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Cinque vescovi contro i vaccini prodotti con feti abortiti

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Dopo alcune imbarazzanti e semplicistiche prese di posizione da parte del mondo cattolico sul tema dell’utilizzo di vaccini prodotti con linee cellulari di feto abortito, con particolare riferimento all’attualità del vaccino anti-COVID un cardinale e quattro vescovi fra cui Mons. Athanasius Schneider tuonano contro l’utilizzo di questi farmaci, dichiarando fermamente che un cattolico non può in alcun modo partecipare, nemmeno in maniera indiretta e remota, al grande crimine contro Dio e contro l’umanità: il Male assoluto dell’aborto.

 

Renovatio 21 offre ai lettori la traduzione di questo importantissimo documento, che consigliamo di leggere fino alla fine. Un vero argine contro la deriva superficiale e a tratti liberale assunta da tanti ambienti in teoria intransigenti, che sono puristi nella liturgia ma incredibilmente permissivi verso ciò che in questo documento è giustamente definito come «cannibalismo bio-medico».

 

Il documento è precedentemente apparso sulla rivista americana Crisis.

La ricerca biomedica che sfrutta i nascituri innocenti e usa i loro corpi come «materia prima» ai fini dei vaccini sembra più simile al cannibalismo che alla medicina.

 

 

 

 Nelle ultime settimane, agenzie di stampa e varie fonti di informazione hanno riferito che, in risposta all’emergenza COVID-19, alcuni Paesi hanno prodotto vaccini utilizzando linee cellulari di feti umani abortiti. 

 

In altri paesi, tali vaccini sono in fase di pianificazione. Un coro crescente di ecclesiastici (conferenze episcopali, singoli vescovi e sacerdoti) ha affermato che, nel caso in cui non fosse disponibile alcun vaccino alternativo che utilizzi componenti eticamente leciti, sarebbe moralmente consentito per i cattolici ricevere vaccini prodotti con linee cellulari di bambini abortiti. 

Nel caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feti umani abortiti, vediamo una chiara contraddizione tra la dottrina cattolica di rifiutare categoricamente, e senza ombra di dubbio, l’aborto in tutti i casi come un grave male morale che grida vendetta al cielo e la pratica di considerare i vaccini derivati da linee cellulari fetali abortite moralmente accettabili

 

I sostenitori di questa posizione invocano due documenti della Santa Sede: il primo, della Pontificia Accademia per la Vita, si intitola «Riflessioni morali sui vaccini preparati da cellule derivate da feti umani abortiti» ed è stato pubblicato il 9 giugno del 2005; la seconda, un’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, si intitola «Dignitas Personae, su alcune questioni bioetiche», ed è stata pubblicata l’8 settembre del 2008. Entrambi questi documenti consentono l’uso di tali vaccini in casi eccezionali e per un tempo limitato, sulla base di quella che nella teologia morale viene chiamata cooperazione al male materiale, remota e passiva.

 

I suddetti documenti affermano che i cattolici che utilizzano tali vaccini hanno «il dovere di rendere noto il loro disaccordo e di chiedere che il loro sistema sanitario renda disponibili altri tipi di vaccini».

 

Nel caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feti umani abortiti, vediamo una chiara contraddizione tra la dottrina cattolica di rifiutare categoricamente, e senza ombra di dubbio, l’aborto in tutti i casi come un grave male morale che grida vendetta al cielo (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2268, n. 2270), e la pratica di considerare i vaccini derivati da linee cellulari fetali abortite moralmente accettabili in casi eccezionali di «urgente bisogno» – per motivi di remota, passiva, cooperazione al male materiale. Sostenere che tali vaccini possono essere moralmente leciti se non ci sono alternative è di per sé contraddittorio e non può essere accettabile per i cattolici.

 

Sostenere che tali vaccini possono essere moralmente leciti se non ci sono alternative è di per sé contraddittorio e non può essere accettabile per i cattolici

Si devono ricordare le seguenti parole di Papa Giovanni Paolo II sulla dignità della vita umana non nata: 

 

«L’inviolabilità della persona, riflesso dell’assoluta inviolabilità di Dio, trova la sua prima e fondamentale espressione nell’inviolabilità della vita umana. Soprattutto, la protesta comune, che giustamente si fa a favore dei diritti umani – ad esempio, il diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia, alla cultura – è falsa e illusoria se il diritto alla vita, il più basilare diritto fondamentale e condizione per tutti gli altri diritti personali, non è difeso con la massima determinazione» (Christifideles Laici, 38). 

