Internet
Sito per recensire aziende e capi ufficio svela l’identità dei suoi utenti
Glassdoor è un sito internet e social network nel quale gli impiegati e gli ex impiegati di un’azienda anonimamente recensiscono le aziende e i loro superiori. Tuttavia, secondo quanto riportato, a marzo il sito ha aggiornato le sue policy e ha iniziato ad aggiungere nomi reali senza alcun consenso, scatenando l’indignazione degli utenti.
Come riporta Ars Technica, un utente ha scoperto questo cambiamento mentre cercava di far rimuovere le proprie informazioni.
Dopo aver sentito parlare di una politica sul nome reale entrata in vigore dopo l’ acquisizione del concorrente di LinkedIn Fishbowl, che richiede la verifica dell’utente, Monica (pseudonimo usato per proteggere l’identità) ha iniziato a valutare se eliminare il proprio account o far rimuovere le proprie informazioni per proteggere la propria vera identità.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Secondo quanto riportato Monica avrebbe contatto l’assistenza di Glassdoor rimanendo scioccata nello scoprire che, invece di aiutarla a inserire le sue informazioni, l’azienda aveva inserito nel suo account il suo vero nome, nonostante lei avesse chiesto, ai dipendenti proposti ad assistere i clienti, di fare esattamente l’opposto.
La scoperta è stata che cancellare un account non comporta la rimozione di recensioni o informazioni identificative. L’unico modo per farlo è una richiesta di rimozione, che il supporto Glassdoor le ha detto potrebbe richiedere fino a 30 giorni.
«Dato che richiediamo a tutti gli utenti di avere i loro nomi sui loro profili, dovremo aggiornare il tuo profilo per riflettere questo», ha detto un dipendente di Glassdoor a Monica in un’e-mail visionata da Ars. «Il tuo anonimato sarà comunque protetto».
Sebbene queste rassicurazioni possano aver convinto gli utenti meno attenti alla privacy, gli esperti temono che, se citato in giudizio o hackerato, il database di Glassdoor sulle chiacchiere aziendali potrebbe essere utilizzato per punire i dipendenti.
Nessuna delle due possibilità è inverosimile, scrive Futurism. Glassdoor è già stata costretta per legge a smascherare i dipendenti che hanno lasciato recensioni negative.
«Quando un utente fornisce informazioni, sia durante la procedura di registrazione, sia caricando un curriculum, tali informazioni verranno automaticamente popolate tra tutti i servizi Glassdoor, inclusa la nostra app della community Fishbowl», ha dichiarato un portavoce di Glassdoor ad Ars Technica. «Quando si utilizzano Glassdoor e Fishbowl, c’è sempre la possibilità di rimanere anonimi. Gli utenti possono scegliere di essere completamente anonimi o rivelare elementi della propria identità, come il nome dell’azienda o il titolo di lavoro, mentre utilizzano il nostro servizio della community».
Dopo che questa vicenda è diventata di pubblico dominio, Glassdoor ha rilasciato un’altro dispaccio che non affrontava le preoccupazioni relative all’hacking o alle citazioni in giudizio.
«Glassdoor si impegna a fornire una piattaforma in cui le persone possano condividere le proprie opinioni ed esperienze sui propri lavori e sulle proprie aziende, in forma anonima, senza timore di intimidazioni o ritorsioni», viene affermato. «Le recensioni degli utenti su Glassdoor sono sempre state e saranno sempre anonime. Nella comunità Glassdoor, gli utenti hanno sempre la possibilità di pubblicare con il proprio nome o di pubblicare in forma anonima con il nome della propria azienda o titolo professionale. Glassdoor non ha mai rivelato e non rivelerà mai il nome di un utente insieme al suo contenuto, a meno che non sia ciò che l’utente sceglie».
Aaron Mackey, avvocato della fondazione no-profit per i diritti digitali Electronic Frontier Foundation (EFF), ha detto ad Ars Technica che storicamente Glassdoor ha avuto una buona reputazione quando si trattava di proteggere la privacy degli utenti. Tuttavia, da quando ha acquisito Fishbowl nel 2021 e ha promulgato le policy di verifica degli utenti dell’app di networking semi-anonima la scorsa estate, sembra aver cambiato finalità.
«Se lo scopo di Glassdoor è davvero quello di dare ai dipendenti la possibilità di parlare apertamente di una serie di cose che potrebbero accadere nel loro lavoro e avere la possibilità che il proprio nome venga associato a Glassdoor e non avere altra scelta che fornire a Glassdoor un nome reale è un problema», ha sostenuto Mackey.
