Economia
La Polonia propone all’Ungheria di lasciare la NATO e l’UE
L’Ungheria può lasciare l’Unione Europea e la NATO se non le piacciono le politiche dei blocchi, ha suggerito domenica il vice ministro degli Esteri polacco Wladyslaw Teofil Bartoszewski. I commenti sono arrivati in risposta alle aspre critiche del primo ministro Viktor Orban alle politiche di Varsavia il giorno prima.
Durante una visita in Romania, Orban aveva accusato la Polonia di perseguire «la politica più ipocrita e ipocrita di tutta Europa», affermando che sta «inconsapevolmente facendo affari con i russi», mentre «rimprovera moralmente» Budapest per aver fatto lo stesso.
«Non facciamo affari con la Russia, a differenza del primo ministro Orban, che è ai margini della società internazionale, sia nell’Unione Europea che nella NATO», ha ribattuto Bartoszewski, citato dall’agenzia di stampa polacca PAP.
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«Non capisco davvero perché l’Ungheria voglia continuare a far parte di organizzazioni che non le piacciono tanto», ha continuato il Bartoszewski. «Se non vuoi far parte di un club, puoi sempre andartene», ha aggiunto il funzionario, suggerendo a Orban di creare un’unione con la Russia.
Il primo ministro ungherese è stato condannato da diversi politici dell’UE all’inizio di questo mese per essere andato contro le politiche UE per aver intrapreso una «missione di pace» per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto in Ucraina, durante la quale ha visitato Kiev, Mosca e la Cina nonché la magione di Donald Trump a Mar-a-Lago, in Florida.
A Budapest sono state concesse esenzioni dalle sanzioni dell’UE e continua ad acquistare petrolio e gas dalla Russia.
Nel suo discorso in Romania, Orban non ha specificato a cosa si riferisse quando ha affermato che la Polonia stava ancora facendo affari con Mosca.
Il quotidiano finanziario russo Vedomosti ha riferito la scorsa settimana che la Polonia è emersa come uno dei principali acquirenti del fertilizzante russo urea.
La pubblicazione ha citato i dati Eurostat che mostrano che Varsavia ha aumentato le importazioni del 25% tra gennaio e maggio di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2023, in mezzo a un aumento delle importazioni di fertilizzanti russi in tutto il blocco. Le sanzioni dell’UE contro la Russia escludono le forniture alimentari e i fertilizzanti.
Il quotidiano finanziario polacco Rzeczpospolita ha riferito a febbraio che rispetto al 2019-2021, il periodo precedente all’introduzione di un’ampia gamma di sanzioni contro la Russia, il fatturato commerciale della Polonia con alcuni Paesi eurasiatici, come il Kirghizistan e l’Armenia, era aumentato di multiplo. La pubblicazione ha continuato a suggerire che il commercio tra Polonia e Russia stava continuando tramite intermediari in altri Paesi, aggirando così le sanzioni.
La Polonia è stata tra i sostenitori più accesi dell’Ucraina nel suo conflitto con la Russia, svolgendo il ruolo di canale principale della NATO per le consegne di armi, munizioni ed equipaggiamento a Kiev, pur sostenendo di non essere in realtà parte delle ostilità.
Come riportato da Renovatio 21, la Polonia cinque mesi fa ha rifiutato di mandare truppe in Ucraina, tuttavia è stata attestata la folta presenza di foreign fighter polacchi nel teatro di guerra.
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L’anno passato si era consumato un piccolo incidente diplomatico tra Varsavia e Kiev, con addirittura una convocazione dell’ambasciatore polacco in Ucraina: la querelle era nata dopo alcune affermazioni di un alto funzionario del governo di Morawiecki riguardo una presunta ingratitudine ucraina.
Il presidente russo Vladimir Putin aveva parlato di queste mire polacche in diversi discorsi pubblici, facendo abbondanza di riferimenti storici.
L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.
Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.
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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Economia
Washington propone lo scongelamento dei beni russi in cambio della pace in Ucraina
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
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