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Una chiesa canadese va a fuoco per la terza volta in una settimana

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Un enorme incendio ha ridotto in cenere una chiesa canadese per la terza volta in meno di una settimana.

 

Notre-Dame-des-Sept-Allégresses, una chiesa cattolica francescana centenaria a Trois-Rivières, Quebec, è stata quasi totalmente distrutta dopo un incendio scoppiato giovedì. Lo riporta LifeSite.

 

La chiesa, costruita nel 1914, non era in uso. Era stata venduta a degli immobiliaristi, che avevano pianificato di costruire 40 piccoli appartamenti all’interno con unità aggiuntive nella parte posteriore dell’edificio.

 


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Tuttavia, l’ incendio della storica chiesa si è propagato rapidamente e i vigili del fuoco non sono riusciti a contenere completamente le fiamme, che hanno causato ingenti danni all’edificio, tra cui il crollo di uno dei suoi campanili.

 

Nonostante non si trattasse di una chiesa attiva, 11 frati francescani alloggiavano in un edificio collegato al retro della chiesa, ma sono riusciti a uscire in tempo prima che l’incendio diventasse incontrollabile.

 

Secondo padre Guylain Prince, responsabile della congregazione francescana locale, l’incendio ha costretto i suoi 10 confratelli ad abbandonare la scena.

 

«È stata l’unica parrocchia attiva (nella zona) per più di 100 anni da parte dei francescani, quindi siamo stati noi a costruirla. Conteneva affreschi di San Francesco, vetrate colorate. È una chiesa superba, una chiesa straordinaria», ha detto Prince, secondo i media locali, che hanno riferito che il proprietario della chiesa è ancora «sotto shock» per quanto accaduto.

 

«Ci siederemo con le autorità cittadine per vedere cosa possiamo fare. Questo non è un edificio standard, è un edificio molto speciale», ha detto Georges Mouradian, il nuovo proprietario della chiesa.

 

La causa ufficiale dell’incendio non è del tutto nota. La polizia locale non si pronuncia su una possibile causa.

 

Nel giro di una settimana, Notre-Dame-des-Sept-Allégresses è la terza chiesa a essere incendiata in Canada. Secondo quanto riferito dal sito prolife canadese LifeSiteNews, anche una chiesa cattolica ed una anglicana sono state distrutte in questi giorni.

 

Dalla primavera del 2021, in Canada 112 chiese, la maggior parte delle quali cattoliche, sono state rase al suolo, vandalizzate o profanate.

 

Gli incendi delle chiese sono iniziati nel 2021 dopo che i media tradizionali e il governo federale hanno diffuso affermazioni provocatorie e dubbie secondo cui centinaia di bambini erano stati seppelliti e ignorati da preti e suore cattolici che gestivano alcune delle scuole residenziali ora chiuse.

 

Il parlamentare del Partito conservatore canadese (CPC) Jamil Jivani ha sollecitato il sostegno dei suoi oppositori politici per un disegno di legge che prevede pene più severe per gli incendiari sorpresi a bruciare chiese, affermando che la recente ondata di distruzione è un «problema molto serio» che rappresenta un «attacco» diretto alle famiglie e alla «libertà religiosa in Canada».

 

Ad agosto, il governo del primo ministro Giustino Trudeau ha dichiarato che amplierà un fondo multimilionario destinato a documentare le affermazioni secondo cui centinaia di bambini sarebbero morti e sarebbero stati sepolti clandestinamente in scuole residenziali ora chiuse, alcune delle quali gestite dalla Chiesa cattolica.

 

La scorsa settimana che Leah Gazan, parlamentare del Nuovo Partito Democratico, ha presentato un nuovo disegno di legge che mira a criminalizzare la negazione dell’affermazione non provata secondo cui il sistema delle scuole residenziali un tempo operativo in Canada fosse un «genocidio».

 

Le scuole residenziali per gli indigeni canadesi, gestite dalla Chiesa cattolica e da altre chiese cristiane, furono istituite dal governo federale e rimasero aperte dalla fine del XIX secolo fino al 1996. La narrazione non provata delle «fosse comuni» ha portato a un diffuso sentimento anticattolico dal 2021.

 

La visita apostolica di Bergoglio di quell’anno, dove partecipò tra le altre cose ad un rito negromantico con gli indigeni First Nation in mondovisione, certo non ha aiutato.

