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Gender

Un «gruppo di studio» vaticano sta disgregando la fede e la morale

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Parlare di «disintegrazione» è un termine fin troppo debole per descrivere la relazione finale del Gruppo di Studio n. 9 sui «criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche». In realtà, si dovrebbe parlare di annientamento: non rimane nulla né della teologia né della morale.

 

Ricordiamo che, tra le due sessioni del Sinodo sulla Sinodalità, Papa Francesco ha istituito dieci gruppi di studio che avrebbero dovuto presentare la loro relazione finale entro giugno 2025. Tuttavia, la morte di un pontefice e la sua elezione hanno ritardato i lavori, che ora sono in fase di completamento. Il Gruppo n. 9 ha presentato la sua relazione, che è davvero straordinaria.

 

Una lezione sulle cose

Dopo aver delineato la loro metodologia – che verrà analizzata in seguito – gli autori del rapporto del gruppo di studio n. 9 forniranno due esempi di applicazione del loro metodo: il caso di persone religiose che provano attrazione per persone dello stesso sesso e quello della «nonviolenza attiva». È il primo di questi che ci interessa.

 

Il principio guida degli autori è così formulato: «Offrire una riflessione puramente “astratta” e/o “generale'” avrebbe portato il documento a ricadere in una prospettiva di risoluzione dei problemi , o in quella di coloro che pretendono di dedurre le azioni dalla semplice applicazione delle norme, o addirittura in quella di coloro che prendono posizione in una controversia – precisamente le prospettive che il nostro documento intende trascendere».

 

Di cosa si tratta, dunque? «Il nostro obiettivo è condurre un esercizio di discernimento sulle narrazioni – nonostante il limite di non avere le persone presenti come interlocutori diretti – identificando le fasi di sviluppo all’interno di queste narrazioni».

 

Le storie scelte dagli autori

Si tratta di due testimonianze «selezionate tra i numerosi contributi ricevuti in merito a questa problematica emergente», spiega il rapporto. Prima di considerare come affrontarle, analizziamo le narrazioni.

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Testimonianza dal Portogallo

Quest’uomo, di cui non viene specificata l’età, descrive un difficile percorso nella sua giovinezza, dovuto al suo ripiegamento su se stesso, legato a un’omosessualità vissuta in solitudine, ma inizia a sentire «l’intensa e amorevole chiamata di Cristo» verso la sua integrità e pienezza, verso l’integrazione di ogni parte di sé nello sguardo amorevole di Dio.

 

Prosegue: «incontrare l’uomo che ora è mio marito 20 anni fa, all’età di 19 anni, è stata un’esperienza trasformativa», perché può condividere i suoi «valori fondamentali». Spiega: «La mia sessualità non definisce la mia vita, ma ne è parte integrante; senza riconoscerla, non posso essere completo». Da allora, il testimone vive la sua vita «in profonda pace con Dio, che mi conosce fin dal grembo di mia madre».

L’uomo racconta le sue passate difficoltà: «ho assistito agli effetti devastanti delle “terapie di conversione” e alla disgregazione delle famiglie, che mi sono sembrati un attacco alla creazione sensibile e innocente di Dio. Queste esperienze sono profondamente dolorose perché offendono la dignità intrinseca di chiunque provi semplicemente amore per un’altra persona dello stesso sesso».

 

La logica deriva da queste false premesse: «il vero peccato non è stato il mio amore, ma la mia mancanza di fiducia nel Suo [di Cristo] desiderio che io conduca una vita appagante», osserva. E ancora: «sebbene io sia in una relazione omosessuale, credo sinceramente che il segno di Dio nella mia vita risieda nei doni che mi ha dato: fedeltà e coraggio, essenziali per costruire una vita di fede e servizio condivisa con mio marito».

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Testimonianza dagli Stati Uniti

Questa seconda testimonianza è ancora più sconvolgente e mostra la progressiva scomparsa, tra i cattolici, di una corretta valutazione del peccato di omosessualità.

