Spirito
«Siamo stati creati per la gloria»: omelia nella festa di Ognissanti di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia nella festa di Ognissanti dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

Vos, purpurati martyres,
Vos candidati præmio
Confessionis, exsules
Vocate nos in patriam.
Rabano Mauro
Inno Placare, Christe
Dopo la solenne celebrazione della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, nell’ultima Domenica di Ottobre, il primo Novembre è dedicato a coloro che con Cristo hanno combattuto il bonum certamen, meritando di trionfare con Lui nella vittoria sfolgorante sul demonio.
Il giorno seguente, 2 Novembre, viene ricordato un altro sterminato esercito di anime sante: quelle di coloro che il fuoco del Purgatorio purifica, come l’oro nel crogiuolo, per renderle degne di essere ammesse alla gloria della contemplazione della Maestà divina.
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Il Re, i Suoi più valorosi compagni d’arme, i Suoi soldati, e un’infinità di Santi sconosciuti. Profeti, Apostoli, Martiri, Confessori, Vergini e Vedove; Papi, Vescovi e Abati; Re e Sovrane. E la Regina di tutti costoro, la Condottiera delle Milizie, la Beatissima Semprevergine Maria. E le schiere angeliche: Serafini, Cherubini, Troni; Dominazioni, Virtù, Potestà; Principati, Arcangeli e Angeli. Miriadi di anime illuminate come un mistico firmamento dalla luce sfolgorante del Sol Justitiæ, Nostro Signore Gesù Cristo, Re e Pontefice.
Tibi omnes angeli,
tibi cœli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus,
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt cœli et terra majestatis gloriæ tuæ.
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te Prophetarum laudabilis numerus,
te Martyrum candidatus laudat exercitus.
A questo sterminato consesso di Santi manchiamo solo noi, che in questa valle di lacrime peregriniamo verso la Patria celeste che troppo spesso crediamo lontana.
Una Patria da cui siamo exsules, esuli cacciati dalla Giustizia divina in quanto figli di Adamo ed Eva, riammessi per Grazia alla presenza beatifica della Santissima Trinità grazie alla Redenzione del Nuovo Adamo e alla Corredenzione della Nuova Eva. Con noi abbiamo molti compagni di viaggio, altri ci hanno preceduti, altri li incontreremo per via.
I nostri genitori, una volta lasciata questa vita passeggera, continueranno a pregare per noi nell’eternità e li ritroveremo ad attenderci quando suonerà la nostra ora. I nostri figli, i nostri nipoti perderanno anche noi, un giorno, e benediremo la volta che abbiamo loro insegnato a recitare un De profundis, perché la loro preghiera allevierà le nostre sofferenze purificatrici e ci avvicinerà a quel locus refrigerii, lucis et pacis cui tanto aneliamo.
Anche noi pregheremo per loro, dal Purgatorio e dal Paradiso, affinché con l’aiuto della Grazia riescano ad espiare le loro colpe su questa terra, con la penitenza, il digiuno, la preghiera; con la Carità, che copre una moltitudine di peccati (1 Pt 4, 8). La Carità: l’unica Virtù che non verrà mai meno, perché consustanziale al Dio Uno e Trino. La Virtù il cui fuoco arde di un tale amore per Dio, da consumare le nostre infedeltà.
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Chi tra voi è ancora giovane, e pensa di aver dinanzi a sé ancora molto tempo prima del Giudizio particolare, forse non riesce a comprendere perché nelle persone più mature si renda via via più percepibile quella sorta di «nostalgia» per la gloria del Cielo che ci fa quasi desiderare la morte per prima raggiungere il Padre Celeste e i santi del Paradiso. Noi anziani sentiamo questo desiderium patriæ che ce la fa anelare più della luce del sole [Patria me major quam lucis sidera deerat, cfr. Ovidio, Tristia, I, 3].
Un desiderio che non ci viene dal ricordo di qualcosa che abbiamo lasciato – non essendo mai stati ammessi al Paradiso – quanto da quell’impronta che portiamo impressa nella nostra natura e che ci ricorda di essere opera della mano sapiente del Creatore, fatti a immagine e somiglianza della Santissima Trinità, trinitari anche noi nelle nostre facoltà – memoria, intelletto, volontà. La memoria del Padre, l’intelletto del Figlio, la volontà del Paraclito.
