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Politica

Trump si dichiara non colpevole. Rischia 561 anni di carcere

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L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è dichiarato non colpevole di quattro accuse di reato relative alla contestazione dei risultati delle elezioni del 2020.

 

L’ex presidente, affiancato dai suoi avvocati in un’aula di tribunale di Washington DC, si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse davanti al giudice magistrato statunitense Moxila Upadhyaya. Rischia un massimo di 20 anni di carcere.

 

Trump è stato incriminato martedì con l’accusa di cospirazione per frodare gli Stati Uniti, cospirazione per ostacolare un procedimento ufficiale, ostruzione e tentativo di ostacolare un procedimento ufficiale e cospirazione contro i diritti.

 

Mentre è stato brevemente messo in custodia in attesa della sua contestazione in linea con le procedure standard del tribunale, l’ex presidente non sarà trattenuto in attesa di processo con le accuse di questa settimana, a condizioni che includono la mancata comunicazione con chiunque sia noto per essere un testimone nel caso se non tramite un avvocato.

 

Il caso, incentrato sulle azioni di Trump subito dopo le elezioni presidenziali del 2020 e in particolare la rivolta del Campidoglio del 6 gennaio, è stato assegnato al giudice distrettuale Tanya Chutkan, che ha presieduto dozzine di casi contro gli imputati del 6 gennaio e in molti di essi ha pronunciato sentenze più dure condanne rispetto a quelle chieste dai pubblici ministeri.

 

I sostenitori dell’ex presidente hanno espresso la preoccupazione che non riceverà un processo equo, data l’esplicita insistenza di Chutkan sulla sua presunta complicità nelle violenze al Campidoglio.

 

Trump è diventato il primo ex presidente degli Stati Uniti ad essere mai stato incriminato a livello federale all’inizio di quest’anno quando è stato accusato di 37 reati relativi alla presunta cattiva gestione di documenti governativi classificati conservati nella sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida. In precedenza era stato incriminato presso il tribunale distrettuale di Manhattan per 34 capi d’accusa di falsificazione di documenti aziendali relativi al presunto pagamento di denaro segreto alla pornostar Stormy Daniels. Trump si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse.

 

All’inizio di questa settimana, Trump ha accusato i suoi oppositori democratici di aver cercato di rinchiuderlo per «sei vite», osservando che le condanne al carcere combinate per tutte le accuse contro di lui ammontavano a 561 anni.

 

«Con il DOJ corrotto di Crooked Joe che ha illegalmente INDICATO il tuo sincero ancora una volta, i rapporti indicano che ora potrei affrontare un totale di 561 ANNI di prigione a causa della caccia alle streghe della sinistra», aveva detto Trump in un’e-mail di raccolta fondi. «Crooked Joe», «Joe il corrotto», è il soprannome di Trump per l’attuale presidente, Joe Biden – l’espressione ha sostituto «Sleepy Joe», «Joe l’assonnato», epiteto con cui lo apostrofava in campagna elettorale.

 

«C’è solo UN MESSAGGIO che qualcuno può inviare cercando di buttarti in prigione per 6 vite, ed è la PAURA. La paura che se voti per l’UNICO candidato che ti mette al PRIMO posto, anche tu potresti essere molestato, incriminato e persino ARRESTATO dall’attuale regime marxista a Washington» scriveva l’e-mail.

 

Trump ha sostenuto che le «infinite cacce alle streghe» non riguardano lui, ma tolgono la libertà agli americani, e ha esortato i sostenitori a «stare pacificamente con me durante questi tempi bui».

 

Martedì, il consigliere speciale Jack Smith ha rilasciato un atto d’accusa di 45 pagine da parte di un gran giurì a Washington, DC, su sei accuse relative alla rivolta del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti. Smith ha affermato che Trump sapeva che le sue affermazioni sulle irregolarità nelle elezioni del 2020 erano false, ma ha continuato a farle, creando così «un’intensa atmosfera nazionale di sfiducia e rabbia, ed erodendo la fede pubblica nell’amministrazione delle elezioni».