 

Il testimone inizia affermando: «La mia sessualità non è né una perversione, né un disordine, né una croce da portare; è un dono di Dio. Vivo un matrimonio felice e appagante e prospero pienamente come cattolico apertamente gay», afferma questo nuovo testimone. E non esita ad aggiungere: «Ringrazio Dio per la mia sessualità e per il mio posto nella vita. Se potessi scegliere di essere gay, lo farei, perché è un modo potente e meraviglioso per riflettere l’immagine di Dio nel mondo».

 

Il resto è altrettanto spaventoso e doloroso: «oggi ringrazio Dio per mio marito, che ho conosciuto cinque anni fa. È stato la più grande fonte di apprendimento e grazia nella mia vita. (…) Siamo orgogliosi di costruire la nostra famiglia insieme».

 

Il testimone spiega il forte sostegno ricevuto alla Fordham University, un’università «cattolica» legata ai gesuiti: «professori, amici e colleghi sostenevano in modo schiacciante le persone LGBTQ, e il dipartimento stesso contava circa un terzo di persone LGBTQ. (…) Leggere la Bibbia nel suo contesto mi ha fatto capire che le interpretazioni tradizionaliste hanno poco da dire sulle relazioni omosessuali contemporanee e che affermano la vita».

 

L’uomo iniziò quindi a frequentare parrocchie «con ministeri LGBTQ, dove gli omosessuali sono accolti come membri a pieno titolo, ma possono anche cantare nel coro, servire come ministri durante la Messa o insegnare catechismo». Questo lo portò «a considerare la mia sessualità come una benedizione, non come un peso». Concluse questa sezione affermando che «il Corpo di Cristo è incompleto senza i suoi membri LGBTQ».

 

La persona in questione ammette di frequentare una chiesa episcopale (protestante), ma di partecipare anche alla messa cattolica: «la mia parrocchia mi accetta per come sono. Quando mio marito mi accompagna, ci sediamo insieme come marito e marito e ci sentiamo a casa. Sono coinvolta nella vita parrocchiale e i sacerdoti, così come gli altri parrocchiani, mi rispettano».

 

Il discernimento sinodale del gruppo di studio n. 9

Ascoltando le due testimonianze

Occorre tenere presente che i membri del gruppo di studio volevano fornire un modello per l’intera Chiesa. La lettura rivela un dossier interamente orientato all’errore.

 

Il rapporto sottolinea che «in questo contesto, risulta decisivo il rapporto personale con Cristo, che ci ama tutti nella nostra totalità e integrità », un’affermazione molto ambigua, poiché è necessario distinguere tra tendenze e atti peccaminosi.

 

Il testo osserva che «la storia testimonia la scoperta che il peccato, alla sua radice, non risiede nella relazione di coppia (omosessuale), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».

 

La testimonianza, commenta il rapporto, «mostra come lo studio della teologia abbia aperto nuovi orizzonti per un’interpretazione contestuale della Bibbia, andando oltre le letture tradizionaliste, o persino fondamentaliste».

 

Ricordiamo che il Catechismo della Chiesa Cattolica , che dovrebbe essere normativo per gli autori, afferma: «Basandosi sulla Sacra Scrittura, che li presenta come gravi depravazioni (cfr. Gen 19,1-29; Rom 1,24-27; 1 Cor 6,10; 1 Tim 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati”». Saranno condannati per questa descrizione completamente eterodossa?

 

E per concludere questo paragrafo: «in definitiva, questa testimonianza sottolinea come la comunità cristiana, a tutti i livelli – locale e universale – possa rappresentare un luogo decisivo di ‘guarigione e inclusione’ attraverso pratiche di accoglienza e ospitalità».

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La sfida: esperienze, pratiche e know-how

Gli autori individuano «resistenze e difficoltà legate alla perpetuazione di schemi preesistenti e riduttivi» – riferendosi all’immutabile dottrina rivelata – ma anche «segni di inizio di sviluppo e cambiamento», capaci di stabilire prospettive del tutto nuove, per un discernimento più profondo dell’esperienza di fede delle persone omosessuali.

