Animali
Sbranati dagli orsi fuori dalle nostre case. Perché?
Michael Crichton fu un genio unico. Romanziere bestsellerista, parlò nei suoi libri, con decenni di anticipo, di pandemie di origine spaziale (Andromeda, 1969), di controllo della mente (Il terminale uomo, 1972), di ecoterrorismo e balle ambientaliste (Stato di paura, 2002). Nel suo film Coma profondo raccontò di futuri traffici di organi. Molti lettori hanno magari intravisto un’altra sua creazione di estremo successo, il serial E.R., che lanciò la carriera di George Clooney.
Tuttavia, la sua opera più popolare – e geniale – è il romanzo Jurassic Park (1990) in cui si immaginava la creazione, in un’Isola del Costa Rica, di un parco di divertimenti dove venivano fatti vivere dei dinosauri ri-clonati a nuova vita. Spielberg si aggiudicò immediatamente la realizzazione del film, dove portò alla ribalta i primi veri effetti speciali digitali completamente fotorealistici: vedevamo, per la prima volta, il tirannosauro come se fosse stato ripreso «in carne ed ossa». La pellicola la avete vista tutti.
Crichton anticipava materialmente quanti ora stanno lavorando, sul serio, alla de-estinzione del mammuth, di cui abbiamo trattato più volte in queste pagine (e dietro cui c’è, tra gli altri, uno scienziato fanatico dell’ingegneria genetica più estrema unito ad un fondo finanziario legato alla CIA).
Ricordate come si sviluppava Jurassic Park: il progetto fallisce, perché i dinosauri riescono a scappare e cominciano a mangiarsi gli esseri umani.
Il significato della storia di Crichton era semplice: non puoi pensare di contenere la natura – specie se parliamo della natura di bestioni carnivori ultra-aggressivi, che certo non ci stanno a fare le attrazioni da zoo all’aperto.
Pare incredibile, ma negli stessi anni in cui apparivano Jurassic Park e tutti i suoi sequel, in Italia – e non solo – si procedeva alla medesima operazione condannata nel film: si sono presi enormi predatori, di aggressività conclamata, narrata lungo i millenni perfino nelle fiabe di Esopo e nei testi sacri, e li si sono reintrodotti nel territorio.
O meglio: in Jurassic Park, almeno, i dinosauri stavano dentro ad alcuni recinti, talvolta a delle gabbie, e comunque in un’isola, lontana da tutti, perché non si sa mai. In Trentino, invece, si sono piazzati gli orsi accanto alle case dei cittadini.
Il 9 giugno 2015 un orso ha aggredito un uomo a Cadine, non un comune di alta montagna, ma una frazione di Trento, nelle campagne appena fuori dalla città.
Gli orsi trentini sono talmente a contatto con gli spazi degli umani che nel 2020 – l’anno in cui, causa lockdown, molte bestie selvatiche si sono avvicinate ai nuclei urbani, con lupi arrivati tra le case Schio, una cittadina nel cuore industriale del vicentino – sono stati introdotti cassonetti con l’apertura anti orso: perché i plantigradi vi entravano e facevano scorpacciata di spazzatura.
C’è M59, un orso che ora chiamano «papillon», che adesso sarebbe agli arresti: scomparsa definitivamente la naturale indole timida e diffidente degli umani, entrava nelle baite a cercare latte e formaggi, di cui andava ghiotto. Ora, apprendiamo, sarebbe confinato in un recinto per Orsi, una sorta di campo di concentramento ursino, abbiamo visto spiegare dagli animalisti in TV. Non solo: «i carabinieri forestali, a seguito di un’indagine, hanno scoperto che gli orsi all’interno di quel recinto erano sottoposti a un uso massiccio di psicofarmaci perché in quelle condizioni erano in preda a fortissimo stress, che poi scaricavano con violenza contro la saracinesca del recinto».
Orsi segregati e pure resi schiavi degli psicofarmaci, mentre fuori si celebrano processi: l’ultimo, lo sapete, avrebbe sospeso al volo la decisione di abbattere l’orsa JJ4, la belva che ha sbranato un ragazzo che era uscito per una corsetta.
