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Politica

Il principe Ranucci e i grembiuletti rossi: favola dell’Estate

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È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh».

 

Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon.  Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.

 

Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.

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Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?

 

Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?

 

Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.

 

Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerinaper fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).

 

Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?

 

Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.

 

Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.

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Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.

 

C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.

 

Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report  Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo».

Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.

 

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Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.

 

Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?

 

C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.

 

Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa.  C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo

 

Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.

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Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.

 

Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.

 

Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.

 

Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.

 

E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)

 

E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?

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Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.

 

Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.

 

Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di  presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni  giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).

 

È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.

 

Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».

 

«Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».

 

I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente  sui quotidiani ora?

 

Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.

 

Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».

 

Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.

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A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».

 

Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.

 

Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».

 

«Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.

 

Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?

 

Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?

 

Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?

 

Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di Arezzo TV via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

Politica

«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente

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Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.   «Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».   «Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.   «Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».

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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.   Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.   Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.  
  • Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
  • Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
  • Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
  • Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
  • Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
  • Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
  • Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
  • Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
  • Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
  • Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
  • Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
  • Franco Battiato — esoterico cantante etneo
  • Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
  • Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
  • Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
  • Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
  • Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
  • Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
  • Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
  • Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
  • Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
  • Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
  • Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
  • Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
  • Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
  • Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè

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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.   Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.   Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.   Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.  

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Politica

Trump: l’Irlanda sarà riunificata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.

 

La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.

 

Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».

 

Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.

 

Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».

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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.

 

I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.

 

L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.

 

Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».

 

Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Politica

Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino

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Vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino, esattamente come ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.   Ci teniamo, perché deve essere significato un concetto di fondo: lo Stato moderno, basato sulla Necrocultura, non può che onorare eroi come Emma, 11 mila e passa aborti fatti con le sue proprie mani, più diversi milioni indirettamente cagionati dalla legge che aveva lottato per ottenere.   Lo sappiamo, non è solo l’aborto. C’è l’eutanasia, c’è un po’ di geopolitica oscura, c’è molto altro nella storia della cocca di Soros e Bergoglio. La sostanza rimane la stessa: sappiamo quali padroni, forse un livello ancora più su,  i radicali italiani hanno servito in tante decadi.   Un po’ di storia.

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La giovane Bonino, si racconta, ad un certo punto va in cerca di qualcuno che le procuri un aborto illegale per un prezzo minore di quello che le hanno chiesto in precedenza. Si troverà in Toscana, dove in una bella villa sui colli un ginecologo, Giorgio Conciani esegue, contra legem, «innumeri interruzioni di gravidanza». È qui che la ragazza apprende i principi del Partito Radicale: ma, una volta aderito completamente alla cultura feticida, non si farà bastare la propaganda della dottrina del libero aborto: passa all’azione con i compagni radicali.   Così, in questa bella villa toscana si istituisce – per volere di Marco Pannella e di Adele Faccio -–il CISA, Centro Italiano Sterilizzazione e aborto.   In un articolo sul settimanale Oggi del 1976, la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Alle operazioni la Bonino provvede di persona. Come testimoniato da una famosa fotografia, per il feticidio delle carovane di madri che attira nella villa si serve della pompa di una bicicletta. Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata svuotato per la bisogna: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate» assicurò Bonino a Neera Fallaci, giornalista sorella di Oriana.   Per dare un’idea dell’ambientino delle mammane radicali a metà anni Settanta si può leggere un’intervista fatta da un’altra sorella Fallaci, Paola, a Eugenia Roccella, attuale ministro della Famiglia del governo Meloni: «la pompa di bicicletta è soltanto lo strumento che può utilizzare chi non ha I’aspiratore elettrico, difficile da procurarsi e molto costoso. Non c’è nulla di stregonesco in questo, né di anti-igienico, né di agghiacciante   Il dottor Conciani, dopo aver espanso le sue attività anche nel campo delle eutanasie illegali, finirà suicida, impiccato in cantina.   La Bonino invece, farà una carriera politica folgorante: le vengono dati incarichi di massimo prestigio, compreso quello di Commisario Europeo. Di lei si parlò varie volte come figura ideale per la presidenza della Repubblica, con campagne infinite che arrivarono a stampare immensi cartelli pubblicitari nelle città italiane e pure costosissimi spot TV («Una come Emma…»).   Il suo ruolo nella trasformazione dell’Italia in Stato abortista non può essere sottovalutato, perché non è fatto solo di propaganda e referendum.   Il programma di dissoluzione non poté che attrarre l’interesse del distruttore globale Giorgio Soros. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.   L’iniziativa di Suni Agnelli coniugata Rattazzi – che, volto e erremoscia copincollati geneticamente dal fratello inventore dell’orologio sopra il polsino, avrebbe poi dato il meglio di sé come ministro degli Esteri del governo Dini (1995-1996) – si univa, ovviamente ad una proposta lanciata dalla conterranea piemontese Bonino. Riteniamo profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la ciclo-abortista radicale e non contro la erremosciata infanta industrialista.   Tanto per concludere la storia della psy-op abortista di Seveso, furono poi fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione. Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.