 

Questa osservazione solleva interrogativi sulle radici di atteggiamenti che si rifiutano di riconoscere la condizione degli individui (solitudine, mancanza di speranza, persino depressione), nonché sulla «disgregazione della separazione tra fede e sessualità».

 

Tra gli aspetti positivi, occorre sottolineare «la stabilità di una sana relazione affettiva»; «il potere liberatorio di un incontro personale con Cristo, che ci ama così come siamo»; «il contributo specifico di una teologia capace di aprire una lettura contestuale ed ermeneutica della Bibbia».

 

Il punto successivo ci svela un trucco di magia: la completa scomparsa di una dottrina ancora insegnata dalla Chiesa.

 

Il testo inizia «individuando una difficoltà nel coordinare la pratica pastorale e l’approccio dottrinale», una difficoltà che esiste solo per coloro che hanno già rinnegato la dottrina . «Queste posizioni polarizzate (…) causano profonde sofferenze (…) e scatenano conflitti all’interno della Chiesa».

 

«La sfida (…) è quella di andare oltre il modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”» – immutabilmente rivelato . «Il compito consiste nel riscoprire una feconda circolarità tra teoria e prassi, riconoscendo che la riflessione teologica stessa procede dalle esperienze del “bene” iscritto nel sensus fidei fidelium».

 

Possibili vie per il discernimento sinodale

Il culmine di tutti questi sforzi saranno le vie tracciate per travisare ulteriormente la dottrina e la morale nelle sabbie mobili del personalismo, una nuova ermeneutica delle Sacre Scritture e dello storicismo che mostra l’umanità – redenta in questo caso – lanciata verso il progresso.

 

«Consapevoli del ruolo centrale della Parola di Dio nella vita della Chiesa, è essenziale dedicare del tempo ad approfondire la nostra comprensione dei passi biblici che – direttamente o indirettamente – vengono invocati per interpretare il significato dell’omosessualità nella prospettiva dell’antropologia biblica. È necessario andare oltre la mera ripetizione della loro presentazione attuale e tenere conto delle intuizioni derivanti da diverse letture esegetiche».

 

Mosè, San Paolo, l’intera Tradizione e persino il Catechismo , sono tutti in errore. Devono essere reinterpretati per i credenti di oggi, anche se ciò significa far loro dire l’opposto di ciò che pensavano e dicevano.

 

Attingendo a una distinzione insegnata ovunque ma riscoperta « tra atti omosessuali e condizione o tendenza omosessuale », combinata con « una prospettiva proveniente dalle scienze psicologiche», la comunità cristiana deve chiedersi: «Come possiamo comprendere meglio l’esperienza umana e morale dei credenti che provano attrazione per persone dello stesso sesso, basandoci (…) anche su un approccio transdisciplinare?»

 

Poiché la Sacra Scrittura è chiaramente incompleta, le scienze psicologiche devono venirle in aiuto, e di fatto sostituirla, al fine di «progettare e gestire un ministero pastorale che si lasci mettere in discussione da questa testimonianza».

 

Infine, ultimo ma non meno importante , «è necessario affrontare con parrhesia la questione che si ripropone costantemente: possiamo parlare di ‘matrimonio’ ​​in riferimento a persone con attrazioni omosessuali, assimilando la loro relazione all’unione matrimoniale eterosessuale senza riconoscerne le differenze?»

 

Introdurre il concetto di matrimonio per gli omosessuali è il penultimo tocco distruttivo alla morale, prima dell’ultimo che si propone di chiedersi «come la comunità cristiana è chiamata a interpretare e affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nella vita familiare, ecclesiale e sociale, riguardo alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso».

 

In altre parole, queste unioni di fatto non vengono messe in discussione e l’educazione di bambini poveri all’interno di tali «unioni» è pienamente accettata. Basta solo interpretarla…

 

Il titolo preannunciava una disgregazione della fede e della morale: a quanto pare, non esagerava.

 

Per i lettori interessati, le basi di questa annientamento, esposte nelle prime due parti del testo, vengono analizzate di seguito.

