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Spirito

Sermone funebre di mons. Tissier

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Nella sua omelia, don Davide Pagliarani, sottolinea la fedeltà esemplare di mons. Tissier alla Fraternità San Pio X e alla Santa Chiesa.
Uomo semplice, costante e fervente, prestò servizio con instancabile dedizione nonostante le difficoltà.

 

Tutta la sua vita fu incentrata sulla difesa della messa tradizionale e del regno di Cristo Re.

 

La Fraternità, pur afflitta, trova conforto nell’esempio che lascia e continua ad affidarsi alla Provvidenza per il futuro.

 

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.

 

Miei signori, cari fratelli, care sorelle, cari fedeli,

 

Innanzitutto desidero esprimere le nostre più sincere condoglianze alla famiglia di monsignor Tissier, ai membri qui presenti. Condividiamo, essendo famiglia spirituale di monsignor Tissier, condividiamo il loro lutto.

 

Sì, la Fraternità oggi è veramente in lutto. È una perdita significativa: è la perdita di un vescovo. È la perdita, per così dire, di una pagina della nostra storia. Una pagina molto bella della nostra storia.

 

Ma questa perdita, e il lutto in cui ci troviamo oggi, sono compensati dalla consolazione dell’esempio che ci ha lasciato. Nostro Signore, che mantiene sempre la sua parola, è venuto a cercarlo «come un ladro»: non eravamo preparati a una morte così improvvisa. Ma Nostro Signore, nella sua delicatezza, volle venire a prenderlo proprio mentre stava per celebrare la messa. Fu in quel momento che monsignore perse conoscenza. Il suo ultimo atto fu quello di andare a celebrare la messa, e morì dopo pochi giorni.

 

Non è un caso: la massa era la sua ragion d’essere. Ha cercato monsignor Lefebvre, perché cercava la fedeltà alla messa. Vi aderì lo stesso anno in cui fu promulgata la nuova messa, e rimase fedele a questa messa eterna. E ora, il Buon Dio lo considerava maturo: maturo per questa nuova liturgia, la liturgia eterna, in cui i sacerdoti, i vescovi, cantano costantemente: «Ecco l’Agnello che è stato immolato – questo Agnello, che io – anch’io ho immolato, durante tutta la mia vita sacerdotale – ecco l’Agnello degno di ricevere gloria e onore nell’eternità».

 

San Paolo descrive monsignor Tissier

Non è troppo difficile tratteggiare in poche parole il ritratto di Mons. Tissier, perché lo fece già San Paolo 2000 anni fa. Cito San Paolo. Cosa chiede San Paolo a un vescovo? E vedrete come ciò corrisponde perfettamente al nostro caro monsignor Tissier. Le circostanze stesse del suo episcopato, del suo sacerdozio, furono descritte da San Paolo 2000 anni fa.

 

«Ti prego, davanti a Dio e davanti a Gesù Cristo che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua venuta e per il suo regno: proclama la parola, insisti a tempo opportuno e sfavorevole, rimprovera, supplica, minaccia con ogni pazienza e dottrina». Ebbene, questo è ciò che monsignor Tissier sapeva fare. Era franco, sincero, semplice, senza doppiezze… fermo, costante, libero, libero di predicare la verità, di dire la verità, libero di servire Nostro Signore Gesù Cristo.

 

«Poiché – ci dice san Paolo – verrà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, ma raduneranno attorno a sé i maestri secondo i loro desideri. Provando un forte prurito alle orecchie e distogliendo l’udito dalla verità, si rivolgeranno alle favole». Descrizione molto precisa della situazione in cui si trova la Chiesa, dove gli uomini si sono rivolti alle favole, dove gli uomini di Chiesa si sono rivolti alle favole: l’ecumenismo è una favola; il secolarismo è una favola; il sinodo è una favola nuova, che produrrà altre favole… Che grazia averlo capito nel 1969! Che grazia aver cercato monsignor Lefebvre, averlo scoperto ed essergli fedele. Che grazia non credere alle favole!