Non che sia la prima volta. Che si registrano questi attacchi. Ricorderete l’orsa Daniza, a Pinzolo, quasi dieci anni fa: vi fu tanto clamore mediatico, tutto favorevole al plantigrado violento. Forse non rammentate le altre aggressioni susseguitesi in nove anni: Zambana Vecchia, Cadine, ancora Cadine, Monte Peller, Andalo, Val di Rabbi. Persone ferite alla schiena, al collo, alle gambe, alla testa, al braccio al volto. Morsi e graffiati senza pietà da questi bestioni. Per non parlare delle continue stragi di ovini, per la disperazione dei pastori – e il silenzio degli animalisti, che difendono gli agnelli solo a Pasqua.
Emerse un video: un bambino incontra un orso, che forse lo vuole caricare, forse no. Il bambino riesce a reagire con calma olimpica, mentre il padre filma. Vorremmo dire a tutti che quel video poteva finire in ben altro modo.
JJ4 e soci non sono orsi locali. Sono stati reintrodotti da fuori. Una ventina di anni fa ne portarono due dalla Slovenia. Ora in Trentino in tutto ce ne sarebbero 120.
La domanda è: perché? Chi può aver pensato, approvato, finanziato un progetto che piazza accanto agli uomini delle fiere che li possono sbranare? Come è possibile che nessuno abbia protestato?
Non è facile rispondere a questa domanda: di fatto, abbiamo visto che giornali e siti che pubblicano articoli che dovrebbero spiegare, in verità non lo fanno proprio: puro clickbait, con dentro supercazzole snervanti.
A voler scavare, si trova la Convenzione sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa, firmata da un numero di Paesi nel 1979 a Berna, e ratificata – ovviamente – anche dall’Italia. Come si possa definire «conservazione» l’immissione artificiale di specie scomparse da certi luoghi non ci è chiaro. Così come si possa farlo mettendo in pericolo le vite umane.
Poi c’è il progetto della provincia autonoma di Trento chiamato Life Ursus, di cui si sta parlando in questi giorni sulla stampa mainstream. La pagina dedicata sul sito della provincia ha un titolo non esattamente sibillino: «grandi carnivori in Trentino», un’espressione che a noi mette paura, ma che invece pare un vanto della terra a Statuto Speciale.
C’è scritto che il progetto, partito nel 1999, si è realizzato «usufruendo di un finanziamento dell’Unione Europea»: «tra il 1999 e il 2002 vengono rilasciati 10 orsi, nati in libertà in Slovenia meridionale. La maggior parte di essi si adatta bene al nuovo territorio. Nel 2002 e nel 2003 si registrano il primo e il secondo parto, i quali saranno nel tempo seguiti da molti altri eventi riproduttivi. 7 degli individui fondatori si riprodurranno una o più volte nel corso della loro vita».
«L’obiettivo del progetto Life Ursus è di consentire nell’arco di qualche decina di anni la costituzione di una popolazione vitale di almeno 40-60 orsi adulti, la cui presenza interesserà molto probabilmente anche le province limitrofe. Non sono previsti ulteriori rilasci». Come abbiamo scritto, adesso sui giornali si parla di 120 orsi presenti. E che non hanno intenzione di sterilizzarsi o di smettere di andare a caccia di cibo fin dentro le comunità degli uomini.
Tuttavia, torniamo a ripetere: nessuno ci sta dicendo perché. Quale è il fine di progetti come questo?
Qualcuno può rispondere: la biodiversità, concetto astruso, anzi più astruso ancora di quello di «ecosistema», idea per cui esisterebbe un magico equilibrio naturale, come se le specie, in realtà, non arrivassero ad estinguersi anche senza l’intervento dell’uomo. Il concetto di ecosistema, diciamo anzi, esiste solo per incolpare l’uomo e tentare di rimuoverlo dal pianeta.
Il fatto è che nessuno pare abbia davvero il coraggio di dire che immettere orsi feroci contribuisca alla biodiversità trentina.
E allora? C’è da credere che il progetto per il ritorno delle fiere assassine sia una di quelle cose che vanno avanti da sole, senza che qualcuno si chieda perché.
Una qualche origine, però, ci deve essere.
Filosoficamente, sappiamo di cosa si può trattare: della distruzione del concetto di eccezionalismo umano, tanto caro agli animalisti «antispecisti», cioè che non credono che vi siano barriere o gerarchie tra le specie. Per dimostrare che l’uomo – e il Dio di cui è immagine – non sono il centro dell’universo, cosa c’è di meglio che la violenza animale? Sì, si tratta di un chiaro capitolo della Necrocultura: degradare l’umanità, terminarla e umiliarla nel sangue.
