Spirito
Satana e i modernisti contro la Santissima Trinità. Omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Domenica della Santissima Trinità.

IN ILLO UNUM
Omelia nella Domenica della Santissima Trinità
Gratias tibi, Deus, gratias tibi,
vera et una Trinitas, una et summa Deitas,
sancta et una Unitas.
Ant. ad Magn.
La Santa Chiesa celebra oggi, con particolare solennità, uno dei principali Misteri della Fede Cattolica: la Santissima Trinità, l’unico vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il Mistero – nell’accezione greca del termine μυστήριον – è ciò che la mente umana non riesce a conoscere se non mediante una Rivelazione divina. Nell’accogliere questa Rivelazione l’uomo accetta con umiltà il proprio stato di creatura bisognosa di un aiuto soprannaturale e gratuito, che vada al di là della razionale conoscenza di un unico Dio che premia i giusti e punisce i malvagi.
Ogni persona porta infatti in sé quell’impronta del Creatore che gli mostra i principi morali della Legge naturale; mentre la conoscenza dei divini Misteri quali appunto la Santissima Trinità e l’Incarnazione è possibile solo grazie alla Fede in ciò che l’autorità del Dio rivelante ci propone a credere mediante il Magistero della Chiesa.
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Questa visione implica due verità. La prima, che all’uomo corrotto dal peccato originale è teoricamente possibile salvarsi – laddove egli ignori totalmente il Vangelo – anche solo comportandosi rettamente e seguendo il lume della retta ragione. La seconda, che solo nell’unica vera Chiesa di Cristo, Cattolica Apostolica Romana, unica custode della Rivelazione divina e depositaria dei mezzi della Grazia santificante, l’uomo peccatore, purificato dal Battesimo, ha gli strumenti ordinari che gli permettono di fatto di salvarsi, professando la Fede Cattolica che Nostro Signore ha insegnato agli Apostoli e che la Santa Chiesa ci propone infallibilmente a credere.
Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me, ha detto il Signore (Gv 14, 6). Se crediamo che Gesù Cristo è Figlio unigenito del Padre, che Si è incarnato per noi uomini e per la nostra salvezza, che ha patito ed è morto per noi, che è risorto e che siede alla destra del Padre; e se conformiamo la nostra condotta di vita alla Sua santa Legge e a ciò che Nostro Signore ci ha comandato, saremo salvi.
E per credere questo, dobbiamo anche credere nella Santissima Trinità, che Egli ci ha fatto conoscere e di cui portiamo, in quanto Sue creature, l’impronta indelebile. È infatti la dimensione trinitaria della nostra natura umana che ci rende veramente ad immagine e somiglianza di Dio, del Dio Uno e Trino. Le nostre facoltà rimandano ai divini attributi: alla memoria del Padre, all’intelletto del Figlio, alla volontà dello Spirito Santo.
Chi crede che il Mistero della Santissima Trinità sia materia da teologi e che l’uomo comune possa ignorarlo compie un imperdonabile errore, anzitutto perché mette in discussione quella mirabile pedagogia che il Signore ha voluto adottare con noi, rendendoci partecipi non solo della conoscenza delle Tre divine Persone, ma anche della loro natura divina, nel momento in cui con la Sua Incarnazione Nostro Signore ha assunto la natura umana. Una bellissima preghiera dell’Offertorio, composta da San Leone Magno, recita:
«Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti, da, per hujus aquæ et vini mysterium, ejus divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostræ fieri dignatus est particeps, Jesus Christus, Filius tuus, Dominus noster».
«O Dio, che in modo meraviglioso hai creato la nobile natura dell’uomo e ancor più meravigliosamente l’hai riformata, concedi, mediante il mistero di quest’acqua e questo vino, di essere consorti della divinità di Colui, che si è degnato di farSi partecipe della nostra umanità, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore».
Se non professiamo la nostra fede nella Santissima Trinità, non possiamo comprendere la ragione che rende la nostra Religione Cattolica unica e veramente divina, non solo credibile, ma da credersi (credenda): il miracolo inaudito dell’Incarnazione del Figlio Unigenito del Padre, con la cooperazione dello Spirito Santo, per redimerci e strapparci alla morte eterna che per nostra colpa abbiamo meritato in Adamo. Ed è sempre trinitaria la nostra vita: al Padre dobbiamo la nostra creazione, al Figlio la nostra redenzione, allo Spirito Santo la nostra santificazione.
