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Urna Z. Putin deciderà le elezioni italiane (guerra di agosto permettendo)

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«Questo è il problema del ministro degli Esteri Di Maio, non capisce nulla di quello di cui si occupa». Così parlò Maria Zakharova. Si tratta, del medesimo perculamento – diplomaticamente terribile, inaudita – che venne rifilato a Giggino dopo quello di inizio guerra, quando il ministero degli Esteri russo , giustamente, disse che la diplomazia non era fatta di «viaggi vuoti per assaggiare piatti esotici». Il pomiglianese pochi giorni prima era stato proprio a Mosca.

 

Il discorso venne fatto quando Di Maio, ora soldatino ubbidiente di Mario Draghi, cominciò a parlare di «gravi ingerenze nei confronti del governo italiano» di Mosca, che lavorerebbe «per destabilizzare l’Italia e l’Europa».

 

La Zakharova – che, va da sé, qui riteniamo sia mitica – smentì tutto sull’agenzia russa TASS. «Noi stessi siamo sbalorditi dal potere della diplomazia russa come risulta dai resoconti dei media italiani. Si scopre che i nostri ambasciatori possono cambiare i governi con un paio di chiamate».

 

«Più volte i rappresentanti di altri Paesi occidentali hanno cercato di utilizzare trucchi simili, quando non c’era nessuno a cui addossare la colpa dei propri fallimenti in un contesto di crescente malcontento della popolazione», dice la portavoce. Tre giorni fa Di Maio aveva accusato Mosca di lavorare «per destabilizzare l’Italia e l’Europa».

 

Quindi, lo zampino di Putin nella fine di Draghi? Volete che sia proprio come dicono i pentastellati mononeuronali e i piddini piatti e inaciditi?

 

Il problema è che anche noi potremmo dire: sì, potrebbe essere. Anzi, guardate, è peggio: il fatto è che la Russia non solo potrebbe essere la causa della fine del Drago, ma pure potrebbe divenire ciò che deciderà le prossime elezioni politiche italiane.

 

Non scherziamo.

 

Ora, sulla caduta di Draghi, non abbiamo idea se ci sia stata una manovra partitica, né se ha senso ricordare quando, all’altezza di quella stranissima polemica sull’esercito russo nella Lombardia del COVID 2020, saltò fuori che c’erano delle cose interessanti che magari potevano uscire sul governo dell’epoca? A che si riferivano? Ad accordi sullo studio del virus, o sullo sviluppo del vaccino? Oppure sono quelle storie personali su alcuni ministri di allora, di cui nessuno osa scrivere, a parte Dagospia che utilizza giri di parole?

 

Non lo sappiamo. In verità, non ha importanza, perché crediamo che la Russia abbia contribuito alla fine di Draghi perché essa rappresenta quello strano impiccio per gli speculatori e parassiti chiamata realtà.

 

Un Paese senza la realtà materiale del gas, cioè senza economia e con valanghe di morti (di freddo, non di COVID) in arrivo in autunno, non può permettersi di mantenere un governo che l’ha portato a quel punto. È addirittura possibile che questo lo abbiano capito perfino Salvini e Berlusconi.

 

Tuttavia, non è da Di Maio o dal mondo piddificato con la bava alla bocca che arriva l’illuminazione sul futuro russo delle nostre elezioni.

 

Abbiamo capito tante, tantissime cose leggendo un’intervista all’ex magistrato, considerato di centrodestra, Carlo Nordio.

 

Sull’interferenza russa nella caduta del governo «Non abbiamo prove, ma le coincidenze sono diventate indizi gravi, precisi e concordanti».

 

«Sono rimasto inorridito dalle parole di Berlusconi e Salvini che rappresentavano una sorta di endorsement a Putin. L’aggressione russa all’Ucraina è folle, criminale e ingiustificata, e sarebbe inammissibile un governo che non sostenesse, in politica estera, la linea di Draghi, ovvero un sostegno all’Ucraina senza se e senza ma».

 

Interessante davvero. Libero scrive che «Nordio è considerato dai retroscenisti e commentatori della politica italiana molto vicino a Fratelli d’Italia, il partito che da mesi chiede agli alleati Lega e Forza Italia di togliere la fiducia al governo di unità nazionale». Il quotidiano milanese scrive addirittura che «il “ministro della Giustizia” in pectore di un “governo Meloni”».

 

A questo punto ci è chiaro che si è aperta tutt’altra partita. Ed era inevitabile che fosse così.