«Ciò è preoccupante, se il modo in cui gestiscono la loro attività ora crea la possibilità che le persone vengano identificate, indipendentemente dal fatto che vengano o meno citate in giudizio», ha poi dichiarato anche a Wired in un’altra intervista.
Oggi Glassdoor richiede ai nuovi utenti di registrarsi anche su Fishbowl e, come ha scoperto Monica, eliminare il proprio account su entrambi i siti è una vera seccatura.
L’unico modo per eliminare l’account Fisbowl, come spiegato dal supporto di Glassdoor, era «scaricare l’app Fishbowl e accedere con un contatto social, con l’email di lavoro o con il numero di telefono per ottenere l’accesso al proprio account».
Dopo tutte queste vicissitudini, la protagonista di questa vicenda è riuscita a cancellare il suo account senza fornire ulteriori informazioni, utilizzando un modulo che aveva trovato nella sezione «Aiuto» del sito.
La sua esperienza mette in evidenza come il cambiamento delle pratiche relative ai dati possa rendere gli utenti meno sicuri online, esponendoli persino a possibili ritorsioni da parte dei datori di lavoro.
«Glassdoor ora richiede il tuo vero nome e lo aggiungerà ai vecchi account senza il tuo consenso se lo vengono a sapere, e la tua unica possibilità è quella di eliminare il tuo account», ha avvertito la Monica in un post sul blog in merito alla sua esperienza. «Riconosci che Glassdoor non può garantire il tuo anonimato», avverte l’azienda nei suoi termini di utilizzo. «Si deve comprendere questo rischio prima di inviare Contenuti ai servizi».
Aiuta Renovatio 21
L’episodio indica, ancora una volta, la fragilità della privacy in rete, e, soprattutto, il ruolo dell’utente come subordinato all’azienda elettronica, che tuttavia vive dei contenuti dell’utente.
La memoria va al caso, forsanche ancora più doloroso, di Ashley Madison, un sito di appuntamenti per persone sposate – una sorta di social delle corna, insomma.
Il 15 luglio 2015, il sito fu violato da un gruppo noto come The Impact Team. Affermando che la sua sicurezza era sempre stata debole, gli hacker hanno affermato di aver rubato informazioni personali sulla base di utenti del sito e hanno minacciato di rilasciare nomi, indirizzi di casa, cronologia delle ricerche e numeri di carte di credito se il sito non fosse stato chiuso immediatamente. La richiesta sarebbe stata guidata dalla politica del sito di non eliminare le informazioni personali degli utenti a seguito delle loro richieste.
Gli hacker il mese successivo caricarono in rete un file da 19 giga contenente tutti i dati.
Alcuni utenti hanno riferito di aver ricevuto e-mail di estorsione che richiedevano 1,05 in Bitcoin (circa 200 euro all’epoca) per impedire che le informazioni venissero condivise con la dolce metà dell’utente, ed è immaginabile il danno a relazioni e famiglie, anche con bambini. Il 24 agosto, il dipartimento di polizia di Toronto ha parlato di due segnalazioni non confermate di suicidi associate alla fuga di profili di clienti insieme a tentativi di estorsione, offrendo una ricompensa di 500.000 dollari per informazioni che portino all’arresto degli hacker.
È il caso, una volta di più, di farsi la domanda: siamo sicuri che internet abbia fatto bene all’umanità?
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Internet
Trump diventa castano. Internet scatenata
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Internet
La Sony dice che gli utenti PlayStation non hanno mai posseduto i giochi digitali che hanno acquistato
Sony chiede l’archiviazione di una class action sulla proprietà reale dei videogiochi acquistati dagli utenti, puntando sull’arbitrato individuale e sulla sospensione del giudizio oppure sull’archiviazione definitiva del caso. Lo riporta Reclaim The Net.
La causa è stata promossa a giugno da quattro querelanti dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California e riguarda quella che i ricorrenti definiscono una pratica ingannevole di Sony: la vendita di giochi digitali con un linguaggio che evoca la proprietà, mentre i termini di servizio del gruppo precisano che gli acquirenti ottengono soltanto una licenza limitata.
I querelanti, quattro giocatori californiani, accusano Sony di violare la sezione 17500.6 del Codice delle Attività Commerciali e Professionali della California, che vieta di pubblicizzare beni digitali con espressioni come «compra», «acquista» o analoghe, salvo che il venditore ottenga la «conferma esplicita» del cliente che non sta acquistando il prodotto ma una licenza, oppure fornisca una dichiarazione «chiara ed evidente» prima della transazione, specificando che il prodotto è concesso in licenza e non venduto.