 

«Ma tu, vigila e non rifiutare nessun lavoro. Compi il lavoro di un evangelista. Compi il tuo ministero, sii sobrio» «Siate generosi nel vostro lavoro»: predicare sempre Cristo, la verità. «Il lavoro di un evangelista»: predicare Nostro Signore così com’è, senza alterare nulla, anche se non piace. «Compi il tuo ministero», il tuo dovere, fino alla fine. E «essere sobrio» è molto interessante: monsignor Tissier ci lascia l’esempio di una vita molto povera, sobria. E certo, questa semplicità, questa povertà, quest’anima infantile conservata fino alla fine, è stata il segreto, la chiave della sua fedeltà.

 

Ed è soprattutto su questa fedeltà di monsignor Tissier che vorrei meditare con voi qualche istante, perché la sua fedeltà riassume perfettamente la sua vita. Fedele a monsignor Lefebvre, fedele alla Fraternità e fedele alla Chiesa.

 

La fedeltà di Mons. Tissier

Monsignor Tissier aveva questa nozione molto chiara: essere fedeli alla Fraternità significa essere fedeli alla Chiesa. Ha denunciato molto chiaramente questo falso dilemma, secondo il quale si dovrebbe scegliere tra la fedeltà alla Chiesa e la fedeltà alla Fraternità. NO! Essere fedeli alla Fraternità significa essere fedeli ai mezzi datici dalla Provvidenza per rimanere fedeli alla Chiesa. Non scegliamo. E Mons. Tissier lo ha detto molto, molto chiaro.

 

Fedele nel tempo: ecco il bello! È stato uno dei primissimi seminaristi a cercare mons. Lefebvre, nel 1969, prima ancora che la Fraternità fosse fondata, senza sapere cosa sarebbe successo. Guidati esclusivamente dalla fede e dal desiderio di servire Nostro Signore. Nel 1969! Noi, col senno di poi, sappiamo cosa è successo. Nel 1969 c’erano solo pochi seminaristi, la metà dei quali se ne sarebbero andati prima ancora che la Società fosse fondata. Che fede, che fedeltà fino ad oggi, fino al 2024! Fedeltà nel tempo, perseveranza… La perseveranza è fedeltà nel tempo, questa fedeltà incrollabile.

 

E fedeltà nelle prove: tutte le prove che descrive nella biografia di mons. Lefebvre, tutte queste prove del fondatore della Fraternità sono descritte con l’occhio, e l’attenzione, e il cuore del testimone diretto e del discepolo e fedele attento, che comprende, fin dall’inizio, come l’opera di Dio debba essere sempre fruttuosa attraverso la croce. Sì, questa croce che Dio non ha risparmiato fin dall’inizio alla Fraternità; e questa croce che sempre incontreremo e che è il segno che la Fraternità è opera di Dio.

 

E in questa fedeltà, e per questa stessa fedeltà, ha il merito, monsignor Tissier, di aver raccolto, per primo, di aver studiato, ordinato tutti gli avvenimenti della vita di Mons. Lefebvre, e tutti i suoi insegnamenti. Da discepolo fedele, non voleva che nulla di ciò che Mons. Lefebvre ci ha lasciato in eredità andasse perduto.

 

Ha sempre avuto questa preoccupazione: che questo pensiero venga trasmesso con fedeltà alle generazioni più giovani, a tutti noi, alle generazioni future. Si tratta di una preoccupazione cruciale per un’opera che vuole essere un’opera di conservazione e di trasmissione, come la Fraternità San Pio, delle parole di San Paolo, che lo stesso monsignor Lefebvre ha voluto fare sue: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto», Tradidi quod et accepi. Ho trasmesso fedelmente ciò che mi è stato donato, senza toccare nulla, così come l’ho ricevuto, con la delicatezza del discepolo, l’umiltà del discepolo: più si è umili, più si è fedeli nel trasmettere il tesoro che abbiamo ricevuto, così com’è, senza toccarlo.