 

Smith ha affermato che le «cospirazioni» di Trump hanno preso di mira «una funzione fondamentale del governo federale degli Stati Uniti».

 

La scorsa settimana, Smith ha anche accusato il 45esimo presidente di ostruzione alla giustizia, per presunta distruzione di prove relative al possesso di documenti riservati nella sua residenza di Mar-a-Lago in Florida. Un tribunale di New York ha anche perseguito Trump per «falsificazione di documenti aziendali» per presunti pagamenti in denaro segreto all’attrice pornografica Stormy Daniels.

 

Trump è attualmente il favorito per la nomina presidenziale repubblicana nel 2024, molto più avanti di tutti gli altri contendenti. I Democratici hanno deciso di non tenere alcun dibattito tra Biden e i suoi due attuali sfidanti, Robert F. Kennedy Jr. e Marianne Williamson.

 

I democratici insistono sul fatto che Joe Biden abbia legittimamente ottenuto 81 milioni di voti – il massimo nella storia degli Stati Uniti – nelle elezioni del 2020 e che tutte le affermazioni di Trump sulle irregolarità sono completamente false.

 

Nel febbraio 2021, la rivista Time aveva pubblicato un servizio su uno «straordinario sforzo ombra» per «rafforzare» le elezioni, unendo agenti democratici e repubblicani anti-Trump.

 

Allo stato attuale, le accuse paiono aver cementato il vantaggio del candidato repubblicano sugli sfidanti repubblicani nei sondaggi.

 

Trump, che è stato recentemente minacciato dagli avvocati di Hunter Biden, ha promesso di far cessare la guerra in Ucraina in 24 ore quando rieletto alla Casa Bianca.  «La Terza Guerra Mondiale non è mai stata vicina come in questo momento» ha detto in un video recente.

 

Nei suoi discorsi degli ultimi mesi ha posto l’accento sul pericolo di guerra nucleare che stiamo correndo, e ha aperto all’idea di chiedere alla Cina risarcimenti per la pandemia di COVID-19.

 

La catastrofe socioeconomica e politica americana dell’ora presente lo hanno spinto a dichiarare che «gli USA sono diretti all’inferno», e promettendo, una volta tornato in carica, di «annientare il Deep State», accusando i neocon e personaggi come Victoria Nuland. Ha promesso inoltre di rendere pubblici i documenti secretati sull’assassinio del presidente John Kennedy.

 

È evidente che quello che sta accadendo è una berlusconizzazione della politica americana: impossibilitati a fermare elettoralmente l’intruso, l’establishment tenta di liquidarlo per via giudiziaria, senza pudore riguardo a metodi, accuse, ostinazione nella persecuzione.

 

 

 

 

 

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Politica

Guerriglia anarco-tirannica a Bologna, Torino, Firenze, Roma. Immagini e analisi

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Immagini di guerra urbana nelle città italiane.

 

Tutti avevano gli occhi su Milano, dopo le immagini, inaccettabili e rivoltanti, di domenica scorsa, con le fiamme che si alzavano dinanzi alle forme gotiche del Duomo. La città, però, è stata militarizzata, con presidi di blindati lince e parà della Folgore per le strade cittadine, con i negozi corazzati da strati di compensato sopra le vetrine, come se ci fosse un’alluvione in arrivo…

 

Nel capoluogo lombardo, nonostante i contatti con le Forze dell’Ordine, non è accaduto nulla di significativo. Il grosso, sia livello di violenza e vandalismo, che a livello simbolico, è avvenuto nelle altre città d’Italia.

A Bologna si sono viste le barricate, con cassonetti a fuoco e un distributore automatico distrutto (nel gergo anarchico, «aperto»). Idranti in azione, un ferito soccorso in ambulanza.

 


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A Firenze il corteo ha deviato per le strade dello shopping, con lanci di oggetti e conseguenti cariche di alleggerimento.

 


A Torino, pure, scontri e devastazioni varie.