Sostieni Renovatio 21
La mozione depositata da Sony il 21 agosto chiede al giudice di accogliere tali richieste e richiama i termini di servizio che, secondo l’azienda, i querelanti avrebbero accettato, compresa una clausola vincolante di arbitrato individuale e di rinuncia all’azione collettiva.
Secondo Sony, Andrew Garcia, Edward Heycock, Jason Mendoza e John Salinas hanno riconosciuto che un avviso di licenza compariva sopra il pulsante «Conferma acquisto» sul PlayStation Store, il sistema informatico di distribuzione dei giochi Sony. L’avviso recitava che «l’acquisto di questo prodotto digitale equivale a una licenza soggetta al Contratto di licenza del prodotto software».
Sony ha inoltre evidenziato che i termini e le condizioni di PlayStation e il contratto di licenza erano disponibili come collegamenti ipertestuali blu su sfondo nero.
In base ai termini del gruppo, quando un prodotto viene ordinato o acquistato dal negozio l’acquirente ottiene «una licenza personale per utilizzare tale prodotto per uso privato e non commerciale». La licenza non è trasferibile, salvo diversa previsione della legge locale, e «ciò significa che è possibile utilizzare un prodotto nei modi descritti nella licenza, ma non se ne diventa proprietari», si legge nel documento depositato da Sony.
Un’altra sezione dei termini precisa che parole come «possedere», «proprietà», «acquisto», «vendita» e «comprare» non implicano alcun trasferimento di titolarità. Il contratto di licenza del software afferma che il software è «concesso in licenza, non venduto».
Sony sostiene inoltre che nell’«era digitale» non è credibile che consumatori ragionevoli ritenessero di acquistare la proprietà di un gioco digitale anziché una licenza. Lo illustra osservando che i due querelanti che hanno comprato il videogiuoco Resident Evil Requiem non avrebbero potuto farlo se il primo acquirente fosse divenuto proprietario esclusivo del titolo. I consumatori ragionevoli sanno che molte persone giocano allo stesso gioco contemporaneamente e quindi non possono esserne tutti i proprietari esclusivi.
La società aggiunge che tutti e quattro i querelanti hanno accettato l’ultima versione dei termini nell’aprile 2024, che contiene la clausola arbitrale e la rinuncia all’azione collettiva, e che non hanno esercitato il diritto di recesso entro i 30 giorni previsti per farlo per iscritto.
La richiesta di Sony sarà esaminata il 1° ottobre. La controversia è emersa dopo che PlayStation aveva già revocato l’accesso a film e serie TV a pagamento nel 2022 e annunciato un’ulteriore rimozione dei contenuti Discovery nel 2023. Nel 2026 Sony avrebbe dovuto togliere 551 film di StudioCanal dalle librerie dei clienti.
Ad aprile Sony ha inoltre introdotto un controllo della licenza per i giochi digitali appena acquistati per PlayStation 4 e PlayStation 5. «Dopo l’acquisto è richiesto un controllo online una tantum per confermare la licenza del gioco, dopodiché non saranno necessari ulteriori controlli», ha dichiarato un rappresentante di PlayStation a Game File.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Una decisione distinta di Sony è destinata a incidere sull’autenticazione dei dischi PlayStation nel gennaio 2028. Nel frattempo, nel documento depositato in tribunale ad agosto, il negozio online invita il cliente a «Confermare l’acquisto», mentre i termini che Sony intende far valere affermano che il cliente non è proprietario del prodotto.
La querelle giudiziaria in cui è incorsa Sony illustra bene un caposaldo dell’era dell’economia elettronica: nessuno è davvero padrone di ciò che compra, ma di una sua licenza, che quindi può essere revocata dal venditore.
Quando acquisti un software o un videogioco – si badi, sia in formato digitale che fisico – nella stragrande maggioranza dei casi non ne diventi proprietario, ma acquisti una licenza d’uso, cioè il diritto di utilizzarlo secondo termini stabiliti dal produttore/editore. Il titolare dei diritti (sviluppatore o editore) resta proprietario del software. L’utente riceve una licenza, spesso «non esclusiva, non trasferibile, revocabile», per usare il prodotto per uso personale.
Se acquisti un gioco digitale (es. su piattaforme come Steam, PlayStation Store, Epic, etc.), stai comprando l’accesso, cioè una licenza legata al tuo account, non un «bene» che possiedi in senso pieno. L’editore può, in teoria, revocare l’accesso o chiudere i server, rendendo il gioco inutilizzabile, come è successo con alcuni titoli online-only.