L’uomo nemico della natura, l’uomo cancro del pianeta, viene colpito dalla vendetta delle bestie. L’uomo non regna sulla Terra, anzi. La narrativa è chiaramente questa, da sempre.
Le popolazioni mesoamericane precolombiane avevano il culto del giaguaro e dell’aquila (più, chissà perché, uno stuolo di dei-serpente): perché il giaguaro era il massimo predatore sulla terra, come l’aquila lo era in cielo. L’aspetto ferale di queste belve si rifletteva, in totale limpidezza, nella pratica massiva del sacrificio umano in uso presso questi popoli. Mutatis mutandis, quando nei circhi romani i leoni erano mandati a sbranare i cristiani si riproduceva il medesimo circuito, lo spettacolo infame dello spreco della vita umana, sbranata perfino nella sua innocenza.
Tenendo questo a mente, possiamo considerare le vittime umane di orsi e lupi come facenti parte di una rete invisibile di sacrifici umani tornati ad essere perpetrati sul nostro territorio. Come un atto magico, un rituale pagano assassino che avanza senza nemmeno bisogno di sostenitori umani – basta il reminder all’umanità, sei debole, sei carne da macello.
C’è però un livello ulteriore, pragmatico, di cui bisogna parlare al lettore. L’idea di togliere lo spazio all’uomo e consegnarlo alle bestie feroci è, talvolta, esplicita, e ha pure dei grandi finanziatori.
«Ted Turner, il miliardario mogul mediatico, possiede, migliaia di acri di terra in Montana e sta apparentemente rilasciando lupi e orsi sulla sua terra per ripopolarla. I contadini e gli allevatori della zona sono preoccupati» scriveva Rosa Koire, una immobiliarista dell’area di San Francisco, nel suo libro Behind the Green Mask, che svelava i retroscena del programma ONU chiamato Agenda 21.
Il Turner Endangered Species Fund, detto anche Turner Biodiversity, ha un programma che si chiama «save everything», «salva tutto», dove oltre a pesci e ai bisonti, mette in risalto gli sforzi per il lupo. Non mancano, nei resoconti delle riserve di Turner, anche racconti dei mountain lions, cioè i puma. Grandi carnivori – di quelli che già spesso, in varie zone degli USA, attaccano gli esseri umani, magari pure quando stanno semplicemente andando in bicicletta su strade nemmeno troppo isolate.
Ted Turner, per chi non lo sapesse, è il potentissimo magnate che creò la CNN, già sposo di Jane Fonda, con cui formò quella che probabilmente era la coppia di più grandi sostenitori americani dell’aborto. Nel 1989 produsse un video Abortion: for survival che mandò ripetutamente in onda come antidoto al film L’urlo silenzioso (1985), il documentario pro-life che mostrava l’orrore dell’aborto grazie a – sconvolgenti – immagini ecografiche.
Un sito di atei organizzati statunitensi scrive che il magnate aveva promesso 1 miliardo di dollari alle Nazioni Unite nel 1997, e avrebbe «descritto il cristianesimo come “una religione per perdenti”», per poi attaccare Papa Giovanni Paolo II, «accogliendolo nel “20° secolo” nel 1999, e definendo i Dieci Comandamenti “un po’ antiquati”».
«Secondo il New York Post, nel 2001 Turner avrebbe menzionato il suo shock nel vedere diversi impiegati della redazione della CNN Washington con croci cineree sui loro volti il mercoledì delle ceneri: «non dovreste lavorare per la Fox?» avrebbe chiesto, secondo il sito Freedom From Religion.
Il Turner nel 2010 ha rivelato la sua ammirazione per la politica riproduttiva della Cina Popolare (che era: figlio unico e aborti forzati) esortando il mondo a conformarvisi.
Secondo alcuni – ma sono solo illazioni, forse dovute al fatto che l’uomo ha grossi business nella vicina Atlanta – ci sarebbe Ted Turner dietro alle Georgia Guidestones, il bizzarro monumento eretto in Georgia fatto di un gruppo di pietre monolitiche con inciso un oscuro testo di carattere malthusiano ripetuto in diverse lingue.
«Mantieni l’Umanità sotto 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura».
«Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità».
«Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura».
Equilibrio con la natura, diversità, spazio lasciato alla natura e non al «cancro sulla terra».
Il lettore può aver capito, a questo punto, a cosa servono gli orsi assassini.