Potremmo dire che il ricordo ancestrale del Paradiso perduto si sia trasmesso, insieme alle conseguenze del peccato originale – la morte, la malattia, il dolore… – proprio come il figliuol prodigo prova nostalgia della casa del Padre, del quale ha dilapidato l’eredità. Quel richiamo struggente ci ricorda da dove veniamo, ma soprattutto ci indica la Patria a cui siamo destinati.
Il pellegrinaggio del popolo eletto nel deserto verso la Terra Promessa è figura del pellegrinaggio della Chiesa verso il ritorno nella gloria del proprio Capo, ma anche immagine del pellegrinaggio di ciascuno di noi verso la Nuova Gerusalemme.
Siamo stati creati per la gloria. Siamo stati voluti e quindi amati per essere partecipi della gloria del Dio Creatore, Redentore e Santificatore. Siamo stirpe di Re, figli ed eredi di Dio, coeredi di Cristo. E la nostra eredità inizia qui, cari fratelli. Inizia con la scala crucis che vediamo raffigurata in un’immagine medievale, in cui il Salvatore sale i pioli di una scala che conduce alla Croce. La nostra eredità eterna inizia con la volontaria accettazione della croce che la Provvidenza ci ha destinato, e che è l’unica che siamo in grado di portare, l’unica su cui possiamo serenamente salire, su cui possiamo con fiducia aprire le braccia.
La scala crucis è anche scala paradisi, perché nella sequela del Redentore questa via regia conduce dritto al cospetto della Maestà divina. Una suggestiva immagine di San Giovanni Climaco ci mostra le anime salire verso il Cielo, con gli Angeli che le accompagnano nella salita e i diavoli che cercano di trascinarle giù.
I Santi – quelli che veneriamo sui nostri altari, dei quali incensiamo le Reliquie, sulle spoglie dei quali celebriamo il Santo Sacrificio della Messa e che per noi intercedono in Cielo – non sono l’eccezione in una norma di mediocrità. Non è normale non essere santi. Vi furono epoche in cui la santità era tutt’uno con l’essere Cristiani, perché nella furia della persecuzione uomini e donne, giovani e anziani erano quotidianamente chiamati ad affrontare il Martirio. Molti lo subirono come catecumeni, ancor prima di essere ammessi al Battesimo. Portiamo i loro nomi proprio perché il loro esempio ci sproni ad imitarli sulla stessa via di santità. Professiamo la stessa Fede apostolica, celebriamo gli stessi Misteri, e continuiamo ad avere gli stessi nemici: il mondo, la carne, il diavolo.
Un Cattolico che non vuole essere santo, che non desidera il Paradiso, che non anela a Dio – sicut cervus ad fontes aquarum – e che non sente questa «nostalgia» del Vero e del Bene, non ha capito nulla della nostra santa Religione, né tantomeno del miracolo di infinita Carità che ha spinto la Seconda Persona della Santissima Trinità ad incarnarSi e a patire per noi, senz’altra motivazione se non l’amore divino nei nostri riguardi e la gloria della Trinità stessa. Perché essere santi è un dovere di ciascuno di noi, in obbedienza al precetto: Siate santi come Dio è santo (Lv 19,2; 1Pt 1,16); ma se solo ci lasciamo conquistare da Nostro Signore la santità non è più un obbligo, ma la necessaria, spontanea e riconoscente risposta alla chiamata del Re, sotto i vessilli del Quale è un onore militare.
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I Santi sono coloro che hanno acclamato e continuano ad acclamare: Regnare Christum volumus! contro il grido blasfemo della scelesta turba. Sono coloro che fanno regnare il loro Signore anzitutto nella propria anima, rendendola degna dimora della Santissima Trinità mediante la vita della Grazia e l’unione con Dio. Sono coloro che nell’umiltà si lasciano guidare dalla mano sapiente del Signore, docili come una penna tra le Sue dita, perché sia chiaro che l’opera che ne esce è interamente divina. Quoniam tu solus Sanctus.
A noi esuli è però concesso uno spiraglio di Paradiso, su questa terra. Uno spiraglio della gloria della Maestà divina che anticipa ciò che ci attende e che rende disponibili le Grazie soprannaturali per affrontare il viaggio fino alla meta finale. Questo angolo di Paradiso lo troviamo nelle nostre chiese, nei nostri Tabernacoli, attorno a ciascuno dei quali si raccolgono adoranti tutti gli Angeli.
