato», per poi invocare un dialogo paziente, il coraggio di negoziare e la disponibilità a sacrificare alcune posizioni in nome della pace. Ha respinto un «ingenuo irenismo», mettendo in guardia contro «l’illusione del riarmo». Ha sottolineato inoltre la fedeltà alla parola data, il rispetto degli impegni internazionali e la lotta contro le menzogne tra gli Stati, presentando il multilateralismo come rimedio alla volontà di dominio. Questi chiarimenti ci impediscono di ridurre il suo messaggio a un pacifismo che mira a porre fine ai combattimenti a qualsiasi costo. È tuttavia importante ricordare che la pace non consiste unicamente nell’assenza di guerra: presuppone un ordine giusto. La dottrina cattolica tradizionale non esclude la possibilità di una guerra giusta, in particolare quando si tratta di difendere un popolo dall’aggressione, alle condizioni determinate dalla legge morale. Il negoziato può condurre alla pace; non può però giustificare l’abbandono delle vittime alla legge del più forte. Il discorso si è concluso con un’esortazione ai giovani a costruire la pace, a rifiutare la violenza, ad assumersi le proprie responsabilità e a impegnarsi per il bene comune, anche in politica. Leone XIV ha chiesto loro di non aver paura di formare una famiglia o di mettere al mondo dei figli, e di difendere la vita umana dal primo all’ultimo respiro.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Nella Cattedrale di Saint-Étienne, dal deserto alla Città di Dio
Nel pomeriggio, il papa ha celebrato la Messa per la pace e la giustizia nella Cattedrale di Saint-Étienne. Era presente anche Emmanuel Macron, che inizialmente aveva programmato di non partecipare ad alcuna Messa durante il suo viaggio. L’omelia si è basata su tre immagini tratte dal libro di Isaia: il deserto, il giardino e la casa. Il deserto rappresentava l’essenziale e il silenzioso, associato alla legge che conduce alla bontà, alla semplicità, alla rinuncia e al sacrificio. Il giardino rappresentava la bellezza di una vita che fiorisce secondo il disegno di Dio. Infine, la casa evocava la pace, dono divino che richiede impegno comunitario e carità. Commentando il Discorso della Montagna, il papa ha contrapposto il perdono, la misericordia e la magnanimità alla logica della vendetta. Chi cerca vendetta non è necessariamente più forte di chi perdona, così come chi rompe una relazione non è necessariamente più forte di chi accetta lo sforzo della riconciliazione. La storia di Metz e della regione della Mosella, profondamente segnata dalle due guerre mondiali, ha illustrato il coraggio necessario per spezzare la catena del risentimento. Le ferite profonde rendono difficile questo sforzo; non rendono fruttuosa la vendetta. Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha evocato la pace della Città Celeste, dove le persone godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. Questa prospettiva soprannaturale si contrappone a quella dell’incontro interreligioso mattutino, fondato su una fraternità naturalistica comune alle diverse religioni.Sostieni Renovatio 21
Chagall e l’«armonia delle differenze»
Il papa ha ricordato i principi trasmessi dall’eredità cristiana: la sacralità della vita, l’importanza primaria della famiglia, la cura dei poveri, l’accoglienza dello straniero e il rispetto per gli anziani. Ha menzionato l’opera monastica e San Crodegango, invitando i fedeli a tramandare questa eredità. Con i suoi 6.500 metri quadrati di vetrate, la cattedrale, «lanterna del buon Dio», gli ha offerto l’immagine conclusiva della sua omelia: una vera e propria Biblia pauperum, una Bibbia per immagini che alimenta la preghiera e la meditazione. Ma Leone XIV ha presentato anche le vetrate di Marc Chagall, pittore ebreo che lavorò sia per edifici cattolici che protestanti, come un «straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso». Ha interpretato questa diversità come un mosaico di pace, prima di affermare che il futuro dell’Europa risiede nell’«armonia delle differenze». La diversità di popoli, culture ed espressioni artistiche può arricchire una singola civiltà. Lo stesso non si può dire delle religioni: le loro contraddizioni riguardo a Dio, a Gesù Cristo e alla salvezza non possono creare un’«armonia delle differenze». Il valore artistico di un’opera, a prescindere dalla religione del suo creatore, non può rendere una cattedrale una testimonianza della legittimità del pluralismo religioso. Leone XIV ha ricordato poi a tutti che le strutture della Chiesa hanno significato solo se contribuiscono a portare la luce del Vangelo nel mondo. Ha affidato Metz alla Madonna e ai santi patroni della diocesi, esprimendo la speranza che questa comunità rimanga un «faro di speranza» per la Francia, l’Europa e il mondo. Al termine della Messa, ultimo evento pubblico del viaggio, ha ringraziato le autorità civili, i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, i fedeli e i volontari che avevano organizzato le quattro giornate.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
