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Troll Farm USA per l’opposizione extraparlamentare russa?
La Free Russia Foundation (FRF), una ONG con sede a Washington, ha confermato di gestire una rete di commentatori online a pagamento incentrati sull’influenza sull’attualità russa e sulla crisi ucraina. Lo riporta il sito governativo russo Russia Today.
La cosiddetta «Troll Farm» pro-opposizione è stata denunciata in un reportage esplosivo pubblicato mercoledì da SVTV, un canale online creato dall’attivista libertario russo Mikhail Svetov. Il servizio afferma, citando una serie di documenti ricevuti da ex dipendenti della rete, che la fattoria di troll pagata dalla FRF ha collaborato con la FBK (Fondazione anticorruzione), fondata dal membro dell’opposizione extraparlamentare russa Alexey Navalnij, ora incarcerato, e ha anche preso di mira regolarmente critici sia della FBK che del governo.
Il consiglio di amministrazione della FRF è presieduto da David Kramer, membro senior del McCain Institute (un ente ispirato all’ex senatore guerrafondaio John McCain) ed ex assistente segretario del Dipartimento di Stato americano, e Paige Alexander, ex assistente amministratore dell’USAID, l’agenzia governativa responsabile dello stanziamento del denaro americano all’estero. Altro personale include Michael Weiss e Tom Firestone, ex funzionario legale presso l’ambasciata americana a Mosca che è stato espulso dalla Russia nel 2013, riporta RT.
Giovedì la FRF ha confermato che la rete dei troll esiste effettivamente. La ONG ha affermato che l’indagine della SVTV era «imprecisa su un gran numero di punti» e ha negato fermamente qualsiasi legame con la FBK di Navalnij. La fondazione ha inoltre insistito sul fatto che la rete non è mai stata utilizzata per screditare «politici, giornalisti, progetti o gruppi dell’opposizione».
«Ci rammarichiamo che alcuni cosiddetti organi di informazione indipendenti si permettano (per errore o intenzionalmente) di diffondere menzogne e di esporre un gran numero di persone a possibili rischi per la sicurezza», ha affermato la fondazione in una nota.
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In precedenza il direttore della FBK Ivan Zhdanov aveva negato che la fondazione anticorruzione fosse collegata alla rete dei troll, promettendo di dimostrarlo in tribunale, se necessario.
Secondo SVTV, la rete di troll è stata esternalizzata dalla FRF a Reforum, un’organizzazione no-profit con sede in Lituania, che ha assunto appaltatori per eseguire «consulenze sulla gestione dei social media». In realtà, le «consultazioni» prevedevano la pubblicazione di commenti in post online selezionati, utilizzando punti di discussione pre-approvati. I commentatori, che riceverebbero in media 10 euro all’ora, avrebbero utilizzato profili falsi con foto di persone che avevano abbandonato o perso i propri account, afferma inoltre l’inchiesta giornalistica.
Secondo quanto riportato, i commentatori online lavorano da più uffici a Vilnius, Lituania e Tbilisi, Georgia. Secondo quanto riferito, hanno anche iniziato a chiamarsi «elfi» che combattono i «troll russi» e gli «orchi».
La FRF ha descritto la sua rete di troll come un «centro di comunicazione strategico», creato esclusivamente per «trasmettere la verità sui crimini del Cremlino e le conseguenze della sanguinosa guerra intrapresa contro l’Ucraina ai loro compatrioti in Russia». La rete riunisce «decine e centinaia di attivisti russi, professionisti dei media e della SMM, che lavorano 24 ore su 24», nonché «analisti» per studiare i modi di condurre la «guerra dell’informazione», avrebbe affermato la ONG secondo RT.
La notizia rappresenta il capovolgimento chirale delle accuse sempre mosse dai media e dallo Stato profondo americani (con in testa il Partito Democratico USA) riguardo gli «hacker russi» che avrebbero alterato le elezioni presidenziali del 2016 aiutando la vittoria di Trump.