Lo troviamo nella Santa Messa, quando il sacerdote fa scendere dal Cielo il Re dei Re, ripetendo in forma incruenta il Sacrificio della Croce. E in questo Paradiso in terra, delimitato dalle colonne e dalle volte di una chiesa come dalle travi di un granaio, noi possiamo comunicarci al Corpo e Sangue di Cristo, presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità esattamente come Egli siede sul Trono dell’Agnello nella gloria del Cielo.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensæ maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Forse è proprio dalla sacralità della Messa, dalla solennità dei gesti arcani, dalla profondità dei testi liturgici, dal torrente impetuoso di Grazie che il Santo Sacrificio riversa su di noi, che ci viene quella «nostalgia» per il Cielo, per la presenza dei nostri cari, per la luce della Verità somma, per il calore della perfetta Carità, per la gloria di Dio e dei Suoi Santi. Tu rex gloriæ, Christe. Cum sanctis tuis in æternum, quia pius es.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
1 Novembre MMXXV
In festo Omnium Sanctorum
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Immagine: Fra Angelico (circa 1395–1455), Giudizio finale (circa 1450), Gemäldegalerie, Berlino
Immagine di Dosseman via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Spirito
Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Renovatio 21 ripubblica l’intervista al superiore generale della FSSPX don Davide Pagliarani apparsa su FSSPX.News
«Suprema lex, salus animarum»
«“La legge suprema è la salvezza delle anime.” È da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato».
FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere a consacrazioni episcopali per la Fraternità San Pio X il prossimo 1º luglio. Perché aver fatto questo annuncio oggi, 2 febbraio?
Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beatissima Vergine è molto significativa nella Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio rivestono la talare. La Presentazione di Nostro Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e della loro preparazione agli Ordini risiede nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana di estrema importanza, poiché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di corredentrice accanto al suo divin Figlio. La si vede associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena e fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e durante tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima.
Questo annuncio è stato preceduto da varie voci negli ultimi mesi, in particolare dopo la morte di mons. Tissier de Mallerais, nell’ottobre 2024. Perché ha atteso fino ad ora?
Come a suo tempo mons. Lefebvre, la Fraternità ha sempre avuto la preoccupazione di non precedere la Provvidenza, ma di seguirla, lasciandosi guidare dalle sue indicazioni. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza né nella precipitazione. Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità che deve essere reale ed essa stessa estrema. La semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualunque iniziativa sia di per sé giustificata.
In particolare, poiché si tratta di una questione che riguarda evidentemente l’autorità suprema della Chiesa, era necessario intraprendere anzitutto un passo presso la Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un termine ragionevole per permetterle di rispondere. Non è una decisione che avremmo potuto prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre.
Nella sua omelia, lei ha detto di aver scritto al papa. Potrebbe dirci qualcosa di più?
La scorsa estate ho scritto al Santo Padre per chiedergli un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto una nuova lettera alcuni mesi più tardi, in modo semplice e filiale, senza nascondergli nulla delle nostre necessità. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire incessantemente la Chiesa cattolica, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro statuto canonico non riconosciuto.
A questa seconda lettera ci è giunta alcuni giorni fa una risposta da Roma, da parte del cardinal Fernández. Purtroppo, essa non prende in alcuna considerazione la proposta che abbiamo formulato e non propone nulla che risponda alle nostre richieste.
Questa proposta, tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre.
Ma allora, se non ha ancora ricevuto questo assenso, perché ritiene di dover comunque procedere a consacrazioni episcopali?
Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e anch’essa estrema. Certamente, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, ci sembra di poter dire oggi che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime, la Fraternità e la Chiesa esige una tale decisione.
Con l’eredità che ci ha lasciato papa Francesco, le ragioni di fondo che avevano già giustificato le consacrazioni del 1988 sussistono ancora pienamente e appaiono anzi, sotto molti aspetti, di rinnovata acutezza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli uomini di Chiesa, e verosimilmente essi non prenderanno un’altra direzione in un prossimo futuro. Le grandi linee che già si delineano per il nuovo pontificato, in particolare attraverso l’ultimo concistoro, non fanno che confermarlo: vi si vede una determinazione esplicita a mantenere la linea di Francesco come un cammino irreversibile per tutta la Chiesa.