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Questo ci porta ad una visione teocentrica – anzi, più propriamente cristocentrica – del κόσμος divino, dell’ordine di tutte le cose, che trovano il proprio principio e il proprio fine in Cristo, secondo le parole dell’Apostolo: Instaurare omnia in Christo (Ef 1, 10). Perché è in virtù dell’unione ipostatica che l’Uomo-Dio, nuovo Adamo, restaura quell’ordine che Adamo aveva violato. Un ordine divino che si fonda su Dio Verità e Carità, portando anche noi a credere e ad amare, veritatem facientes in caritate (Ef 4, 15).
Ma chi si oppone, cari fratelli, a questa visione ordinata e perfettissima, che riflette le perfezioni della Santissima Trinità, se non colui che è mentitore e omicida sin dal principio (Gv 8, 44)? Satana non è capace di amore, ma solo di odio; non crea nulla, sa solo distruggere; e il suo odio non è rivolto solo a Dio, ma anche a noi uomini, perché il Verbo eterno del Padre ha scelto di farsi carne, di diventare uomo.
Se dunque la nostra salvezza dipende dal credere nella Santissima Trinità e nell’Incarnazione, è ovvio che Satana faccia di tutto per adulterare la purezza della Fede e cercare di vanificare così l’opera della Redenzione. Perché chi crederà sarà salvo; e chi non crederà sarà condannato (Mc 16, 16). L’invidia del Diavolo per il nostro destino soprannaturale, che nel suo orgoglio gli è stato negato, lo porta a scatenarsi proprio nel farci credere che possiamo salvarci senza credere nella Santissima Trinità e nell’Incarnazione.
Lo scorso 13 settembre, in occasione di un viaggio a Singapore, Jorge Bergoglio aveva affermato che tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. ‘Ma il mio Dio è più importante del tuo!’. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini. Understood?
Queste parole blasfeme ci fanno inorridire per la loro intrinseca matrice satanica. Esse sovvertono la realtà oggettiva, relativizzandola e adattandola a come essa è percepita dal singolo. I modernisti dell’Ottocento attribuivano la molteplicità delle dottrine al «bisogno del sacro» nell’uomo, e questa esigenza immanente si tradusse prima nell’ecumenismo verso gli acattolici, per poi allargarsi alle false religioni e alle superstizioni idolatriche, e infine confluire nel panteismo, nel Cristo cosmico di Teilhard de Chardin, nella Pachamama.
La Rivelazione cristiana, per i modernisti, non consiste nell’azione del Dio vivo e vero che Si fa conoscere e Si rivela nei Suoi Misteri all’uomo, Sua creatura, ma nella proiezione di un immanente «sentimento religioso», in una chimera creata dall’uomo – un idolo, letteralmente – e quindi dipendente dalla sua cultura, dall’ambiente in cui è nato, dai condizionamenti esterni, dalla società.
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Nella visione cattolica, l’uomo creatura si inchina alla Maestà divina del Creatore che Si manifesta e Si rivela; nel delirio modernista, Dio è una creatura dell’uomo, che in ragione della sua infinita dignità è libero di scegliersi gli dèi da annettere al proprio pantheon. E cos’è questo, se non l’applicazione dell’idealismo hegeliano in ambito teologico, secondo cui la realtà è il prodotto della ragione o dello spirito? È su questa base filosofica che si fonda l’intero edificio ereticale dell’ecumenismo del Vaticano II, riassunto dalla visione sincretista della Casa della Famiglia Abramitica di Abu Dhabi.
Una tale visione antropocentrica e immanentista della religione è ovviamente in aperta contraddizione con il Credo cattolico, che si fonda invece sull’azione rivelatrice della Santissima Trinità mediante l’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, con la cooperazione dello Spirito Santo. La nostra santa Religione non è il frutto di cervellotiche speculazioni, né la proiezione di un «bisogno del sacro» cui l’uomo dà una risposta parziale e incompleta, «qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano». Essa è invece l’insieme delle dottrine e dei precetti che Gesù Cristo – vero Dio e vero Uomo – ha insegnato agli Apostoli e comandato loro di trasmettere intatto a tutti gli uomini, perché possano salvarsi dalla dannazione eterna che hanno meritato peccando in Adamo.
