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Scoperta l’ape «Lucifero»: quando l’Australia finirà di produrre creature disgustose e spaventose?
Nell’Australia Occidentale è stata identificata una nuova specie di ape, battezzata «Lucifer» per le corna diaboliche che contraddistinguono le femmine.
L’annuncio della specie, denominata scientificamente Megachile (Hackeriapis) lucifer, è giunto martedì dalla Curtin University. La ricercatrice principale, Kit Prendergast, ha spiegato che il nome deriva dall’aspetto dell’insetto e dalla serie Netflix Lucifer.
«Il nome calzava a pennello. Sono anche una grande ammiratrice del personaggio di Netflix Lucifero, perciò la decisione è stata immediata», ha dichiarato Prendergast in un comunicato. «La femmina presentava queste straordinarie piccole corna sul volto», ha precisato.
NEW – “Lucifer,” a new bee species with “devil horns” on its females, is discovered in Australia by Dr. Kit Prendergast. pic.twitter.com/cw9XzXbYh8
— Disclose.tv (@disclosetv) November 12, 2025
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Prendergast, docente presso la Facoltà di Scienze molecolari e della vita dell’ateneo, ha incontrato l’ape per la prima volta nel 2019 durante un’indagine su un fiore selvatico a rischio critico di estinzione; le sue peculiarità l’hanno subito colpita, come riportato nello studio apparso sul Journal of Hymenoptera.
L’analisi genetica ha dimostrato che si tratta della prima nuova specie del suo gruppo descritta in oltre vent’anni, ha sottolineato Prendergast, mentre il codice a barre del DNA ha certificato l’unicità del reperto, assente in tutti i principali database e collezioni museali.
La funzione delle corna femminili resta da chiarire, ma gli studiosi ipotizzano un legame con la raccolta di risorse o la protezione del nido. I maschi, invece, ne sono privi.
Il ritrovamento evidenzia l’urgenza di indagare le api native negli ecosistemi vulnerabili ai cambiamenti climatici e all’alterazione degli habitat, ha osservato la Prendergasta, aggiungendo che «dimostra davvero quanta biodiversità resti ancora da scoprire».
La ricercatrice auspica che la notizia sensibilizzi sull’enorme numero di specie ancora ignote alla scienza, soprattutto nelle aree esposte a mutamenti climatici e attività estrattive.
«Molte società minerarie non conducono ancora censimenti sulle api autoctone; così rischiamo di ignorare specie non catalogate, incluse quelle fondamentali per il sostegno di piante ed ecosistemi in pericolo», ha concluso.
La scoperta giunge mentre gli impollinatori, indispensabili per quasi tutte le piante fiorifere del pianeta, affrontano gravi minacce. La distruzione degli habitat e il riscaldamento globale stanno portando numerose specie di api vitali sull’orlo dell’estinzione.
Come riportato da Renovatio 21, gli antipodi sono stati teatro di un’altra spaventosa scoperta: l’identificazione, sulle frasche degli alberi nella regione montuosa tropicale della regione nordorientale del Queensland, di una nuova specie di Acrophylla alta. Si tratta di un ulteriore invertebrato non solo rivoltante di aspetto, ma pure enorme per mole.
A new species of stick insect, suspected to be the heavies insect in Australia, has been discovered in high altitudes of the Atherton Tablelands, North Queensland. 🔎🌿🍃🪰
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📸 Professor Angus Emmott @jcu pic.twitter.com/ruzrbUO871— James Cook Uni (@jcu) July 30, 2025
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Immagine di Prendergast e Campbell via Twitter
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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