«Abbiamo promesso al papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa».
È triste constatarlo, ma è un fatto: in una parrocchia ordinaria i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. Ciò riguarda in particolare la predicazione integrale della verità e della morale cattoliche, nonché l’amministrazione dei sacramenti così come la Chiesa li ha sempre amministrati. In questo consiste lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi avanzano in età e, con la crescita continua dell’apostolato, non sono più in grado di rispondere alle richieste dei fedeli nel mondo intero.
In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da papa Francesco?
Il cardinal Fernández, a nome di papa Leone, ha invitato la Chiesa a ritornare all’intuizione fondamentale di Francesco, espressa in Evangelii gaudium, la sua enciclica chiave: semplificando un po’, si tratta di ridurre l’annuncio del Vangelo alla sua espressione primitiva ed essenziale, in formule molto concise e incisive – il «kerygma» –, in vista di una «esperienza», di un incontro immediato con Cristo, lasciando da parte tutto il resto, per quanto prezioso possa essere – concretamente, l’insieme degli elementi della Tradizione, considerati come accessori e secondari. È questo metodo di nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Francesco, fortemente avvertito da un intero settore della Chiesa.
Certo, in questa prospettiva occorre sempre preoccuparsi di fornire risposte nuove e adeguate alle questioni che emergono; ma tale compito deve realizzarsi attraverso la riforma sinodale, e non mediante la riscoperta delle risposte classiche e sempre valide offerte dalla Tradizione della Chiesa. È in questo modo, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Francesco è stato capace di imporre all’intera Chiesa decisioni catastrofiche, come quella che autorizza la comunione dei divorziati risposati o la benedizione delle coppie dello stesso sesso.
In sintesi: mediante il «kerygma» si isola l’annuncio del Vangelo da tutto il corpus della dottrina e della morale tradizionali; e mediante la sinodalità si sostituiscono le risposte tradizionali con decisioni aleatorie, facilmente assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinal Zen ritiene che questo metodo sia manipolatorio e che attribuirlo allo Spirito Santo sia blasfemo. Temo, purtroppo, che egli abbia ragione.
Lei parla di servizio alla Chiesa, ma nella pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prendono in considerazione consacrazioni episcopali. Come lo spiega al papa?
Serviamo la Chiesa anzitutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. La Chiesa, fondamentalmente, esiste per le anime: ha come fine la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i dibattiti più diversi, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun senso se non hanno come obiettivo la salvezza delle anime. È importante ricordarlo, perché oggi esiste un pericolo, per la Chiesa, di occuparsi di tutto e di niente. La preoccupazione ecologica, per esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X lotta per conservare la Tradizione, con tutto ciò che essa comporta, è unicamente perché questi tesori sono assolutamente indispensabili per la salvezza delle anime, e perché essa non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione.
«In una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. In questo consiste lo stato di necessità».
Così facendo, mettiamo al servizio della Chiesa stessa ciò che custodiamo. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose antiche e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e nella sua fecondità, la Tradizione che santifica le anime, che le trasforma, che suscita vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che custodiamo questo tesoro, fino al giorno in cui se ne comprenderà nuovamente il valore e in cui un Papa vorrà servirsene per il bene di tutta la Chiesa. Poiché è a quest’ultima che la Tradizione appartiene.
Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha una missione sulle anime. Al contrario, essa è stata canonicamente soppressa da più di cinquant’anni. A che titolo si può giustificare una qualsivoglia missione della Fraternità presso le anime?
Si tratta semplicemente di una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo. Ma, allo stesso tempo, non possiamo rifiutarci di rispondere alla miseria spirituale delle anime che, sempre più, si trovano perplesse, disorientate, smarrite. Esse chiedono aiuto. E dopo aver cercato a lungo, trovano, con profonda gioia, luce e conforto nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa, integralmente vissuta. Su queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non siamo investiti di una missione ufficiale: se qualcuno vede per strada una persona in pericolo, è tenuto a soccorrerla secondo le proprie possibilità, anche se non è né pompiere né poliziotto.