La società moderna, impregnata di relativismo, è vittima di un grande, diabolico inganno. Essa non crede che esista una verità oggettiva, ma che ciascuno possa crearsi una propria realtà virtuale, che è vera e falsa allo stesso tempo. Che Dio sia trino o meno; che la Seconda Persona della Santissima Trinità Si sia incarnata o meno non è dunque importante, perché per i neomodernisti il fine della religione non è conoscere, adorare, amare e servire Dio e meritare la beatitudine eterna, bensì avere un comune e quanto più possibile generico concetto del divino che serva la causa della fraternità universale, senza alcuna prospettiva ultraterrena.
È proprio questo che fa la Rivoluzione: essa muta il fine in mezzo e il mezzo in fine – ossia abbassa il Dio vivente a idolo tra i tanti, oppure erige un idolo al posto del Dio vivente. Ossia, negare la Verità per affermare ogni errore; non riconoscere il Dio Uno e Trino, per poter riconoscere tutti gli idoli. E questa è opera intrinsecamente diabolica.
Papa Leone ha scelto come proprio motto In illo uno unum, che riprende questo passo di Sant’Agostino tratto dalla Esposizione del Salmo 127:
Voi dunque siete molti e siete uno; noi siamo molti e siamo uno. In che modo, pur essendo molti, siamo uno? Perché ci teniamo strettamente uniti a Colui del Quale siamo membra, e se il nostro Capo è in cielo lassù Lo seguiranno anche le membra.
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Il Salmo 127 inizia con queste parole: Beati omnes qui timent Dominum, qui ambulant in viis ejus. Beati coloro che temono il Signore, che camminano nelle Sue vie. È in relazione a queste parole del Salmista che dobbiamo leggere e comprendere il commento del Santo Vescovo di Ippona.
Non nel perseverare sulla via di quel falso ecumenismo irenista che tace la Verità per compiacere lo spirito del mondo, ma nel ritornare al principio unico, ontologico della realtà trascendente e indefettibile del Dio Uno e Trino, tenendoci strettamente uniti a Colui del quale siamo membra, l’Uomo-Dio, il Verbo fatto carne, senza il Quale è impossibile venire al Padre.
Possa essere questo non un mero auspicio, ma la fiduciosa speranza di veder finalmente ricapitolate tutte le cose in Cristo, resa gloria alla Santissima Trinità, onore alla Santa Chiesa e al Papato, salvezza alle anime che il divino Pastore ha affidato al Suo Vicario in terra.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
15 Giugno MMXXV
Dominica I post Pentecostem, in festo Ss.mæ Trinitatis
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Immagine: Leandro Bassano (1557–1622), La Trinità, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia, Cappella della Trinità.
Immagine di Didier Descouens via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Spirito
Dall’Eliseo allo Stade de France: primo giorno di Leone XIV a Parigi
Al Palazzo dell’Eliseo, la difesa della vita e la questione della laicità
Partito da Roma-Fiumicino in mattinata, il Papa ha accolto i giornalisti a bordo dell’aereo e ha dichiarato di essere venuto a proclamare «la pace di Cristo». Emmanuel Macron e sua moglie lo hanno accolto all’aeroporto di Orly, mentre le campane delle chiese di tutta la Francia hanno suonato per il suo arrivo. Al Palazzo dell’Eliseo, un incontro con il Presidente ha preceduto il suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Leone XIV ha innanzitutto elogiato l’influenza culturale e spirituale della Francia, le sue scuole cattedrali e le sue università, prima di ringraziare coloro che hanno contribuito alla ricostruzione della cattedrale di Notre-Dame. Facendo riferimento a Sant’Ireneo e al battesimo di Clodoveo, ha ricordato come il cristianesimo abbia plasmato la vita intellettuale, artistica e missionaria del Paese.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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All’UNESCO, da Babele a Pentecoste