 

E in questo tesoro che monsignor Tissier ha saputo trasmettere fedelmente, come ogni persona di genio, come un vero biografo di monsignor Lefebvre, ha certamente saputo sintetizzare questo pensiero e questa materia attorno ad un’idea centrale, che ricorreva sistematicamente nelle sue prediche, nei suoi discorsi: è l’idea di Cristo Re. È molto più di un motto episcopale, per monsignor Tissier.

 

Possiamo dire che questa è stata la stella di tutto il suo episcopato: i diritti di Nostro Signore sulle anime, sulle coscienze, sulle persone, sulla Chiesa, sulla famiglia e sulla società. Quante volte Mons. Tissier è tornato lì! Era davvero l’idea centrale attorno alla quale aveva riordinato e riorganizzato tutto.

 

E questa fedeltà non era soltanto una fedeltà teorica ai principi. Questa lealtà si è riflessa nell’adempimento del suo dovere statale fino alla fine. E forse sono il primo testimone a poterlo dire: Mons. Tissier ha voluto servire la Fraternità fino alla fine, al di là delle sue forze. È stato incredibile, nonostante la sua età.

 

Da dove viene questa forza? Da dove viene questa forza? È venuto dall’amore di Nostro Signore e dall’amore della Fraternità. E posso assicurarle che ogni volta che abbiamo provato – che ho provato, scusatemi se uso la prima persona – a invitare monsignore a viaggiare magari un po’ meno, per alleggerire i suoi compiti… era inutile, era impossibile. Non ci sono arrivato. Non ci sono arrivato… Ma adesso, adesso, è il ricordo più bello che conserverò di Mons. Tissier. Ed è un esempio per tutti i membri della Fraternità: trovate forza in Nostro Signore! Trovare la forza che va oltre la forza fisica che ci resta. Fino alla fine, fino agli ultimi minuti della nostra vita.

 

Che grande esempio!

 

Il futuro della Fraternità

Naturalmente ora ci chiediamo tutti: cosa succederà? Abbiamo perso un vescovo. Come sta vivendo la Fraternità questo momento? E soprattutto, come vivrà il futuro? Il prossimo futuro, con tutto ciò che ciò implica?

 

La Fraternità vive questo momento nella calma, nella preghiera, nella gratitudine alla Provvidenza per averci donato un tale vescovo. E la Confraternita non ha fretta. Segue semplicemente i segni della Provvidenza.

 

Quella stessa Provvidenza che sempre ci ha mostrato il suo aiuto nei momenti più critici, più difficili. Quella Provvidenza alla quale questo giovane di 24 anni si è arreso nel 1969, e che lo ha guidato fino ad oggi. Questa Provvidenza che ha condotto la Fraternità in mezzo alla peggiore tempesta della storia della Chiesa… Questa Provvidenza non ci abbandonerà oggi.

 

Questa Provvidenza non ci abbandonerà domani. Ci ha già dimostrato più che a sufficienza il suo aiuto, la sua assistenza. E così il nostro lutto oggi si mescola a una rinnovata fiducia.

 

Quindi cosa cambia? Adesso cambia solo una cosa, una sola cosa: è la certezza e il riconoscimento di avere un vescovo in meno sulla terra, ma di avere nell’eternità qualcuno che vigila sulla Fraternità. Abbiamo un nuovo protettore, che nell’eternità continua ad osservarci, continua con la sua preghiera ad assisterci, e continua, attraverso i ricordi che ci ha lasciato, naturalmente, attraverso il suo esempio, ad indicarci in quale direzione deve andare. Questo è ciò che cambia per noi.

 

Approfitto di questa parola anche per ringraziare per tutte le preghiere, tutti i messaggi che sono stati rivolti alla Fraternità in questi ultimi giorni, che testimoniano sia la grande stima che tutti nutrivano per monsignor Tissier, sia l’attaccamento di tutti a la Fraternità. Vi ringrazio per tutte queste preghiere, e naturalmente vi invito a continuare a pregare: e per il riposo dell’anima di monsignor Tissier, e per la Fraternità in questo momento particolare.