Il numero delle anime che si sono così rivolte a noi è cresciuto senza cessare nel corso degli anni ed è aumentato considerevolmente nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e, con ciò stesso, tradire la Chiesa, poiché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili.
Questa carità è un dovere che comanda tutti gli altri. È lo stesso diritto della Chiesa a prevederlo. Nello spirito del diritto ecclesiastico, espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di tutto. Esso rappresenta la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime» è una massima classica della tradizione canonica, ripresa esplicitamente, del resto, dal canone finale del Codice del 1983; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi. Si tratta per noi di un ruolo di supplenza, in nome di questa stessa carità.
È consapevole che l’eventualità di consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa comporta, oppure la «piena» comunione con la gerarchia della Chiesa?
Questo dilemma è in realtà solo apparente. È evidente che un cattolico deve allo stesso tempo custodire la Tradizione integrale e la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, che sono entrambi necessari.
Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica, con tutto ciò che essa implica: a cominciare da una vera vita sacramentale e dall’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e la faccia mettere in pratica, usando della propria autorità non in modo arbitrario, ma realmente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure.
È proprio per garantire questi fondamenti, queste condizioni necessarie all’esistenza stessa della comunione nella Chiesa, che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone a tale comunione e la snatura, anche quando ciò proviene – paradossalmente – da coloro che esercitano l’autorità nella Chiesa.
Potrebbe fare un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare?
Il primo esempio che mi viene in mente risale all’anno 2019, quando papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, firmò con un imam la famosa Dichiarazione di Abu Dhabi. Egli affermava, insieme al capo musulmano, che la pluralità delle religioni sarebbe stata voluta come tale dalla Sapienza divina.
È evidente che una comunione che si fondasse sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, non potrebbe essere cattolica, poiché includerebbe un peccato contro il primo comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Ritengo che una simile affermazione sia più di un semplice errore: è semplicemente inconcepibile. Essa non può essere il fondamento di una comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Penso che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una tale affermazione.
In tutto il mondo la presa di coscienza degli errori denunciati da lungo tempo dalla Fraternità sta progredendo, in particolare su internet. Non sarebbe opportuno lasciare che questo movimento si sviluppi, facendo fiducia alla Provvidenza, piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come delle consacrazioni episcopali?
Questo movimento è certamente positivo e incoraggiante. Esso illustra senza dubbio la fondatezza di ciò che la Fraternità difende, e vi è motivo di sostenere questa diffusione della verità con tutti i mezzi esistenti. Detto questo, si tratta di un movimento che ha i suoi limiti, poiché la battaglia della fede non può ridursi né esaurirsi in discussioni e prese di posizione che hanno come teatro il web o i social network.
La santificazione di un’anima dipende certamente da una professione di fede autentica, ma questa deve sfociare in una vera vita cristiana. Ora, la domenica le anime non hanno bisogno di consultare una piattaforma internet: hanno bisogno di un sacerdote che le confessi e le istruisca, che celebri per loro la santa Messa, che le santifichi realmente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. Ora, per avere sacerdoti, occorrono dei vescovi. Non degli «influencer». In altre parole, occorre tornare al reale, cioè al reale delle anime e delle loro necessità oggettive e concrete. Le consacrazioni episcopali non hanno altra finalità che garantire, per i fedeli legati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Confermazione, dell’Ordine e di tutto ciò che ne consegue.
Non pensa che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità possa in qualche modo finire per identificarsi essa stessa con la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile?
In nessun modo la Fraternità pretende di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione; al contrario, essa conserva una profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, fondandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e universalmente predicato, creduto e praticato.
La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è essa a salvare la Chiesa, poiché unicamente Nostro Signore custodisce e salva la sua Sposa, Lui che non cessa mai di vigilare su di lei.
La Fraternità è semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che per venti secoli ha nutrito i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si consacra filialmente alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, adottando i mezzi di una libertà senza eguali per restare fedele a tale eredità. Secondo l’espressione di mons. Lefebvre, la Fraternità non è che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «fattorino che porta una lettera». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi ad essa nel compimento di questo dovere.
Torniamo al Papa. Ritiene realistico pensare che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri dei vescovi senza mandato pontificio?
Un Papa è anzitutto un padre. In quanto tale, egli è capace di discernere un’intenzione retta, una volontà sincera di servire la Chiesa e, soprattutto, un vero caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividere le sue posizioni.
Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, concretamente, Roma possa tollerare una tale decisione da parte della Fraternità?
Il futuro resta nelle mani del Santo Padre e, ovviamente, della Provvidenza. Tuttavia, occorre riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e pure una flessibilità sorprendente, quando è convinta di agire per il bene delle anime.
Prendiamo il caso, quanto mai attuale, delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese; nonostante una persecuzione ininterrotta della Chiesa del silenzio, fedele a Roma; nonostante accordi regolarmente rinnovati e poi disattesi dal governo cinese: nel 2023 papa Francesco ha approvato a posteriori la nomina del vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi. Più recentemente, papa Leone XIV ha a sua volta finito per accettare a posteriori la nomina del vescovo di Xinxiang, designato nello stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, più volte imprigionato, era ancora in carica. In entrambi i casi si tratta, evidentemente, di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino con l’obiettivo di controllare la Chiesa cattolica cinese. Va sottolineato che non si tratta qui di semplici vescovi ausiliari, bensì di vescovi residenziali, ossia di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), dotati di giurisdizione sui sacerdoti e sui fedeli locali. A Roma si sa benissimo con quale scopo questi pastori siano stati scelti e imposti unilateralmente.
«La Fraternità San Pio X non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione».
Il caso della Fraternità è ben diverso: per quanto ci riguarda, non si tratta evidentemente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma unicamente di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e di confusione generale in cui essi risultano gravemente compromessi. Le intenzioni e le finalità non sono ovviamente le stesse. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa perfettamente che la Fraternità non intende in alcun modo attribuire ai propri vescovi una qualche giurisdizione, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela.
Francamente, non vedo come il Papa potrebbe temere un pericolo maggiore per le anime dalla parte della Fraternità piuttosto che dalla parte del governo di Pechino.
Ritiene che, per quanto riguarda la Messa tradizionale, la necessità delle anime sia oggi grave quanto nel 1988? Dopo le vicissitudini conosciute dal rito di san Pio V, la sua «liberazione» da parte di Benedetto XVI nel 2007, le restrizioni imposte da Francesco nel 2021… in quale direzione ci si avvia con il nuovo Papa?
Per quanto mi è dato sapere, papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo tema, che suscita una grande attesa nel mondo conservatore. Tuttavia, molto recentemente è stato reso pubblico un testo del cardinal Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali partecipanti al concistoro del mese scorso. E non vi è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee essenziali, all’orientamento voluto dal Papa. Si tratta di un testo molto chiaro e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, esso si fonda su una premessa falsa.
Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di papa Benedetto XVI. Secondo quest’ultimo, il rito antico e quello nuovo sarebbero due forme sostanzialmente equivalenti, che esprimono comunque la stessa fede e la stessa ecclesiologia e che, di conseguenza, potrebbero arricchirsi reciprocamente. Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ebbe quindi a cuore di promuovere la coesistenza dei due riti e pubblicò nel 2007 il Summorum Pontificum. Provvidenzialmente, ciò permise a molti la riscoperta della Messa di sempre, ma col tempo provocò pure un movimento di messa in discussione del nuovo rito; questo movimento fu percepito come molto problematico e, nel 2021, Traditionis custodes cercò di arginarlo.
Fedele a Francesco, il cardinal Roche promuove a sua volta l’unità della Chiesa, ma secondo un’idea e con mezzi diametralmente opposti a quelli di Benedetto XVI: pur mantenendo l’affermazione di una continuità tra i riti attraverso la riforma, egli si oppone fermamente alla loro coesistenza. Vi vede una fonte di divisione, una minaccia per l’unità, che occorre superare tornando a una autentica comunione liturgica: «il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione, ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «sommamente conviene che uno solo sia il rito» in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione.
Principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, non può avere che una sola liturgia che le esprima adeguatamente… Ma principio applicato in modo errato, poiché, coerentemente con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinal Roche concepisce la Tradizione come evolutiva e il nuovo rito come sua unica espressione vivente per il nostro tempo; il valore del rito tridentino non può dunque che essere considerato superato, e il suo uso, al massimo, una «concessione», «in alcun modo una sua promozione».
Che vi sia dunque una «divisione» e un’incompatibilità attuale tra i due riti: questo appare ormai più chiaro. Ma non ci si inganni: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico è quella di sempre. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede sembra più che mai irrevocabile.