 

Silvio Berlusconi si dice fosse arrabbiato con Putin, forse perché non risponde più alle telefonate, o se risponde mette giù subito. Però, ci è impossibile non ricordare che la loro era la più bella, salda (e, sulla carta, davvero improbabile) amicizia politica transnazionale che mai abbiamo veduto.

 

Questo sito ha già ricordato in passato dei momenti più alti di questo rapporto: Putin che va nella villona sarda a incontrare la stampa a fianco di Berlusconi (!) appena vinte le elezioni 2008. Silvio che risponde al posto di Putin in un altro incontro internazionale quando un giornalista chiede al russo riguardo alla guerra in Georgia. E poi, la passeggiata insieme nella Crimea appena tornata alla patria, con gli ucraini inferociti al punto da denunciare Berlusconi per essersi bevuto con Putin una bottiglia di Sherry.

 

Mettetela come volete, è chiaro che quello che c’è tra i due è qualcosa di enorme, di perennemente riattivabile – un rapporto che Silvio non può avere con Biden, Zelen’skyj, Scholz, la Von der Leyen.

 

Dove volete che cadesse, quindi, la mela? Di fatto, come riportato da Renovatio 21, Berlusconi – l’uomo che a Pratica di Mare portò brevemente la Russia nella NATO – già da qualche mese aveva con probabilità cominciato la virata ucraina, con la dichiarazione-shock per cui dando le armi a Kiev siamo di fatto in guerra. Vero.

 

Poi c’è Salvini. A lui, che si presentava in Europarlamento con indosso una t-shirt ritraente Vladimir Putin con  l’uniforme della Marina russa, che in un’altra foto scattata sulla Piazza Rossa dinanzi al Cremlino vestiva un’altra t-shirt con disegno a stencil del primo piano del presidente russo, hanno cucito addosso un incredibile Russiagate all’italiana, con la storia dell’Hotel Metropol, e Report che segue le cene fra amici di Dugin in Italia.

 

Salvini è lo stesso, lo dimenticano tutti, che mantenendo una posizione che non poteva dispiacere alla Russia, attaccò perfino Trump quando questi mandò qualche missile contro la Siria. «Ma vi sembra normaleeeh?». Qualcuno dice che da lì siano iniziati i suoi problemi.

 

Insomma, due capi su tre dei partiti del Centrodestra, dato per vincente alle urne 25 settembre, qualche simpatia per Mosca ce la ha – e perfino con il presidente russo in persona, oramai assurto per l’establishment occidentale al ruolo di demonio globale.

 

Dall’altra parte, c’è il partito ancora più favorito – stando ai sondaggi – con la sua capa favoritissimissima. La quale, sulla Russia ci pare avere tutt’altra posizione, al punto che sono circolati messaggi interni per punire i membri del partito che sui social inneggiano alla Russia. Abbiamo visto in TV un altro parlamentare FdI dire addirittura che, anche qualora si riuscisse a cacciare Putin dall’Ucraina, bisognerebbe andare oltre e sconfiggerlo del tutto, perché sennò questo potrebbe avanzare e arrivare fin qui in Europa. (Sento già il sospiroso «magari» di molti lettori…)

 

Insomma: il Centrodestra potrebbe essere composto da due partiti che si riallineano politicamente, geopoliticamente e financo personalmente con Putin, più un partito – quello in pole position, dicono – che invece sulla Russia la pensa come Draghi, Washington, Di Maio, Varsavia, Enrico Letta, Vilnius, Matteo Renzi, CIA, Londra e Bruxelles: Bruxelles nel doppio senso di sede UE e di sede NATO.

 

La cosa bella è che questo partito russofobo, quindi perfettamente sintonizzato con il governo Draghi (e allineato anche su vaccini green pass), era il partito all’opposizione…

 

Sì, uno ad una certa può arrivare a dire che non ci capisce niente, in realtà è tutto chiarissimo.

 

La partita oggi, insomma, sarà interna alla coalizione di centrodestra con la Russia come tema principale. I dilemmi politici saranno il gas e la guerra ucraina: i partiti sovranisti sono disposti a distruggere le aziende e ad affamare il popolo per andare a muso duro con gli arconti della nostra, appunto, storica sovranità limitata?

 

Siamo disposti a morire per Kiev?

 

Per quanto dobbiamo tirare avanti la balla di Zelens’kyj, che sta perdendo la guerra e potrebbe essere spazzato via da un  momento all’altro, magari da una mossa degli stessi ucraini o dal suo entourage di (parole di Putin) «nazisti e drogati»?

