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Economia

Trump dice farà degli USA una superpotenza delle criptovalute

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Donald Trump ha promesso di fare dell’America «la capitale delle criptovalute del pianeta» se tornerà alla Casa Bianca. Parlando alla Bitcoin Conference di quest’anno a Nashville sabato scorso, Trump ha detto che le criptovalute sono essenziali per la sua visione dell’America del futuro.

 

Si è impegnato a garantire che il governo degli Stati Uniti non venda mai i suoi Bitcoin e crei una «riserva strategica» di Bitcoin, prevedendo che la criptovaluta potrebbe un giorno eclissare la capitalizzazione di mercato dell’oro, pari a 16 trilioni di dollari.

 

«Per troppo tempo il nostro governo ha violato la regola cardinale che ogni bitcoiner conosce a memoria: non vendere mai i tuoi Bitcoin… Questo pomeriggio esporrò il mio piano per garantire che gli Stati Uniti diventino la capitale delle criptovalute del pianeta e la superpotenza Bitcoin del mondo, e ci riusciremo», ha promesso Trump.

 

«Se vengo eletto, sarà la politica della mia amministrazione… mantenere il 100% di tutti i bitcoin che il governo degli Stati Uniti detiene o acquisisce attualmente in futuro. Questo servirà, in effetti, come nucleo della riserva strategica nazionale di bitcoin», ha affermato.

 


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Trump, che nel 2019 scrisse sui social media che il valore del Bitcoin è «basato sul nulla» e nel 2021 aveva avvertito che le criptovalute erano un «disastro in attesa di accadere», ha fatto un’inversione a U nella sua retorica all’inizio dell’attuale campagna elettorale. A maggio, la sua campagna ha iniziato ad accettare donazioni in criptovaluta.

 

A Nashville, Trump ha promesso che se sarà in carica gli Stati Uniti «avranno delle normative» sulle criptovalute, ma «d’ora in poi le regole saranno scritte da persone che amano l’industria [delle criptovalute], non che la odiano».

 

«Se il Bitcoin definirà il futuro, voglio che venga estratto, coniato e prodotto negli Stati Uniti… Se il bitcoin andrà sulla luna, voglio che l’America faccia da apripista».

 

Nel corso del discorso, Trump ha ripetutamente contrapposto il suo sostegno alle criptovalute agli sforzi dell’attuale amministrazione di Washington per «bloccare» il settore, aggiungendo che ritiene che la repressione delle criptovalute e del Bitcoin sia «davvero negativa per il nostro Paese» e «del tutto antiamericana».

 

Secondo un articolo di Forbes, che cita dati ufficiali, gli Stati Uniti detengono attualmente circa 212.000 bitcoin sequestrati per un valore di circa 15 miliardi di dollari.

 

Poco dopo il discorso di Trump, la senatrice repubblicana del Wyoming Cynthia Lummis ha proposto una proposta di legge che incaricherebbe il Tesoro degli Stati Uniti di accumulare una riserva federale ufficiale di 1 milione di Bitcoin, per un valore di circa 70 miliardi di dollari, in un periodo di cinque anni.

 

Prima del discorso di Trump, Michael Saylor, fondatore della società di software MicroStrategy, aveva previsto che il prezzo del bitcoin sarebbe salito a 49 milioni di dollari a token entro il 2045, portando la sua capitalizzazione di mercato a quasi 100 trilioni di dollari.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante la convention del Partito Libertario, Trump ha promesso di graziare il creatore del defunto marketplace del dark web Silk Road, Ross Ulbricht – una mossa che in molti hanno visto come un occhiolino fatto al mondo dei bitcoinisti.

 

In una recente intervista con Benny Johnson l’imprenditore ed investitore David Sacks, considerabile come uno dei principali sostenitori del nuovo assetto di donatori della causa trumpista (nonché voce di rilievo dietro la scelta di JD Vance come candidato vicepresidente), raccolti ora incredibilmente anche nella Silicon Valley, ha raccontato di una cena elettorale per Trump organizzata a casa sua, dove erano presenti anche i gemelli Vinkelvoss, veri inventori di Facebook, secondo una vulgata visibile anche nel film The Social Network (2010) e ora grandi investitori in criptovalute.