 

Il colpo simbolico, pari a quello di Piazza Duomo in fiamme, i rivoltosi lo hanno ottenuto a Roma, dove sono entrati nel Colosseo. Hanno, cioè, conquistato il simbolo più conosciuto di Roma, con tanto di turisti che se la danno a gambe. Il segno della Civiltà millenaria romana, preso d’assalto dalla banda con bandiere palestinesi e, a dimostrare la confusione mentale dei manifestanti, pure tricolori italiani.

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Va tenuto presente che la zona antistante al Colosseo è descritta da anni, con tanti video girati dai vlogger della sicurezza cittadina, come infestata da maranza violenti.

 

Scontri si sono avuti anche vicino al Quirinale: anche qui lanci di bottiglie.

 

Insomma, si è ripetuto, anzi si è amplificato, quanto visto la settimana scorsa, nella chiara, forse programmatica impotenza dello Stato di reprimere le masse fatte dai classici facinorosi a caso (sempre belli attivi nel mese di ottobre: né troppo caldo, né troppo freddo, perfetto per le passeggiate devastatrici) più le masse di giovani immigrati, pronte a saccheggiare e a mandare in rovina le stesse città che li hanno accolti e cresciuti.

 

I numeri parlano di 5mila identificati (che significa: lasciati liberi), 371 fermati (che significa: probabilmente lasciati liberi subito dopo), di cui 110 sono minorenni. In pratica, hanno arrestato i bambini.

 

Gli arresti veri e propri sono stati solo 9. Di fronte alla guerriglia, questa è la risposta dello Stato.

 

Aggiungiamo solo il dato interessante. I giornali mainstream dicono che si sarebbe trovato l’origine dell’innesco di tutta la protesta, che fanno risalire alla pagina Instagram «Movimento 17 ottobre», la quale, scrivono, diffondeva le coordinate della protesta.

 

La Polizia Postale, assieme all’Antiterrorismo e con il supporto della collaborazione giudiziaria con Meta e i provider di rete, avrebbe tracciato l’IP del profilo, risalendo al gestore della pagina.

 

Qui la sorpresa diventa grande: si tratta di un trentenne immigrato nordafricano di seconda generazione, che però sulla carta è perfettamente integrato. Residente nel bresciano, «cittadino italiano», ci fanno sapere i giornali, il nostro è un ricercatore di studi di geopolitica, con collaborazione freelance con le grandi testate. Nelle foto ha occhiali, giacca, cravatta, capelli ben rasati.

 

Lo hanno arrestato a Corvetto – zona della guerriglia etnica di qualche tempo fa, dopo la morte del ragazzino maghrebino inseguito dalla polizia – a casa di un altro attivista.

 

L’AISI, i servizi segreti interni repubblicani, ritengono che abbia fatto propaganda da anni. «Secondo i riscontri dell’Intelligence, avrebbe creato l’organizzazione “Alba nascente” per veicolare messaggi riconducibili ad Hamas e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gestendo al contempo collegamenti con l’area antagonista e la logistica di mobilitazioni pro-Pal» scrive RaiNews, che rilancia un’ombra seria su tutta la faccenda: «dalle prime verifiche non emergono regie riconducibili a governi esteri, mentre gli investigatori vagliano presunti legami con la rete dei Fratelli Musulmani».

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La questione si fa bizzarra quando si scopre che l’uomo – che viene descritto dalla stampa imbeccata dalle forze statali come un meticoloso organizzatore della protesta – è collaboratore non solo de Il Fatto Quotidiano, ma ha un profilo pure sulla pagina dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, storico e noto think tank riemerso con forza negli ultimi anni di guerra ucraina.

 

Gli interessi di ricerca dell’uomo, scrive il sito dell’ISPI «si concentrano sull’Islam politico, sui movimenti politici islamici e sul rapporto tra Islam e nazionalismo arabo. (…) Durante i suoi studi ha analizzato i legami tra le ideologie politiche islamiche del XX secolo e le prime esperienze politiche dell’Islam e, nella sua tesi magistrale, ha svolto uno studio approfondito sui movimenti islamici in Marocco e i loro rapporti con il potere monarchico».

