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Geopolitica

Tra balli sfrenati, ministri israeliani firmano il documento per mandare coloni a Gaza

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Migliaia di attivisti sostenitori dell’idea del «Grande Israele» hanno trasformato una convegno politico sull’occupazione di Gaza in un evento di tracimante entusiasmo sionista, al punto che la folla dei partecipanti che si è messa a ballare in modo scatenato quasi fosse un rave di musica trance.

 

Il Times of Israel ha riferito dell’«atmosfera carnevalesca al Centro Congressi Internazionale di Gerusalemme».

 

«Di fronte a un pubblico appassionato di migliaia di attivisti di destra, 11 ministri del governo e 15 parlamentari della coalizione si sono impegnati domenica sera a ricostruire gli insediamenti ebraici israeliani nel cuore della Striscia di Gaza, alcuni dei quali hanno anche incoraggiato l’emigrazione della popolazione palestinese dopo che la guerra con Hamas è finita» scrive il quotidiano israeliano.

 

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Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, insieme a sei membri della Knesset dei loro due partiti, hanno firmato il «Patto di Vittoria e Rinnovamento degli Insediamenti», impegnando i firmatari a «far crescere gli insediamenti ebraici» nella Striscia di Gaza.

 

Anche il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, affiliato al partito Likud del primo ministro Beniamino Netanyahu, ha chiesto la costruzione di insediamenti di occupazione a Gaza e «incoraggiando l’emigrazione volontaria», ma ha aggiunto che i civili di Gaza potrebbero ora essere costretti a dire che vogliono lasciare il territorio.

 

«Solo un trasferimento porterà la pace», era scritto su uno striscione, con riferimento al «trasferimento» dei palestinesi da Gaza. Sabato sera, il 27 gennaio, il premier Netanyahu aveva dichiarato di essere contrario al reinsediamento a Gaza e che non era una politica governativa accettata, una dichiarazione che dovrebbe essere presa con le pinze, dato che per decenni è stata confiscata illegalmente la terra in Cisgiordania. era spesso avvenuto con il governo che rispondeva semplicemente con un ammiccamento e un cenno del capo.

 

 

Netanyahu ha affermato che legislatori e ministri possono esprimere la propria opinione, ma che finora non è stata presa alcuna decisione di reinsediare a Gaza, da parte dell’autorità competente, l’intero gabinetto di sicurezza israeliano.

 

«Lo scopo esplicito dell’evento era quello di servire come grido di battaglia per il pubblico in generale e il governo per trarre vantaggio dall’attuale guerra, in cui le forze di difesa israeliane hanno affermato il controllo su gran parte della Striscia di Gaza, e iniziare a costruire ancora una volta insediamenti ebraici nell’enclave costiera» scrive ancora il Times of Israel.

 


Secondo quanto riportato, il controverso ministro Ben-Gvir ha detto all’assemblea che il ritiro di Israele da Gaza nel 2005, con il ritiro degli insediamenti illegali, è stato il peccato che ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre: ​​«parte del correggere l’errore, del riconoscere il peccato (…) è ritornare casa (…) Noi stiamo tornando a casa, a Gush Katif e nel nord della Samaria (…) Dobbiamo tornare a casa, governare il territorio e sì, anche offrire una soluzione morale e logica al problema umanitario: incoraggiare l’emigrazione e [approvare una] legge sulla pena di morte» per i condannati per terrorismo.

 

 

Il ministro Smotrich ha affermato che Israele potrebbe «sfuggire ancora una volta al terrorismo» oppure «insediare il territorio, controllarlo, combattere il terrorismo e portare sicurezza all’intero Stato di Israele. Senza accordo non c’è sicurezza. E senza sicurezza ai confini di Israele, non c’è sicurezza in nessuna parte di Israele». «Se Dio vuole, insieme saremo vittoriosi; A Dio piacendo, insieme troveremo una soluzione e saremo vittoriosi» ha continuato il controverso membro del governo, già noto per aver dichiarato l’anno scorso che non esiste alcun popolo palestinese.

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«Abbiamo l’obbligo di agire, per il nostro bene e anche per il bene di quei presunti civili non coinvolti, per [provocare] l’emigrazione volontaria, anche se questa guerra, che ci è stata imposta, trasforma questa migrazione volontaria in una situazione di costringerlo finché non dice: “Voglio farlo”» ha dichiarato il ministro Karhi, citando una frase della legge ebraica in base alla quale qualcuno può essere costretto ad adempiere a determinati obblighi religiosi mediante pressioni fisiche o di altro tipo.