 

La metodologia

Questa relazione inizia descrivendo la metodologia utilizzata. Il punto di partenza è l’osservazione dell’inadeguatezza dei «nostri attuali paradigmi operativi», ovvero del nostro modo di praticare la fede cattolica. Il documento si propone di indicare il percorso per superare tale inadeguatezza. Il processo viene brevemente descritto prima di essere spiegato in dettaglio:

 

«Il riconoscimento di questioni che oggi consideriamo “controverse” può rappresentare, in una prospettiva positiva, l’emergere di esperienze che spingono la Chiesa a cogliere ed esprimere, a un livello inedito e più profondo, la propria appropriazione e articolazione, nel presente momento storico e nella diversità di contesti e situazioni, del messaggio senza tempo del Vangelo destinato a tutti».

 

Ma «per essere autentico e fruttuoso, l’ascolto di queste esperienze richiede un’attenta integrazione e valorizzazione di ciò che possiamo imparare da esse attraverso il contributo delle discipline umanistiche, delle scienze sociali e delle scienze naturali», rendendo queste ultime uno spazio teologico…

 

Conversione relazionale e dinamiche sociali

La prima parte descrive in dettaglio le basi di questo cambio di paradigma in termini di filosofia personalista. Si possono individuare altre influenze: la fenomenologia, attraverso l’importanza del «corpo vissuto» e del «volto dell’altro»; la filosofia del linguaggio e della relazione (Martin Buber); e anche l’ermeneutica e la storicità: «la verità universale dell’umano (…) si trova nelle forme concrete delle diverse culture».

 

Il processo sinodale come implementazione di 3 dinamiche che favoriscono un cambio di paradigma

 

Questo sviluppo si basa su diversi modelli provenienti dalle scienze dell’educazione e dalla filosofia sociale, come le «comunità di pratica» di Étienne Wenger e l’apprendimento situato di Jean Lave; il legame tra teoria e pratica – sottolineato più volte – rimanda a John Dewey; infine, l’interdisciplinarità e la transdisciplinarità richiamano alla mente Edgar Morin. Ci troviamo di fronte a un quadro concettuale connesso alle scienze dell’educazione, alla filosofia personalista e alla dottrina sociale.

 

Conversione relazionale

Anche in questo caso, le fonti sono facilmente identificabili. Il metodo di questa conversione fonde l’etica delle relazioni e della responsabilità (Emmanuel Levinas, Martin Buber). Il testo evoca inoltre il «mezzo» o la comunicazione nel tempo, riecheggiando Jürgen Habermas.

 

Per quanto riguarda il «tempo intermedio», il «tempo prospettico» e la continuità delle relazioni nella storia, questi concetti rimandano a Paul Ricoeur. Il legame circolare tra teoria e pratica riflette il pragmatismo di John Dewey e la sua co-costruzione del significato: «concepire insieme la struttura… entro la quale possono emergere i problemi».

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Principi pastorali e cambio di paradigma

Principio della cura pastorale

Il documento afferma che questo principio pastorale è la chiave del cambiamento in atto nella Chiesa: l’annuncio del Vangelo non è solo dottrinale, ma anche relazionale. Il testo si rifà a Dei Verbum (l’annuncio della Parola), Gaudium et Spes (la necessità di comprendere i segni dei tempi), Ad Gentes (contestualizzazione e inculturazione) e Lumen Gentium, che definisce la Chiesa come Popolo di Dio in missione.

 

Cambio di paradigma

L’espressione si ripete circa quindici volte. Per aiutare il lettore, è necessario spiegarla. Si riferisce al desiderio di allontanarsi dal metodo «preconciliare» che separava la teologia dalla vita. Pertanto, in una Chiesa sinodale missionaria, è essenziale comprendere l’importanza delle relazioni, della storia delle persone, dell’esperienza e dell’azione concreta. – Una grande scoperta!

 

Infine, non dobbiamo dimenticare un punto centrale: la fede è comunitaria, la relazione con Dio costruisce un «noi» ecclesiale.