 

È bene ricordare che dall’ISPI provengono personaggi televisivi come Nathalie Tocci, vista ovunque a difendere le ragioni della NATO nei conflitti dell’ora presente.

 

Nel frattempo, le città restano devastate, mentre il cittadino sincero-democratico (guardatevi le interviste ai negozianti per comprenderlo) si rassegna a pensare che si tratti di un fenomeno organico, climatico, appunto come un’alluvione, che ciclicamente arriva, e non c’è modo di salvarsi.

 

La realtà è che questi ragazzi altro non sono che strumenti, dispositivi ambulanti dell’anarco-tirannia. Lasciati liberi di produrre quel tanto di violenza che serve a terrorizzare il contribuente, per accelerare dall’altra parte la trasformazione dello Stato moderno in piattaforma di controllo totale.

 

No, non è un fenomeno naturale, metereologico, inevitabile. È un programma.

 

E non dobbiamo accettarlo. Dobbiamo combatterlo.

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Il sacco di Milano della barbarie anarco-tirannica. Invochiamo il flagello di Ambrogio

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E così l’orda ha conquistato anche Milano. Perché il segnale, il sintomo, il comando, riguarda non la singola città, non il Paese, ma l’Europa e l’Occidente, la Civiltà tutta. L’anarco-tirannia ha rivendicato la capitale morale d’Italia, e non solo – usando lo schema medesimo della Francia, dove il progetto calergista è in stato più avanzato.   È il «sacco di Milano», andato in onda in mondovisione.   Lasciate perdere la manifestazione di facciata sul caro-vita, e pure le bandiere palestinesi, pardon, «pro-pal». Non facciamoci intortare dalla retorica profusa dallo Stato moderno (i suoi vertici, la sua stampa asservita) quella degli «infiltrati». C’era stato quel segmento televisivo involontariamente tragico e umoristico, ai tempi delle rivolte BLM, in cui l’inviato della TV americana parlava di «manifestazioni per lo più pacifiche» con alle spalle la città incendiata.   Ieri Macron ha parlato della legittimità degli obiettivi della protesta e dei casseurs infiltrati. Chiediamo di guardare le immagini: ma quali infiltrati? Ma quali obiettivi? Ma quale protesta?   È ovvio che non è una protesta, ma una devastazione programmata, il caos manifestato da chi sente il bisogno, o ha l’ordine, di farlo. Guardate questi giovinastri con la pelle scura, ben vestiti, ben nutriti, divertiti come neanche a Gardaland (anzi, nella vicina Peschiera…): quali obiettivi possono avere? Possiamo dire che sono «infiltrati», se poi per due giorni prendono possesso della città più importante d’Italia?    

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  Capite che per chi conosce Milano, e la ama, la portata simbolica di quanto è accaduto è enorme. Guardate voi stessi: piazza Duomo, luogo centrale della cristianità mondiale, assediata, sconvolta dalla teppa terzomondiale. L’invasore islamico, o islamo-nichilista, o semplicemente barbaro, espugna il luogo che i milanesi considerano con orgoglio il cuore assoluto della città.   Rimirate le immagini del Duomo, questo edifizio gotico meraviglioso, con dinanzi le fiamme. I milanesi ci hanno messo 578 anni per costruirlo, dalla posa della prima pietra di Gian Galeazzo Visconti nel 1386 al completamento principale con l’ultimo portone nel 1965. L’autore di questo miracolo architettonico, diceva Paolo VI, non c’è, o meglio – è l’intero popolo milanese.   Nel giro di poche ore, abbiamo compreso, il lavoro di mezzo millennio del popolo milanese può essere cancellato dai barbari, che pure non vengono dalla steppa, ma ora vivono a Milano, magari sovvenzionati dalle tasse dei milanesi. Se l’opera principale del popolo milanese può essere oltraggiata e financo distrutta, senza essere protetta, significa che il popolo milanese non esiste più.    