 

L’operazione dei coloni della Cisgiordania, Nachala, è stata fondamentale nell’organizzazione dell’evento del 27 gennaio. Sarebbero già state preparate 400 famiglie di coloni, divise in sei gruppi, che presumibilmente sarebbero disposte a fondare sei nuovi insediamenti a Gaza, supponendo che il governo almeno guardi dall’altra parte. Sarebbero stati mappato i siti, compresi siti all’interno delle due principali città di Gaza, Khan Younis e Gaza City.

 

La presidente e attivista veterana dei coloni, Daniella Weiss, ha spiegato la giustizia dell’espulsione dei palestinesi: «milioni di rifugiati di guerra vanno da un Paese all’altro in tutto il mondo», La Weiss si è quindi chiesta perché «solo i mostri che sono cresciuti a Gaza e hanno trasformato questa bellissima parte della terra in una terra fantasma – solo loro dovrebbero essere collegati ad essa?».

 

«Loro, nello specifico, non possono spostarsi da una terra che hanno trasformato in un inferno e da dove minacciano di distruggere Israele?» ha concluso la rappresentante dei coloni. «Solo il popolo di Israele si stabilirà sull’intera Striscia di Gaza e governerà l’intera Striscia di Gaza».

 

Come riportato da Renovatio 21, nei mesi precedenti all’attuale conflitto i coloni avevano alzato il tiro con raid, linciaggi e rivolte, al punto da essere stati accusati dalle stesse autorità israeliane di «terrorismo».

 

Attualmente coloni ebrei starebbero attaccando il quartiere dei cristiani armeni di Gerusalemme, producendo scontri con arresti e feriti.

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Geopolitica

Trump: solo gli USA potrebbero imporre i pedaggi a Ormuzzo

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Il presidente amerocano Donaldo Trump ha affermato che non verranno applicati pedaggi per il transito attraverso lo Stretto di Ormuzzo durante o dopo il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni concordato tra Washington e Teheran, salvo che non siano gli Stati Uniti stessi a imporli.   Le dichiarazioni sono emerse mentre le delegazioni statunitense e iraniana si preparavano a incontrarsi in Svizzera domenica per negoziati mirati a trasformare l’accordo provvisorio in un’intesa più ampia, che includa questioni di sicurezza regionale e il programma nucleare iraniano.   «Non ci saranno pedaggi nello Stretto di Ormuzzo per 60 giorni durante il periodo di cessate il fuoco, e non ci saranno pedaggi dopo la scadenza di tale periodo, a meno che non vengano imposti dagli Stati Uniti d’America, qualora l’accordo non venisse raggiunto», ha scritto Trump su Truth Social sabato.   Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre sostenuto che eventuali future tariffe sarebbero giustificate come compensazione per il ruolo svolto dall’America nella salvaguardia del traffico marittimo nella regione.

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La dichiarazione sembrava respingere la proposta di Teheran di addebitare alle navi i costi di transito, assicurazione, navigazione o altri servizi marittimi dopo la scadenza dell’attuale periodo di negoziazione. Alcune fonti, all’inizio della crisi, avevano riferito che ad alcune navi era già stato richiesto di effettuare pagamenti in base alle misure di controllo del traffico in vigore durante la guerra.   Una clausola del memorandum d’intesa, pubblicato dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sembra attribuire all’Iran un ruolo formale nella definizione del regime post-cessate il fuoco nello Stretto ormusino. Il testo afferma che Teheran si consulterà con l’Oman sulla «futura amministrazione e sui servizi marittimi» nella via navigabile e si confronterà con gli altri Stati rivieraschi del Golfo.   Lo Stretto ermisino è diventato un punto cruciale nei negoziati perché l’accordo provvisorio ha previsto la riapertura della via navigabile per tutta la durata dei colloqui. Secondo l’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), questa rotta gestisce circa un quinto del consumo globale di petrolio e rimane il punto di strozzatura più importante al mondo per il trasporto marittimo di petrolio.   Il vicepresidente statunitense JD Vance è arrivato in Svizzera domenica per colloqui con funzionari iraniani. La delegazione statunitense comprende anche l’inviato speciale Steve Witkoff e l’ex consigliere senior Jared Kushner, mentre Teheran è rappresentata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.   I primi contatti sono stati molto movimentati, con la delegazione iraniana che ha lasciato i colloqui dopo le minacce di Trump.