La rivendita è un tema controverso: in Europa, la sentenza della Corte di Giustizia UE UsedSoft contro Oracle (2012) ha stabilito che, per il software (non specificamente i videogiochi), se hai acquistato una licenza a tempo indeterminato con pagamento univoco, hai il diritto di rivenderla, esaurendo il diritto di distribuzione del titolare. Tuttaviaquesto principio è stato applicato in modo molto più limitato ai videogiochi, specie se distribuiti tramite piattaforme con account personali (vedi caso UFC in Germania, o le policy di Steam, che vietano la rivendita degli account).
Per le copie fisiche (es. un DVD/cartuccia), il «supporto» fisico è tuo, ma il contenuto software resta sotto licenza: puoi rivendere il disco (principio di esaurimento del diritto sulla copia fisica), ma non hai diritti sul codice sorgente o sulla proprietà intellettuale.
Tale cifra dell’economia elettronica, il lettore lo capisce subito, si adatta stupendamente all’idea di una società in cui la propriet privata è abolita è tutto diviene «servizio», e cioè esattamente quella sintetizzata plasticamente dal World Economic Forum di Davos nel motto «non avrai nulla e sarai felice».
Sarai felice fino a che non ti toglieranno pure i videogiochi – magari perché non ti sei vaccinato, o perché hai detto, non necessariamente online, qualcosa che non va su minoranze etniche o sessuali, Vladimir Putin, procedure mediche e farmaceutiche, e via con altri tabù che piano piano verranno inseriti nel padrone del vapore. La vera importanza di istituzioni come il WEF è questa: la convergenza tra Stato e multinazionali, per cui anche aziende private vi giudicano persino moralmente – tanti lettori hanno subito tale trasformazione con censure, visibili o invisibili, sui social, mentre anche in Italia avanza la forma più incredibile della repressione del totalitarismo democratico terminale, cioè la debancarizzazione.
Aiuta Renovatio 21
Si tratta di una riformulazione del rapporto tra Stato e cittadino, in cui non più il primo è emanato dal secondo per servirlo, ma al contrario, è il cittadino che deve sottomettersi allo Stato. Il quale Stato non è più regolato da una Carta costituzionale (che, come visto in era COVID, può venire stracciata in tranquillità in ogni Paese, dall’Italia agli USA), ma da un sistema di accessi ai cittadini gestiti dal vertice – lo Stato diviene piattaforma, il cittadino utente.
E un utente, in una piattaforma che non ha legge fissa (è lo Stato post-costituzionale, è Stato detto), non può avere diritti. E chi non ha diritti, cosa è? Uno schiavo.
Con questo in mente, sappiate che il disegno dell’euro digitale – sulla cui architettura software è stato costruito, ma guarda, il sistema del green pass –è esattamente questo: faranno a mezzo miliardo di cittadini europei. Vi potranno limitare o togliere la possibilità di fare qualsiasi cosa, dal comprare carburante all’acquistare cibo (quale tipo, quale quantità), di improvi il dove e quando, di spiare e profilare il vostro comporamento a partire da ogni vostra singola transazione. In una parola, la moneta elettronica UE esisterà per controllarvi: perché non siete più cittadini, ma schiavi.
Il nostro futuro euro digitale, che è sempre più imminente (se non è già stato di fatto varato con l’ID digitale) è un videogioco da incubo. Anzi, non è un videogioco: è la nostra vita.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Mayuki Sawatari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Internet
I fratelli Tate incriminati in Romania per reati sessuali contro minori
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Politica1 settimana faSì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino
-



Vaccini4 giorni faIsraele e Pfizer sapevano che il vaccino COVID causava una patologia cardiaca fatale, ma hanno taciuto per mesi
-



Vaccini2 settimane faI dati sulla mortalità rivelano «segnali di allarme allarmanti» in seguito alla campagna di vaccinazione contro il COVID
-



Misteri1 settimana faStorie misconosciute dell’11 settembre
-



Politica1 settimana fa«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
-



Persecuzioni2 settimane faL’UE potrebbe ordinare alla Chiesa cattolica la cancellazione dei registri battesimali
-



Salute1 settimana fa«Non è la solita storia di coaguli»: gli scienziati chiedono di indagare sugli strani coaguli di sangue bianchi
-



Intelligenza Artificiale2 settimane faRicercatore AI avverte: «sistemi sovrumani che acquisiscono potere e risorse reali»