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È così. sappiamo cosa è accaduto. La città che fu capitale dell’Impero romano, che fu la culla di santi incredibili, nel giro di un secolo si è venduta a famiglie di vampiri industriali, a politici inetti e corrotti, agli invertiti della moda, a catto-sette di ladri eunuchi, a caste di manager goscisti-elitisti. Nessuno di costoro aveva neanche lontanamente in mente di difendere Milano, ma di spolparla, di sfruttarla, di svenderla.   Siamo solo arrivati al momento in cui ciò è divenuto simbolicamente evidente.     Certamente non si tratta solo dei luoghi storici, le grandi piazze, le gallerie (dove sono rimasti, a permettersele, solo le multinazionali), i palazzi millenari. È la vita stessa dei milanesi che ora è minacciata. Guardate via Torino: un tempo luogo di baretti e negozietti, dove passeggiava, e comprava, la gente comune: c’era il negozio di scarpe, l’ottico bravo, la ricevitoria del lotto, la videoteca fornita, il pronto-moda a portata, la pizza al trancio, etc.   Ora dopo essere stata gentrificata – i negozi sono praticamente solo di grandi catene internazionali – via Torino viene razziata. Ecco che arrivano le immagini del looting di articoli sportivi, a quanto sembra amati dai baluba fino al punto di sfidare la legge per portarseli via aggratis.   Non che sia un fenomeno nuovo. Ricordiamo di averlo visto durante la rivolta di Los Angeles per il pestaggio di Rodney King nel 1992. Distintamente ricordiamo anche Londra nel 2011, quando vi furono disordini pre-olimpici nei quartieri immigrati che si riversarono poi ovunque vi fosse un negozio di scarpe da ginnastica da razziare. Per la Francia di questi anni, gli episodi non si contano.   Anche a Milano ora abbiamo la barbarie firmata, pronta a tutto pur di avere la felpa col loghetto figo. È un segnale chiarissimo: questa gente è disposta a tutto, per niente. Gli lancia una maglietta, e questi sono pronti a fare qualsiasi cosa. È il programma del conte Calergi: il meticcio, teorizzato in Praktischer Idealismus, è più «sentimentale», quindi più manovrabile, quindi ideale per la costruzione della «nuova Europa».   La «nuova Europa» sta nascendo tramite le razzie dei Footlocker. È la conclusione che dobbiamo trarne.       Notiamo anche: i negozi di libri possono essere distrutti senza portare via niente, come visibile alla Feltrinelli di Torino. I razziatori sono selettivi, lo sappiamo: lo scrittore William Gibson notava che nei saccheggi losangelini del 1992 venivano spaccati e depredati i negozi di TV Color, mentre quelli con in vetrina computer Apple da migliaia di dollari venivano lasciati intonsi (ora non è più così: ma abbiamo reso l’idea).   A colpire è soprattutto l’idea che l’incursione sia fatta in una libreria Feltrinelli, tempio della cultura goscista, cioè immigrazionista e permissivista, che ha consentito alla società di degenerare fino al punto di far vivere sul suo territorio individui simili. Il cane morde il padrone: o forse, il padrone non è mai stato padrone, era uno che dava da mangiare senza nemmeno sapere quello che faceva, ma credendosi, per questo, buono. La sinistra, e tutta la sua filiera economica, altro non è che una patologia narcisoide di una società che ha perduto la morale naturale.    