 

Secondo recenti sviluppi, nella scuola residenziale di Kamloops, che fu al centro dello scandalo, non è stato trovato alcun resto umano. Lo scandalo anticlericale in realtà già smontato come bufala da tempo.

 

Secondo calcoli statistici, sarebbe il Canada a guidare la classifica delle chiese bruciate nel mondo, con oltre 100 casi dalla primavera 2022.

 

Otto mesi fa era stato filmato un uomo mascherato intento a cospargere di benzina la parrocchia del Santissimo Sacramento a Regina, nella provincia canadese del Saskatchewan.

 


Come riportato da Renovatio 21, anche la Francia sta vivendo un’impennata di chiese bruciate, a partire dalla sua cattedrale principale, Notre Dame a Parigi, dove il mistero continua: l’estate scorsa al mistero dell’incendio di Notre Dame si è aggiunta la storia del capo della ristrutturazione, Jean-Louis Georgelin, trovato morto vicino a un passo di montagna nel Sud-Est della Francia. Il decesso dell’uomo è stato definito come «incidente».

 

Poche settimane fa è stato il turno della cattedrale gotica di Rouen, andata a fuoco come tanti altri luoghi di culto, talvolta apertamente attaccati, talvolta finiti in fiamme senza che vi sia prova di dolo.

 

Il calcolo fatto è che la Francia stia perdendo un edificio religioso ogni due settimane.

 

In India, un altro luogo in cui i roghi delle chiese sono meno misteriosi di quelli francesi, solo negli scorsi mesi sono stati bruciati più di 15 luoghi di culto cristiano. Chiese bruciate sono state registrate anche in Pakistan negli ultimi giorni. In Birmania l’esercito brucia regolarmente le chiese dei villaggi ritenuti ribelli. L’esercito della giunta si è distinto per far divorare dalle fiamme i luoghi del culto cattolico, cosa lamentata anche dagli arcivescovi locali.

 

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Frammento di missile iraniano colpisce vicino al Monte del Tempio a Gerusalemme

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Venerdì, parte di un missile iraniano ha colpito un’area vicino al Monte del Tempio a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri per musulmani, cristiani ed ebrei.   Le immagini mostrano un frammento di missile, proveniente da un missile iraniano abbattuto, cadere a circa 400 metri dal sito religioso nella Città Vecchia di Gerusalemme.   L’Iran ha lanciato nove salve di missili balistici contro Israele dalle prime ore di venerdì mattina fino a notte fonda, almeno tre dei quali sembravano essere dotati di testate a grappolo, danneggiando case e ferendo leggermente alcuni residenti, mentre Israele ha reso noti i nomi di diversi funzionari iraniani uccisi nei giorni scorsi.   Frammenti di un missile intercettato sono caduti nella Città Vecchia di Gerusalemme, danneggiando un parcheggio nel quartiere ebraico, a circa 400 metri dal Muro Occidentale e dal complesso della moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio.  

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Non sono stati segnalati feriti.   Un uomo presente sul posto ha documentato l’impatto in un altro video.     Il Monte del Tempio riveste un’importanza fondamentale per il cristianesimo ed è uno dei luoghi sacri più importanti sia per gli ebrei che per i musulmani; l’attacco è avvenuto proprio mentre la festività islamica di Eid al-Fitr segna la fine del Ramadano.   «Gerusalemme è un simbolo globale di santità; danneggiare l’area in cui si trovano i luoghi sacri dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam è un atto grave e inaccettabile», ha dichiarato in un comunicato il rabbino del Muro Occidentale Shmuel Rabinowitz, dopo la caduta di frammenti nella Città Vecchia all’inizio di questa settimana. «Il mondo intero riconosce che i luoghi sacri devono rimanere al di fuori di qualsiasi conflitto», ha aggiunto.   L’episodio ha fatto pensare tuttavia alle recenti parole di un altro rabbino, Yosef Mizrachi, che in un video ampiamente circolato in rete invoca un’operazione sotto falsa bandiera per distruggere la moschea di Al-Aqsa.      

