Politica
Trump colpito da una nuova ondata di accuse penali
Un gran giurì della Georgia ha votato per incriminare l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump per 41 capi d’accusa, tra cui un’accusa di criminalità organizzata legata ai suoi presunti sforzi per ribaltare la corsa presidenziale del 2020.
Le accuse hanno colpito anche altri dei suoi attuali ed ex alleati, che ora dovranno affrontare procedimenti giudiziari, tra cui l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, che in precedenza è stato avvocato di Trump.
Il procuratore distrettuale Fani Willis della contea di Fulton, in Georgia, ha svelato il nuovo caso lunedì sera, con l’ex presidente che sarà accusato di una presunta violazione della legge statale sulla criminalità organizzata, nota come Racketeer Influenced and Corrupt Organization Act, o RICO – paradossalmente, la legge di cui fu campione proprio il Giuliani, tramite la quale da procuratore distrettuale sgominò le famiglie mafiose di Nuova York.
Le accuse contro Trump e i trumpiani includono anche diversi capi d’accusa per cospirazione per interferire in un’elezione, spergiuro e altri per aver sollecitato un pubblico ufficiale a violare il loro giuramento.
«Trump e gli altri imputati accusati di questa accusa si sono rifiutati di accettare che Trump avesse perso, e si sono uniti consapevolmente e volontariamente a una cospirazione per cambiare illegalmente l’esito delle elezioni a favore di Trump», si legge in un documento di accusa.
L’accusa di racket comporta una pena massima di 20 anni di carcere, mentre i conteggi di associazione a delinquere potrebbero comportare almeno un anno dietro le sbarre.
Oltre a Trump, altri 18 sono stati incriminati nell’ambito dello stesso caso, tra cui il suo capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e una lunga lista di avvocati attuali ed ex, come Giuliani, che una volta era un sostenitore dell’ex-presidente. Tutti sono accusati di cercare di invalidare la vittoria di Joe Biden nella corsa presidenziale del 2020.
L’ultimo procedimento penale è incentrato sulle accuse secondo cui Trump avrebbe cercato di fare pressioni sul Segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger affinché lo aiutasse a vincere l’ultima corsa presidenziale, dopo aver esortato il funzionario a «trovare 11.780 voti» a proprio favore durante una tanto pubblicizzata telefonata del 2 gennaio 2021.
Sebbene Raffensperger abbia rifiutato di «trovare» quei voti di cui Trump avrebbe avuto bisogno per vincere, il procuratore distrettuale dell’area di Atlanta ha lanciato un’indagine nel 2021 per determinare se la richiesta del presidente equivalesse ad attività criminale, che alla fine ha portato a un gran giurì.
In un momento di grande scandalo, il documento, intercettato da una nota agenzia di stampa, è uscito sui media ancora prima che venisse votato dal Gran Giurì. Successivamente il documento, per iniziativa dei funzionari locali, è stato rimosso dalla vista del pubblico, con l’ufficio dell’impiegato di Fulton che ha insistito sul fatto che online era stato diffuso un «documento fittizio», senza approfondire ulteriormente.
Il documento delineava 12 capi d’imputazione contro l’ex presidente, inclusa un’accusa collegata al Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO) della Georgia. I funzionari della contea non hanno chiarito ciò che è apparso sul sito web del tribunale e non hanno confermato se si trattasse dello stesso file visto dall’agenzia stampa.
Gli avvocati di Trump hanno risposto all’incidente in una dichiarazione, insistendo sul fatto che «non si è trattato di un semplice errore amministrativo».
«Un atto d’accusa proposto dovrebbe essere nelle mani solo dell’ufficio del procuratore distrettuale, eppure in qualche modo è arrivato all’ufficio del cancelliere e gli è stato assegnato un numero di caso e un giudice prima ancora che il gran giurì deliberasse», è stato il commento degli avvocati della difesa Drew Findling e Jennifer Little.
Le nuove accuse segnano la quarta accusa penale di Trump solo quest’anno, con i pubblici ministeri federali che in precedenza lo avevano colpito con dozzine di reati per presunta cattiva gestione di materiale classificato dopo aver lasciato la Casa Bianca nel 2021.
È stato anche accusato a New York per aver pagato il silenzio dell’attrice porno Stormy Daniels, con cui sarebbe stato una notte, durante la sua campagna del 2016.
Trump sta affrontando un caso separato di interferenza elettorale guidato dal consigliere speciale Jack Smith, che sta anche guidando il processo per documenti riservati.
Vi è inoltre l’accusa di aver fomentato la rivolta del Campidoglio del 6 gennaio 2021 – un evento che più passa il tempo più sembra un’operazione contro Trump guidata da agenzie statali sediziose.