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Milano non è stata l’unica città. Anche a Bologna, altra città invasa dagli immigrati, si sono avuti scontri. Tuttavia sono stati vicino alla stazione, lontani da San Petronio – che ha peraltro altre criticità: la macchina della polizia nei paraggi sta a significare la «protezione» dell’affresco dipinto da Giovanni da Modena tra il 1410 e il 1420 che raffigura il Giudizio Universale e l’Inferno con Maometto (indicato come «Machomet») nel girone dei seminatori di discordie e scismi come da Canto XXVIII dell’Inferno di Dante Alighieri.   Siamo certi che, prima o poi, gli «studenti» e la loro «protesta» arriveranno anche lì.     Torniamo a Milano. L’assalto alla città, con la polizia praticamente inerme – fa il giro dei siti di informazione il dirigente di polizia in borghese con il sangue in testa perché colpito da un sanpietrino – segna non solo una vittoria per i rivoltosi, ma una direzione precisa delle forze dell’ordine: esse non sono in grado, o non vogliono, risolvere una cosa del genere.   Eppure noi di piazza Duomo avevamo altri, tristi, ricordi. Rammentate le proteste pandemiche? Noi sì. Milano era diventata, ogni sabato, teatro delle più massicce marce contro lockdown, vaccini greenpass. Roba che neanche Melbourne. Per quanto ci è possibile testimoniare, possiamo dire si trattava di manifestazioni completamente organiche, e quelli che volevano metterci il cappello (tra cui qualche vecchio arnese confuso) duravano poco.   La repressione fu pazzesca. Manifestanti bloccati in periferia dalla polizia, che chiudeva vie ed accessi, di fatto mettendoli in trappola. In piazza Duomo, che oggi viene lasciata tranquillamente bruciare, cominciarono ad arrestare chiunque, dalla signora di mezza età al pensionato con la bici colorata, a quelli che sembravano passanti che semplicemente reagivano agli agenti in borghese che affiancavano e prendevano gli sparuti personaggi che protestavano, pensate un po’, con la loro presenza. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese aveva emanato il 10 novembre 2021 una direttiva per «limitare», cioè cancellare, le proteste contro le misure sanitarie COVID. Alla facciazza di qualche articolo della «Costituzione più bella del mondo».   Ricordo la malinconia totale che mi procuravano quelle immagini. Non solo perché vedevo quella stupenda protesta ridotta ad un cumulo di rauchi tizzoni che venivano spenti senza pietà. Ma perché quella era piazza del Duomo, il luogo più bello, più importante, più spirituale. San Carlo Borromeo è custodito proprio lì, nello Scurolo di San Carlo, ed è il santo che non aveva paura di andare dagli ammalati durante la peste, chiamata proprio Peste di San Carlo.   Milano aveva tradito se stessa. Lo Stato moderno aveva vinto contro il suo spirito antico.   Ora rivediamo in trasparenza lo stesso fenomeno, o meglio, ne vediamo la faccia ulteriore. L’anarco-tirannia vuole da una parte tiranneggiare il cittadino, schiacciargli la faccia sotto lo stivale dell’autorità (come visto col COVID), ma al contempo desidera lasciar libero l’elemento barbaro immigrato, così da creare quel caos sociale che permette alle élite di prosperare libere dalla responsabilità di nutrire e proteggere il popolo, divenuto troppo impegnato a proteggersi e nutrirsi da sé.

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Ecco spiegata l’impotenza, pubblicamente esposta, delle forze dell’ordine. Possono avere davvero l’ordine di reprimere gli immigrati le questure dove gli uffici per i loro documenti sono dozzine mentre l’ufficio per fare una denuncia è uno, con ore di attesa per dire alle autorità cosa ti è accaduto?   Curtis Yarvin, il teorico del Dark Illumnism fautore del ritorno ad una forma di governo puramente monarchica, ha scritto su X: «La racaille [in francese, la «teppa», con riferimento ai disordini di questi giorni, ndr], un piccolo problema, è sintomo di un problema ben più profondo: uno Stato restio a risolverlo. Una tale perversità non si era quasi mai vista nella storia dell’umanità».   È più difficile di così: lo Stato, in profondità, non vuole risolvere il problema perché non lo ritiene un problema, ma un obiettivo. POSIWID (The Purpose of a System is What it Does): lo scopo di un sistema è ciò che fa.   E quindi, quello che è programmato per noi e per i nostri figli è un futuro di imbarbarimento a cui nessuno sembra volersi opporre. Milano è, come sempre, la prima città ad anticiparlo chiaramente, come fu per l’industrialismo, il fascismo, il futurismo, il craxismo, etc.   È a questo punto che bisogna invocare il suo Santo – il nostro Santo. Ambrogio. Lo sapete che il flagello, lo scudiscio, è un attributo iconografico tipico del vescovo e patrono di Milano.  