 

Il testo appare profondamente personalista, intriso di fonti filosofiche discutibili, zeppo di riferimenti a dottrine pedagogiche, formando un insieme alquanto indigesto, in cui gli elementi cattolici appaiono quasi come corpi estranei, e si propone come una guida al corretto utilizzo della sinodalità per risolvere le «questioni emergenti».

 

L’obiettivo, in realtà, non è risolvere il problema, bensì sfidare la dottrina e adattarsi francamente al mondo. Ciò ha richiesto il passaggio attraverso le Assemblee sinodali, che hanno fornito a teologi e prelati rivoluzionari le basi per le loro speculazioni: l’omosessualità, presente nella società contemporanea e vissuta da alcuni fedeli. Attraverso il processo sinodale in corso, essa deve ora essere accettata e riconosciuta come un dono di Dio.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Gender

Ex star della NBA vogliono iscriversi al campionato femminile

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L’ex giocatore NBA Enes Kanter Freedom, alto 2,08 metri e con undici stagioni alle spalle (Utah Jazz, Oklahoma City Thunder, New York Knicks, Portland Trail Blazers e Boston Celtics), ha annunciato di volersi candidare al draft (‘evento annuale in cui le squadre scelgono i nuovi giocatori giovani provenienti dai college o da altre nazioni) del campionato di pallacanestro femminile WNBA del 2027.   In un video pubblicato su X ha dichiarato di aver esaminato le linee guida della lega femminile e di ritenersi idoneo: «Se dichiarare chi sei è tutto ciò che serve, allora soddisfo ogni requisito». Ha poi inviato una lettera formale alla commissioner Cathy Engelbert per entrare nel pool dei giocatori.    

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  Subito dopo è arrivata la dichiarazione di Royce White, altro ex NBA (pochi minuti di gioco nella sua carriera) e oggi candidato repubblicano al Senato. Lo White, che è nero, ha affermato di identificarsi «a volte come donna ai fini del basket professionistico» e di voler inseguire una carriera in WNBA.     Il Kanter Freedom aveva già nel 2023 ironizzato: «Dato che sono stato ostracizzato dalla NBA, dovrei mettermi una parrucca, identificarmi come donna e dominare la WNBA?». L’obiettivo dichiarato è evidenziare l’ambiguità delle regole.   Enes ha giocato per varie squadre NBA, tra cui gli Utah Jazz di Salt Lake City, dove il direttore di Renovatio 21 ha avuto modo di vederlo e forse pure, ma si ricorda non benissimo, stringergli la mano in un ascensore quando glielo presentò un amico comune.   L’attivismo politico non è una novità per il personaggio, che ha aggiunto legalmente il cognome Freedom (libertà in inglese) nel novembre 2021, in occasione del ottenimento della cittadinanza statunitenseper simboleggiare la sua lotta per i diritti umani e la libertà di espressione, dopo essere diventato un esiliato politico ed essere perseguito dal governo turco d’Erdogan a causa delle sue forti critiche.   Nel corso di questi anni, il cestista ha criticato apertamente le violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare il trattamento degli uiguri e l’uso del lavoro forzato. Si è espresso anche su Turchia, Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Il governo di Ankara lo aveva reso apolide e oggetto di mandati di cattura internazionali: va ricordato che a partire dalla seconda elementare, Kanter ha frequentato scuole affiliate a Hizmet, parte del movimento di Fetullah Gulen, prima alleato poi acerrimo nemico di Erdogan. Anche la stella calcistica dell’Inter Hakan Sukur, gulenista che pure ebbe l’Erdogano (e il Guleno) alle sue nozze, si trova in una situazione non dissimile, e farebbe ora il tassista in Silicon Valley.