Il «momento Berlusconi» di Trump, con la giustizia che colpisce in prossimità dell’elezioni con qualsiasi tipo di accusa, si sta gonfiando secondo le dimensioni della superpotenza.
Come riportato da Renovatio 21, solo nell’indagine precedente Trump rischia 561 anni di carcere.
Perché tanta persecuzione? Una risposta potrebbe averla data il neocon John Bolton, consigliere agli Esteri che fu allontanato in preda all’ira quando Trump ordinò il rientro dei caccia durante un’operazione punitiva contro l’Iran che aveva abbattuto un drone. Secondo il falco del Deep State Bolton, se eletto nel 2024, Trump uscirà dalla NATO.
Un’uscita dalla NATO significherebbe una perdita abissale del fatturato del complesso militare-industriale, vero destinatario dei 130 miliardi di dollari stanziati per l’Ucraina. Ciò, quindi, non è ritenuto accettabile dallo Stato Profondo fatto di politici corrotti e personaggi delle multinazionali della morte – militari o farmaceutiche che siano.
Trump ha di recente ripetutamente promesso di eliminare il Deep State, ritenuto responsabile del disastro dell’ora presente dal rischio di guerra termonucleare in giù, una volta tornato alla Casa Bianca.
I raid contro Trump e suoi era iniziato già un anno fa, con l’FBI a fare irruzione nelle case di almeno 35 alleati dell’ex presidente e con l’arresto del suo ex stratega Steve Bannon.
La scorsa settimana l’FBI ha ucciso un sostenitore di Trump per minacce che l’uomo, massacrato in casa sua, avrebbe fatto a Biden sui social.
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Politica
«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.
«Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».
«Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.
«Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».
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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.
Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.
Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.
- Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
- Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
- Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
- Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
- Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
- Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
- Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
- Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
- Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
- Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
- Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
- Franco Battiato — esoterico cantante etneo
- Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
- Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
- Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
- Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
- Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
- Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
- Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
- Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
- Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
- Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
- Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
- Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
- Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
- Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè
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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.
Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.
Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.
Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.
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Politica
Trump: l’Irlanda sarà riunificata
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Politica
Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino
Vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino, esattamente come ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.
Ci teniamo, perché deve essere significato un concetto di fondo: lo Stato moderno, basato sulla Necrocultura, non può che onorare eroi come Emma, 11 mila e passa aborti fatti con le sue proprie mani, più diversi milioni indirettamente cagionati dalla legge che aveva lottato per ottenere.
Lo sappiamo, non è solo l’aborto. C’è l’eutanasia, c’è un po’ di geopolitica oscura, c’è molto altro nella storia della cocca di Soros e Bergoglio. La sostanza rimane la stessa: sappiamo quali padroni, forse un livello ancora più su, i radicali italiani hanno servito in tante decadi.
Un po’ di storia.
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La giovane Bonino, si racconta, ad un certo punto va in cerca di qualcuno che le procuri un aborto illegale per un prezzo minore di quello che le hanno chiesto in precedenza. Si troverà in Toscana, dove in una bella villa sui colli un ginecologo, Giorgio Conciani esegue, contra legem, «innumeri interruzioni di gravidanza». È qui che la ragazza apprende i principi del Partito Radicale: ma, una volta aderito completamente alla cultura feticida, non si farà bastare la propaganda della dottrina del libero aborto: passa all’azione con i compagni radicali.
Così, in questa bella villa toscana si istituisce – per volere di Marco Pannella e di Adele Faccio -–il CISA, Centro Italiano Sterilizzazione e aborto.
In un articolo sul settimanale Oggi del 1976, la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Alle operazioni la Bonino provvede di persona. Come testimoniato da una famosa fotografia, per il feticidio delle carovane di madri che attira nella villa si serve della pompa di una bicicletta. Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata svuotato per la bisogna: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate» assicurò Bonino a Neera Fallaci, giornalista sorella di Oriana.
Per dare un’idea dell’ambientino delle mammane radicali a metà anni Settanta si può leggere un’intervista fatta da un’altra sorella Fallaci, Paola, a Eugenia Roccella, attuale ministro della Famiglia del governo Meloni: «la pompa di bicicletta è soltanto lo strumento che può utilizzare chi non ha I’aspiratore elettrico, difficile da procurarsi e molto costoso. Non c’è nulla di stregonesco in questo, né di anti-igienico, né di agghiacciante
Il dottor Conciani, dopo aver espanso le sue attività anche nel campo delle eutanasie illegali, finirà suicida, impiccato in cantina.
La Bonino invece, farà una carriera politica folgorante: le vengono dati incarichi di massimo prestigio, compreso quello di Commisario Europeo. Di lei si parlò varie volte come figura ideale per la presidenza della Repubblica, con campagne infinite che arrivarono a stampare immensi cartelli pubblicitari nelle città italiane e pure costosissimi spot TV («Una come Emma…»).