Immagine di Vassia Atanassova via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Nell’arte cristiana a partire dal Medioevo (fine dell’XI secolo), il flagello viene messo in mano ad Ambrogio per simboleggiare la sua energica difesa della fede cattolica contro le eresie, in particolare l’arianesimo sulla Trinità e sulla natura di Cristo. Ambrogio applicava la tolleranza zero: non dovevano esserci, a Milano, aree in cui gli eretici ariani potessero stare tranquillamente: tradotto in termini attuali, Ambrogio combatteva le no-go zone. L’integrità di Milano, e della fede, era la priorità del Santo.   Nell’iconografia, quindi, il flagello di Ambrogio rappresenta la forza della sua parola e il suo ruolo di pastore deciso nel proteggere il popolo a lui affidato.   Eccoci: sconfiggere l’elemento tossico, proteggere il popolo. È esattamente quello che serve oggi a Milano, all’Italia, all’Europa, al mondo. Alla Civiltà – che altro non è se non la Civiltà cristiana.   Per questo, preghiamo Ambrogio. Ed agiamo, il prima possibile. Perché nulla potrebbe sopravvivere alla barbarie. Né Milano, né la nostra civiltà, né i nostri figli.   Roberto Dal Bosco  

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Politica

Il municipio di Limoges dato alle fiamme dalle proteste immigrate

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Il campanile del municipio di Limoges, risalente a 143 anni fa, è crollato sabato sera dopo che l’edificio era stato dato alle fiamme nel contesto delle rivolte etniche immigrate camuffate da proteste a livello nazional contro l’aumento del costo della vita

 

L’incidente è avvenuto mentre gli scontri tra polizia e le orde immigrate si intensificavano in tutta la Francia, con gli agenti che hanno sparso gas lacrimogeni.

 

A Limoges, città della Francia centro-occidentale, casseurs mascherati hanno dato fuoco al municipio ottocentesco, secondo quanto riportato dall’agenzia AFP, che cita un funzionario regionale. Video diffusi sui social media mostrano il campanile dell’edificio cedere e crollare mentre le fiamme ne avvolgono le strutture di sostegno.

 

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L’incendio ha causato danni ingenti, con il crollo del tetto sui piani inferiori e la distruzione di gran parte della facciata. Le autorità locali hanno descritto l’edificio storico come in gran parte distrutto. Non sono stati segnalati feriti tra le persone che si trovavano all’interno.

 

«Il tetto è crollato sui piani inferiori, ad eccezione dell’ala ovest, e due terzi della facciata esterna sono già scomparsi», ha dichiarato il prefetto locale Maurice Barate, citato dall’AFP.

 

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Scontri violenti sono stati segnalati a Parigi, Marsiglia, Rennes, Tolosa e Angers.

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Il primo ministro Sébastien Lecornu ha dichiarato che 1.200 persone sono state arrestate in tutto il paese, mentre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha riferito che 150 agenti di polizia sono rimasti feriti.

 

Filmati provenienti da Parigi mostravano la polizia che si scontrava con le torme sabotattrici, mentre questi ultimi, con il volto coperto, lanciavano oggetti e fuochi d’artificio.

 

A Marsiglia, i «manifestanti» hanno fatto irruzione nel municipio, sfondando la porta e imbrattando i muri con vernice spray, secondo quanto riportato dal quotidiano locale La Provence. Sono stati segnalati incendi anche in diverse città, tra cui un ufficio turistico a Lione.

 

Con la distruzione di un municipio antico l’anarco-tirannia segna un punto simbolico notevole: la distruzione del potere precedente, il trasferimento del comando all’orda barbara.

 

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