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Il Collective Bargaining Agreement della WNBA stabilisce semplicemente che «solo le giocatrici che sono donne sono eleggibili». Non definisce però cosa si intenda per «donna» né fornisce criteri medici o biologici chiari sulla partecipazione di persone transgender. Questa lacuna è al centro del dibattito acceso dopo le dichiarazioni della giocatrice Indiana Fever Sophie Cunningham, che ha chiesto di proteggere le atlete biologiche negli spogliatoi e in campo.   Nella storia della WNBA l’unica figura apertamente transgender e non binaria è stata Layshia Clarendon (AFAB, nata femmina), che ha giocato per dodici stagioni e si è ritirata nel 2024. Nessun uomo biologico ha mai gareggiato nella lega come donna.   La mossa di Kanter Freedom e White ha riacceso lo scontro tra chi chiede politiche basate sul sesso biologico per preservare equità e sicurezza, e chi sostiene l’autoidentificazione. La commissioner Engelbert ha annunciato discussioni interne. Intanto i due ex NBA insistono: «Le regole sono regole». La WNBA si trova ora a dover chiarire, sotto i riflettori, chi può davvero calcare i suoi campi.   Si tratta, ad ogni modo, di un momento d’oro per la WNBA, che offre generalmente, come tanti sport femminili, ore ed ore di noia e gioco inguardabile – il lettore di Renovatio 21 ricorderà la notizia del misterioso lancio in campo di vibratori colorati lo scorso anno.   La Cunningham aveva destato interesse internazionale, divenendo di fatto un meme, quando in una partita di settimane fa aveva protestato ad un fallo semplicemente puntando l’indice contro l’avversaria per 22 secondi netti, senza proferire parola.

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La bionda occhiocerulea Cunningham, che è in squadra nelle Indiana Fever con Caitlin Clark, un’altra campionessa bianca bersagliata in un campionato dove le negre sono la maggioranza, è stata oggetto di un fallo terrificante da parte di DiJonai Carrington, che in seguito all’espulsione ha parlato di «white privilege», privilegio bianco.     La situazione quindi si sta spostando dall’asse sessuale a quella razziale. Tutto questo caos polemico ha fatto arrivare finalmente, dicono gli osservatori, un po’ di attenzione per il basket femminile, la cui spettacolarità è seriamente discutibile, ma le cui zuffe (vere irresistibili catfight tra spilungone) stanno ora offrendo materiale da popcorni.   La Cunningham nel frattempo si gode la popolarità, al punto da improvvisarsi miss portacartelli ai grandi incontro di MMA dell’UFC. Non nascondiamo che vedere Kanter e White giocare con delle donne non ci dispiacerebbe, e pensiamo che la naturale conseguenza di questo non potrebbe che essere un campionato di fatto «misto». Cosa che, chiediamoci perché, non potrebbe avvenire nel caso l’NBA ammettesse tra le sue squadre delle donne…   Una volta entrati gli uomini, è chiaro che le squadre «femminili», con gli sponsor e la voglia di vincere alle calcagna, non potrebbero che aumentare il numero di maschi in campo: abbiamo visto questo pendìo scivoloso in Italia con il numero di giocatori stranieri in ogni squadra (e il risultato è una nazionale che non va ai mondiali da 12 anni).   E quindi, avremmo alla fine due campionati maschili… Questo, cosa dice dell’intera questione gender?   E ancora più doloroso: che cosa dice dello sport femminile?  

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 Immagine di Enes Kanter via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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Il cardinale arcivescovo di Tokyo elogia la nuova campagna statale giapponese pro-LGBT

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Il cardinale arcivescovo di Tokyo ha espresso apprezzamento per il piano recentemente annunciato dal governo giapponese finalizzato a promuovere l’educazione sulle persone che si identificano come LGBT. Lo riporta LifeSite.

 

Il cardinale Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo, ha dichiarato a UCA News che «è significativo che il governo giapponese abbia chiaramente articolato una politica volta ad approfondire la comprensione delle minoranze sessuali».

 

Il piano, approvato il 16 giugno, deriva dal LGBT Understanding Promotion Act del 2023 e, a quanto pare, «mira a stabilire linee guida fondamentali per governi, scuole e imprese».

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Il cardinal Kikuchi sembrava operare una distinzione tra la moralità dell’omosessualità e la psicologia che ne sta alla base.