Il suo ruolo nella trasformazione dell’Italia in Stato abortista non può essere sottovalutato, perché non è fatto solo di propaganda e referendum.
Il programma di dissoluzione non poté che attrarre l’interesse del distruttore globale Giorgio Soros. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.
L’iniziativa di Suni Agnelli coniugata Rattazzi – che, volto e erremoscia copincollati geneticamente dal fratello inventore dell’orologio sopra il polsino, avrebbe poi dato il meglio di sé come ministro degli Esteri del governo Dini (1995-1996) – si univa, ovviamente ad una proposta lanciata dalla conterranea piemontese Bonino. Riteniamo profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la ciclo-abortista radicale e non contro la erremosciata infanta industrialista.
Tanto per concludere la storia della psy-op abortista di Seveso, furono poi fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione. Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.
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La Bonino, mandata da Berlusconi a fare il Commissario Europeo negli anni Novanta – con i suoi coraggiosi viaggi nell’Afghanistan dei Talebani sparati in copertina dai settimanali – dovette sembrare a Soros anche l’interlocutore ideale per entrare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles e Strasburgo. In quegli anni si segnalarono numerosi viaggi dell’Emma a Nuova York per incontrare il magnate.
Al matrimonio di Soros del 2013 (il terzo), senza che lo si dicesse a nessuno (se lo lasciò scappare Pannella in una diretta di Radio Radicale da Nuova York), tra gli invitati vi erano Giacinto detto Marco ed Emma. La Bonino in particolare era ministro degli esteri: ogni suo spostamento produce un lancio stampa, per il voletto su Nuova York a mangiare la torta nuziale dell’amico miliardario palindromo neanche un rigo. E sì che con Emma c’era un bel parterre: il premier albanese Edi Rama (vecchia conoscenza di Soros, nuova amicizia della Meloni), la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, il Presidente dell’Estonia Hendrik Toomas Ilves, la leader democratica Nancy Pelosi, l’allora governatore di Nuova York Andrew Cuomo (poi malamente spodestato, e non per le stragi COVID), il governatore della California Gavin Newsom (che molti ora vedono come futuro candidato presidente per il Partito Democratico USA), la direttrice del FMI Christine Lagarde, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, i finanzieri Paul Tudor Jones e Julian Robertson, e il cantante degli U2 Bono.
Di più Soros prese addirittura la tessera della Rosa nel Pugno, e sostenne il Partito Radicale Transnazionale. È lecito interrogarsi sulla possibilità che la mano di Soros vi sia anche negli affari che nel dopo-muro i radicali intrattenevano nei paesi orientali: lo speculatore vi investiva miliardi di euro in affari filantropici, i radicali aprivano uffici nelle capitali slave, e gli toccherà persino di vedere la triste morte di uno dei loro missionari, probabilmente assassinato dagli eredi del KGB.
Se nella sua storia di pasionaria dello strano partito radicale italiano – attivistico come un partito di sinistra, ma filoamericano, filoisraeliano, anticinese, antisindacale, antistatalista – è possibile vedere con chiarezza che il suo nemico è sempre stato l’autorità cattolica e la morale cristiana in generale («No Vat», «Vatican Taliban», «decidi tu o il Vaticano»?) solo fino ad un certo punto.
Ad un certo punto, cominciò a vedersi la foga dei vertici della DC, e della Chiesa stessa, per associarsi ai radicali. Il segnale che molti sottovalutarono probabilmente è la laurea honoris causa che fu assegnata dall’Università di Bologna di Romano Prodi a George Soros nel 1995. Appena due anni prima, Soros aveva effettuato una manovra di gargantuesca speculazione internazionale che aveva messo in ginocchio l’Italia (e la Gran Bretagna, e la Malesia, etc.) svalutandone la moneta, la lira. Ministro degli Esteri era all’epoca Beniamino Andreatta, figura democristiana la cui oscurità è misconosciuta, che nel governo precedente, l’Amato I, aveva ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica.
Un retropensiero sugli alleati democristiani di Soros – o peggio, wannabe alleati – confesso che mi è venuto anche quando ho visto la Bonino invitata a presentare il meeting di CL nel 2013. Forse che il movimento di Don Giussani, che le mani in pasta in diversi paesi (Sud America compreso) le ha, immagini di bussare alla porta di George?
A questo punto un ricordo personale: accadde a quel tempo che dovetti andare al Meeting ciellino di Rimini, perché era stato dato appuntamento in una saletta appartata per un ritrovo di un’iniziativa pro-life che finì, come tutte, nel nulla rivoltante contornato da salamelecchi a qualche stronzo politico di passaggio. C’erano due amiche da accompagnare, e allora dissi che sì, sarei andato, ad una condizione: epperò avrei, un po’ stile radicale, lo ammetto, solcato la Woodstock del Ciellistan con al collo la copertina di Tempi (rivista cielloide che non sappiamo se esista ancora) che aveva pensato bene di mettere la Bonino in prima pagina.