Dopo il pranzo in nunziatura, Leone XIV si è recato alla sede dell’UNESCO, dove è stato accolto dal direttore generale, Khaled El-Enany. Prima di parlare ai rappresentanti degli Stati, entrambi hanno annaffiato un ulivo, simbolo di pace. Il Papa ha ricordato la presenza della Santa Sede presso l’organismo dal 1952 e l’opera educativa portata avanti per secoli dalla Chiesa, anche nelle regioni più povere. Per il Papa imparare a leggere, a produrre o ad usare tecniche non basta: un’educazione completa deve aiutare l’uomo a ricercare il senso della propria esistenza, ad «essere» di più piuttosto che ad «avere» di più. È a partire da questa domanda: «Cosa significa essere umani?» – che ha sviluppato il suo argomento. Ognuno viene al mondo come un bambino che dipende dagli altri per vivere; dimenticare questa dipendenza primaria porta, ha spiegato, a considerare la vita come un prodotto e i più deboli come un peso. La scienza, separata dalla saggezza, può allora diventare uno strumento di distruzione, mentre l’educazione staccata dalla verità rischia di essere utilizzata per manipolare le coscienze. Ritornando all’intelligenza artificiale, Leone XIV notava il paradosso di un’epoca che attribuisce «intelligenza» alle macchine valutando gli uomini in base alle loro prestazioni. I sistemi informatici possono aggregare i dati, ha osservato, ma non rispondono alla domanda sul significato della vita; da qui il suo appello a proteggere i bambini nel mondo digitale e a formare il loro giudizio di fronte all’abbondanza di informazioni. Il Papa ha poi messo a confronto due scene della Scrittura. Babele rappresenta, nella sua lettura, l’unità imposta dal potere, che sfocia nella divisione; trova la tentazione in certe forme di dominio economico, ideologico e tecnico. A Pentecoste, invece, uomini di lingue diverse ascoltano lo stesso annuncio senza perdere la propria lingua. Leone XIV ne ha ricordato il contenuto – la risurrezione di Gesù Cristo e la salvezza da lui portata – quindi ha proposto questa scena come modello di comunione rispettosa delle culture. Ha esteso questa comune ricerca di senso e di pace alle diverse tradizioni religiose, alle quali riconosce un ruolo «necessario e insostituibile». La Pentecoste racconta l’annuncio di Cristo da parte degli Apostoli, mentre il discorso si conclude qui presentando le religioni come partner dello stesso cammino verso Dio. Questo modo di concepire le false religioni rientra nell’orientamento interreligioso del Concilio Vaticano II, contestato dalla Fraternità San Pio X. Di qui Leone XIV ha legato la cura della persona umana a quella del creato: non si può, secondo lui, pretendere di difendere l’una trascurando l’altra. Ha proposto come misura di questo impegno l’attenzione ai bambini non ancora nati e a coloro che soffrono a causa della guerra, ai disabili o agli anziani, ai migranti e ai rifugiati. Infine, rilevando la crisi di fiducia che colpisce le istituzioni internazionali, ha esortato l’UNESCO a continuare la sua missione attraverso l’educazione, la ricerca della verità e il dialogo tra i popoli, convinto che la pace richieda qualcosa di più dei trattati o di un semplice equilibrio di forze. Ma come si può stabilire una pace duratura senza il regno sociale di Gesù Cristo? Sessant’anni dopo la dichiarazione di Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II – «noi abbiamo il culto dell’uomo» – questo umanesimo non ha portato la pace nel mondo.A Notre-Dame, la cattedrale restaurata come immagine della Chiesa
Dopo aver lasciato l’UNESCO, il papa è salito sulla papamobile insieme a mons. Laurent Ulrich, arcivescovo di Parigi. Famiglie, religiosi, studenti delle scuole cattoliche e molti giovani si sono allineati lungo il percorso verso Notre-Dame. Secondo i dati diffusi dal Vaticano e riportati da Le Figaro, lungo il percorso si trovavano circa 300mila persone. Giunto sulla piazza antistante Notre-Dame, Leone XIV ha salutato i fedeli prima di entrare nella cattedrale. Primo papa ad entrarvi dopo la riapertura, ha prima pregato davanti al Santissimo Sacramento e venerato la Sacra Corona di Spine, prima di presiedere i vespri sotto le volte restaurate con vescovi, sacerdoti, diaconi, persone consacrate e seminaristi. L’assemblea cantava i salmi sotto le volte restaurate, mentre dalla piazza diverse migliaia di persone seguivano la funzione. Nel suo discorso il Papa è tornato all’incendio del 2019 e al turbamento suscitato ben oltre i cattolici. Notre-Dame, ha spiegato, è più di un monumento: porta con sé una storia e resta un luogo di incontro di persone. Ha ringraziato