 

L’uso di vaccini prodotti da cellule di bambini non nati e assassinati contraddice una «massima determinazione» a difendere la vita non ancora nata.

 

Giovanni Paolo II: « la protesta comune, che giustamente si fa a favore dei diritti umani – ad esempio, il diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia, alla cultura – è falsa e illusoria se il diritto alla vita, il più basilare diritto fondamentale e condizione per tutti gli altri diritti personali, non è difeso con la massima determinazione»»

Il principio teologico della cooperazione materiale è certamente valido e può essere applicato a tutta una serie di casi (ad esempio nel pagamento delle tasse, nell’uso di prodotti ricavati dal lavoro in schiavitù, e così via). Tuttavia, questo principio difficilmente può essere applicato al caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari fetali, perché coloro che consapevolmente e volontariamente ricevono tali vaccini entrano in una sorta di concatenazione, seppur molto remota, con il processo dell’industria dell’aborto. 

 

Il crimine di aborto è così mostruoso che qualsiasi tipo di concatenazione con questo crimine, anche se molto remoto, è immorale e non può essere accettato in nessuna circostanza da un cattolico una volta che ne sia pienamente consapevole.

 

Chi usa questi vaccini deve rendersi conto che il suo corpo sta beneficiando dei «frutti» (sebbene passi attraverso una serie di processi chimici) di uno dei più grandi crimini dell’umanità. Qualsiasi legame con il processo di aborto, anche il più remoto e implicito, getterà un’ombra sul dovere della Chiesa di rendere ferma testimonianza della verità che l’aborto deve essere completamente rifiutato. I fini non possono mai giustificare i mezzi. 

 

L’uso di vaccini prodotti da cellule di bambini non nati e assassinati contraddice una «massima determinazione» a difendere la vita non ancora nata

Stiamo vivendo uno dei peggiori genocidi conosciuti dall’uomo. Milioni e milioni di bambini in tutto il mondo sono stati massacrati nel grembo della madre e giorno dopo giorno questo genocidio nascosto continua attraverso l’industria dell’aborto, la ricerca biomedica e la tecnologia fetale, e la spinta dei governi e degli organismi internazionali a promuovere tali vaccini come uno degli obiettivi primari. 

 

Adesso non è il momento per i cattolici di cedere; farlo sarebbe gravemente irresponsabile. 

 

L’accettazione di questi vaccini da parte dei cattolici, sulla base del fatto che implicano solo una «cooperazione remota, passiva e materiale» con il male, giocherebbe nelle mani dei nemici della Chiesa e la indebolirebbe come ultima roccaforte contro il male assoluto dell’aborto.

Coloro che consapevolmente e volontariamente ricevono tali vaccini entrano in una sorta di concatenazione, seppur molto remota, con il processo dell’industria dell’aborto

Cos’altro può essere un vaccino derivato da linee cellulari fetali se non una violazione dell’Ordine di Creazione dato da Dio?

 

Poiché si basa su una grave violazione di questo Ordine attraverso l’omicidio di un bambino non ancora nato. Se a questo bambino non fosse stato negato il diritto alla vita, se le sue cellule (che sono state ulteriormente coltivate più volte in laboratorio) non fossero state rese disponibili per la produzione di un vaccino, non potrebbero essere commercializzate.

 

Il crimine di aborto è così mostruoso che qualsiasi tipo di concatenazione con questo crimine, anche se molto remoto, è immorale e non può essere accettato in nessuna circostanza da un cattolico una volta che ne sia pienamente consapevole

Abbiamo quindi qui una doppia violazione del sacro Ordine di Dio: da un lato, attraverso l’aborto stesso, e dall’altro, attraverso l’atroce attività del traffico e della commercializzazione dei resti di bambini abortiti. Tuttavia, questo doppio disprezzo per l’Ordine divino della Creazione non può mai essere giustificato, nemmeno per il motivo di preservare la salute di una persona o di una società attraverso tali vaccini.

 

La nostra società ha creato una religione sostitutiva: la salute è diventata il bene supremo, un dio sostituto a cui si devono offrire sacrifici – in questo caso, attraverso un vaccino basato sulla morte di un’altra vita umana.