 

Tutto questo affidiamo alla Santissima Vergine. Il vescovo Tissier aveva per lei una grande devozione. Sua è stata la devozione della Fraternità, ed è soprattutto sotto la sua protezione che, ne siamo certi, il futuro sarà in continuità con il passato, e con la storia della Fraternità così come si è svolta fino ad oggi, e come mons Tissier in particolare ha saputo incarnarlo e rappresentarlo.

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

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«E voi, non abbiate paura!»

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Giungendo al sepolcro dove fu deposto il corpo di Gesù, le sante donne – Maria Maddalena e l’altra Maria – si sentono dire, la mattina di Pasqua e per ben due volte, prima dall’angelo che rotola via la pietra, poi da Cristo risorto: «Non abbiate paura!». Quella che segue è una riflessione dell’abate Louis-Marie Berthe.   L’espressione non è nuova nelle Scritture: al contrario, ricorre in tutto il testo sacro, tanto che alcuni l’hanno trovata fino a 365 volte! Ma assume il suo pieno significato a Pasqua, alla luce della Risurrezione: se Gesù Cristo ha vinto il peccato e la sua conseguenza, la morte, di cosa possono mai temere tutti coloro che hanno riposto in lui la loro fede e la loro speranza?   Più di quanto ci rendiamo conto, la paura – in tutte le sue forme, deboli o forti – determina, o quantomeno modifica, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre reazioni e i nostri progetti. Come ogni altra emozione, la paura non va negata, né tantomeno respinta a priori: segnala a chi la prova una minaccia reale o immaginaria; spetta poi a ciascun individuo valutare la realtà, la gravità e l’imminenza del pericolo per capire fino a che punto sia importante permettere alla paura di prosperare nel proprio cuore.   Pertanto, il timore di essere separati da Dio o di vivere lontani da Lui è buono e benefico: mantiene l’uomo nella giustizia e nella verità e lo protegge dal vizio. Al contrario, il timore di essere abbandonati o rifiutati dal prossimo per ciò che si è o per ciò che si pensa è da evitare: intrappola l’uomo nella menzogna e nell’ipocrisia; lo uccide lentamente.

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Quando Gesù esorta i suoi discepoli a non avere paura, li invita a non lasciarsi intimorire e scoraggiare dai pericoli fisici e umani che li minacciano: la perdita dei beni materiali, lo sguardo di disapprovazione o la cattiva opinione degli altri, gli eventi sfortunati della vita, la malattia del corpo e persino la morte: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, e dopo ciò non possono fare nulla di più» (Lc 12,4).   Non bisogna temere le macchinazioni dei malvagi e le persecuzioni controla Chiesa, qualunque forma assumano: «Non temete, o piccolo gregge, perchè piacque al Padre vostro dare a voi il regno» (Lc 12,32).   Proprio nel giorno della sua vittoria a Pasqua, Gesù Cristo volle infondere nei suoi discepoli, più che mai, questo spirito di santa libertà, di audace fiducia e di incrollabile vittoria. Possa questo spirito essere ancora nostro, duemila anni dopo, in mezzo alle paure che le cattive notizie del mondo possono giustamente provocare.   Lo spirito cattolico, quello che lo Spirito Santo forma nei nostri cuori, non è fatto di pusillanimità, di preoccupazioni eccessive, di ansia generalizzata o di chiusura in se stessi!   Ciò che san Paolo ricorda a Timoteo può essere applicato a chiunque sia nato dall’acqua e dallo Spirito nel battesimo: «Poichè Iddio ci ha dato non uno spirito di viltà, ma di forza e di amore e di saggezza» (2Tim 1,7).   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine: Paolo Veronese (1528–1588),  La conversione di Maria di Magdala (circa 1548), National Gallery, Londra Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il Pentagono minaccia il papato con la cattività di Avignone. Perché la notizia esce ora?