mons. Laurent Ulrich e la diocesi di Parigi per l’accoglienza e il cammino di scoperta della fede offerti ai visitatori che vedevano nella ricostruzione un invito esteso a tutta la Chiesa di Francia. I pastori, ha esortato, devono dare priorità alla «conversione missionaria» auspicata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, mentre i fedeli laici devono partecipare a questa presenza missionaria, anche nelle aree rurali. Leone XIV ha ribadito poi la ragion d’essere della cattedrale: la preghiera e il culto divino. Senza l’azione liturgica, ha detto, essa perderebbe la sua anima. Ha parlato del rinnovamento del sacrificio redentore di Cristo nella Messa, così come del canto, della parola e dei gesti liturgici capaci di offrire un momento di pace in una società rumorosa. Ai sacerdoti che celebrano la Messa quotidianamente, anche di fronte alle piccole comunità, ha chiesto di garantire la dignità delle celebrazioni e di mantenere l’umiltà di fronte al mistero. Tuttavia, ha presentato la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium come erede e approfondimento del significato della liturgia trasmessa dai Padri e dai santi – una valutazione che lascia del tutto aperta la questione dei frutti della riforma liturgica derivante dal Concilio, così come quella delle intrinseche carenze del Novus Ordo. Il papa, infine, ha esortato vescovi, sacerdoti e persone consacrate a porre la comunione con il successore di Pietro «al di sopra delle [loro] sensibilità personali». Nel contesto attuale, questa formula non può ridurre le obiezioni dottrinali e liturgiche della Tradizione a una questione di sensibilità personale. Leone XIV ha proseguito invitando i pastori a conservare la loro preghiera personale e silenziosa: la loro missione, ha sottolineato, deve scaturire dall’amicizia con il Signore. Indicando la statua della Vergine con il Bambino risparmiata dall’incendio, ha affidato i pastori e il popolo francese alla Madonna. Sulla scalinata, prima di recarsi allo Stade de France, ha cantato il Salve Regina con i fedeli riuniti all’esterno.Aiuta Renovatio 21
Allo Stade de France, una veglia con 80.000 giovani
La veglia a Saint-Denis è iniziata prima dell’arrivo di papa Leone XIV. In uno Stade de France gremito da circa 80.000 giovani, esibizioni di cantanti e gruppi pop cristiani, tra cui Les Frangines e Glorious, si sono alternate a testimonianze e momenti dedicati alla fede. Una statua della Vergine Maria è stata portata in processione e i catecumeni hanno ricevuto le acclamazioni dell’assemblea. Quando il papa è entrato in campo sulla Papamobile, un affresco raffigurante la storia cristiana di Francia ha fatto sfilare i suoi santi intorno allo stadio, da Santa Genoveffa e Giovanna d’Arco al Curato d’Ars e Santa Teresa di Lisieux. L’entità della partecipazione è stata notevole; canti, rappresentazioni teatrali e fuochi d’artificio hanno conferito alla prima parte della serata una dimensione spettacolare. Una processione di stendardi e reliquie ha prolungato questo omaggio prima che la serata assumesse un tono più solenne. Due giovani hanno poi rivolto delle domande al papa. A Chloé, che dava testimonianza della sua fede verso persone di altre religioni nei quartieri popolari, Leone XIV ha raccomandato la fedeltà di fronte agli incontri e alle difficoltà della vita quotidiana. François, studente di agronomia e capo scout, gli ha chiesto come discernere la propria vocazione. Il papa lo ha indirizzato verso una formazione spirituale basata sulla preghiera e sul servizio, sull’adorazione e sull’azione, con uno spazio per il silenzio lontano dalla frenesia dei media. Ha rivolto un appello speciale ai giovani che consideravano il sacerdozio o la vita consacrata: «la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi!». La veglia ha lasciato poi spazio alle Litanie dei Santi e alla presentazione della Sacra Tunica di Argenteuil presso la grande croce di cinque metri realizzata dall’associazione SOS Calvaires, davanti alla quale lo stadio si è riunito in preghiera. Nella sua meditazione, Leone XIV ha citato tre verbi usati da San Paolo nelle Lettere a Timoteo: fuggire, tendere e lottare. Ha esortato i giovani a fuggire l’orgoglio, la violenza e l’avidità, che promettono