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Bioetica

Un Cardinale contro il vaccino obbligatorio (con cellule da feto abortito)

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Il cardinale Raymond Leo Burke si è pronunciato con forza mercoledì 20 maggio scorso contro le vaccinazioni forzate obbligatorie che potrebbero aver luogo a seguito dello sviluppo di un vaccino contro il coronavirus. Lo riporta LifeSiteNews.

 

Durante il suo discorso al Forum  sulla vita a Roma, tenuto quest’anno in forma virtuale, ha affermato che «deve essere chiaro che la stessa vaccinazione non può essere imposta, in modo totalitario, ai cittadini». 

 

«Deve essere chiaro che la stessa vaccinazione non può essere imposta, in modo totalitario, ai cittadini»

Secondo il cardinale americano, «esiste una certa pressione per insistere sul fatto che ora tutti devono essere vaccinati contro il coronavirus».

 

Ha anche affermato che alcuni gruppi suggeriscono addirittura «una sorta di microchip che deve essere posto sotto la pelle di ogni persona, in modo che in qualsiasi momento possa essere controllata dallo Stato in merito alla salute e ad altre questioni che possiamo solo immaginare».

 

Uno stato che impone vaccinazioni o persino microchip «viola l’integrità dei suoi cittadini», ha sottolineato Burke. 

 

Uno stato che impone vaccinazioni o persino microchip «viola l’integrità dei suoi cittadini»

«Sebbene lo Stato possa fornire norme ragionevoli per la salvaguardia della salute, non è il massimo fornitore di salute. Dio solo lo è. Qualunque cosa lo Stato proponga, deve rispettare Dio e la Sua legge».

 

Ricordiamo che il Card. Burke ha partecipato all’importante convegno organizzato a Roma da Renovatio 21 lo scorso anno – «Fede, Scienza e Coscienza – l’utilizzo dei feti abortiti nei prodotti farmaceutici» –  dove erano presenti la dott.ssa Theresa Deisher, ricercatrice, il dott. Stefano Montanari, scienziato e direttore del laboratorio Nanodiagnostics, la dott.ssa Martina Collotta, medico bioeticista e la dott.ssa Debi Vinnedge, dell’associazione americana Children of God for Life, che da anni si batte contro l’utilizzo di tessuto fetale derivato da aborti volontari per produrre farmaci e altri prodotti inseriti nel commercio.

 

Per Renovatio 21 è quindi un grande onore vedere che Sua Eminenza prosegue in questa battaglia iniziata insieme a noi lo scorso anno.

 

Nelle sue dichiarazioni della scorsa settimana l’ex Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica non ha approfondito ulteriormente il rapporto tra lo Stato e la Chiesa sulla questione della salute.

«Sebbene lo Stato possa fornire norme ragionevoli per la salvaguardia della salute, non è il massimo fornitore di salute. Dio solo lo è. Qualunque cosa lo Stato proponga, deve rispettare Dio e la Sua legge»

 

Tuttavia, il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega che la vita e la salute del corpo «sono doni preziosi affidati a noi da Dio. Dobbiamo prenderci ragionevole cura di loro, tenendo conto dei bisogni degli altri e del bene comune».

 

«Se la moralità richiede rispetto per la vita del corpo, non lo rende un valore assoluto», dice il Catechismo. 

 

Esso «rifiuta una nozione neopagana che tende a promuovere il culto del corpo, a sacrificare tutto per il suo bene, a idolatrare la perfezione fisica e il successo negli sport. Con la sua selettiva preferenza tra il forte e il debole, tale concezione può portare alla perversione delle relazioni umane».

Il Catechismo «rifiuta una nozione neopagana che tende a promuovere il culto del corpo, a sacrificare tutto per il suo bene, a idolatrare la perfezione fisica e il successo negli sport. Con la sua selettiva preferenza tra il forte e il debole, tale concezione può portare alla perversione delle relazioni umane».

 

Oltre a parlare contro le vaccinazioni forzate, Burke ha affermato come debba « essere chiaro che non è mai moralmente giustificato sviluppare un vaccino attraverso l’uso delle linee cellulari di feti abortiti».

 

Il Card. Burke ha anche affrontato il tema del fallimento della Chiesa, la quale non ha lottato per aver visti garantiti i sui suoi diritti di adorare Dio in modo adeguato tra le restrizioni imposte durante la pandemia di coronavirus.