 

Secondo quanto riportato da UCA News, l’approccio della Chiesa cattolica alle minoranze sessuali comporta sia una dimensione etica fondata sulla fede, sia una comprensione più approfondita della vita umana stessa.

 

Il porporato nipponico ha sottolineato che «una comunità inclusiva che accoglie tutti non è lo scopo del nostro atteggiamento in quanto tale; piuttosto, è il primo passo verso la realizzazione del mondo che Dio ci chiama a costruire». Ha quindi evitato di esprimere in modo esplicito la posizione della Chiesa sull’immoralità degli atti omosessuali.

 

Kikuchi fu nominato vescovo da Papa Giovanni Paolo II nel 2004 e cardinale da Papa Francesco nel 2024.

 

Il piano giapponese per il 2026 per la promozione della consapevolezza LGBT prevede un’educazione pubblica che include l’utilizzo da parte del governo di opuscoli, video formativi e altro materiale educativo sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

 

Tale programma educativo dovrà estendersi alle scuole, dove gli insegnanti dovranno essere formati per comprendere le tematiche LGBT e per affrontare il bullismo e la discriminazione. Il piano incoraggia inoltre i luoghi di lavoro ad essere accoglienti nei confronti delle persone che si identificano come LGBT e affronta in modo specifico insulti, molestie e la rivelazione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di qualcuno senza il suo consenso («outing»).

 

Il Giappone rimane uno dei pochi Paesi del mondo sviluppato, insieme a Paesi come la Corea del Sud e la Repubblica Ceca, a non aver legalizzato il cosiddetto «matrimonio» omosessuale.

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Tuttavia, sebbene anche la premier giapponese, Sanae Takaichi, si opponga al cosiddetto «matrimonio» omosessuale, il Paese, fortemente laico, sostiene in larga parte questa pratica deviante: secondo un sondaggio Pew del 2023, circa il 70% dei giapponesi sarebbe favorevole al «matrimonio» omosessuale, il tasso di accettazione più alto tra tutti i Paesi asiatici presi in esame.

 

Come riportato da Renovatio 21, a novembre, la Corte di Tokyo ha stabilito che il divieto giapponese di «matrimonio» omosessuale è costituzionale, in una decisione insolita che si discosta da una serie di sentenze dei tribunali del Paese che avevano stabilito che la mancanza di riconoscimento legale del «matrimonio» omosessuale violava la Costituzione. Tuttavia, le alte corti giapponesi non hanno l’autorità di invalidare la legge vigente, il che rende queste sentenze puramente simboliche.

 

Come riportato da Renovatio 21, il tema dell’ascesa LGBT fu al centro di una notevole frizione tra l’ambasciatore USA a Tokyo nel 2023, l’ebreo obamiano Rahm Emanuel, e la Shinseiren («Associazione Nazionale per la Guida Spirituale»), cioè la maggiore sigla della religione scintoista, che già l’estate precedente aveva distribuito un opuscolo di 94 pagine a una grande riunione per i membri affiliati della Dieta giapponese, appoggiandosi per lo più del Partito Liberal Democratico al governo. Il testo includeva la trascrizione di una conferenza che descriveva l’omosessualità come «un disturbo mentale acquisito, una dipendenza» che poteva essere risolta con la «terapia riparativa».

 

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Vescovo afferma che «l’omosessualità non è un peccato» durante una conferenza a favore dei diritti omotransessuali