 

Nell’esaminare le questioni etiche che circondano i vaccini, dobbiamo chiederci: come e perché tutto questo è diventato possibile? Non c’era davvero alternativa? Perché la tecnologia basata sull’omicidio è emersa in medicina, il cui scopo è invece portare vita e salute?

 

Chi usa questi vaccini deve rendersi conto che il suo corpo sta beneficiando dei «frutti»  di uno dei più grandi crimini dell’umanità

La ricerca biomedica che sfrutta i nascituri innocenti e usa i loro corpi come «materia prima» ai fini dei vaccini sembra più simile al cannibalismo che alla medicina.

 

Dobbiamo anche considerare che, per alcuni nell’industria biomedica, le linee cellulari dei bambini non ancora nati sono un «prodotto», l’abortista e il produttore del vaccino sono il «fornitore» e i destinatari del vaccino sono i «consumatori».

 

Stiamo vivendo uno dei peggiori genocidi conosciuti dall’uomo. Milioni e milioni di bambini in tutto il mondo sono stati massacrati nel grembo della madre e giorno dopo giorno questo genocidio nascosto continua attraverso l’industria dell’aborto, la ricerca biomedica e la tecnologia fetale, e la spinta dei governi e degli organismi internazionali a promuovere tali vaccini come uno degli obiettivi primari. 

La tecnologia basata sull’omicidio è radicata nella disperazione e finisce nella disperazione. Dobbiamo resistere al mito secondo il quale «non ci sono alternative». Al contrario, dobbiamo procedere con la speranza e la convinzione che le alternative esistono e che l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, le possa scoprire. Questo è l’unico modo per passare dall’oscurità alla luce e dalla morte alla vita.

 

Il Signore ha detto che alla fine dei tempi anche gli eletti saranno sedotti (cfr Mc 13:22). Oggi, l’intera Chiesa e tutti i fedeli cattolici devono cercare urgentemente di essere rafforzati nella dottrina e nella pratica della fede.

 

Nell’affrontare il male dell’aborto, i cattolici devono più che mai «astenersi da ogni apparenza di male» (1 Tessalonicesi 5:22).

 

La salute fisica non è un valore assoluto. L’obbedienza alla legge di Dio e la salvezza eterna delle anime devono avere il primato.

 

I vaccini derivati dalle cellule di bambini non nati crudelmente assassinati hanno un carattere chiaramente apocalittico e possono presagire il marchio della bestia (vedere Apocalisse 13:16).

La tecnologia basata sull’omicidio è radicata nella disperazione e finisce nella disperazione

 

Alcuni ecclesiastici dei nostri giorni rassicurano i fedeli affermando che ricevere un vaccino COVID-19 derivato dalle linee cellulari di un bambino abortito è moralmente lecito se non è disponibile un’alternativa. Giustificano la loro affermazione sulla base della «cooperazione materiale e remota» con il Male. 

 

Tali affermazioni sono estremamente anti-pastorali e controproducenti, soprattutto se si considera il carattere sempre più apocalittico dell’industria dell’aborto e la natura disumana di alcune ricerche biomediche e tecnologie embrionali.

 

I vaccini derivati dalle cellule di bambini non nati crudelmente assassinati hanno un carattere chiaramente apocalittico e possono presagire il marchio della bestia (vedere Apocalisse 13:16)

Ora più che mai, i cattolici non possono categoricamente incoraggiare e promuovere il peccato dell’aborto, nemmeno il minimo, accettando questi vaccini. Pertanto, come Successori degli Apostoli e Pastori responsabili della salvezza eterna delle anime, riteniamo impossibile tacere e mantenere un atteggiamento ambiguo riguardo al nostro dovere di resistere con «massima determinazione» (Papa Giovanni Paolo II) contro «l’indicibile crimine dell’aborto» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 51). 

 

Questa dichiarazione è stata scritta su consiglio e consiglio di medici e scienziati di vari paesi. Un contributo sostanziale è arrivato anche dai laici: da nonne, nonni, padri e madri di famiglia, e dai giovani. Tutti i  soggetti consultati – indipendentemente dall’età, dalla nazionalità e dalla professione – hanno respinto all’unanimità e quasi istintivamente l’idea di un vaccino derivato dalle linee cellulari dei bambini abortiti. Inoltre, hanno ritenuto debole e inadeguata la giustificazione offerta per l’utilizzo di tali vaccini (ovvero «cooperazione materiale a distanza di tanto tempo»).