 

«Sì, è vero che l’esperienza della crisi COVID-19 del coronavirus ha segnato in modo significativo le nostre vite, ma non deve assumere la direzione delle nostre vite», ha affermato Burke.

 

«Il pensiero dell’introduzione di un simile vaccino nel proprio corpo è giustamente ripugnante», ha poi aggiunto Burke facendo eco alle dichiarazioni della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (USCCB) e di altri leader pro-vita, nonché dal vescovo Joseph Strickland di Tyler, Texas.

«È vero che l’esperienza della crisi COVID-19 del coronavirus ha segnato in modo significativo le nostre vite, ma non deve assumere la direzione delle nostre vite»

 

La lettera del 17 aprile dell’USCCB e dei leader pro-life ha invitato l’amministrazione Trump «a garantire che gli americani abbiano accesso a vaccini liberi da qualsiasi connessione con l’aborto».

 

«Siamo consapevoli che, tra le dozzine di vaccini attualmente in fase di sviluppo, alcuni vengono prodotti utilizzando vecchie linee cellulari che sono state create dalle cellule dei bambini abortiti», viene sottolineato nella lettera citata sempre da Lifesitenews.

 

Dato che «non è necessario utilizzare linee cellulari eticamente problematiche per produrre un vaccino COVID o qualsiasi altro vaccino, poiché sono disponibili altre linee o processi cellulari che non coinvolgono le cellule dagli aborti e vengono regolarmente utilizzati per produrre altri vaccini», nella lettera viene chiesto al governo «di incoraggiare e incentivare le aziende farmaceutiche a utilizzare solo linee o processi cellulari etici per la produzione di vaccini».

 

«Tragicamente, le persone non sono a conoscenza o hanno scelto di chiudere un occhio sui progressi della scienza medica che consente di sviluppare vaccini con l’utilizzo all’ingrosso di corpi di bambini abortiti» Mons. Strickland

Il vescovo texano Mons. Joseph Strickland  ha invece pubblicato una lettera pastorale il 23 aprile scorso, chiedendo ai fedeli cattolici di unirsi a lui per contribuire a fermare qualsiasi sviluppo di un vaccino contro il coronavirus derivato da bambini abortiti.

 

«Tragicamente, le persone non sono a conoscenza o hanno scelto di chiudere un occhio sui progressi della scienza medica che consente di sviluppare vaccini con l’utilizzo all’ingrosso di corpi di bambini abortiti», si legge.

 

Mons. Strickland ha poi sottolineato che solo perché «il crimine dell’aborto è considerato legale nella nostra nazione non significa che sia moralmente lecito utilizzare i cadaveri di questi bambini per curare una pandemia globale. Questa è una pratica assolutamente malvagia».

 

«Come vostro pastore», scrisse il vescovo rivolgendosi ai fedeli, «vi esorto ad unirvi a me, adesso, nel parlare appassionatamente ma devotamente contro questa pratica. Come ho detto all’inizio di questa lettera, ti aiuterò a superare qualsiasi difficoltà o opposizione nel miglior modo possibile».

«Solo perché «il crimine dell’aborto è considerato legale nella nostra nazione non significa che sia moralmente lecito utilizzare i cadaveri di questi bambini per curare una pandemia globale. Questa è una pratica assolutamente malvagia»

 

«Dobbiamo insistere sul fatto che i legislatori creino una legislazione che stabilisce la natura illegale e immorale di qualsiasi uso dei resti di bambini abortiti per la ricerca», ha aggiunto. 

 

«Inoltre — prosegue la lettera — dobbiamo insistere sul fatto che le aziende farmaceutiche rispettino tale legislazione. Credo che questo possa essere un elemento fondamentale in una Cultura della Vita che elimina la contaminazione del guadagno economico che troppo facilmente ha a che fare con l’industria dell’aborto».

 

 

 

 

Qui sotto, l’intervento del Cardinale Burke al convegno «Fede, Scienza e Coscienza – l’utilizzo dei feti abortiti nei prodotti farmaceutici» organizzato da Renvoatio 21 nel marzo 2019.

https://youtu.be/gFcioMcP4Ko

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Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

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Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

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