E quindi eccomi, con una fotocopia della prima del giornale, primissimo piano di Emma, cui forse, nello stile grafico che conoscete bene in Renovatio 21, avevo fatto gli occhi rossi: sì, ero divenuto un sandwich umano antiboninico. In mezzo ai ciellini. Il risultato fu quello atteso: gente che mi guardava imbarazzata, preoccupata, irritata, rassegnata… La dissonanza cognitiva era tanta anche per quanti, col giussanismo, avevano messo il cervello in gestione conto terzi (cit. Mario Palmaro).
Tuttavia un avventore, alto e con la pelle ambrata, mi si avvicinò durissimo: «è colpa sua il casino che sta succedendo a casa mia» disse. Era un egiziano cristiano copto, il popolo che colpevolmente – come in Libano, Siria, Iraq – l’Europa post-cristiana ha definitivamente abbandonato. Non ho mai capito cosa volesse dirmi, perché non riuscii a fermarmi a parlarci. Erano gli anni post-primavera araba, cioè rivoluzioni colorate parasorosiane indette dal potere profondo americano, che, apertis verbis, voleva provare a piazzare con Mohammed Morsi un movimento terrorista (i Fratelli Musulmani: il capostipite del jihadismo globale, come ammette perfino il manuale dell’ISIS La gestione della barbarie) a capo di un grande Stato Arabo – manovra che infine è recentemente riuscita, meglio che in Egitto dove l’islamista è stato spodestato dal «laico» al-Sisi, nella Siria del tagliagole ricercato al-Jolani.
Sì, la Bonino era conosciuta in Egitto, vi si era trasferita. Non è mai stato chiaro cosa abbia fatto al Cairo la Bonino, ma finì per essere nominata professore all’Università. Più di così non sappiamo.
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Questo per dire che la figura della Bonino è andata molto oltre il tema dell’aborto, dell’eutanasia, delle droghe, etc. E pure oltre l’Italia. Tipo anche, in Vaticano.
Sì perché il papato Bergoglio portò la Bonino nel Sacro Palazzo, col pontefice di origini piemontesi che la salutava con un bel «Cerea!» e si complimentava con lei come una «grande figura italiana dimenticata».
Chi ha fatto negli anni la battaglia contro l’aborto poteva anche rimanerne sconvolto, ma doveva farci l’abitudine. Il sottoscritto ricorda bene come, all’indomani di una Marcia per la Vita a Roma (tanto per dire quanto servivano…) il papa la ospitò in Vaticano in un’iniziativa a caso che riguardava, eccerto, i bambini. Via con la photo-opportunity, con la tizia che definiva il Vaticano «talebano» a stringere le mani grata, sorridentissima, al romano pontefice.
Il favore del vecchio si arricchì di un ulteriore episodio due anni fa, appena dopo la rielezione di Trump: il papa, in carrozzella, va a trovare l’Emma, in carrozzella. La foto, con i due che sorridono pacifici, è scattata sul terrazzo di Casa Bonino.
Niente di tutto questo ha tuttavia veramente importanza ora, se dobbiamo pensare ai funerali di Stato: esequie organizzate e finanziate dallo Stato italiano per onorare personalità che hanno ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo o che si sono distinte per meriti eccezionali nei confronti della Nazione.
Lo Stato premia la donna che ha avviato e avallato il genocidio di milioni di suoi cittadini. Se la Nazione è tale perché prevede, come dall’etimo latino, la nascita, la Bonino rappresenta la figura più antinazionale possibile.
E se pensate che il nazionalismo professato (a parole, mentre lascia che milioni di immigrati ci invadano, a spese del contribuente) dai partiti al potere possa capirlo, non sapete nulla: ricordate l’inchino a Moloch del 2022, la dichiarazione ripetuta, per interposta persona, della Meloni – che viene dall’MSI, partito che si oppose frontalmente all’aborto di Pannella e Bonino – che no, una volta al governo non avrebbe toccato il feticidio di Stato. Come se per prendere le redini dello Stato moderno, si dovesse fare prima questa professione di sudditanza all’autogenocidio, al sacrificio di massa, al Male: l’inchino a Moloch, appunto.
Niente di nuovo sotto il Sole: con le leggi abortiste, lo Stato moderno ha rivelato la sua natura intima, cioè la profonda, massiva ostilità assassina verso l’essere umano.
È giustissimo quindi che la Bonino entri nel Pantheon dell’Italia moderna. Non scandalizzatevi: è un segnale di chiarezza, di cui dovremmo essere grati.
Lo Stato moderno è lo Stato anticristiano. Comprendiamolo, una volte per tutte.
Roberto Dal Bosco
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