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Israele accusa Lukashenko di antisemitismo

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Israele ha accusato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko di antisemitismo dopo che quest’ultimo ha paragonato le azioni israeliane a Gaza agli orrori dell’Olocausto.

 

In una recente intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha condannato la distruzione di Gaza da parte di Israele e ha affermato che lo Stato Ebraico dovrebbe essere più cauta, considerato il livello di indignazione globale per la sua campagna militare nell’enclave palestinese.

 

«Hanno già ricevuto una tale valutazione dalla comunità internazionale che difficilmente la situazione potrà peggiorare dopo i bombardamenti di Gaza», ha affermato. «Molti si sono persino rivolti alla storia: ‘Quale Olocausto? Di quale Olocausto possono parlare gli israeliani quando hanno ucciso così tante persone, prima di tutto donne e bambini?’»

 

Il presidente bielorusso affermato che Gaza era stata «spazzata via dalla faccia della Terra» e ha condannato quelli che ha definito piani per costruire «una sorta di resort» sulle ossa del popolo palestinese.

 

Lukashenko si riferiva apparentemente alle proposte di svuotare Gaza dai palestinesi e trasformare l’enclave devastata in un progetto di lusso sul lungomare, un’idea inizialmente avanzata dal presidente statunitense Donald Trump e lodata come «rivoluzionaria» dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

 

Martedì, il ministero degli Esteri israeliano ha condannato le dichiarazioni di Lukashenko, definendole «inaccettabili e profondamente inquietanti».

 

«Qualsiasi paragone tra l’Olocausto del popolo ebraico e la giusta guerra di Israele contro il terrorismo deve essere respinto senza mezzi termini», ha dichiarato il ministero su X, accusando Lukashenko di riproporre «vili e obsolete teorie del complotto antisemite».

 

Minsk non ha ancora risposto alle dichiarazioni di Israele, ma Lukashenko ha ripetutamente negato di essere stato antisemita in passato, continuando al contempo a descrivere la guerra di Israele a Gaza come un’atrocità.

 

Lo scambio avviene mentre Israele si trova ad affrontare crescenti accuse internazionali di genocidio per la sua campagna militare a Gaza. La guerra è iniziata dopo un attacco guidato da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023, che ha causato circa 1.200 morti. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, la risposta israeliana ha causato la morte di oltre 73.000 palestinesi, di cui circa la metà donne e bambini.

 

Gran parte di Gaza è stata ridotta in macerie, quasi tutti i suoi abitanti sono stati sfollati e le agenzie umanitarie hanno ripetutamente accusato Israele di usare la fame, la scarsità d’acqua e il collasso del sistema sanitario come armi contro i civili. Israele ha negato di aver preso di mira la popolazione locale e afferma che la sua campagna è diretta contro Hamas.

 

Anche la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre un numero crescente di governi, esperti delle Nazioni Unite e gruppi per i diritti umani hanno accusato Gerusalemme Ovest di perseguire politiche volte a rendere impossibile la vita dei palestinesi a Gaza.

 

Israele ha ripetutamente respinto tali accuse definendole antisemite o attacchi politici al suo diritto all’autodifesa.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Lukashenko in settimana avevva dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj. Il bielorusso ha punto il dito sui giudei e pure sul Papato.

 

«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

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La Russia dovrebbe far parte del G8

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Il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto che l’Occidente non avrebbe dovuto espellere la Russia dal G8, osservando che conservare Mosca all’interno del gruppo avrebbe forse evitato l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022.   Trump ha espresso tali considerazioni in una lunga intervista concessa ad Axios, resa nota venerdì, durante la quale il presidente americano ha commentato il recente vertice del G7 in Francia e la cena offerta dal presidente francese Emmanuel Macron a Versailles.   The Donald lodato Macron per la sua ospitalità, rammentando di aver preso parte a numerosi summit del G7. «E prima c’erano i G8. Avrebbero dovuto mantenere il G8. Probabilmente non ci sarebbe stata la guerra con la Russia e l’Ucraina se l’avessero fatto, ma Obama non voleva Putin lì… Volevano Putin fuori. Prima c’era il G8. Sarebbe stato molto meglio se avessero mantenuto quel formato», ha affermato.