Sempre ricordando, purtuttavia, che il monumento antiumano, in una calda serata del luglio 2022, è stato bombardato da ignoti. E poi completamente distrutte.
Come dire: non è che, per quanto sia programmato, siamo tutti disposti a farci sbranare. Anzi.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Carpet-Crawler via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Animali
Turista trascinata fuori dalla tenda e sbranata a morte dagli orsi: la Russia avvia programma di abbattimento
Le autorità della Repubblica dell’Altai, situata nella Siberia meridionale, hanno avviato un’operazione di abbattimento degli orsi dopo che una turista di 29 anni è stata trascinata fuori dalla tenda e uccisa. Lo riporta la stampa russa.
L’episodio si inserisce in una serie di violenti attacchi di orsi che hanno interessato il Paese durante l’estate.
Mercoledì una turista proveniente dalla regione di Novosibirsk dormiva in tenda insieme al fidanzato nei pressi del villaggio di Artybash quando un orso ha irrotto nella tenda e l’ha trascinata nella foresta. Il fidanzato e alcuni abitanti del luogo hanno tentato di scacciare l’animale, ma questo li ha attaccati più volte. La donna è deceduta prima di poter ricevere soccorso.
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L’episodio rappresenta l’ultimo di una serie di gravi attacchi di orsi registrati in Russia negli ultimi mesi. A luglio un uomo di 62 anni è stato sbranato a morte alla periferia del villaggio di Ola, nella regione di Magadan, nell’Estremo Oriente russo. Un mese prima un pescatore era stato ucciso da un orso in Kamchatka, sulla costa pacifica della Russia. Le autorità hanno abbattuto l’animale dopo averlo trovato accanto al corpo della vittima.
Diverse altre persone sono scampate per poco a recenti incontri con i violenti plantigradi. Il 19 agosto un pescatore nella regione di Kemerovo, in Siberia sudoccidentale, è riuscito a respingere un’orsa che lo aveva morso a una gamba, mentre un raccoglitore di funghi nella regione di Novgorod, nella Russia nordoccidentale, ha riportato diverse ferite in un attacco il 13 agosto, ma è sopravvissuto.
Secondo un’analisi di resoconti regionali, dall’inizio dell’estate si sono verificati almeno una dozzina di attacchi di orsi in tutta la Russia. Un altro conteggio dei media indica un totale di almeno 17 attacchi dall’inizio del 2026, di cui sei mortali.
Dopo l’attacco nell’Altai le autorità regionali hanno avviato un’operazione di controllo della popolazione di orsi e rilasciato ulteriori permessi di caccia per tutelare residenti e turisti.
Dodici orsi sono stati uccisi vicino al luogo dell’attacco e, secondo le autorità, uno di questi potrebbe essere l’animale responsabile della morte della turista. Vengono inoltre impiegati droni per monitorare i predatori, mentre l’abbattimento selettivo prosegue.
Il distretto è stato posto in stato di massima allerta, con restrizioni alla circolazione tra le 20:00 e le 10:00 e divieto di campeggio in tenda nelle zone interessate. Polizia e cacciatori hanno organizzato pattuglie, mentre l’accesso ad alcuni siti turistici è stato limitato.
La popolazione di orsi bruni in Russia è cresciuta notevolmente negli ultimi decenni. I dati del ministero delle Risorse Naturali russo, citati questa settimana, indicano una popolazione di circa 308.000 esemplari, più del doppio rispetto al 1990, con le maggiori concentrazioni in Siberia e nell’Estremo Oriente. Si stima che circa 4.700 esemplari vivano nella Repubblica dell’Altai.
Le autorità hanno invitato le persone che incontrano orsi a non correre e a non avvicinarsi ai cuccioli. Consigliano di indietreggiare lentamente, evitare il contatto visivo prolungato e fare rumore se l’animale continua ad avvicinarsi. Se un attacco non può essere evitato, le autoritù russe raccomandano di proteggere la testa e il collo e, se l’orso continua ad attaccare, di difendersi con qualsiasi mezzo a disposizione.
Anche solo quest’ultimo consiglio pare completamente incompatibile con l’anarco–tirannide animale italiana, dove gli orsi – ripiazzati nei nostri boschi da programmi statali scellerati e spiegabili solo con la segreta agenda di sacrificio totemico dei cittadini – quando sbranano una persona che magari solo cammina sul ciglio della strada vengono immediatamente difesi da orde di animalisti isterici, dai giornalisit tronfi e peracottari e dalle istituzioni stesse.