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Emergono i dettagli di un inedito, bizzarro incontro avvenuto lo scorso gennaio del nunzio apostolico convocato in Pentagono. La tempistica dello scoop potrebbe essere legata alla battaglia di potere tra cattolici da una parte ed ebrei e protestanti sionisti dall’altra per l’egemonia dell’amministrazione Trump, due fazioni più che mai divise oggi dalla guerra per Israele condotta daglI USA contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

 

La testata Free Press – fondata dalla lesbica sionista Bari Weiss, ora ricoperta di cariche e danari dagli ultramiliardari americano pro-Israele –ha pubblicato un articolo secondo il quale, nel gennaio 2026, si sarebbe tenuto un incontro privato tra il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico della Santa Sede negli Stati Uniti, e Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono cattolico da cui, viste le precendenti posizioni, non ci si aspetterebbe nulla di questo.

 

L’incontro sarebbe stato molto teso e acceso, durante il quale Colby avrebbe esortato papa Leone a «allinearsi più chiaramente con gli Stati Uniti» e avrebbe affermato che gli Stati Uniti possono «fare quello che vogliono».

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«Gli Stati Uniti hanno la potenza militare per fare ciò che vogliono nel mondo. La Chiesa cattolica farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte», ha detto Colby durante l’incontro, secondo quanto riportato da funzionari citati da Free Press.

 

Secondo diverse fonti citate in forma anonima nel rapporto, l’incontro di gennaio ha segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Vaticano. Funzionari romani hanno descritto l’incontro come conflittuale, definendolo una «dura lezione» impartita al cardinale al Pentagono. Le stesse fonti hanno indicato che le osservazioni sono state percepite in Vaticano come un «esplicito avvertimento» legato alla potenza militare americana.

 

L’incontro si sarebbe svolto pochi giorni dopo il discorso pronunciato da papa Leone XIV il 9 gennaio 2026, in cui criticava il crescente ricorso alla forza nelle relazioni internazionali. «Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» aveva detto il papa. «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».

 

«La guerra è tornata di moda e si sta diffondendo un fervore bellico. Il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato. La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé… La pace viene perseguita attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio».

 

Secondo quanto riportato da The Free Press, diversi alti funzionari della difesa statunitense, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno interpretato queste dichiarazioni come dirette alla politica estera degli Stati Uniti.

 

Ulteriori dettagli emersi durante l’incontro suggeriscono che almeno un funzionario statunitense abbia fatto riferimento al precedente storico del papato di Avignone, un periodo del XIV secolo durante il quale il papato era di fatto subordinato alla corona francese. Il riferimento includeva la menzione dell’attentato a papa Bonifacio VIII e del conseguente trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, in Francia.

 

La Cattività avignonese (1309-1377) fu uno dei periodi più turbolenti nella storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il potere temprale, iniziato quando papa Clemente V, francese, nel 1309 decise di trasferire la sede papale da Roma ad Avignone, in Provenza, che allora non era territorio del Regno di Francia ma del Regno di Napoli, pure sotto forte influenza francese. La scelta fu dettata da pressioni del re di Francia Filippo IV il Bello e dal desiderio di sfuggire alle lotte tra fazioni romane e alla pericolosa instabilità dell’Italia.

 

Per quasi settant’anni, sette papi (tutti francesi) risiedettero ad Avignone, trasformandola in una splendida corte rinascimentale, ricca e centralizzata. La Chiesa rafforzò la sua burocrazia e le finanze, ma perse prestigio: molti fedeli la accusavano di essere «prigioniera» dei re francesi, lontana dalla tomba di Pietro e troppo mondana.

 

Il ritorno a Roma avvenne solo nel 1377 grazie a Gregorio XI, spinto dalle preghiere di santa Caterina da Siena. Tuttavia, un anno dopo la sua morte scoppiò il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), con papi rivali a Roma e Avignone. La Cattività avignonese segnò una grave crisi di autorità della Chiesa, aprendo la strada a divisioni e critiche che avrebbero influenzato il Rinascimento e la Riforma protestante.