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La Russia venne esclusa da quello che all’epoca era il G8 nel marzo 2014, dopo che la Crimea aveva proclamato l’indipendenza dall’Ucraina e si era ricongiunta alla Russia tramite un referendum popolare seguito a un colpo di stato sostenuto dall’Occidente a Kiev. Da allora il formato si è ridotto al G7, formato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia, Germania, Italia e Giappone.   Sin dal suo primo mandato, Trump ha ripetutamente suggerito il possibile ritorno della Russia nel gruppo, definendo la sua espulsione «un errore» e proponendo persino l’ingresso della Cina. I leader europei, però, si sono sempre opposti a tale ipotesi, sostenendo che il reintegro di Mosca potrebbe essere valutato soltanto qualora il Paese modificasse la propria linea politica verso l’Ucraina.   La Russia stessa ha manifestato scarso interesse a rientrare. All’inizio del mese il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato di essere «sollevato» dall’uscita del Paese dal gruppo, evidenziando che Mosca era l’unica tra le nazioni occidentali a «pensare solo a gestire il resto del mondo».   L’anno scorso il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov aveva minimizzato il ruolo del G7, affermando che avesse «perso gran parte della sua rilevanza» a causa del suo peso ridotto nell’economia globale. Nonostante l’espulsione, Mosca ha nel frattempo rafforzato la cooperazione internazionale attraverso altre piattaforme, tra cui il G20, i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.   L’avvicinamento della Russia al G7 a questo punto non potrebbe non rappresentare un’indebolimento della NATO, oramai chiaramente votata all’ostilità anche cinetica contro Mosca. Come noto, Trump è apertamente critico nei confronti dell’alleanza atlantica.   Due anni fa ad una folla di sostenitori durante un evento elettorale a Las Vegas, Nevada, Trump aveva detto che la NATO non verrà in soccorso se gli Stati Uniti verranno attaccati. «Stiamo pagando per la NATO, e non ne ricaviamo molto (…) E sapete – odio dirvi questo sulla NATO – se mai avessimo bisogno del loro aiuto, diciamo che venissimo attaccati, non credo che sarebbero lì».   Secondo la rivista statunitense Rolling Stone, il biondo ex presidente USA avrebbe discusso dell’uscita del Paese dalla NATO o della riduzione drastica dell’impegno dell’America nel blocco in caso di vittoria delle elezioni del 2024.   In precedenza l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton aveva dichiarato al Washington Post che «in un secondo mandato Trump, penso che potrebbe benissimo ritirarsi dalla NATO».   Come riportato da Renovatio 21, anche il politologo accademico Phillips Payson O’Brien aveva dichiarato che il ritorno di Trump alla Casa Bianca metterebbe fine all’Alleanza Atlantica.

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Trump, NATO-scettico della prima ora, da presidente è arrivato ad avere incontri anche rudi con il segretario dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg.   La posizione di Trump si inserisce in una corposa, ma sottaciuta, matrice di pensiero politico americano contraria alla NATO iniziata con George Kennan e proseguita durante tutta la seconda parte del XX secolo e l’inizio del XXI, una tendenza ovviamente contraria all’interventismo zelota e sanguinario della fazione neocon, che riesce a spingere Washington in guerra chiunque sia il presidente – con eccezione di Trump che, appunto, rifiutò di attaccare l’Iran e licenziò in tronco il neocon Bolton.   In un video pubblicato all’inizio del 2023, Trump ha attribuito il conflitto a «tutti i guerrafondai e i globalisti “America Last” nel Deep State, nel Pentagono, nel Dipartimento di Stato e nel complesso industriale della sicurezza nazionale», che secondo lui erano «ossessionati dallo spingere l’Ucraina verso la NATO». Nel filmato l’ex presidente attaccava frontalmente i neocon facendo pure esplicitamente il nome di Victoria Nuland, funzionaria del Dipartimento di Stato considerata pupara del conflitto ucraino.   Le voci che chiedono l’uscita degli USA dalla NATO intanto si fanno più numerose, inclusa quella dell’influente magnate tecnologico Elone Musk.   Come riportato da Renovatio 21, sei mesi fa il segretario di Stato Marco Rubio aveva rassicurato dicendo che Washington non sarebbe sortita dall’Alleanza Atlantica.

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