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«I missili colpiranno la moschea e spianeranno il terreno per la costruzione del Monte del Tempio ebraico. Se fosse dipeso da me, l’ultima volta che hanno lanciato centinaia di missili, avrei finto che uno di essi provenisse dall’Iran e l’avrei abbattuto» dice il rabbino.   La moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo la Kaaba (la pietra nera) alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina. Il suo nome deriva dal Corano (Sura al-Isra’ 17:1), che descrive il viaggio notturno (Isra’ e Mi’raj) del profeta Maometto, che secondo il credo musulmano fu trasportato miracolosamente dalla Mecca ad Al-Aqsa, lì guidò in preghiera tutti i profeti precedenti, poi ascese al cielo.   La Moschea è al contempo al centro della guerra teologica di Israele, che ritiene che il Terzo Tempio, legato all’arrivo del messia giudaico, debba essere costruito proprio dove ora è al-Aqsa.   Come riportato da Renovatio 21, quest’anno Israele ha rifiutato di aprire la moschea per la festa di fine Ramadano, Eid al Fitr.

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Israele rifiuta di riaprire la moschea di Al-Aqsa per la fine del Ramadano

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La moschea di Al-Aqsa, uno dei siti più sacri per i musulmani a Gerusalemme, è rimasta chiusa dalle autorità israeliane, nonostante i musulmani di tutto il mondo stiano celebrando l’Eid al-Fitr, l’ultimo venerdì del Ramadano che segna la fine del digiuno.

 

Il complesso è stato chiuso durante l’attuale guerra con l’Iran e, per la prima volta dal 1967, ai fedeli non è stato concesso di celebrare la festività in quel luogo.

 

Venerdì, decine di persone si sono radunate a Gerusalemme per pregare, ma i loro tentativi di avvicinarsi alle porte della Città Vecchia sono stati respinti con gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza israeliane dislocate ai posti di blocco, come documentano le immagini girate sul posto.

 


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Il 28 febbraio, Israele ha imposto restrizioni all’accesso alla Città Vecchia, incluso il complesso della moschea di Al-Aqsa, motivandole con ragioni di sicurezza in concomitanza con l’attacco congiunto contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti. La moschea resta inaccessibile mentre il conflitto entra nella sua quarta settimana. All’inizio di marzo, un gruppo di otto nazioni a maggioranza musulmana – Egitto, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha diffuso una dichiarazione congiunta di condanna per la chiusura.

 

«Le restrizioni di sicurezza all’accesso alla Città Vecchia di Gerusalemme e ai suoi luoghi di culto, unitamente alle restrizioni di accesso discriminatorie e arbitrarie agli altri luoghi di culto nella Città Vecchia, costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale», ha affermato il gruppo, sottolineando che Israele «non ha alcuna sovranità su Gerusalemme occupata o sui suoi luoghi sacri islamici e cristiani».

 

Con l’approssimarsi della Pasqua, le misure di sicurezza imposte da Israele nella Città Vecchia mettono a rischio anche le celebrazioni cristiane. La Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro del cristianesimo, rimane inaccessibile, alimentando timori per la cerimonia del Fuoco Santo, un rito ortodosso di grande importanza che si svolge ogni anno il Sabato Santo.

 

Come riportato da Renovatio 21, la cerimonia del fuoco sacro subisce restrizioni da parte dello Stato Ebraico che le chiese definiscono «irragionevoli».

 

Quest’anno la cerimonia è prevista per l’11 aprile e non è ancora chiaro se ai gerarchi cristiani e ai fedeli sarà permesso l’accesso alla chiesa. Per i cristiani ortodossi, l’impossibilità di ottenere il Fuoco Sacro è considerata un cattivo presagio e potenzialmente un segnale dell’avvicinarsi della fine dei tempi.

 

Come riportato da Renovatio 21, quattro anni fa emersero immagini preoccupanti di un raid delle forze israeliane nella Moschea di Al-Aqsa, dove rimasero feriti molti fedeli musulmani palestinesi.

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La moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo la Kaaba (la pietra nera) alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina. Il suo nome deriva dal Corano (Sura al-Isra’ 17:1), che descrive il viaggio notturno (Isra’ e Mi’raj) del profeta Maometto, che secondo il credo musulmano fu trasportato miracolosamente dalla Mecca ad Al-Aqsa, lì guidò in preghiera tutti i profeti precedenti, poi ascese al cielo.

 

Per i musulmani rappresenta un simbolo di unità profetica, santità e connessione divina. Fu la prima qibla (direzione della preghiera) prima di volgersi verso la Mecca.

 

Oggi è al centro del complesso del Monte Majid, detto anche al-Haram al-Sharif (il «Nobile Santuario»), considerato benedetto e vicino al paradiso. Rappresenta fede, identità e resistenza per i musulmani, specialmente palestinesi, e suscita profonda emozione globale quando la sua integrità è minacciata.