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Secondo il racconto di Sacks, individuatili nel pubblico, il Trump li avrebbe blanditi, dicendo che Facebook lo avevano inventato loro e che la sentenza che li ha contrapposti a Mark Zuckerberg non era il massimo, ma che nella vita comunque hanno avuto tante «belle carte»: a differenza del ragazzo ebreo del New Jersey, i Vinkelvoss – già atleti olimpici di canottaggio con il culto dei fratelli Abagnale – sono «belli come modelli», oltre che solari e decisamente intelligenti. Secondo quanto noto a Renovatio 21, i Vinkelvossi avrebbero anche il culto di Mario Cipollini, cui somigliano in modo impressionante.

 

Ad ogni modo, i Vinkelvoss durante la serata a casa Sacks avrebbero donato alla campagna Trump un milione di dollari in Bitcoin. L’ospite ha altresì rivelato che altri grandi investitori di criptovalute presenti hanno fatto capire di desiderare semplicemente una cornice giuridica per operare in traquillità: chiedono, cioè, uno sforzo regolatorio da parte delle istituzioni americane, che al momento non si è materializzato, lasciando il settore in una zona legalmente opaca e vulnerabile.

 

Come riportato da Renovatio 21, promesse simili a quelle di Trump ai detentori di criptovalute sono state fatte l’anno passato ad un convegno sul Bitcoin dall’altro candidato alla Casa Bianca Robert F. Kennedy jr. RFK non solo era divenuto il primo candidato ad accettare donazioni in Bitcoin nel 2023, ma aveva al contempo attaccato lo Stato sorveglianza in preparazione con le monete elettroniche di Stato (CBDC), sulla scorta di ragionamenti che fece anche nel 2021 durante lo storico discorso contro il green pass e il colpo di Stato globale pandemico che fece all’Arco della Pace di Milano.

 

Kennedy ha altresì dichiarato che avrebbe sostenuto il dollaro USA con l’oro o con il Bitcoin una volta eletto.

 

Promesse contro l’introduzione di una CBDC americana sono state fatte anche da Trump.

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Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

 

 

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Economia

Bessent: «shock energetico» globale a causa degli attacchi ucraini

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Gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe hanno provocato uno «shock energetico» mondiale e un rialzo dei prezzi, ha dichiarato il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. L’interruzione ha aggravato le tensioni già generate dal conflitto con l’Iran, ha aggiunto.   Nel corso di quest’anno Kiev ha intensificato gli attacchi con droni a lungo raggio contro il settore energetico russo, colpendo raffinerie, depositi e infrastrutture di esportazione situate in profondità nel territorio. L’Ucraina sostiene che l’obiettivo della campagna è indebolire la capacità della Russia di finanziare e sostenere le proprie operazioni militari.   Parlando mercoledì a Fox News, Bessent ha detto che il mondo sta vivendo uno shock energetico in parte a causa degli attacchi in Ucraina.

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«L’Ucraina ha deciso di far saltare in aria le infrastrutture energetiche e i prodotti raffinati russi», il che «sta creando una pressione al rialzo sui prezzi a livello globale», ha affermato.   Secondo la società di analisi energetica Kpler, gli attacchi hanno gravemente danneggiato il settore della raffinazione russo. La scorsa settimana l’azienda ha riferito che a luglio la produzione delle raffinerie è scesa a circa 3,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi vent’anni. Le esportazioni di prodotti raffinati sono calate a circa 1,2 milioni di barili al giorno, rispetto ai 2,3 milioni di un anno prima.   Secondo Bessent, anche la guerra con l’Iran ha messo sotto pressione i mercati energetici globali. Prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran nel febbraio scorso, circa un quinto delle forniture energetiche mondiali transitava attraverso lo Stretto di Ormuzzo. Le successive restrizioni imposte da Teheran al trasporto marittimo commerciale, insieme al blocco navale statunitense, hanno interrotto i flussi e spinto i prezzi al rialzo.   Washington ha intensificato la pressione economica su Teheran. Domenica il Bessent ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero scatenare una «violenza finanziaria» contro l’Iran, minacciando nuove sanzioni secondarie ogni settimana contro Teheran e chi intrattiene rapporti commerciali con essa.