Abbiamo più che mai bisogno dello spirito dei confessori e dei martiri che evitino il minimo sospetto di collaborazione con il male della loro epoca

 

Ciò è confortante e, allo stesso tempo, molto rivelatore: la loro unanime risposta è un’ulteriore dimostrazione della forza della ragione e del sensus fidei.

 

Abbiamo più che mai bisogno dello spirito dei confessori e dei martiri che evitino il minimo sospetto di collaborazione con il male della loro epoca

 

«Siate semplici come figli di Dio senza rimprovero in mezzo a una generazione depravata e perversa, nella quale dovete risplendere come luce nel mondo» (Fil. 2, 15)

La Parola di Dio dice: «Siate semplici come figli di Dio senza rimprovero in mezzo a una generazione depravata e perversa, nella quale dovete risplendere come luce nel mondo» (Fil. 2, 15). 

 

 

12 dicembre 2020, Memoria della Beata Vergine Maria di Guadalupe

 

 

Cardinale Janis Pujats, arcivescovo metropolita emerito di Riga

+ Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi di Santa Maria ad Astana

+ Jan Pawel Lenga, arcivescovo / vescovo emerito di Karaganda

+ Joseph E. Strickland, Vescovo di Tyler (USA)

+ Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Santa Maria ad Astana

 

 

 

 

 

 

 

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Roma e la Fraternità: mons. Schneider risponde al Cardinale Fernandez

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Mentre le consacrazioni episcopali all’interno della Fraternità San Pio X sono state annunciate per il 1° luglio 2026, mons. Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare di Astana, è entrato nel dibattito opponendosi al Cardinale Victor Manuel Fernandez sulla questione della ricezione dei testi del Concilio Vaticano II. Egli sostiene un approccio pragmatico nei confronti della Fraternità.

 

Il consenso sull’interpretazione del Vaticano II rimane una questione perenne all’interno della Chiesa: in un’intervista rilasciata il 17 febbraio 2026 al giornalista Robert Moynihan, mons. Athanasius Schneider non ha esitato a criticare le recenti dichiarazioni del Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il Cardinale Victor Manuel Fernandez.

 

Quest’ultimo aveva ribadito al Superiore Generale della Fraternità San Pio X l’idea che i testi del Concilio Vaticano II non potessero essere modificati. Un «errore di interpretazione teologica», secondo il vescovo di Astana.

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«Solo la Parola di Dio è intoccabile»

Mons. Schneider offre una diagnosi inequivocabile: a suo avviso, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede confonde l’essenziale con l’accessorio: «L’affermazione del Cardinale Fernández è completamente errata; solo la Parola di Dio è intoccabile», ha insistito.

 

La tesi è questa: se anche un dogma proclamato ex cathedra, non necessariamente «perfetto» nella sua formulazione, può essere successivamente «chiarito o migliorato», come potrebbero i testi di un Concilio che si vuole «pastorale» rivendicare un’eterna rigidità?

Concilio Vaticano II: una «catechesi» deperibile?

Basandosi sugli atti ufficiali di Papa Giovanni XXIII, che convocò il Concilio, mons. Schneider ci ricorda che la missione del Vaticano II non era quella di definire nuovi dogmi o di risolvere definitivamente questioni dottrinali: “Questo concilio è stato convocato per fornire spiegazioni, una sorta di catechesi adattata allo stile del nostro tempo”, afferma il prelato.

 

L’osservazione è logica, quasi clinica: se il Vaticano II adotta uno «stile pastorale» legato a un’epoca particolare, esso è, per definizione, soggetto all’usura del tempo. Pertanto, correggerne o migliorarne la formulazione non è un tradimento, ma un atto di fedeltà alla natura stessa del testo. Lo stesso Paolo VI, ci ricorda, non disse nulla di diverso ai suoi tempi.

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L’ombra del Concilio Lateranense IV

Per illustrare il suo punto, mons. Schneider attinge alla storia della Chiesa. Invoca il Concilio Lateranense IV (1215), che conteneva disposizioni civili riguardanti gli ebrei che, viste dalla prospettiva del nostro XXI secolo, appaiono ora inaccettabili. «Una simile dichiarazione da parte di un concilio ecumenico potrebbe essere corretta? Oserei sperare che il cardinale Fernandez risponda: “sì”», osserva con un tocco di ironia. L’argomento è certamente ad hominem, ma non è privo di mordente.