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Un vescovo cattolico messicano ha dichiarato, durante un incontro a favore dei diritti LGBT, che l’omosessualità «non è un peccato» e ha affermato che «senza la comunità LGBT, la Chiesa non è completa». Lo riporta LifeSite.   Dal 30 luglio al 2 agosto a Torreon, in Messico, si è svolto il quarto incontro nazionale della Red Catolica Arcoiris Mexico, un raduno di quasi 100 rappresentanti di gruppi locali a favore della comunità LGBT. La messa di apertura è stata celebrata nella cattedrale locale, presieduta dal vescovo Luis Martin Barraza Beltran di Torreon, mentre l’omelia è stata pronunciata dal vescovo Raul Vera Lopez, già vescovo di Saltillo.   «La Chiesa ha una seria responsabilità», ha affermato monsignor Vera Lopez durante l’omelia. «L’omosessualità non è un peccato. È una cosa naturale e non una perversione o una malattia umana». Ha inoltre insistito sul fatto che i cattolici che si identificano come LGBT «hanno il diritto» di partecipare pienamente alla vita ecclesiale e di «esercitare una guida della fede tra noi», concludendo: «Senza la comunità LGBT, la Chiesa non è completa».   Il vescovo ha inoltre esortato le comunità cattoliche ad accogliere senza esclusione le persone che si identificano come LGBT, sostenendo che la loro partecipazione non dovrebbe essere vista semplicemente come un atto di buona volontà, ma come un obbligo morale. Ha ribadito che l’orientamento sessuale è un aspetto intrinseco della persona umana e ha respinto l’idea che debba essere considerato una scelta volontaria o una condizione moralmente riprovevole.   Monsignor Vera López ha inoltre incoraggiato Red Catolica Arcoiris Meéxico a continuare a rafforzare il proprio lavoro come comunità di fede composta da persone che si identificano come LGBT e dai loro sostenitori, affermando che la testimonianza del gruppo dovrebbe contribuire a quella che ha definito una Chiesa più aperta e una società caratterizzata da rispetto, unità e inclusione.

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Le dichiarazioni del vescovo hanno suscitato polemiche in Messico. Dopo le critiche, monsignor Vera Lopez ha pubblicato una dichiarazione sul suo account Facebook ringraziando coloro che gli hanno espresso sostegno, ma deplorando quelle che ha definito critiche e calunnie dirette contro di lui perché si considera «fratello, pastore e amico» di coloro che si identificano come LGBT.   «Coloro che spesso condannano una persona per le sue inclinazioni sessuali sono persone che hanno bisogno non solo di educazione e aggiornamento, poiché sono rimaste ancorate alla tradizione del II secolo, ma anche di un cuore nuovo, come scrive il profeta Ezechiele», ha scritto monsignor Vera Lopez nel suo post su Facebook dopo aver ribadito la sua tesi centrale secondo cui «l’omosessualità non è un peccato».   All’incontro, a sostegno dei diritti LGBT, hanno partecipato delegati provenienti da diverse regioni del Messico. Le attività hanno incluso workshop, riunioni, l’elezione di una nuova dirigenza nazionale per l’organizzazione e un discorso di apertura tenuto dal padre gesuita James Martin tramite Zoom.   Il vescovo Vera Lopez è da tempo impegnato in iniziative a favore delle comunità LGBT all’interno della Chiesa cattolica messicana. Nel 2014 ha battezzato una bambina di 16 mesi cresciuta da una coppia di lesbiche. L’evento ha suscitato scalpore a causa del sostegno di lunga data del vescovo alle cause LGBT, inclusa la sua precedente affiliazione a un gruppo che promuoveva lo stile di vita omosessuale.   Inoltre, nel 2011, il Vera Lopezzo era a capo di due organizzazioni per i «diritti umani» che hanno firmato numerosi documenti a favore della depenalizzazione dell’aborto. Sebbene il vescovo abbia negato di essere «a favore dell’aborto», le sue organizzazioni hanno appoggiato dichiarazioni a sostegno dell’accesso all’aborto e contrarie agli emendamenti costituzionali pro-vita.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2025, la «pastora» anglicana lesbica Emilie Teresa Smith, unita in matrimonio con una persona dello stesso sesso, ha partecipato a una messa a Saltillo, in Messico, insieme al monsignor Vera Lopez, apparentemente «concelebrando» sussurrando le parole della consacrazione, elevando il calice, leggendo il Vangelo, pronunciando un’omelia e ricevendo in seguito l’Eucaristia – molte delle quali sono vietate dal diritto canonico cattolico ai non cattolici e ai laici. Il vescovo ha difeso la sua presenza, presentandola come un atto di ecumenismo e inclusione.    

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