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Altri Paesi non completamente degenerati nella Necrocultura di Stato continuano a vederla secondo la legge naturale: se l’orso fa male all’uomo, va abbattuto.
Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato soldati della Forza di Autodifesa Terrestre giapponese (nome dell’esercito nipponico, che secondo la Costituzione «pacifista» del Paese scritta dagli americani nel dopoguerra, in teoria non dovrebbe esistere…) sono stati inviati nella regione per collaborare con i cacciatori locali e tenere sotto controllo la situazione ursina, che aveva messo in difficoltà le autorità di prefetture del Nord con un’ondata di attacchi ad esseri umani senza precedenti.
Il terrore scatenato del Sol Levante dai malvagi tardigradi era stato già descritto da Renovatio 21 due anni fa. Aveva fatto notizia anche l’impiego dell’Intelligenza Artificiale per arginare il fenomeno, ma a quanto pare l’opzione migliore è mandare l’esercito, o meglio, il suo surrogato nipponico (per Costituzione, il Paese è pacifista e privo di forze armate ufficiali).
Resta da capire, a questo punto, cosa un giapponese un russo, che assiste nel suo Paese a centinaia di attacchi ursini e se ne difende, possa pensare dell’Italia che gli orsi li importa dall’Estero – per poi vedere i suoi cittadini danneggiati, impauriti, aggrediti e perfino sbranati a morte.
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Animali
Ecco la gara internazionale di corsa per cagnolini Corgi
🐶🎀 À Vilnius, les corgis défilent… et courent en costumes !
Des milliers de personnes se sont réunies à Vilnius, en Lituanie, pour assister à une course internationale de corgis… dont certains ont revêtu leurs plus beaux déguisements ! 🐾 pic.twitter.com/uUpxzafIq3 — GEO (@GEOfr) August 18, 2026
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Animali
Orca di Gibilterra vista con possibili ferite da armi da fuoco: e ora cosa succederà?
Ultime dalla teppa delle orche devastatrici che incrocia vicino Gibilterra: autorità locali e giornali di tutto il mondo riportano scandalizzati che una di esse sarebbe stata vista con possibili ferite derivanti da armi da fuoco.
Il che significa che qualcuno, per difendere la propria imbarcazione e quindi se stesso, potrebbe aver loro sparato. Una prospettiva che, nel mondo post-Roggero, pare a tutto l’establishment come completamente inaccettabile.
El Gobierno investiga si la orca Toñi ha sido tiroteada en su aleta con perdigones en el Estrecho de Gibraltar https://t.co/aO6qyBsMaf pic.twitter.com/H1mMaKP6Vw
— 20minutos.es (@20m) August 14, 2026
Il giornale Guardian, che è britannico come varie vittime dell’infame banda orcina, riporta che «venerdì, il ministero dell’ambiente spagnolo ha dichiarato che Toñi, il membro vivente più anziano del branco, era stata avvistata mentre nuotava nello Stretto di Gibilterra con segni sulla pinna dorsale “compatibili con colpi di fucile ad aria compressa”».
Capito, la belva ha un nome carino, anzi cariñoso, Toñi. Tipo: l’orca assassina Antonietta.
A dire la verità, per inciso, qualche anno fa Renovatio 21, che tiene conto del fenomeno e in generale non vuole dimenticare le cose, aveva già veduto immagini di un marinaio che apre il fuoco su di un’orca che gli stava affondando la barca. Che volete farci: Renovatio 21, a differenza dei giornali, non è fatta per indurre il lettore all’oblio, ma per ricordare tutto quanto può essere necessario a comprendere il mondo moderno.
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Torniamo al fattaccio della pinna bucherellata stile groviera. Ecco che il principale giornale del Regno d’Ispagna, El Pais, spiega che alcuni dei proiettili sono rimasti conficcati nella pinna dell’orca, rappresentando un rischio di infezione. Il ministero è in contatto con le autorità portoghesi, ha aggiunto la fonte, poiché i segni sono stati rilevati dopo che l’orca si era allontanata dalle acque al largo della città portoghese di Faro.
Ancora il Guardian: «nei giorni successivi alla scoperta delle ferite di Toñi, WeWhale e l’associazione Iberian Orca Guardians (IOG) hanno monitorato attentamente l’animale per individuare eventuali segni di debolezza. “Conosciamo Toñi. Eravamo con lei qualche settimana fa e queste ferite non c’erano”, ha dichiarato Janek Andre, co-fondatore dell’IOG».