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Secondo il consulente politico Christopher Hale, «molti in Vaticano hanno interpretato il riferimento del Pentagono a un papato ad Avignone come una minaccia di usare la forza militare contro la Santa Sede». L’avvertimento del Pentagono ha allarmato a tal punto il Vaticano che papa Leone ha annullato la sua prevista visita negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.

 

Infatti, l’8 febbraio 2026, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha dichiarato ufficialmente che «papa Leone XIV non si recherà negli Stati Uniti quest’anno», smentendo le voci di una possibile visita in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana.

 

Il papa ha invece programmato una visita a Lampedusa il 4 luglio, un’isola del Mediterraneo associata agli arrivi di migranti dal Nord Africa. Hale ha osservato che la scelta della data e del luogo difficilmente poteva essere casuale, dato il contrasto simbolico.

 

Il pontefice ha intensificato le sue condanne durante la Settimana Santa. Nelle sue parole culminate nella Domenica di Pasqua, ha esortato i leader mondiali ad abbandonare i conflitti armati e a respingere quello che ha definito il «desiderio di dominare gli altri». All’inizio della settimana, aveva condannato quella che ha chiamato «l’occupazione imperialista del mondo» e aveva ammonito che «Dio non accetta le preghiere di coloro che fanno la guerra».

 

È davvero difficile non interpretare le dichiarazioni di Leone come un giudizio immediato sulla seconda amministrazione di Donald Trump, che aveva bombardato gli impianti nucleari iraniani, rapito il leader venezuelano Nicolas Maduro, esercitato forti pressioni per lo scioglimento della NATO e minacciato diversi alleati degli Stati Uniti, arrivando persino a ipotizzare la possibilità che gli Stati Uniti potessero assumere il controllo del Canada e della Groenlandia.

 

Nei mesi successivi, l’amministrazione ha autorizzato anche un blocco navale di Cuba, impose sanzioni unilaterali a diversi Stati membri dell’UE e ventilò pubblicamente la possibilità di ritirare le garanzie di sicurezza a Corea del Sud e Giappone a meno che non avessero «riequilibrato» il loro allineamento strategico verso Washington.

 

In Ungheria per sostenere la campagna elettorale del premier Vittorio Orban, il vicepresidente JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha detto di non sapere nulla dell’accaduto e di voler parlare de visu con il cardinale Pierre.

 

Va compresa anche la figura del Under Secretary of Defense for Policy (USDP). Elbridge Colby. Nipote dello storico direttore della CIA William Colby (1920-1996) sotto Nixon e Ford, dal 2017 al 2018, durante la prima amministrazione Trump, ha ricoperto la carica di vice assistente del segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze armate, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo della Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2018, che, tra le altre cose, ha spostato l’attenzione del Dipartimento della Difesa statunitense sulla Cina.

 

Colby non è un falco neocon – è, anzi, il contrario, e si identifica come «realista», che ha chiesto apertamente la riduzione dell’aiuto militare all’Ucraina, un ripensamento del rapporto con la NATO («partnership», non dipendenza) e persino un «reset» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il Colby ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero «lasciare più spazio al giudizio di Israele su come gestire al meglio le sue sfide alla sicurezza», e che, sebbene gli Stati Uniti debbano essere pronti a fornire supporto materiale e politico a Israele, quest’ultimo dovrebbe comprendere che gli Stati Uniti, che «non possono permettersi di essere invischiati in un’altra guerra in Medio Oriente, assumeranno un ruolo di supporto».

 

In passato il Colby aveva persino dichiarato, con grande scandalo di senatori repubblicani come Tom Cotton, che l’acquisizione di un’arma nucleare da parte dell’Iran non costituirebbe un rischio esistenziale per gli Stati Uniti e fiancheggiando il ritiro delle forze militari statunitensi dal Golfo Persico, sostenendo che gli Stati Uniti possono contrastare l’Iran «in modo più efficace» «rafforzando le capacità militari dei propri partner nella regione». All’epoca l’Elbridge si opponeva a un’azione militare diretta contro l’Iran, pur affermando che contenere un Iran dotato di armi nucleari «è un obiettivo del tutto plausibile e pratico».

