Geopolitica
Trump minaccia di far saltare in aria South Pars, il più grande giacimento di gas del mondo
Gli Stati Uniti «faranno saltare in aria in modo massiccio» il giacimento di gas di South Pars, il più grande al mondo, qualora l’Iran proseguisse a colpire le infrastrutture energetiche del Qatar, ha dichiarato il presidente Donald Trump.
Mercoledì Israele ha condotto attacchi contro gli impianti iraniani situati nel giacimento di gas di South Pars, nel Golfo Persico, struttura che il giacimento condivide con il Qatar. South Pars si estende su una superficie di quasi 10.000 km quadrati e custodisce riserve stimate in 1.800 trilioni di piedi cubi di gas. In reazione, l’Iran ha colpito un impianto di GNL qatariota e ha minacciato ulteriori rappresaglie contro infrastrutture energetiche strategiche in tutta l’area del Golfo.
Diversi organi di stampa hanno riferito che l’azione israeliana su South Pars sarebbe stata coordinata con esponenti americani, e una fonte del Jerusalem Post ha indicato che gli Stati Uniti sarebbero stati più inclini a tollerare attacchi alle infrastrutture del gas rispetto a quelli agli impianti petroliferi.
Tuttavia, mercoledì Trump ha smentito tali ricostruzioni in un messaggio pubblicato su Truth Social, sostenendo che «gli Stati Uniti non sapevano nulla di questo particolare attacco e che il Qatar non era in alcun modo coinvolto».
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Il presidente americano ha poi aggiunto che l’Iran ignorava tale circostanza, fatto che ha provocato l’attacco di Teheran contro un impianto di GNL qatariota.
Trump ha quindi assicurato che «NON CI SARANNO PIÙ ATTACCHI DA PARTE DI ISRAELE» contro il «giacimento di South Pars, di estrema importanza e valore». Ha però ammonito Teheran che, in caso di ulteriori aggressioni contro il Qatar, gli Stati Uniti – con o senza il coinvolgimento di Israele – «faranno saltare in aria l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza e una potenza che l’Iran non ha mai visto prima».
Nel frattempo, stando a quanto riportato da Reuters, gli Stati Uniti stanno preparando l’invio di migliaia di soldati supplementari in Medio Oriente. Queste forze potrebbero essere utilizzate per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz occupando porzioni della costa iraniana oppure sbarcando sull’isola iraniana di Kharg, centro nevralgico del 90% delle esportazioni petrolifere nazionali.
A seguito degli attacchi israeliani su South Pars, l’Iran ha indirizzato lettere alle Nazioni Unite per protestare contro la scelta di Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti di «mettere a disposizione il loro territorio per attacchi statunitensi contro il nostro Paese».
Come riportato da Renovatio 21, il ministero degli Esteri del Qatar ha condannato l’attacco israeliano al South Pars. Il ministero ha affermato che gli attacchi a Pars rappresentano «una minaccia alla sicurezza energetica globale».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Geopolitica
Il Kenya rivendica la sovranità sui soldati britannici presenti sul suo territorio
Il Parlamento keniota ha impedito la firma del rinnovo di un accordo con l’esercito britannico secondo cui i soldati britannici accusati di stupro, omicidio o altri reati non possono essere giudicati dai tribunali kenioti, ma solo da quelli britannici, il che equivale a una sospensione della sovranità del Kenya.
Il quotidiano African Initiative riferisce che il 12 agosto è stata presentata al Parlamento keniota una petizione firmata dalle vittime di abusi compiuti da soldati britannici. La petizione porta le firme delle vittime, dei loro familiari, degli abitanti del luogo e dei lavoratori delle zone in cui opera il BATUK (l’Unità di Addestramento dell’Esercito Britannico).
firmatari hanno chiesto all’Assemblea Nazionale di assicurare l’attuazione delle raccomandazioni contenute in un rapporto del Comitato Dipartimentale per la Difesa, l’Intelligence e le Relazioni Estere, pubblicato nel novembre 2025.
Una giovane di 21 anni è stata violentata e uccisa nella zona nel 2012, dopo essere stata vista in compagnia di soldati britannici, ma al presunto responsabile è stato consentito di rientrare nel Regno Unito senza affrontare un processo. I firmatari della petizione hanno inoltre dichiarato: «Centinaia di bambini sono stati concepiti da soldati britannici e poi abbandonati, lasciati senza nome, sostegno o riconoscimento, crescendo tra i sussurri negli stessi villaggi che un tempo avevano accolto i loro padri».
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Le vittime hanno anche segnalato pascoli bruciati, contaminazione del suolo e altre conseguenze delle esercitazioni militari. I firmatari chiedono un indennizzo per le vittime, sostegno per i bambini abbandonati, il ripristino dei terreni danneggiati e la tutela dei dipendenti kenioti impiegati nelle strutture del BATUK. Domandano inoltre un esame pubblico dell’accordo proposto con il Regno Unito e insistono perché ai cittadini e ai loro rappresentanti eletti sia data la possibilità di concorrere a definire le condizioni in base alle quali le forze militari straniere stazionano in Kenya. Nelson Koech, presidente della commissione parlamentare che ha avviato l’inchiesta, ha affermato: «Non ha senso negare al Kenya il diritto di perseguire i crimini commessi entro i suoi confini».
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa era emerso lo scandalo per cui soldati britannici in addestramento in Kenya organizzavano cerimonie di iniziazione in cui le reclute più giovani erano costrette ad avere rapporti sessuali «non protetti» con prostitute locali.
Scandali sono scoppiati anche in patria.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 emerse che un battaglione di paracadutisti britannici fu punito per aver scatenato un’orgia in caserma. Una registrazione circolante mostrava una donna che faceva sesso con otto membri della 16a Brigata d’assalto aereo all’interno della caserma Merville a Colchester, nell’Essex, mentre dozzine di altri soldati guardavano e alcuni li incoraggiavano. Secondo la Royal Military Police (RMP), la donna era una civile che, secondo quanto riferito, era stata introdotta di nascosto nella base circa 30 volte negli ultimi cinque mesi.
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Immagine di Sgt Adrian Harlen/MOD via Wikimedia pubblicata su licenza Open Government Licence v3.0
Geopolitica
Le forze paramilitari sudanesi tornano all’assalto
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