Nella narrativa del Russiagate, ora detto Russia hoax («Bufala della Russia») visto che nessuna collusione tra la campagna Trump e i russi è stato provato, rivestiva una grande importanza la Internet Research Agency di San Pietroburgo, una società gestita dal defunto Evegenij Prigozhin considerata una «troll farm» in grado di polarizzare l’opinione pubblica americana tramite i account fasulli sui social.
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Macron vuole la censura europea: no alla «libertà di parola americana»
Il presidente francese Emmanuel Macron ha respinto quella che ha definito «libertà di parola americana», difendendo il controverso Digital Services Act (DSA) dell’UE, che i funzionari statunitensi hanno etichettato come uno strumento di censura.
Mercoledì, parlando con i giornalisti durante un viaggio in Spagna, Macron ha detto di aver chiesto all’UE di applicare il DSA «in modo molto più esteso, molto più rapido e molto più energico» per contrastare la disinformazione.
«La cosiddetta “libertà di parola” americana – almeno per come esiste oggi ed è stata promossa da alcuni – è l’opposto della libertà di parola», ha affermato, sostenendo che le libertà individuali comportano responsabilità e rispetto per le libertà altrui. «Lo so bene quando cammino per strada: la mia libertà non può significare che sono libero di picchiarti, insultarti o vandalizzare lo spazio pubblico che appartiene a tutti. Eppure, questa è l’idea che alcune persone hanno di “libertà di parola”», ha aggiunto.
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«Finché non riterremo responsabili coloro che diffondono contenuti sui social media, non saremo in grado di regolarli», ha detto il leader francese. «Quando qualcuno scrive qualcosa – quando un giornalista scrive qualcosa di completamente falso o un redattore lo pubblica – può essere chiamato a risponderne».
Come riportato da Renovatio 21, ad inizio anno Macron aveva dichiarato che «la libertà di parola è una pura stronzata», magari aspettandosi i 92 minuti di applausi della Corazzata Kotmkin di Fantozzi, ma questi non sono arrivati.
Adottato nel 2022, il DSA obbliga piattaforme come Facebook, X, TikTok, Google e YouTube a contrastare i contenuti illegali, ad aumentare la trasparenza su pubblicità e algoritmi, a proteggere i minori e a valutare e mitigare rischi sistemici come la disinformazione. Le piattaforme più grandi hanno obblighi ulteriori e possono essere multate fino al 6% del fatturato annuo globale in caso di violazioni.
Nel dicembre 2025 l’UE ha inflitto la prima sanzione ai sensi del DSA, ordinando a X di Elon Musk di pagare 120 milioni di euro. Il mese scorso il governo statunitense ha appoggiato il ricorso di X, sostenendo che il blocco aveva ecceduto i propri poteri prendendo di mira un’azienda americana.
«Non tollereremo che la Commissione Europea si impegni in un’eccessiva ingerenza normativa nel tentativo di controllare i motori americani dell’innovazione e della crescita economica», ha dichiarato Brett Shumate, assistente del procuratore generale della Divisione civile del Dipartimento di Giustizia.
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno la UE aveva accusato il social muskiano di antisemitismo e pedopornografia. Musk aveva risposto chiedelo l’abolizione dell’UE, definita come «Quarto Reich».
Funzionari statunitensi hanno accusato l’UE di erodere la libertà di parola e di tentare di mettere a tacere le voci dissenzienti per ragioni politiche. «L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per la spazzatura», ha scritto a dicembre su X il vicepresidente JD Vance.
L’anno scorso gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a funzionari europei e a responsabili di gruppi di monitoraggio online, tra cui Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno e uno dei principali artefici del DSA. Breton ha paragonato la misura al maccartismo, la campagna dell’era della Guerra Fredda contro sospetti comunisti e presunti sovversivi.
La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.
L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.
L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.
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Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.
Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.
Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.
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Immagine di European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
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