In aereo, diversi chiarimenti
Durante il volo Metz-Roma, Leone XIV ha ricordato in particolare due episodi: l’entusiasmo dei giovani allo Stade de France e le grazie ricevute a Lourdes dagli ammalati. Ha parlato di giorni pieni di benedizioni, quasi di miracoli, e della presenza di Dio che toccava i cuori. Interrogato sulle vittime di abusi incontrate a Lourdes, ha chiarito la sua posizione sulla presunta natura «sistemica» del fenomeno. Pur non negando che alcune organizzazioni possano aver agito in modo abusivo, si è rifiutato di usare questa etichetta indiscriminatamente. Ha sottolineato che l’abuso è innanzitutto un problema umano e che, all’interno della Chiesa, può colpire le vittime anche nella loro fede. Questa distinzione è importante. I crimini dei membri della Chiesa e le mancanze di coloro che ricoprono posizioni di autorità devono essere riconosciuti e puniti; non possono essere attribuiti alla santità della Chiesa, alla sua dottrina o ai suoi sacramenti. Sul tema della laicità, il papa ha difeso i suoi interventi contro l’eutanasia: insegnare la legge morale e applicare il Vangelo alla vita umana non significa impegnarsi in una competizione partitica. Ha affermato di essere venuto a predicare Gesù Cristo, «la via, la verità e la vita», piuttosto che a interferire nella politica francese. Ha inoltre affrontato la crisi abitativa, ha auspicato negoziati tra Russia e Ucraina, ha denunciato i profitti dell’industria bellica e ha condannato le minacce nucleari. Riguardo all’intelligenza artificiale, ha esortato a prendere sul serio i rischi evidenziati dagli esperti e ha menzionato la commissione vaticana istituita per studiarne usi, benefici e pericoli. L’ultima domanda, riguardante la Germania, era di natura più prettamente politica. Questa domanda è giunta dopo gli spettacolari successi elettorali dell’AfD: a settembre, il partito aveva appena vinto due elezioni regionali, con il 43,8% in Sassonia-Anhalt e poi con il 38,2% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ottenendo anche significativi progressi a Berlino. Senza nominarlo esplicitamente, ma con un’allusione trasparente, il giornalista ha collegato l’ascesa di movimenti definiti estremisti al declino religioso della Germania e alla messa in discussione del consenso europeo. Leone XIV ha ritenuto opportuno studiare il legame tra questi fenomeni. Ha osservato che l’estrema destra tedesca si sta frammentando, e «un gruppo in particolare», a suo avviso, sta diventando «ancora più estremista» degli altri. Ha poi menzionato l’associazione di alcune di queste posizioni con «una particolare forma di religione» che, secondo lui come secondo i leader cattolici e protestanti tedeschi, «non costituisce un’autentica espressione del cristianesimo». Il papa ha contrapposto questi movimenti ai valori evangelici di comprensione, compassione e accompagnamento, in contrapposizione a «odio» e «divisione». La risposta riecheggia una retorica ormai familiare nel discorso ecclesiastico e politico europeo: apertura e accompagnamento vengono facilmente identificati con le esigenze del Vangelo, mentre le reazioni basate sull’identità o sul nazionalismo sono sospettate di paura, isolazionismo o divisione. Ma questa interpretazione moralistica ignora in gran parte le realtà che spiegano l’ascesa di questi movimenti: immigrazione di massa, insicurezza, sconvolgimenti culturali e rifiuto di alcune politiche dell’Unione Europea. Gli stessi risultati tedeschi sono l’espressione politica di queste preoccupazioni. Prenderle sul serio non significa appoggiare l’AfD, ma piuttosto riconoscere che una parte considerevole della popolazione rifiuta politiche le cui conseguenze vengono vissute concretamente, a volte crudelmente, nella propria vita. Ascoltarle e rispondere alle loro richieste è anche una questione di carità ben ponderata. «Comprensione», «compassione» e «sostegno» non possono essere riservati ad alcuni ignorando la sofferenza di altri. Dopo quattro giorni, cosa rimarrà?Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Pensiero2 settimane faL’attacco alla raffinerie è per ridurre la popolazione mondiale e distruggere America ed Europa
-



Vaccini2 settimane faI vaccini somministrati ai bambini sono più letali delle malattie che dovrebbero combattere?
-



Pensiero1 settimana faVera rivolta contro il mondo moderno. Mons. Williamson commenta il manifesto di Unabomber
-



Salute1 settimana faEsplosione delle malattie legate alle muffe
-



Spirito1 settimana faPapa Leone XIV celebra il motto massonico e rivoluzionario francese «Libertà, Uguaglianza, Fraternità»
-



Spirito2 settimane fa«Salus extra Ecclesiam non est»: mons. Viganò contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso
-



Animali1 settimana faLupi liberi tra le case, 15 pecorelle massacrate
-



Immigrazione5 giorni faL’ascesa del problema bengalese in Italia