la felicità lasciandoli soli; tendere verso la giustizia, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza; e poi combattere la battaglia della fede, senza violenza né disprezzo. Al desiderio di libertà che ha riconosciuto nei giovani francesi, ha risposto che la vera libertà nasce da una relazione viva con Gesù Cristo e cresce nella scelta del bene. Evocando Marcel Callo, Santa Giovanna d’Arco e Santa Teresa di Gesù Bambino, il papa ha presentato la santità come una via aperta a tutti. Ha ribadito, davanti ai giovani come aveva fatto la mattina al Palazzo dell’Eliseo, le parole uguaglianza e fraternità, collegandole alle virtù cristiane. Poi ha indicato la Sacra Tunica e la Croce: l’una sottratta a Cristo, l’altra portata da lui, ricordano la sua Passione e la redenzione da lui compiuta. Ha concluso chiedendo ai giovani di essere testimoni del Vangelo. Dopo la Compieta e la benedizione, la folla ha intonato il Salve Regina, concludendo così la prima giornata del viaggio papale in Francia.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Spirito
Il Vaticano nega la Messa al Summorum Pontificum
Il Vaticano ha fissato un evento all’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, dopo aver respinto la richiesta del pellegrinaggio Summorum Pontificum di celebrare una Messa secondo il rito tradizionale nello stesso luogo e alla stessa ora. Lo riporta LifeSite.
Il pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum aveva chiesto di tenere la propria Messa pontificale il 24 ottobre. Dopo il no, il Vaticano ha annunciato che, in alternativa, avrebbe ospitato una conferenza su San Francesco d’Assisi nell’ambito delle celebrazioni per l’ottocentesimo anniversario della morte del santo.
La Messa pontificia, che in passato si teneva in San Pietro, si svolgerà ora nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Il pellegrinaggio annuale di ottobre, con la Messa in latino, attraversa Roma e culmina in Vaticano, dove la celebrazione avviene di solito sull’Altare della Cattedra.
Si prevede che il corteo manterrà la tappa tradizionale alla Basilica di San Pietro, dove i partecipanti potranno almeno pregare presso la tomba dell’apostolo Pietro prima di recarsi a Santa Maria Maggiore, dove presiederà il vescovo Atanasio Schneider.
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Papa Leone XIV non ha ancora risposto alla richiesta di udienza del Summorum Pontificum, nove mesi dopo che gli organizzatori avevano formalmente chiesto di incontrarlo.
Secondo il vaticanista Edward Pentin, gli organizzatori del pellegrinaggio, in programma a Roma dal 23 al 25 ottobre, hanno chiesto un’udienza a Papa Leone in una lettera consegnata personalmente al Pontefice dal vescovo Atanasio in Vaticano nel dicembre 2025.
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso anno la messa per il 14° Pellegrinaggio ad Petri Sedem, organizzato dal Coetus Internationalis Summorum Pontificum fu officiata in pompa magna dal cardinale Raimondo Leone Burke, suscitando grandi aspettative per il favore, o quantomeno la tolleranza, che il neopapa Leone avrebbe avuto verso la messa in latino.
Niente di più sbagliato: la persecuzione contro il rito antico non è solo continuata, è aumentata sensibilmente, con il cardinale Roche a scriverne contro apertis verbis, il cardinale Cupich a definirlo «uno spettacolo», e lo stesso pontefiche che suggerisce che un tempo in cattolici partecipavano alla messa preconciliare in modo meno «consapevole».
Si è avuta quindi notizia, più nel concreto, della repentina chiusura da parte delle diocesi di messe in latino in tutto il mondo, in special modo negli Stati Uniti.
Più visibilmente, vi è stata la scomunica alla FSSPX per l’ordinazione di quattro vescovi. Omelie domenicali contro la FSSPX si sono sentite in tutte le diocesi, e Renovatio 21 conosce più casi di lettere spedite dai vescovadi ai proprietari di cappelle dove dicono messa i sacerdoti della Fraternità.
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Immagine di Fr Lawrence Lew, OP, via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Pensiero
Vera rivolta contro il mondo moderno. Mons. Williamson commenta il manifesto di Unabomber
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