 

Il vescovo di Astana chiede quindi un esame onesto delle «evidenti ambiguità» presenti in alcuni documenti, citando in particolare le controverse questioni della libertà religiosa, dell’ecumenismo e della collegialità.

 

Pragmatismo kazako

Questo intervento brusco giunge mentre le relazioni tra Roma e la Fraternità San Pio X stanno attraversando una nuova fase in seguito all’annuncio di imminenti consacrazioni all’interno della Fraternità fondata da mons. Marcel Lefebvre. Su questa scottante questione, mons. Schneider auspica un colpo di realismo: a suo avviso, il tempo è essenziale e l’atteggiamento di Roma deve cambiare.

 

Piuttosto che esigere una risoluzione dottrinale completa e immediata, il prelato suggerisce una soluzione pragmatica. “Lasciateli entrare. Date loro un minimo di integrazione nella Chiesa. La Chiesa è vasta e sa sempre trovare soluzioni in ogni circostanza”, ritiene.

 

Una cosa è certa: il pragmatismo kazako di un prelato – che, durante la sua intervista, ha rivelato di aver chiesto al Santo Padre una “pax liturgica leonina” – probabilmente verrà accolto con sentimenti contrastanti al Palazzo del Sant’Uffizio…

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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L’Opus Dei incontra Papa Leone XIV

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Il 16 febbraio 2026, il Papa ha ricevuto in udienza il superiore della prelatura personale dell’Opus Dei, monsignor Fernando Ocáriz. Al centro di questo cruciale scambio: la spinosa questione della revisione degli statuti dell’istituzione e le controversie legali che scuotono la prelatura in America Latina.   Nelle silenziose sale del Palazzo Apostolico, l’attenzione è rivolta al chiarimento. Monsignor Fernando Ocariz, accompagnato dal suo vicario ausiliare, Monsignor Mariano Fazio, ha incontrato il Santo Padre per discutere della situazione della Compagnia di Gesù, in vista del suo centenario. Sebbene il Vaticano abbia descritto il clima come di «grande fiducia», le questioni sul tavolo rimangono complesse.  

Statuti in preparazione

Il compito più simbolico rimane quello degli statuti. Dalla pubblicazione dei documenti papali volti a riformare la struttura della prelatura personale, l’Opus Dei sta attraversando un’importante transizione giuridica. La posta in gioco è alta: ridefinire il rapporto tra il clero e i laici dell’organizzazione, cercando al contempo di preservare la visione del fondatore.   Durante l’udienza concessa all’arcivescovo Ocariz, Papa Leone XIV ha attenuato le aspettative di una risoluzione immediata. Il processo di revisione rimane nella «fase di studio». Secondo le informazioni pubblicate dall’agenzia di stampa Zenit, non è stata ancora fissata una data di pubblicazione.   Questo ritardo suggerisce la volontà della Curia romana di valutare attentamente ogni parola, per garantire che il nuovo statuto sia in perfetta conformità con il diritto canonico moderno, calmando al contempo le tensioni interne derivanti da questo cambiamento di status deciso dal defunto papa Francesco.

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La questione scottante dell’Argentina

Oltre alle questioni amministrative, il vescovo Ocáriz ha potuto stabilire un contatto con il nuovo papa e presentare la posizione dell’istituzione sulle «controversie specifiche» che attualmente affliggono l’Argentina. Da diversi anni, la prelatura si trova a dover affrontare lamentele da parte di ex numerari ausiliari in merito alle loro passate condizioni di lavoro e di assistenza sociale.   Per il superiore dell’Opera si tratta di dimostrare che l’istituzione agisce con trasparenza e giustizia, mentre l’immagine dell’Opus Dei è regolarmente messa alla prova da queste controversie mediatiche.  