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La Bonino, mandata da Berlusconi a fare il Commissario Europeo negli anni Novanta – con i suoi coraggiosi viaggi nell’Afghanistan dei Talebani sparati in copertina dai settimanali – dovette sembrare a Soros anche l’interlocutore ideale per entrare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles e Strasburgo. In quegli anni si segnalarono numerosi viaggi dell’Emma a Nuova York per incontrare il magnate.   Al matrimonio di Soros del 2013 (il terzo), senza che lo si dicesse a nessuno (se lo lasciò scappare Pannella in una diretta di Radio Radicale da Nuova York), tra gli invitati vi erano Giacinto detto Marco ed Emma. La Bonino in particolare era ministro degli esteri: ogni suo spostamento produce un lancio stampa, per il voletto su Nuova York a mangiare la torta nuziale dell’amico miliardario palindromo neanche un rigo. E sì che con Emma c’era un bel parterre: il premier albanese Edi Rama (vecchia conoscenza di Soros, nuova amicizia della Meloni), la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, il Presidente dell’Estonia Hendrik Toomas Ilves, la leader democratica Nancy Pelosi, l’allora governatore di Nuova York Andrew Cuomo (poi malamente spodestato, e non per le stragi COVID), il governatore della California Gavin Newsom (che molti ora vedono come futuro candidato presidente per il Partito Democratico USA), la direttrice del FMI Christine Lagarde, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, i finanzieri Paul Tudor Jones e Julian Robertson, e il cantante degli U2 Bono.   Di più Soros prese addirittura la tessera della Rosa nel Pugno, e sostenne il Partito Radicale Transnazionale. È lecito interrogarsi sulla possibilità che la mano di Soros vi sia anche negli affari che nel dopo-muro i radicali intrattenevano nei paesi orientali: lo speculatore vi investiva miliardi di euro in affari filantropici, i radicali aprivano uffici nelle capitali slave, e gli toccherà persino di vedere la triste morte di uno dei loro missionari, probabilmente assassinato dagli eredi del KGB.   Se nella sua storia di pasionaria dello strano partito radicale italiano – attivistico come un partito di sinistra, ma filoamericano, filoisraeliano, anticinese, antisindacale, antistatalista – è possibile vedere con chiarezza che il suo nemico è sempre stato l’autorità cattolica e la morale cristiana in generale («No Vat», «Vatican Taliban», «decidi tu o il Vaticano»?) solo fino ad un certo punto.   Ad un certo punto, cominciò a vedersi la foga dei vertici della DC, e della Chiesa stessa, per associarsi ai radicali. Il segnale che molti sottovalutarono probabilmente è la laurea honoris causa che fu assegnata dall’Università di Bologna di Romano Prodi a George Soros nel 1995. Appena due anni prima, Soros aveva effettuato una manovra di gargantuesca speculazione internazionale che aveva messo in ginocchio l’Italia (e la Gran Bretagna, e la Malesia, etc.) svalutandone la moneta, la lira. Ministro degli Esteri era all’epoca Beniamino Andreatta, figura democristiana la cui oscurità è misconosciuta, che nel governo precedente, l’Amato I, aveva ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica.   Un retropensiero sugli alleati democristiani di Soros – o peggio, wannabe alleati – confesso che mi è venuto anche quando ho visto la Bonino invitata a presentare il meeting di CL nel 2013. Forse che il movimento di Don Giussani, che le mani in pasta in diversi paesi (Sud America compreso) le ha, immagini di bussare alla porta di George?   A questo punto un ricordo personale: accadde a quel tempo che dovetti andare al Meeting ciellino di Rimini, perché era stato dato appuntamento in una saletta appartata per un ritrovo di un’iniziativa pro-life che finì, come tutte, nel nulla rivoltante contornato da salamelecchi a qualche stronzo politico di passaggio. C’erano due amiche da accompagnare, e allora dissi che sì, sarei andato, ad una condizione: epperò avrei, un po’ stile radicale, lo ammetto, solcato la Woodstock del Ciellistan con al collo la copertina di Tempi (rivista cielloide che non sappiamo se esista ancora) che aveva pensato bene di mettere la Bonino in prima pagina.   E quindi eccomi, con una fotocopia della prima del giornale, primissimo piano di Emma, cui forse, nello stile grafico che conoscete bene in Renovatio 21, avevo fatto gli occhi rossi: sì, ero divenuto un sandwich umano antiboninico. In mezzo ai ciellini. Il risultato fu quello atteso: gente che mi guardava imbarazzata, preoccupata, irritata, rassegnata… La dissonanza cognitiva era tanta anche per quanti, col giussanismo, avevano messo il cervello in gestione conto terzi (cit. Mario Palmaro).   Tuttavia un avventore, alto e con la pelle ambrata, mi si avvicinò durissimo: «è colpa sua il casino che sta succedendo a casa mia» disse. Era un egiziano cristiano copto, il popolo che colpevolmente – come in Libano, Siria, Iraq – l’Europa post-cristiana ha definitivamente abbandonato. Non ho mai capito cosa volesse dirmi, perché non riuscii a fermarmi a parlarci. Erano gli anni post-primavera araba, cioè rivoluzioni colorate parasorosiane indette dal potere profondo americano, che, apertis verbis, voleva provare a piazzare con Mohammed Morsi un movimento terrorista (i Fratelli Musulmani: il capostipite del jihadismo globale, come ammette perfino il manuale dell’ISIS La gestione della barbarie) a capo di un grande Stato Arabo – manovra che infine è recentemente riuscita, meglio che in Egitto dove l’islamista è stato spodestato dal «laico» al-Sisi, nella Siria del tagliagole ricercato al-Jolani.   Sì, la Bonino era conosciuta in Egitto, vi si era trasferita. Non è mai stato chiaro cosa abbia fatto al Cairo la Bonino, ma finì per essere nominata professore all’Università. Più di così non sappiamo.