Il cardinal Roche ha comunque l’onestà di riconoscere che sussistono ancora alcuni problemi nell’attuazione della riforma liturgica. Pensa che ciò possa condurre a una presa di coscienza dei limiti di questa riforma?
È interessante constatare che, dopo sessant’anni, si ammette ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica, della quale si dovrebbe poter scoprire la ricchezza: è un ritornello che si sente da sempre, ogni volta che si affronta questo argomento, e che il testo del cardinal Roche non elude. Ma invece di interrogarsi sinceramente sulle carenze intrinseche della nuova Messa e, dunque, sul fallimento globale di questa riforma; invece di prendere atto del fatto che le chiese si svuotano e che le vocazioni diminuiscono; invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attirare tante anime… il cardinal Roche non vede come unica soluzione che una urgente formazione preliminare dei fedeli e dei seminaristi.
Senza rendersene conto, egli entra così in un circolo vizioso: infatti è la liturgia stessa che dovrebbe formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime, spesso analfabete, sono state edificate e santificate dalla liturgia stessa, senza bisogno di alcuna formazione previa. Non riconoscere l’incapacità intrinseca del Novus Ordo di edificare le anime, esigendo ancora una migliore formazione, mi sembra essere il segno di un accecamento irrimediabile. Si giunge così a paradossi sconcertanti: la riforma è stata voluta proprio per favorire la partecipazione dei fedeli; ora questi hanno abbandonato in massa la Chiesa, perché questa liturgia insipida non ha saputo nutrirli; e tutto ciò non avrebbe nulla a che fare con la riforma stessa!
Oggi, in molti Paesi, gruppi esterni alla Fraternità beneficiano ancora dell’uso del Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi affatto nel 1988. Non potrebbero costituire, per il momento, un’alternativa sufficiente, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali?
La domanda che dobbiamo porci è la seguente: queste possibilità corrispondono davvero a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno bisogno? Rispondono in modo sufficiente alla necessità delle anime?
È innegabile che, laddove venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende, con quel profondo senso del sacro che non si ritrova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può fare astrazione dal contesto nel quale tali celebrazioni hanno luogo. Ora, indipendentemente dalla buona volontà degli uni o degli altri, il quadro appare chiaro, soprattutto a partire da Traditionis custodes, come confermato dal cardinal Roche: si tratta di una Chiesa nella quale l’unico rito ufficiale «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre avviene pertanto sotto un regime che è quello dell’eccezione: gli aderenti a questo rito ricevono, per benevola concessione, delle deroghe che permettono loro di celebrarlo, ma tali concessioni si inseriscono in una logica che è quella della nuova ecclesiologia e presuppongono dunque che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’autentica espressione della vita della Chiesa.
Perché considera che non si può fare astrazione da questo quadro di eccezione? Non si compie del bene nonostante tutto? Quali conseguenze concrete sarebbero da deplorare?
Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze nocive. La più immediata è quella di una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che godono di determinati privilegi che consentono loro l’uso della liturgia tridentina vivono nell’angoscia del domani: un privilegio non è un diritto. Finché l’autorità li tollera, possono svolgere la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula determinate esigenze, impone condizioni o revoca improvvisamente, per una ragione o per un’altra, le autorizzazioni concesse, sacerdoti e fedeli si ritrovano in una situazione di conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente quegli aiuti tradizionali che le anime hanno diritto di attendersi. Ora, come evitare in modo duraturo tali casi di coscienza, quando tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa, incarnate in due liturgie incompatibili, una gode di diritto di cittadinanza mentre l’altra è soltanto tollerata?
In secondo luogo – ed è probabilmente più grave – non viene più compresa la ragione dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina, compromettendo gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e, con ciò, il bene delle anime. Infatti, se la Messa di sempre può accettare che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa e se per sé non rivendica che un privilegio particolare, legato a una preferenza o a un carisma proprio, come comprendere che questa Messa di sempre si opponga in modo irrimediabile alla Messa nuova, rimanga l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno possa essere impedito di celebrarla? Come comprendere che la Messa di Paolo VI non possa essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa, e che nessuno possa essere costretto a celebrarla? E come vengono efficacemente distolte le anime da questa liturgia avvelenata, per abbeverarsi alle fonti pure della liturgia cattolica?