 

Queste sono alcune delle domande che conteranno internamente al voto di destra di fine settembre. E ringraziamo il cielo: perché il rischio di trovarci, come altri Paesi, con una russofobia suicida e monocolore su tutto l’arco parlamentare era cospicua assai.

 

Ne consegue che di fatto l’elezione altro non sarà che un referendum pro o contro Putin. Giratela come volete, ma è così. La Russia, la realtà, decideranno il voto. Anche senza muovere un dito. Per conseguenza automatica dell’emergere sulla scena di ciò che il mondo NATO del gender e della finanza aveva rimosso: il reale.

 

Il principio di realtà riaffiora in quest’ora impazzita. Evviva.

 

Lega e Berlusconi agiranno di conseguenza. Coloro che in Forza Italia non sono in grado di capire, o che semplicemente non riescono a concepire altro che la greppia occidentale,  stanno venendo epurati in questo momento.

 

Il Carroccio, dopo essersi «giorgettizzato» a seguito della batosta elettorale in Emilia Romagna a gennaio 2020, si ri-salvinizza. Questo è il succo del magheggio del segretario «Capitano», che si riprende il timone del partito e sta pure in una posizione privilegiata per intercettare qualche voto del grande dissenso, in quanto, pur votando ogni porcata, non si è mai esposto in modo irrecuperabile.

 

Conoscendo la capacità di manovra politica sia di Salvini (che ha ereditato un fiuto preternaturale da Bossi) che di Berlusconi (uno specialista nel recuperare rocambolescamente punti durante le campagne elettorali) la Meloni – il candidato preferito di certa parte del Partito Repubblicano USA, e non solo di quello – non dovrebbe dormire sonni tranquilli, nonostante i sondaggioni narcotizzanti che tutti le stanno offrendo.

 

Quindi, popcorn.

 

Tuttavia va segnalato il grande Jolly che potrebbe essere calato ad agosto.

 

Mio padre mi ha insegnato che, più che delle idi di marzo, devo sempre diffidare della metà di agosto. Perché, se qualcosa bolla in pentola, detona lì, quando il coinvolgimento della popolazione è al minimo, vuoi per le ferie, vuoi per il caldo. Guerre. Colpi di Stato. Attentati. Macchinazioni politiche: il Ferragosto è il momento migliore.

 

Ora, quel che posso credere possa succedere è un gigantesco false-flag, o qualcosa del genere, che Kiev si può autoinfliggere il mese prossimo per tirare dentro la NATO e scatenare, come da desiderio esplicito di Zelen’skyj, la Terza Guerra Mondiale.

 

Gli Ucraini già hanno dichiarato le loro fantasie su una controffensiva ad agosto con un milione di uomini. A me preoccupano altri segni. I russi hanno appena detto che i missili spariti sul grano ad Odessa non sono loro. Così come nessun giornale ha dato risalto all’attacco con decine di droni kamikaze ucraini alla Centrale Atomica di Zaporiggia. Non sappiamo se si trattasse dei famosi assassini droni Switchblade regalati dal Pentagono, tuttavia ricordiamo che quando arrivarono i russi all’impianto, mesi fa, il Corriere della Sera e il New York Times ci fecero prime pagine apocalittiche.

 

Un disastro vero in Ucraina – un disastro che, come dimostrato in questo mezzo anno, Mosca non ha motivo di cercare – altererebbe gli equilibri del mondo. Ridarebbe fiato alla NATO, e tutti i Paesi comincerebbero a far rullare i tamburi marziali, magari non per una guerra immediata, ma per un’operazione, piccola o grande, a ottobre o novembre – come in Afghanistan nel 2001, dopo le Torri.

 

Un trauma agostano in Ucraina giocoforza cambierebbe completamente lo scenario elettorale che abbiamo descritto sopra. Fratelli d’Italia, il partito vincitore di ogni raccolta punti occidentalista, riprenderebbe il comando, e pure Berlusconi e Salvini dovrebbero cambiare rotta immantinente, e questo nonostante sappiano che milionate di loro elettori stanno con Putin e non si bevono nemmeno più mezza parola della propaganda atlantica che gronda da TV e giornali venduti.

 

Ad ogni modo, pure in questa infausta prospettiva (perché, significherebbe che in Ucraina è accaduto qualcosa che ha provocato migliaia e migliaia di morti, di cui sarebbero accusati incontrovertibilmente i russi) le elezioni saranno decise dalla Russia.

 

Sì, un grande referendum pro o contro lo Zar. Tutto qua.

 

Urna Z, e poco di più.

 

Ci va bene. Sappiamo cosa votare.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Immagine dell’urna e della scheda di Nicolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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 Immagine generata artificialmente

 

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