«Eravamo con lei», dice l’ONGista. Tipo: a prendere il tè? A giuocare a rubamazzo? A guardare Beautiful dopo pranzo? È impressionante il linguaggio di carineria ed intimità che scappa qui a cetaceisti e giornalisti vari. E infatti arriva la lagrima.
«“Vedere Toñi, la Abuela [«la nonna», ndr], in queste condizioni è devastante”, ha aggiunto. “Se qualcuno le ha sparato deliberatamente con un fucile, non si tratta solo di un atto di estrema crudeltà contro un singolo animale. È un attacco a uno degli ultimi esemplari rimasti di una popolazione in pericolo critico di estinzione”».
Povere orche assassine. Infatti, l’articolo si chiude con la bella tesi giustificazionista, assicurando che «da tempo i ricercatori cercano di evidenziare i numerosi fattori di stress a cui è sottoposta questa popolazione di orche, costretta a vivere lungo un’importante rotta marittima» insiste il Guardiano. «La scarsità di cibo, le ferite e l’inquinamento hanno ridotto la popolazione a un numero esiguo, compreso tra 30 e 40 individui».
Eccallà: le orche non sono assassine, sono gli esseri umani ad averle rese tali. La tesi ha avuto una nuova declinazione psico-ittica qualche mese fa, con i sapientoni (fidatevi degli esperti, sempre!) che sostengono che si tratta di un gruppo di orche adolescenti abbandonate dai genitori cetacei boomer per colpa del troppo pesce pescato dai pescherecci. Tipo, pollicino ma nel mondo delfinide, e l’orco cattivo è il pescatore bipede. Non una grinza, diciamo pure.
Impressionante poi l’arrivo di un nuovo personaggio, ignorato dalla stampa sino a ieri: ecco spuntare la «nonna» Antonietta, definita pure matriarca, dopo che tale titolo spettava fino a poco fa a tale Gladis, orchessa capobanda che dirigerebbe le aggressioni criminali: come sa il lettore di Renovatio 21, anche qui vi sono pletore di teorie giustificazioniste, per cui la bestiona si comporterebbe così a causa di un trauma subito, ma guarda, dagli esseri umani.
L’allarme verso la crudeltà contro le orche arriva, paradossalmente, quando sta circolando la storia della crudeltà delle orche verso le altre creature. Non ci riferiamo ai pericoli e i danni agli esseri umani, quelli, lo sappiam, non contano: parliamo della scoperta di come i cetacei bianconeri si divertano sadicamente a far esplodere i pesci luna.
Che volete farci: sono le PR pro-orche, che sbucano ciclicamente per difendere il predatore marino. Ricordiamo mesi fa la notizia, battuta con orgoglio e tenerezza da tutte le testate del mondo, che sarebbero state viste adottare cuccioli di globicefalo. Cosa ne facciano poi non è dato sapere – e sappiamo come si divertano a torturare i delfini – ma intanto la notizia è data, e poi i servizi sociali per i mammiferi marini non sono stati ancora istituiti (per il momento: quando lo saranno, conoscendo quello che succede ai minori in Italia, abbiamo una mezza idea di dove possano andare a finire).
Nah lmao orcas are dope. Dolphins can get it tho https://t.co/il5h7ule9I https://t.co/3eRKq4Jpsn
— ronny 🇧🇮 (@notronnyrick) June 20, 2023
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Lo abbiamo scritto, lo ripetiamo: con le orche stiamo percorrendo la scala di Geist, quella che fa comprendere l’escalation etologica di lupi e di altre fiere selvatiche verso la violenza contro gli umani. A breve, noi prediciamo, vi saranno persone divorate vive dalle orche.
E quindi, avanti così con la società estinzionista, con l’impero della Necrocultura e le sue armi animali ed animaliste.
L’uomo non può difendersi, né dai rapinatori, né dai lupi, né dagli orsi, né dalle orche.
L’essere umano deve accettare, una volta per tutte, di sparire dal pianeta, e basta. È, direbbe il generale de Gaulle, un vaste programme.
Osiamo fare una domanda, che gli ecofascisti non osano: cui prodest? A chi giova la riduzione dell’uomo, la sua sottomissione, la sua disintegrazione?
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