Infine, conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti, la necessità di non compromettere, con un comportamento che disturba, una stabilità fragile, riduce molti pastori a un silenzio forzato, quando invece sarebbe necessario levarsi contro questo o quell’insegnamento scandaloso che corrompe la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che demoliscano la Chiesa, richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato, ne risulta paralizzata. Si illumina in privato l’uno o l’altro, quando si riesce ancora a discernere la nocività di tale o talaltro errore, ma non è più che un timido sussurro, in cui la verità fatica a esprimersi con la libertà richiesta… soprattutto quando si tratta di combattere principi tacitamente ammessi. Anche in questo caso sono le anime a non essere più illuminate e a essere private del pane della dottrina di cui tuttavia restano affamate: col tempo ciò modifica progressivamente le mentalità e conduce poco a poco all’accettazione generale e inconscia delle diverse riforme che toccano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminarle e di non abbandonarle.
Non si tratta di muovere rimproveri né di giudicare chicchessia, ma di aprire gli occhi e constatare i fatti. Ora, siamo costretti a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato dall’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle necessità profonde che conoscono la Chiesa e le anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, occorre poter offrire ai cattolici di oggi una verità senza concessioni, servita senza condizionamenti, con i mezzi per viverla integralmente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.
Detto questo, non pensa che Roma possa mostrarsi più generosa in futuro nei confronti della Messa tradizionale?
Non è impossibile che Roma possa adottare in futuro un atteggiamento più aperto, come è già avvenuto nel 1988, in circostanze analoghe, quando il messale antico fu concesso ad alcuni gruppi nel tentativo di distogliere i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse accadere di nuovo, sarebbe una scelta molto politica e ben poco dottrinale: il Messale tridentino è destinato esclusivamente ad adorare la maestà divina e a nutrire la fede; non può essere strumentalizzato come un dispositivo di aggiustamento pastorale o come una variabile di pacificazione.
Detto questo, una benevolenza più o meno grande non cambierebbe nulla della nocività del quadro descritto sopra e, pertanto, non modificherebbe sostanzialmente la situazione.
D’altra parte, lo scenario è in realtà più complesso: a Roma, papa Francesco e il cardinal Roche hanno ben constatato che, ampliando l’uso del Messale di san Pio V, si innesca inevitabilmente una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio, in proporzioni fastidiose e soprattutto incontrollabili. È dunque difficile prevedere ciò che accadrà, ma il pericolo di un irrigidimento in logiche più politiche che dottrinali è reale.
Che cosa vorrebbe dire in modo particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità?
Vorrei dire loro che il momento presente è anzitutto un tempo di preghiera, di preparazione dei cuori, delle anime e anche delle intelligenze, al fine di disporsi alla grazia che queste consacrazioni rappresentano per tutta la Chiesa. Il tutto nel raccoglimento, nella pace e nella fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e che non la abbandonerà neppure ora.
Spera ancora di poter incontrare il Papa?
Sì, certamente! Mi sembra estremamente importante poter conferire con il Santo Padre, e vi sono molte cose che sarei lieto di condividere con lui, che non ho potuto scrivergli. Purtroppo, la risposta ricevuta da parte del cardinal Fernández non prevede un’udienza con il Papa. Essa evoca invece la minaccia di nuove sanzioni.
Che cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla?
Anzitutto, ricordiamo che, in simili circostanze, eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale.
Tuttavia, se dovessero essere pronunciate, è certo che la Fraternità, senza alcuna amarezza, accetterebbe questa nuova sofferenza come ha saputo accettare quelle passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa stessa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non dubita che, se una tale situazione dovesse verificarsi, non potrebbe che essere temporanea; poiché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandona.
La Fraternità continuerà dunque a operare al meglio nella fedeltà alla Tradizione cattolica e a servire umilmente la Chiesa rispondendo alle necessità delle anime. Continuerà anche a pregare filialmente per il Papa, come ha sempre fatto, nell’attesa di poter essere un giorno liberata da eventuali sanzioni ingiuste, come avvenne nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali avranno contribuito in modo provvidenziale a mantenere la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Intervista data a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026 nella festa della Purificazione della Beatissima Vergine
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
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