 

Colby è cattolico. Il commento su Avignone sembrerebbe essere stato proferito da un altro funzionario presente all’incontro col nunzio apostolico.

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La tempistica con cui esce questo caso è interessante, e la testata di riferimento pure. La giornalista lesbica sionista Bari Weiss, ex opinionista del New York Times (dove si distinse per gli attacchi a Tulsi Gabbard, accusata di essere un pupazzo di Bashar al-Assad), aveva fondato The Free Press nel 2021 come piattaforma indipendente di notizie e commenti, critica verso l’ortodossia «woke» dei media mainstream, attraendo quindi un certo pubblico indipendente o di destra che oramai respingeva in toto il mainstream. Il sito crebbe rapidamente grazie a un modello di abbonamenti e attirò investitori come Marc Andreessen, David Sacks, Howard Schultz e altri, raccogliendo 15 milioni di dollari nel 2024 con una valutazione di circa 100 milioni.

 

Nell’ottobre 2025, Paramount Skydance (guidata da David Ellison, figlio del miliardario sionista di Oracle Larry Ellison ) ha acquistato The Free Press per 150 milioni di dollari, una cifra che è parsa a moltissimi come enigmaticamente sproporzionata. In seguito alla bizzarra operazione, Weiss è stata nominata editor-in-chief di CBS News, canale TV comprato pure quello dagli Ellisoni, la cui vicinanza allo Stato Israele, e persino all’IDF, è cosa nota.

 

Fare uscire ora, con Trump che tentenna sulla guerra in Iran, la notizia di uno screzio tra Washington e la Santa Sede aiuta decisamente a cementare la cintura sionista di matrice ebraico-protestante attorno al presidente – cioè lo stesso apparato che ha portato all’attuale, fallimentare guerra in Persia – contro la fazione «cattolica» che era dubbiosa o risolutamente contraria alla guerra: il segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha origini neocon, si era lasciato scappare ad inizio conflitto che gli USA vi erano stati trascinati dentro da Israele, mentre il vicepresidente JD Vance (convertito al cattolicesimo che gli iraniani volevano come negoziatori al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner), è emerso, si era detto nettamente contrario all’intervento.

 

Anche la base dei sostenitori pare dividersi su base confessionale, come dimostra la battaglia antisionista portata innanzi con clamore pubblico dall’ex Miss California, e amica personale di Trump, Carrie Prejean Boller, cattolica convertita espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver fustigato l’influenza israeliana su politica e religione protestante, nonché il genocidio di Gaza.

 

Lo scontro in atto è stato descritto con lucidità dallo scrittore cattolico americano E. Michael Jones: «Il cessate il fuoco ha segnato un passaggio dal controllo sionista cristiano dell’amministrazione Trump a un controllo di fatto cattolico sotto JD Vance. Anche il papa ha avuto un ruolo in questo cambiamento».

 

«L’apice dell’influenza sionista cristiana è stato raggiunto con la funzione del Venerdì Santo al Pentagono, alla quale sono stati esclusi i cattolici» continua Jones, riferendosi ad una grottesca cerimonia condotta dalla «pastora» protestante sionista Paula White, nota per i video con Netanyahu e per essere, dice la Prejean Boller, dietro alla sua espulsione dalla Commissione. Durante l’evento la White ha paragonato Trump a Gesù Cristo. Il vescovo cattolico Barron, presente, non ha proferito verbo né durante né dopo.