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Economia

Trump: riserve di petrolio raddoppiate grazie al Venezuela

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato di aver più che raddoppiato le riserve petrolifere americane grazie a un accordo di vasta portata che conferisce a Washington il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di greggio venezuelano.

 

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth hanno collaborato con il leader ad interim venezuelano Delcy Rodriguez e con aziende private per garantire il «controllo di maggioranza degli Stati Uniti» delle riserve «senza alcun costo per il contribuente americano», ha annunciato Trump su Truth Social venerdì.

 

«Gli Stati Uniti d’America hanno appena concluso un accordo con il Venezuela per IL PIÙ GRANDE ACCORDO PETROLIFERO DELLA STORIA MONDIALE!», ha dichiarato, sostenendo che la transazione «RADDOPPIA PIÙ CHE LE RISERVE PETROLIFERE AMERICANE».

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Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), le riserve accertate di petrolio greggio e condensati derivanti dai giacimenti negli Stati Uniti si aggirano intorno ai 46 miliardi di barili.

 

L’aggiunta di altri 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano porterebbe il volume totale sotto qualche forma di controllo statunitense a oltre 111 miliardi di barili, anche se tecnicamente quel greggio non entrerebbe a far parte delle riserve interne degli Stati Uniti.

 

Rubio ha definito l’accordo una «enorme vittoria», affermando che avrebbe portato quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati in Venezuela, sostenuto migliaia di posti di lavoro e contribuito a ridurre i prezzi della benzina negli Stati Uniti.

 

Rodriguez ha poi confermato l’intesa, dicendo che riguarda 17 giacimenti petroliferi strategici con un potenziale comprovato di 65 miliardi di barili e prevede oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e oltre 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per il Venezuela. Ha aggiunto che i giacimenti saranno sviluppati con la partecipazione di operatori privati, ma la precisa struttura proprietaria resta poco chiara. Precedenti indiscrezioni suggerivano che Washington avesse cercato di ottenere diritti di sfruttamento per un secolo.

 

L’accordo rappresenta l’ultima espansione del controllo statunitense sulle vaste risorse petrolifere del Venezuela, dopo il raid militare del 3 gennaio che ha portato al rapimento di Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti per affrontare le accuse federali.

 

Dopo l’operazione, Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela supervisionando una transizione politica e ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori azioni militari qualora la leadership ad interim non avesse collaborato.

 

Successivamente Washington ha assunto il controllo «a tempo indeterminato» delle vendite e dei ricavi petroliferi venezuelani, mentre Trump ha ordinato che i proventi del greggio venezuelano fossero depositati in conti del Tesoro statunitense, soggetti alle restrizioni degli Stati Uniti.

 

L’accordo ha suscitato critiche aspre sulla sovranità del Paese, anche da parte di alcune voci dell’opposizione solitamente filo-occidentali. Ricardo Hausmann, ex ministro della pianificazione venezuelano, ha definito l’accordo «incostituzionale», sostenendo che la Rodriguez è a capo di un governo provvisorio illegittimo, privo dell’autorità necessaria per rinunciare al controllo a lungo termine sulle risorse petrolifere del Paese.

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Nel frattempo l’ex vicepresidente e veterano del movimento chavista Elias Jaua ha recentemente accusato Washington, in termini più generali, di aver privato il Venezuela della sua sovranità e di aver preso il controllo delle sue risorse naturali.

 

A inizio anno Trump aveva dichiarato che il petrolio richiesto al Venezuela avrebbe fruttato a Washington almeno 50 milioni di barili, mandando subito le compagnie petrolifere USA nel Paese appena decapitato con il rapimento del presidente.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump aveva affermato che gli Stati Uniti potrebbero ora controllare il 55% del petrolio globale.

 

Il governo venezuelano di Nicolas Maduro tre anni fa aveva indetto un referendum raccogliendo il favore popolare per l’annessione di un territorio ricco di petrolio disputato con il vicino Stato della Guyana.

 

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Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»

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Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.   Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.   «Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.   «Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».

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Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».   «Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.   «Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.   Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.   Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.   Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.   L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.

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Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.   L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.   Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.   Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.   A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».   Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.

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Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.   Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.   Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.   Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.   L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.  

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