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Questo per dire che la figura della Bonino è andata molto oltre il tema dell’aborto, dell’eutanasia, delle droghe, etc. E pure oltre l’Italia. Tipo anche, in Vaticano.   Sì perché il papato Bergoglio portò la Bonino nel Sacro Palazzo, col pontefice di origini piemontesi che la salutava con un bel «Cerea!» e si complimentava con lei come una «grande figura italiana dimenticata».   Chi ha fatto negli anni la battaglia contro l’aborto poteva anche rimanerne sconvolto, ma doveva farci l’abitudine. Il sottoscritto ricorda bene come, all’indomani di una Marcia per la Vita a Roma (tanto per dire quanto servivano…) il papa la ospitò in Vaticano in un’iniziativa a caso che riguardava, eccerto, i bambini. Via con la photo-opportunity, con la tizia che definiva il Vaticano «talebano» a stringere le mani grata, sorridentissima, al romano pontefice.   Il favore del vecchio si arricchì di un ulteriore episodio due anni fa, appena dopo la rielezione di Trump: il papa, in carrozzella, va a trovare l’Emma, in carrozzella. La foto, con i due che sorridono pacifici, è scattata sul terrazzo di Casa Bonino.   Niente di tutto questo ha tuttavia veramente importanza ora, se dobbiamo pensare ai funerali di Stato: esequie organizzate e finanziate dallo Stato italiano per onorare personalità che hanno ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo o che si sono distinte per meriti eccezionali nei confronti della Nazione.   Lo Stato premia la donna che ha avviato e avallato il genocidio di milioni di suoi cittadini. Se la Nazione è tale perché prevede, come dall’etimo latino, la nascita, la Bonino rappresenta la figura più antinazionale possibile.   E se pensate che il nazionalismo professato (a parole, mentre lascia che milioni di immigrati ci invadano, a spese del contribuente) dai partiti al potere possa capirlo, non sapete nulla: ricordate l’inchino a Moloch del 2022, la dichiarazione ripetuta, per interposta persona, della Meloni – che viene dall’MSI, partito che si oppose frontalmente all’aborto di Pannella e Bonino – che no, una volta al governo non avrebbe toccato il feticidio di Stato. Come se per prendere le redini dello Stato moderno, si dovesse fare prima questa professione di sudditanza all’autogenocidio, al sacrificio di massa, al Male: l’inchino a Moloch, appunto.   Niente di nuovo sotto il Sole: con le leggi abortiste, lo Stato moderno ha rivelato la sua natura intima, cioè la profonda, massiva ostilità assassina verso l’essere umano.   È giustissimo quindi che la Bonino entri nel Pantheon dell’Italia moderna. Non scandalizzatevi: è un segnale di chiarezza, di cui dovremmo essere grati.   Lo Stato moderno è lo Stato anticristiano. Comprendiamolo, una volte per tutte.   Roberto Dal Bosco  

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