 

 

«Ora, le persone più mature e responsabili sono cattolici come Joe Kent, che afferma che gli Stati Uniti devono frenare Israele se vogliono che il cessate il fuoco regga» conclude Jones. Il Kent, veterano delle Forze Speciali dimessosi poche settimane fa dal suo incarico di capo dell’antiterrorismo in protesta alla guerra iraniana e alla soverchiante influenza israeliana sulla politica americana, è stato visto alla conferenza di Washington Catholics For Catholics assieme alla Prejean Boller e a Candace Owens. Notevole anche la presenza sullo stesso palco di un altro cattolico un tempo vicinissimo a Trump, il generale Michael Flynn.

 

Trump pare però aver fatto una scelta di campo, visto l’incredibile messaggio lanciato su Truth nelle ultime ore, in cui accusa i suoi sostenitori critici della guerra in Iran (e del rapporto con Israele…) Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones e la stessa Owens di essere dei «perdenti» con «basso IQ». Trattandosi di alcuni dei maggiori podcaster al mondo (in termini assoluti di ascolto, perfino), messaggio segna una frattura decisa nella base MAGA, una ferita che non sappiamo se possa essere sanabile.

 

Un nodo immenso della Repubblica americana, forse già presente al momento della sua fondazione, sta ora venendo al pettine.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia


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Il vescovo Strickland critica duramente Trump per la minaccia di Pasqua contro l’Iran

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’ex vescovo di Tyler, Texas, Joseph Strickland apparso su X.  

Un appello al rispetto e alla Verità

Negli ultimi giorni, un messaggio di Pasqua del presidente Donald Trump ha attirato l’attenzione, non per la chiarezza con cui ha proclamato la Resurrezione di Gesù Cristo, ma per il linguaggio sconsiderato, irriverente e teologicamente confuso.   Questo problema va affrontato, non per ragioni politiche, ma per ragioni di verità.   La domenica di Pasqua è il giorno più sacro del calendario cristiano. È il giorno in cui la Chiesa proclama con incrollabile certezza che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è risorto dai morti. La morte è stata vinta. Il peccato è stato sconfitto. Le porte del Cielo si sono aperte.   Questo non è un giorno per discorsi superficiali. Non è un giorno per volgarità. E non è un giorno per confusione su chi sia Dio.   Quando si usa un linguaggio volgare o profano in riferimento a un mistero così sacro, ciò rivela qualcosa di più profondo di una momentanea mancanza di sensibilità: riflette una perdita del senso del sacro. E quando il linguaggio religioso viene mescolato con noncuranza, come se tutte le espressioni di fede fossero intercambiabili, oscura la verità che ci è stata affidata.  

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La Chiesa cattolica insegna che esiste un solo Dio. Ma proclama anche che questo unico Dio si è rivelato pienamente e definitivamente in Gesù Cristo. La Pasqua non è una generica celebrazione di «Dio», bensì la proclamazione della risurrezione di Gesù Cristo.   Sostituire la chiarezza con l’ambiguità, anche involontariamente, significa sminuire la forza di tale affermazione.   In quanto cattolici, la nostra fedeltà non è rivolta ad alcuna figura politica, partito o movimento. La nostra fedeltà è rivolta a Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Pertanto, dobbiamo essere disposti a parlare con onestà e carità quando qualcosa non è conforme a questa verità, a prescindere da chi lo dica.   Non si tratta di condannare. Si tratta di invitare tutte le persone – specialmente quelle in posizioni di influenza – a uno standard più elevato, degno del nome di Cristo.   Se ci lamentiamo della perdita della fede nel mondo, dobbiamo anche riconoscere la perdita della riverenza. Se soffriamo per la confusione, dobbiamo rinnovare il nostro impegno verso la chiarezza. E se desideriamo un rinnovamento, questo deve cominciare con un ritorno al sacro.   La Pasqua esige di più. Esige che parliamo di Dio con riverenza. Esige che proclamiamo Cristo con chiarezza. E esige che viviamo come testimoni della verità che la tomba è vuota e che Gesù Cristo è il Signore.   Non abbassiamo questo standard. Innalziamoci al suo livello.   Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.   + Joseph E. Strickland, Vescovo emerito

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