Uno sguardo verso Sud

Infine, l’incontro ha permesso di delineare una geografia della fede contrastante. Il pontefice e il suo visitatore hanno affrontato il tema delle vocazioni, notando un divario sempre più netto tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Mentre l’Europa sembra perdere slancio, l’Africa sta emergendo come nuovo motore di crescita per l’istituzione.   Prima di congedarsi , il vescovo Ocáriz ha presentato due libri a papa Leone XIV, tra cui un resoconto dell’avventura evangelizzatrice nelle Ande peruviane – il nuovo papa ha nazionalità peruviana – ricordando che, nonostante i tumulti romani, il lavoro sul campo rimane la priorità dell’organizzazione.   Un modo per ristabilire il dialogo al più alto livello, quando il legame con l’istituto fondato dal vescovo Josemaría Escrivá de Balaguer si era incrinato sotto il pontificato precedente.   Resta tuttavia da chiedersi se la particolare e unica natura ecclesiastica dell’Opus Dei verrà preservata nella revisione delle costituzioni. Non sembra una cosa scontata.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Santuario Torreciudad via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Mons. Strickland esorta a pregare per Leone e la FSSPX in mezzo alla disputa sulle consacrazioni

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Renovatio 21 pubblica la comunicazione dell’ex arcivescovo di Tyler, Texax, monsignor Giuseppe Strickland, riguardo le consacrazioni FSSPX, previamente apparso su LifeSiteNews.

 

Condivido questo articolo in seguito alla mia dichiarazione sulla situazione della FSSPX, pubblicata il 3 febbraio. Nei giorni successivi, alcuni mi hanno «messo in bocca parole» che non rispecchiavano fedelmente i miei pensieri su questo argomento di fondamentale importanza. Prego che quanto segue chiarisca la mia posizione come vescovo che ama profondamente la Chiesa.

 

Rinnovo il mio appello a pregare per Papa Leone e per i leader della FSSPX.

 

 

Dichiarazione del 23 febbraio 2026.

 

L’attuale situazione che coinvolge la Fraternità San Pio X (FSSPX) ha nuovamente messo in luce una dolorosa e radicata tensione nella vita della Chiesa.

 

Negli anni successivi al Concilio Vaticano II, l’arcivescovo Marcel Lefebvre riteneva che gli elementi fondanti della vita cattolica – la formazione sacerdotale tradizionale, una chiara teologia sacramentale e l’antica liturgia romana – venissero accantonati a un ritmo e in un modo che mettevano a repentaglio la stabilità spirituale di innumerevoli anime. Che si condividano o meno tutte le sue decisioni, è storicamente innegabile che la liturgia tradizionale e la formazione sacerdotale siano state preservate in gran parte perché lui e altri non erano disposti a lasciarle scomparire del tutto.

 

Molti fedeli riconoscono questa realtà. Riconoscono anche che le tensioni del 1988 non sono sorte dal nulla. Sono sorte in un contesto di diffusa confusione dottrinale, sperimentazione liturgica e instabilità pastorale – ferite che, per molti versi, non sono ancora del tutto guarite.

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Oggi, preoccupazioni simili vengono nuovamente espresse. Le questioni relative alla chiarezza della dottrina, alla riverenza nel culto e all’integrità della devozione mariana non sono questioni di poco conto. Quando i cattolici percepiscono che i pilastri della fede sono indeboliti o trattati come negoziabili, l’ansia cresce naturalmente. Il desiderio di continuità non è ribellione; è un istinto di fede.

 

Allo stesso tempo, la Chiesa è gerarchica per istituzione divina. Le consacrazioni episcopali non sono atti privati, ma espressioni visibili di comunione con il Successore di Pietro. Questa struttura non è facoltativa. L’unità appartiene alla natura stessa della Chiesa.

 

Tuttavia, l’unità non può essere sostenuta dall’ambiguità. L’autorità non è data solo per governare, ma per salvaguardare ciò che è stato tramandato. Quando coloro che ricercano la continuità dottrinale e liturgica sperimentano una prolungata incertezza di silenzio, la tensione sulla comunione aumenta. Questa realtà merita un sobrio riconoscimento.

 

Il momento presente non deve essere ridotto a fazioni o slogan. La salvezza delle anime rimane la legge suprema della Chiesa. Tutte le parti devono agire con prudenza e umiltà, consapevoli che un giorno renderanno conto a Nostro Signore di come hanno custodito la Sua Chiesa. Questo non è il momento del trionfalismo, né della recriminazione, ma della chiarezza e della coraggiosa fedeltà.

 

Preghiamo intensamente per il Santo Padre, per tutti i vescovi e per i fedeli. La Madonna, Madre della Chiesa, protegga il Corpo Mistico del suo Figlio e ottenga un’unità radicata nella verità.

 

Joseph Strickland

vescovo

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