 

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Islamabad, la tragedia dei rifugiati cristiani afghani

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La ripresa del conflitto tra Pakistan e talebani indebolisce ulteriormente la situazione delle famiglie registrate come rifugiati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che spesso vivono nell’anonimato per motivi di sicurezza, temendo di essere rimandate a Kabul da un governo che le perseguita.   Per i convertiti e le altre minoranze religiose, l’ascesa al potere dei talebani rappresentò un pericolo immediato, poiché l’abbandono dell’Islam è considerato un grave crimine secondo la legge della sharia. Molti fuggirono impreparati, abbandonando le proprie case, i propri averi e, in alcuni casi, i familiari impossibilitati a mettersi in salvo.   La loro registrazione presso l’UNHCR in Pakistan ha portato solo un sollievo parziale. Molti rifugiati vivono in una condizione di limbo prolungato, dipendenti da aiuti limitati e dalla buona volontà delle comunità locali. Questa situazione è resa ancora più precaria dalla recente recrudescenza del conflitto al confine tra Pakistan e Afghanistan.   A differenza di altre popolazioni di rifugiati, le famiglie cristiane spesso restano nascoste per motivi di sicurezza. La visibilità pubblica potrebbe esporle a minacce, stigmatizzazione o attenzioni indesiderate, sia da parte di soggetti ostili sia a causa del precario contesto giuridico che circonda i migranti senza documenti o con documenti incompleti.

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Molti rimangono traumatizzati dopo aver ricevuto minacce o aver affrontato viaggi pericolosi. I genitori vivono nella costante preoccupazione per la sicurezza e il futuro dei propri figli, soprattutto quando l’accesso all’istruzione è incerto. Le famiglie spesso condividono alloggi angusti per ridurre le spese e gli adulti faticano a trovare un lavoro regolare. La pressione economica può spingerli verso l’indebitamento, la tossicodipendenza o condizioni di lavoro abusive.   La paura di persecuzioni è aggravata dall’ansia legata all’incertezza del loro status giuridico in Pakistan. Le recenti campagne per espellere i migranti senza documenti hanno suscitato diffusa preoccupazione tra i rifugiati afghani, compresi quelli registrati presso l’UNHCR. Molti vivono nel costante timore di essere arrestati, detenuti o rimpatriati con la forza.   Per i cristiani afghani, l’espulsione avrebbe conseguenze esistenziali: il loro ritorno in Afghanistan li esporrebbe a gravi persecuzioni, alla prigione o a un destino peggiore, a causa della loro fede. Le famiglie riferiscono di limitare i propri spostamenti, di tenere i figli a casa e di evitare ospedali, scuole e uffici pubblici per ridurre il rischio di essere identificate.   Donne e ragazze affrontano ulteriori vulnerabilità. In alcuni casi, vedove o donne separate dai parenti maschi devono cavarsela da sole in ambienti urbani sconosciuti, prendendosi cura dei propri figli. L’assenza di una rete familiare allargata, pilastro del sostegno sociale nella società afghana, aggrava il loro senso di spaesamento.   Gli operatori umanitari segnalano sintomi di ansia cronica, insonnia e depressione tra i rifugiati perseguitati e che affrontano un futuro incerto. L’impossibilità di fare progetti, anche solo per i mesi a venire, crea un senso di incertezza. In questi momenti difficili, le comunità religiose diventano spesso una rete informale di supporto.   Storicamente, le istituzioni religiose in Pakistan hanno svolto un ruolo discreto ma importante nell’assistenza ai migranti vulnerabili, fornendo loro cibo, consigli e sostegno spirituale laddove le strutture ufficiali non riescono a intervenire.   Il Pakistan ospita milioni di afghani da oltre quarant’anni. Gli osservatori sottolineano che i gruppi più piccoli, in particolare le minoranze religiose, necessitano di un sostegno mirato e di procedure di reinsediamento accelerate, poiché il ritorno in Afghanistan – che Islamabad continua a promuovere – non è né un’opzione sicura né praticabile.   Per questi cristiani, la sicurezza non è semplicemente l’assenza di violenza. È riconoscimento, protezione legale e la possibilità di un futuro che vada oltre la mera sopravvivenza. Per ora, queste famiglie continuano ad aspettare, sperando che il mondo le veda prima che la loro resilienza ceda il passo alla disperazione.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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